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SelfNet: la fine di Internet come lo conosciamo e la nascita della rete che ci conosce prima ancora che cerchiamo

Di Nicolini Massimiliano

Per comprendere la trasformazione che sta attraversando Internet bisogna liberarsi da un equivoco: ciò che oggi chiamiamo rete non è la forma definitiva della comunicazione digitale, ma soltanto una delle sue prime configurazioni storiche. Abbiamo imparato a considerare naturale un rituale che, osservato con gli occhi del futuro, apparirà probabilmente rudimentale: aprire un browser, formulare una domanda mediante alcune parole chiave, ricevere una successione di collegamenti, visitarli uno dopo l’altro, confrontare informazioni spesso ripetitive o contraddittorie e tentare infine di ricavarne una decisione.

Questo modello ci sembra evoluto soltanto perché ha sostituito strumenti ancora più lenti. In realtà trasferisce sull’essere umano quasi tutto il lavoro cognitivo. È la persona che deve sapere cosa cercare, trovare le parole giuste, distinguere una fonte attendibile da una manipolatoria, ricordare ciò che ha letto, collegare dati dispersi, adattare le informazioni alla propria situazione e trasformare il risultato in un’azione concreta. Internet offre l’accesso, ma non comprende davvero lo scopo. Mette a disposizione una quantità sterminata di possibilità, senza assumersi la responsabilità di interpretarle.

L’intelligenza artificiale sta spezzando questa struttura. Non si limita a migliorare il motore di ricerca: modifica l’unità fondamentale dell’esperienza digitale. L’unità di Internet è stata per lungo tempo la pagina. Poi è diventata il contenuto pubblicato all’interno di una piattaforma. Ora sta diventando l’intenzione della persona. Il passaggio decisivo non è quello dalla pagina statica alla risposta generata, ma quello dalla risposta all’azione, dall’azione all’anticipazione e dall’anticipazione alla costruzione di un ambiente informativo personale.

Possiamo chiamare questa nuova dimensione SelfNet, la rete del sé: non una rete che l’individuo deve raggiungere, ma una rete che si ricompone continuamente intorno a lui. Uso qui il termine in un significato nuovo e distinto dall’omonimo progetto europeo SELFNET, dedicato in passato alla gestione autonoma e intelligente delle infrastrutture 5G. In quel progetto era la rete tecnica a proteggersi, ripararsi e ottimizzarsi; nella SelfNet qui immaginata è l’intero ecosistema digitale a configurarsi intorno alla persona, al suo contesto, ai suoi obiettivi e, potenzialmente, al suo stato psicofisico. (CORDIS)

La SelfNet non sarebbe semplicemente un’Internet più personalizzata. La personalizzazione esiste già da anni, ma è stata finora prevalentemente statistica e commerciale. Le piattaforme osservano ciò che clicchiamo, acquistiamo o guardiamo e cercano di mostrarci qualcosa di simile. È una personalizzazione costruita sul passato: poiché ieri hai visto un determinato contenuto, oggi te ne propongo uno affine. La SelfNet, invece, tenderebbe a essere contestuale, multimodale e predittiva. Non considererebbe soltanto ciò che una persona ha fatto, ma la situazione nella quale si trova, il tempo disponibile, il luogo, gli impegni imminenti, le relazioni coinvolte, la capacità di attenzione, le condizioni ambientali e, con tutte le necessarie cautele, alcuni segnali fisiologici ed emotivi.

La rete non risponderebbe più soltanto alla domanda «che cosa stai cercando?», ma tenterebbe di comprendere «perché lo stai cercando?», «che cosa devi ottenere?», «quali vincoli devi rispettare?», «quanto sei in grado di approfondire in questo momento?» e «quale forma di risposta può esserti realmente utile adesso?». La stessa richiesta potrebbe quindi produrre risultati differenti non soltanto per due persone diverse, ma per la medesima persona in momenti differenti della giornata.

Una ricerca medica compiuta in una situazione di ansia non dovrebbe essere presentata nello stesso modo di una consultazione effettuata da un ricercatore durante un’attività professionale. Una proposta di viaggio dovrebbe cambiare in presenza di bambini, persone anziane, esigenze sanitarie, stanchezza, condizioni meteorologiche o variazioni improvvise dell’agenda. Una spiegazione tecnica potrebbe diventare più breve quando il sistema rileva un sovraccarico cognitivo e più approfondita quando riconosce attenzione e disponibilità. Tutto questo non significherebbe necessariamente modificare la verità, ma scegliere linguaggio, sequenza, profondità e priorità più adatti alla situazione.

In questa prospettiva i collegamenti non scompariranno completamente. Continueranno a esistere come struttura di collegamento tra documenti, servizi, archivi e applicazioni. Diventeranno però sempre meno visibili nell’esperienza ordinaria. Oggi il collegamento è la destinazione: il motore di ricerca ci conduce a una pagina. Nella SelfNet il collegamento diventerebbe una traccia di provenienza, uno strumento di verifica o una via di uscita dall’intermediazione algoritmica. L’intelligenza artificiale attraverserebbe le fonti al nostro posto, ne confronterebbe i contenuti e costruirebbe una risposta coerente, lasciandoci la possibilità di risalire ai documenti originari quando desideriamo controllare il procedimento.

Questa trasformazione è già cominciata. ChatGPT Search ha introdotto un’esperienza nella quale il sistema consulta la rete e restituisce una risposta sintetizzata accompagnata dalle fonti, evitando all’utente di dover passare necessariamente attraverso un motore di ricerca separato. ChatGPT agent ha compiuto il passaggio successivo, utilizzando un proprio ambiente di navigazione per consultare pagine, fare clic, compilare moduli e svolgere attività nel web sotto il controllo dell’utente. Nel luglio 2026 OpenAI ha inoltre presentato ChatGPT Work come un agente capace di operare tra applicazioni, file e progetti, trasformando un obiettivo espresso in linguaggio naturale in un lavoro articolato. Non siamo ancora davanti a una SelfNet completa, ma i suoi primi organi sono già riconoscibili: ricerca, memoria, ragionamento, uso degli strumenti e capacità di agire. (OpenAI)

Anche Google sta trasformando la ricerca da elenco di risultati a sistema intelligente operativo. Nel maggio 2026 ha descritto l’evoluzione di Search come il suo più importante cambiamento in oltre venticinque anni, introducendo funzioni agentiche direttamente nell’esperienza di ricerca. La funzione Personal Intelligence permette di collegare, su scelta dell’utente, informazioni provenienti da servizi personali come Gmail, Google Photos e progressivamente altri strumenti, affinché le risposte tengano conto non soltanto della conoscenza pubblica, ma anche della storia e delle necessità individuali. Parallelamente, Project Astra esplora l’idea di un assistente universale capace di comprendere voce, immagini, ambiente, schermo e memoria, con applicazioni previste anche in dispositivi indossabili come gli occhiali. (blog.google)

Apple ha seguito una direzione analoga con Apple Intelligence e con la nuova generazione di Siri AI presentata nel giugno 2026. L’assistente può utilizzare il contesto personale autorizzato, cercare informazioni tra messaggi, e-mail, fotografie e note, comprendere ciò che appare sullo schermo e svolgere azioni nelle applicazioni. Microsoft, attraverso Copilot Vision, consente invece all’intelligenza artificiale di osservare, quando attivata dall’utente, lo schermo del computer o il flusso della fotocamera, rispondendo vocalmente in relazione a ciò che la persona sta guardando. In entrambi i casi l’interfaccia non coincide più con una casella nella quale scrivere: l’intelligenza si sovrappone all’esperienza digitale e fisica, interpretandola in tempo reale. (Apple)

Gli occhiali dotati di intelligenza artificiale sviluppati da Meta mostrano un’altra possibile porta di accesso alla SelfNet. La rete non viene più consultata soltanto attraverso lo smartphone: vede ciò che la persona vede, ascolta ciò che le viene chiesto, descrive l’ambiente, traduce conversazioni e fornisce assistenza senza imporre il continuo ricorso a uno schermo. Meta ha già sperimentato questi dispositivi anche per sostenere persone con disabilità visive, motorie o con difficoltà di memoria. Si tratta ancora di funzioni delimitate, ma indicano una direzione precisa: Internet smette di essere un luogo contenuto dentro un dispositivo e diventa uno strato informativo sovrapposto alla realtà. (Facebook)

La componente più delicata della SelfNet sarà però quella emotiva. Sistemi come l’Empathic Voice Interface di Hume AI sono già progettati per rispondere non soltanto alle parole pronunciate, ma anche a segnali espressivi presenti nella voce, come ritmo, esitazione, intensità, tensione o entusiasmo. Il sistema traduce tali caratteristiche in indicatori probabilistici che possono modificare tono e comportamento dell’assistente. In questo modo una risposta potrebbe diventare più rassicurante davanti a un’apparente incertezza, più misurata quando viene percepita irritazione o più dinamica in presenza di entusiasmo. (Hume AI)

A questi segnali vocali potrebbero aggiungersi quelli provenienti dai dispositivi indossabili. Strumenti già esistenti, come Empatica EmbracePlus, possono raccogliere attività elettrodermica, fotopletismografia, temperatura cutanea, movimento e altri parametri fisiologici. Questi dati non leggono direttamente un’emozione, ma possono contribuire a stimare variazioni dell’attivazione fisiologica, dello stress o della condizione generale quando vengono interpretati insieme al contesto. (Empatica)

È fondamentale non trasformare questa possibilità in una nuova forma di frenologia digitale. Un aumento della frequenza cardiaca non significa necessariamente paura; può dipendere da movimento, caldo, caffeina, dolore, entusiasmo o numerose altre condizioni. Un’esitazione nella voce non prova tristezza o insicurezza. Un volto apparentemente teso non rivela automaticamente uno stato mentale. Lo stesso regolamento europeo sull’intelligenza artificiale richiama, tra i limiti dei sistemi di riconoscimento emotivo, la ridotta affidabilità, la scarsa specificità e la limitata capacità di generalizzare tra persone, contesti e culture. La biometria può offrire indizi, non accesso diretto all’interiorità. (EUR-Lex)

Una SelfNet responsabile non dovrebbe quindi affermare «sei ansioso», ma potrebbe chiedere: «Rilevo alcuni segnali compatibili con un momento di sovraccarico; preferisci una sintesi più breve?». La prima formulazione trasforma una probabilità in un giudizio sulla persona; la seconda conserva l’incertezza, rende visibile l’inferenza e restituisce all’utente la decisione. Questa differenza apparentemente linguistica segna il confine tra assistenza e condizionamento.

Immaginiamo una giornata ordinaria dentro una SelfNet pienamente sviluppata. Al risveglio, l’assistente non mostra una sequenza indistinta di notifiche, ma ricostruisce le priorità considerando il calendario, il riposo, gli spostamenti necessari e gli impegni più importanti. Non nasconde le informazioni, ma evita di presentare nello stesso istante tutto ciò che reclama attenzione. Durante il tragitto suggerisce un percorso non soltanto in base al traffico, ma tenendo conto di un appuntamento, della necessità di una sosta, delle condizioni meteorologiche e del livello di affaticamento rilevato. Se una riunione viene annullata, non si limita a comunicarlo: valuta quali attività possano essere anticipate e propone una nuova organizzazione della giornata.

Nel lavoro, la SelfNet consulta documenti, ricostruisce precedenti decisioni, distingue le versioni, individua incoerenze e prepara materiali adeguati ai diversi interlocutori. Se deve organizzare un viaggio, non presenta cinquanta risultati equivalenti: confronta orari, affidabilità, distanza, preferenze, vincoli economici, necessità sanitarie e politiche di cancellazione, spiegando perché alcune opzioni risultano più adatte. Non conclude necessariamente l’acquisto senza autorizzazione, ma riduce il rumore e porta la persona davanti a una scelta comprensibile.

In ambito sanitario potrebbe aiutare a raccogliere sintomi, cronologia e parametri provenienti da dispositivi autorizzati, predisponendo informazioni ordinate per il medico senza sostituirsi alla diagnosi. Nell’istruzione potrebbe modificare il percorso didattico in base alle difficoltà effettive, senza trasformare ogni esitazione dello studente in una valutazione permanente. Nell’assistenza agli anziani potrebbe ricordare attività, riconoscere situazioni anomale e facilitare il contatto con familiari o operatori, purché il controllo non degeneri in sorveglianza continua.

La SelfNet non sarà composta da un solo modello onnipotente. Dietro l’interfaccia personale potranno operare numerosi agenti specializzati: uno per la mobilità, uno per i documenti, uno per il commercio, uno per l’organizzazione, uno per la salute, uno per la sicurezza. Alcuni protocolli già esistenti stanno preparando questa infrastruttura. Il Model Context Protocol è nato per collegare applicazioni di intelligenza artificiale a dati, strumenti e servizi esterni attraverso uno standard comune. Il protocollo Agent2Agent permette ad agenti sviluppati da soggetti differenti di scoprirsi, comunicare e coordinare attività. Il Universal Commerce Protocol è stato progettato per rendere interoperabili operatori commerciali, servizi e sistemi di pagamento nell’epoca degli acquisti eseguiti o preparati dagli agenti. Questi standard potrebbero diventare per la rete agentica ciò che HTTP e HTML sono stati per il web delle pagine. (Anthropic)

Quando un utente dirà «organizza il viaggio migliore per la mia famiglia», la sua intelligenza personale potrebbe dialogare con agenti delle compagnie di trasporto, degli alberghi, delle assicurazioni e dei servizi locali. Non si limiterebbe a leggere pagine: negozierebbe condizioni, chiederebbe disponibilità, verificherebbe compatibilità e presenterebbe una soluzione. Il sito tradizionale continuerebbe forse a esistere, ma non sarebbe più necessariamente visitato da un essere umano. Potrebbe essere consultato da un agente o sostituito da un’interfaccia strutturata destinata direttamente alle macchine.

Questo scenario modifica anche il significato della pubblicazione online. Fino a oggi aziende, istituzioni e mezzi di informazione hanno costruito siti pensando principalmente allo sguardo umano e ai criteri dei motori di ricerca. Domani dovranno rendere informazioni, servizi, condizioni e prove comprensibili agli agenti. Alla tradizionale ottimizzazione per i motori di ricerca si affiancherà una nuova disciplina: la capacità di essere individuati, interpretati e valutati correttamente dalle intelligenze personali.

La posta in gioco economica è enorme. Nell’Internet tradizionale il potere appartiene a chi controlla l’accesso alle informazioni, le piattaforme e la distribuzione dell’attenzione. Nella SelfNet il potere apparterrà a chi controlla l’interprete delle intenzioni. Il soggetto dominante non sarà necessariamente il sito che riceve più visite, ma l’assistente che decide quali possibilità meritino di essere presentate.

L’economia dell’attenzione potrebbe trasformarsi in economia dell’intenzione. Non si cercherà più soltanto di ottenere un clic, ma di influenzare il sistema che prende o prepara le decisioni per conto dell’utente. La pubblicità rischierà di non apparire più come pubblicità. Potrà mimetizzarsi dentro una raccomandazione apparentemente neutrale: non «acquista questo prodotto», ma «questa è la scelta più adatta a te». Quando il messaggio commerciale assume la voce dell’assistente personale, la capacità persuasiva aumenta enormemente perché utilizza un rapporto costruito sulla fiducia.

Per questo motivo la SelfNet dovrà distinguere in maniera rigorosa il consiglio indipendente dalla promozione sponsorizzata. Dovrà essere sempre possibile sapere chi finanzia una proposta, quali dati hanno contribuito alla raccomandazione, quali alternative sono state escluse e quali criteri sono stati utilizzati. Un’intelligenza che conosce la situazione economica, la salute, le paure, le abitudini e le fragilità di una persona non può essere trattata come un semplice canale pubblicitario.

Il rischio non riguarda soltanto la privacy. Riguarda la libertà di costruire desideri non previsti dal proprio profilo. Un sistema che apprende molto bene chi siamo potrebbe finire per mostrarci soltanto ciò che appare coerente con il nostro passato. Potrebbe proteggerci dall’errore, ma anche dalla scoperta. Potrebbe ridurre le occasioni di incontro con idee lontane dalle nostre, persone impreviste, discipline sconosciute o scelte apparentemente irrazionali dalle quali, a volte, nasce un cambiamento importante.

La SelfNet potrebbe così diventare una gabbia perfettamente confortevole. Non ci imporrebbe nulla apertamente; ci presenterebbe un mondo così aderente alle nostre abitudini da rendere invisibili le alternative. Il pericolo più profondo non sarebbe quello di ricevere informazioni sbagliate, ma di ricevere soltanto informazioni compatibili con il modello che la macchina ha costruito di noi.

Occorre quindi riconoscere un nuovo diritto: il diritto alla sorpresa. L’utente dovrebbe poter chiedere alla propria intelligenza di uscire dal profilo, esplorare prospettive opposte, presentare soluzioni non abituali e spiegare come cambierebbe una risposta adottando valori o priorità differenti. Accanto alla modalità personalizzata dovrebbe esistere una modalità plurale, capace di mostrare il disaccordo, le minoranze interpretative e le fonti che contraddicono la conclusione dominante.

La risposta unica è infatti comoda, ma può essere epistemologicamente pericolosa. Il vecchio motore di ricerca esponeva l’utente al disordine e alla fatica; il nuovo assistente rischia di nascondere la complessità. Se dieci fonti divergono, l’intelligenza non dovrebbe produrre artificialmente un consenso che non esiste. Dovrebbe rendere leggibile il conflitto, separare i fatti accertati dalle interpretazioni e indicare il proprio grado di incertezza.

Il collegamento, in questo senso, deve sopravvivere come diritto alla verifica. Non dovrà più essere l’unico modo per ottenere un’informazione, ma dovrà restare disponibile come prova. La SelfNet dovrà permettere di ricostruire il percorso seguito: quali fonti sono state consultate, quali dati personali sono stati utilizzati, quali ipotesi sono state formulate, quali agenti sono intervenuti e quali azioni sono state compiute. Una rete realmente intelligente non chiede fede; offre tracciabilità.

Ancora più delicata sarà la sicurezza. Un agente capace di leggere messaggi, utilizzare documenti, accedere a servizi e compiere operazioni è inevitabilmente più utile di un motore di ricerca, ma è anche un bersaglio più sensibile. Un errore di interpretazione, un’istruzione nascosta dentro una pagina, una connessione compromessa o un’autorizzazione troppo ampia potrebbero produrre conseguenze concrete. Per questo la SelfNet dovrà applicare una separazione rigorosa tra osservazione, proposta ed esecuzione.

L’intelligenza potrà raccogliere informazioni liberamente entro i confini stabiliti, ma le azioni irreversibili dovranno richiedere livelli di autorizzazione proporzionati. Prenotare provvisoriamente un servizio non equivale a effettuare un pagamento; preparare una comunicazione non equivale a spedirla; individuare un’anomalia sanitaria non equivale a formulare una diagnosi; suggerire una decisione non equivale ad assumerla. L’autonomia tecnica dovrà crescere senza cancellare la responsabilità umana.

La questione centrale sarà la proprietà del profilo personale. Se la memoria della SelfNet risiede esclusivamente nei sistemi di una grande piattaforma, cambiare assistente potrebbe significare perdere anni di contesto, preferenze e conoscenza accumulata. Si creerebbe una dipendenza molto più profonda di quella prodotta dagli attuali social network, perché non riguarderebbe soltanto contenuti o contatti, ma la rappresentazione digitale dell’identità.

Esistono già progetti che indicano un’alternativa. Solid, iniziativa nata dalla visione di Tim Berners-Lee, utilizza depositi personali chiamati Pods, nei quali le persone possono conservare dati e decidere quali applicazioni o agenti siano autorizzati ad accedervi. In un’architettura di questo tipo l’intelligenza non possiede necessariamente la memoria dell’utente: riceve un accesso limitato, controllabile e revocabile. Il profilo può così diventare portabile, invece di rimanere prigioniero di un singolo fornitore. (Solid Project)

La SelfNet dovrebbe essere costruita intorno a questa inversione: non è la persona che entra nell’ecosistema di un’intelligenza artificiale, ma sono le intelligenze autorizzate che entrano temporaneamente nello spazio informativo della persona. L’utente dovrebbe poter sostituire il modello, confrontarne due, affidare compiti diversi a sistemi differenti e ritirare ogni permesso senza perdere il proprio patrimonio digitale.

Anche la memoria dovrebbe essere governabile. Ricordare tutto non significa comprendere meglio. Una persona cambia idee, relazioni, progetti, condizioni economiche e priorità. Se l’intelligenza considera eternamente valide le informazioni raccolte in passato, rischia di congelare l’identità. Serviranno dati con scadenza, memorie modificabili, possibilità di cancellazione selettiva e strumenti per correggere le inferenze errate. Dovrà esistere non soltanto il diritto all’oblio, ma il diritto alla reinterpretazione: la possibilità di affermare che un comportamento precedente non rappresenta più ciò che siamo.

Per la componente emotiva le garanzie dovranno essere ancora più severe. L’analisi di voce, volto o parametri fisiologici dovrebbe essere disattivata per impostazione predefinita, attivabile soltanto attraverso un consenso esplicito, separato e comprensibile. Il sistema dovrebbe indicare quali segnali sta utilizzando, con quale finalità e per quanto tempo. Non dovrebbe conservare uno storico emotivo permanente né impiegarlo per determinare prezzi, affidabilità creditizia, accesso al lavoro o pressione commerciale.

L’Unione europea ha già tracciato alcune linee rosse. L’AI Act vieta il riconoscimento delle emozioni nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni educative, salvo circoscritte ragioni mediche o di sicurezza. Per gli altri sistemi di riconoscimento emotivo non vietati sono previsti obblighi di informazione e trasparenza; le disposizioni dell’articolo 50 entreranno in applicazione il 2 agosto 2026. Questo significa che una persona esposta a tali tecnologie dovrà sapere che il sistema sta tentando di inferire stati emotivi o categorie biometriche. (Strategia Digitale Europea)

La norma, tuttavia, non può sostituire il progetto etico. Informare un utente che i suoi segnali vengono analizzati non è sufficiente quando il rifiuto comporta l’esclusione da un servizio essenziale o quando l’interfaccia è costruita per indurlo ad accettare. Il consenso deve essere reale, revocabile e privo di penalizzazioni sproporzionate. Soprattutto, l’analisi emotiva non dovrebbe mai diventare un’autorità invisibile capace di contraddire ciò che una persona dichiara di provare.

La SelfNet potrà generare benefici straordinari. Potrà ridurre la distanza tra cittadini e servizi pubblici, rendere più accessibili informazioni complesse, sostenere persone con disabilità, diminuire il carico burocratico, coordinare cure e assistenza, accompagnare l’apprendimento e aiutare a orientarsi in una quantità di conoscenza ormai superiore alle capacità individuali. Potrà restituire tempo, che è forse la risorsa più importante sottratta dall’attuale economia digitale.

Ma la stessa infrastruttura potrà essere utilizzata per conoscere il momento esatto nel quale una persona è più suggestionabile, stanca, impaurita o disposta ad acquistare. Potrà trasformare la cura in dipendenza, l’assistenza in sorveglianza e la personalizzazione in manipolazione. Più la rete si avvicina all’intimità, più deve allontanarsi dalla logica dello sfruttamento indiscriminato dei dati.

Per questo la SelfNet non potrà essere soltanto una nuova categoria di prodotto. Dovrà diventare una nuova architettura di diritti. I dati personali dovranno essere controllati dalla persona; le inferenze emotive dovranno essere esplicite e contestabili; le fonti dovranno restare verificabili; le sponsorizzazioni dovranno essere separate dai consigli; le azioni importanti dovranno essere confermate; la memoria dovrà essere modificabile e portabile; gli agenti dovranno utilizzare soltanto i permessi necessari; ogni decisione automatica dovrà lasciare una traccia comprensibile.

Dovrà inoltre esistere un diritto alla disconnessione cognitiva. Oggi possiamo spegnere un dispositivo, ma domani potrebbe essere più difficile sottrarsi a un ambiente nel quale l’intelligenza è incorporata nei sistemi operativi, negli occhiali, nei veicoli, negli edifici e nei servizi. La possibilità di utilizzare spazi non personalizzati, accedere direttamente alle fonti e compiere scelte senza mediazione algoritmica dovrà essere preservata come forma di libertà.

Non assisteremo probabilmente a un unico giorno nel quale Internet verrà spenta e sostituita. La metamorfosi sarà progressiva. Per qualche tempo convivranno il web delle pagine, le piattaforme, i motori di risposta e gli agenti. Le persone continueranno a usare browser e applicazioni, ma una parte crescente delle attività verrà preparata o svolta dall’intelligenza artificiale. Il cambiamento decisivo avverrà quando smetteremo di percepire l’IA come uno strumento separato e inizieremo a considerarla l’interfaccia ordinaria tra noi e la rete.

A quel punto Internet non sarà più soprattutto qualcosa che visitiamo. Sarà un ambiente che ci accompagna, interpreta il contesto, ricorda ciò che autorizziamo a ricordare, dialoga con altri sistemi e costruisce intorno a noi un orizzonte operativo. Il suo scopo non sarà mostrarci tutto, ma comprendere ciò che, in quel momento, può servirci davvero.

Il vecchio Internet ci chiede di sapere dove andare. La SelfNet cercherà di comprendere dove vogliamo arrivare. Il vecchio Internet ordina documenti. La SelfNet ordinerà possibilità. Il vecchio Internet risponde alle parole inserite in una casella. La SelfNet risponderà alla persona, al contesto e all’intenzione che precede quelle parole.

È proprio qui che si trova il suo potenziale e, nello stesso tempo, il suo pericolo. Una rete capace di comprenderci può liberarci dal rumore, dalla ripetizione e dalla complessità inutile. Ma una rete convinta di conoscerci potrebbe restringere silenziosamente ciò che possiamo vedere, desiderare e diventare.

La domanda fondamentale non è più se l’intelligenza artificiale sostituirà l’attuale esperienza di Internet. Molti dei componenti necessari esistono già e stanno rapidamente convergendo. La domanda decisiva è un’altra: chi controllerà la rappresentazione digitale del nostro sé, chi stabilirà gli obiettivi dell’assistente, chi trarrà profitto dalle sue raccomandazioni e chi potrà verificarne le scelte?

La rete del futuro non sarà davanti a noi. Sarà intorno a noi. Potrà essere la forma più umana mai raggiunta dalla tecnologia digitale oppure il più intimo sistema di condizionamento mai costruito. Il compito scientifico, politico ed etico del nostro tempo è fare in modo che, nel tentativo di comprenderci sempre meglio, la SelfNet non finisca per decidere al nostro posto chi dobbiamo essere.