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Se muoiono i borghi, si spegne l’Italia

Di Redazione

Un rapporto destinato a Parlamento e Senato per trasformare i piccoli comuni in una nuova infrastruttura nazionale di sviluppo, formazione e tecnologia

“Il futuro di un piccolo comune comincia quando la comunità smette di difendere soltanto ciò che era e trova il coraggio di costruire ciò che ancora non esiste.”
— Massimiliano Nicolini

L’ITALIA NON PUÒ ABBANDONARE METÀ DI SE STESSA

Il rapporto destinato alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica che propone una strategia nazionale per trasformare i piccoli comuni in luoghi di formazione, tecnologia, lavoro e nuova comunità

L’Italia dei piccoli comuni non rappresenta un frammento marginale del Paese, una realtà residuale da osservare con nostalgia o un patrimonio da mantenere in vita esclusivamente attraverso manifestazioni culturali, iniziative stagionali e interventi occasionali. Essa costituisce, al contrario, una delle grandi infrastrutture territoriali della Repubblica, perché nei comuni con meno di 5.000 abitanti vive una parte significativa della popolazione nazionale e ricade oltre la metà della superficie italiana, insieme a montagne, boschi, sorgenti, bacini idrici, terreni agricoli, aree protette, infrastrutture energetiche, edifici storici e presìdi indispensabili per la sicurezza ambientale. Il rapporto “L’Italia che rinasce dai borghi”, che sarà distribuito ai membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, nasce dalla necessità di portare questa realtà al centro del confronto politico nazionale, superando la rappresentazione del piccolo comune come luogo inevitabilmente condannato al declino. La premessa dell’autore si apre con una dichiarazione netta, destinata a chiarire l’intera prospettiva del lavoro: «Sono favorevole ai piccoli borghi non per nostalgia, ma per convinzione». Non si tratta, quindi, di tentare una ricostruzione artificiale del passato, ma di comprendere se l’Italia voglia ancora permettere ai propri cittadini di vivere lontano dalle grandi concentrazioni urbane senza dover rinunciare al lavoro, alla salute, all’istruzione, alla sicurezza e alla possibilità di costruire una famiglia.

Il rapporto mostra come i comuni con popolazione inferiore o pari a 5.000 abitanti siano oltre 5.500, quasi sette amministrazioni comunali italiane su dieci, e come nei loro territori vivano circa 9,66 milioni di persone, pari a oltre il 16% della popolazione nazionale. Questi comuni amministrano quasi il 55% della superficie dell’Italia, ma lo fanno spesso con organici ridotti, risorse discontinue, infrastrutture fragili e una crescente difficoltà nel garantire servizi che nelle città vengono considerati ordinari. Tale squilibrio dovrebbe indurre il Parlamento a considerare la questione dei borghi non soltanto come una materia di politica locale, bensì come un tema di sicurezza nazionale, di equilibrio demografico e di tutela del territorio. Quando un paese perde abitanti, infatti, non diminuisce soltanto il numero delle persone iscritte all’anagrafe, ma si riducono gli alunni, chiudono le attività commerciali, diminuisce la domanda di trasporto pubblico, diventa più difficile mantenere un medico, si deteriorano gli immobili e si indebolisce quella manutenzione quotidiana di strade, boschi, fossi, terreni e reti idriche che nessuna amministrazione centrale può sostituire integralmente. Il rapporto sintetizza questa dinamica con una frase particolarmente efficace contenuta nel capitolo dedicato agli scenari demografici: «La scomparsa funzionale precede quella anagrafica». Un comune può continuare formalmente a esistere, avere un sindaco, un consiglio e un numero di residenti registrati, pur avendo già perso gran parte delle funzioni che consentono alle persone di condurre una vita completa.

L’analisi ricostruisce l’andamento demografico dal principio del nuovo millennio fino a oggi e individua un cambiamento profondo intervenuto dopo il 2011. Nel primo decennio degli anni Duemila, la popolazione aggregata dei piccoli comuni aveva mostrato una crescita moderata, sostenuta soprattutto dai flussi migratori e dalla capacità di alcuni territori prossimi alle aree produttive di attrarre nuovi abitanti. Dal 2011 in poi, tuttavia, la tendenza si è progressivamente invertita: il numero complessivo dei residenti è sceso da circa 10,36 milioni a 9,66 milioni nel 2025, con una perdita di quasi 700.000 persone, corrispondente a circa il 6,7%. Il dato deve essere letto tenendo conto delle variazioni amministrative e del passaggio dei comuni da una classe demografica all’altra, ma la direzione del fenomeno rimane evidente e viene confermata dal saldo naturale negativo, dall’aumento dell’età media, dalla diminuzione delle nascite e dalla partenza delle generazioni più giovani. Nel 2023 oltre il 60% dei piccoli comuni ha perso popolazione e 341 amministrazioni non hanno registrato neppure una nascita, un segnale che non riguarda soltanto la demografia, ma la possibilità stessa di mantenere scuole, servizi pediatrici e una proporzione sostenibile tra popolazione attiva e anziana. Il rapporto invita quindi a non misurare il declino soltanto attraverso il numero degli abitanti, ma ad affiancare a questo dato la struttura per età, le iscrizioni scolastiche, l’occupazione reale delle abitazioni, la presenza di imprese, i tempi di accesso agli ospedali e la capacità amministrativa degli enti locali.

Le proiezioni contenute nel documento delineano tre possibili traiettorie fino al 2040, precisando che non si tratta di profezie, ma di scenari condizionati dalle decisioni che verranno assunte nei prossimi anni. Nello scenario di inerzia, cioè qualora non fosse realizzato alcun intervento strutturale, la popolazione dei piccoli comuni potrebbe scendere tra 8,7 e 9 milioni di abitanti, con una perdita compresa tra circa 650.000 e 960.000 persone rispetto al 2025. Nello scenario di stabilizzazione selettiva, costruito attraverso reti di comuni capaci di condividere servizi, strutture produttive e funzioni territoriali, la popolazione potrebbe invece attestarsi tra 9,2 e 9,4 milioni, contenendo il declino e migliorando la composizione generazionale. Lo scenario di trasformazione territoriale, il più ambizioso, prevede il recupero di un numero significativo di abitazioni, la creazione di almeno 200.000 o 250.000 posti di lavoro fisicamente localizzati, la nascita di campus residenziali e l’insediamento di attività tecnologiche e formative, con la possibilità di mantenere nel 2040 una popolazione compresa tra 9,5 e 9,7 milioni. Il rapporto chiarisce che il risultato non dovrà essere valutato attraverso il numero delle cerimonie inaugurali o delle residenze trasferite per ottenere un incentivo, poiché «il ripopolamento è un processo, non una fotografia inaugurale». Sarà necessario verificare quante persone rimarranno dopo tre, cinque e dieci anni, quanti bambini entreranno nelle scuole, quante abitazioni saranno occupate stabilmente e quante imprese riusciranno a sopravvivere una volta terminata la fase iniziale dei finanziamenti.

Per costruire questo quadro è stato utilizzato Celeborn come ambiente di integrazione informativa, affiancato dagli ADT locali, definiti nel rapporto come Auto Digital Twin. La premessa metodologica precisa che Celeborn ha consentito di ricondurre fonti statistiche, indicatori territoriali, informazioni sugli edifici e scenari previsionali a una lettura unitaria, mentre gli ADT hanno permesso di mettere in relazione popolazione, servizi, mobilità, attività produttive, rischi ambientali e conseguenze potenziali delle decisioni pubbliche. Il documento chiarisce correttamente che Celeborn e gli ADT non sono stati utilizzati come fonti statistiche autonome, perché i dati nazionali provengono principalmente da Istat, ANCI e IFEL, ma come strumenti di aggregazione, confronto e simulazione. Questa distinzione metodologica è fondamentale, perché l’innovazione tecnologica non deve sostituire la responsabilità politica o la conoscenza diretta del territorio, ma deve rendere verificabili le scelte, confrontandole con costi, distanze, tempi, disponibilità immobiliari e capacità dei servizi. Come si legge nella premessa, «l’ADT non sostituisce la conoscenza del sindaco o degli abitanti; serve a verificare se una proposta regge quando viene confrontata con numeri, distanze, costi e tempi». Una politica nazionale per i piccoli comuni deve quindi utilizzare la tecnologia non per produrre rappresentazioni astratte, ma per evitare che progetti costosi vengano realizzati in luoghi privi delle condizioni necessarie o che immobili potenzialmente utili restino invisibili per mancanza di una mappatura unitaria.

Il rapporto prende una posizione precisa anche rispetto ad alcune formule che negli ultimi anni hanno dominato la comunicazione sui borghi. La rinascita dei piccoli comuni non può essere affidata all’idea che migliaia di lavoratori si trasferiscano stabilmente in aree isolate per svolgere da remoto attività che potrebbero essere effettuate in qualsiasi altra parte del mondo, perché questo modello, pur potendo funzionare per alcune scelte individuali, non genera necessariamente filiere locali, non mantiene le scuole, non produce servizi sanitari e non costruisce una comunità economica stabile. Analogamente, non è sufficiente acquistare una casa a un prezzo simbolico, partecipare a un evento estivo o aprire una struttura destinata a funzionare soltanto in alcuni periodi dell’anno. Una famiglia non organizza la propria esistenza soltanto intorno alla bellezza di un paesaggio o al costo ridotto di un’abitazione, ma valuta la presenza di un lavoro, di un medico, di una scuola, di collegamenti affidabili e di prospettive per i figli. Nel capitolo conclusivo il rapporto afferma che «la bellezza del paesaggio può accompagnare la scelta, ma non sostituisce la possibilità di vivere», riassumendo in poche parole la distanza tra la narrazione pubblicitaria dei borghi e le condizioni concrete necessarie per abitarli. Per questo il documento non concentra le proprie proposte sul turismo, sulla gastronomia o sulla trasformazione dei paesi in scenografie destinate ai visitatori, ma individua nella formazione avanzata, nella ricerca applicata e nella tecnologia fisicamente insediata una delle principali possibilità di sviluppo.

La tecnologia descritta nel rapporto non è immateriale e non coincide con una semplice connessione a Internet, poiché deve assumere la forma di laboratori, officine, simulatori, apparecchiature, istruttori, allievi, tecnici e commesse. Nel capitolo “La tecnologia come motore di insediamento reale” si legge che «la tecnologia utile ai piccoli comuni deve avere una presenza fisica», perché soltanto un’attività che richiede persone, edifici e organizzazione quotidiana può produrre una comunità stabile. I borghi possono ospitare centri di formazione dedicati alla cybersicurezza, alla robotica, alle tecnologie spaziali, alla sensoristica ambientale, alla gestione delle risorse idriche, all’energia, alla manutenzione biomedicale, alla sicurezza delle infrastrutture, al decommissioning nucleare e alla protezione civile. Possono diventare luoghi di addestramento per tecnici che devono operare in condizioni complesse, campus residenziali collegati a università e istituti tecnologici superiori, centri di prova per sistemi autonomi, strutture per la manutenzione di apparati sanitari e laboratori per il monitoraggio di frane, incendi, foreste, reti idriche e bacini energetici. La scelta di tali funzioni non può essere dettata dalla ricerca di un titolo prestigioso da inserire in un comunicato, ma deve derivare dalla presenza di partner scientifici, commesse, percorsi formativi, sbocchi professionali e infrastrutture coerenti. Il rapporto avverte infatti che il progetto più moderno è destinato a fallire se il territorio rimane amministrativamente fragile, privo di servizi o incapace di accogliere chi arriva.

L’effetto di un centro tecnologico o formativo non si esaurisce nei posti di lavoro direttamente prodotti, perché una struttura residenziale genera domanda di alloggi, trasporti, manutenzione, pulizie, pasti, assistenza tecnica, forniture, servizi sanitari e attività amministrative. La presenza continuativa di allievi, docenti, ricercatori e personale può riaprire abitazioni, sostenere esercizi commerciali, migliorare l’utilizzo delle infrastrutture e rendere nuovamente sostenibili servizi che la sola popolazione residente non sarebbe più in grado di mantenere. Il rapporto sottolinea, tuttavia, che il valore generato deve essere trattenuto il più possibile nel territorio attraverso la formazione di competenze locali, senza trasformare questa necessità nella pretesa che ogni fornitura venga affidata automaticamente a soggetti del luogo indipendentemente dalla qualità o dai costi. La funzione di un campus non deve essere quella di creare una dipendenza economica temporanea, ma di attivare professionalità che possano lavorare anche per clienti esterni e continuare a produrre reddito oltre il singolo progetto. In questa prospettiva, il centro di formazione non è una struttura isolata, ma il nucleo iniziale di un ecosistema che collega istruzione, abitazioni, imprese, servizi e amministrazioni.

Il caso di Collalto Sabino, descritto nel rapporto sulla base dell’esperienza direttamente riferita dall’autore, rappresenta un esempio concreto di questo processo. La Fondazione ha aperto nel borgo un centro di addestramento che ha introdotto attività formative, presenze continuative, organizzazione quotidiana e nuove necessità residenziali, passando dall’utilizzo di un immobile alla costruzione di una vera funzione territoriale. L’importanza di questa esperienza non consiste soltanto nel numero di persone presenti in occasione di un evento, ma nella ripetizione nel tempo delle attività e nella progressiva integrazione tra il centro e il paese. Come viene evidenziato nel capitolo “Collalto Sabino: quando un centro di addestramento diventa presenza territoriale”, una casa riaperta non produce soltanto un nuovo residente, ma genera consumi, manutenzione, relazioni, servizi e una diversa percezione delle possibilità future del luogo. Il caso dimostra come anche un comune di poche centinaia di abitanti possa assumere una funzione che supera i propri confini, qualora riesca a ospitare una struttura capace di attrarre persone e costruire rapporti con istituzioni, imprese e soggetti formativi.

L’esperienza di Collalto Sabino permette inoltre di affrontare una delle questioni più delicate e meno discusse nelle politiche di ripopolamento: la dinamica sociale dei piccoli paesi e la loro capacità di accettare il nuovo. Il rapporto non idealizza le comunità di dimensioni ridotte, ma riconosce che la forte prossimità tra gli abitanti può produrre solidarietà, memoria condivisa e capacità di intervenire rapidamente nei momenti di difficoltà, così come può trasformarsi in controllo sociale, circolazione incontrollata delle voci e resistenza verso tutto ciò che modifica gli equilibri esistenti. Quando la Fondazione iniziò la propria attività a Collalto Sabino, non mancarono diffidenze, dicerie, maldicenze e quelli che l’autore definisce «colpi bassi», fenomeni che in un contesto ristretto possono diffondersi prima che sia possibile rispondere attraverso documenti, risultati e comportamenti verificabili. Il rapporto ricorda questi passaggi non per accusare singole persone, ma per mostrare quanto sia complesso introdurre un progetto nuovo in una comunità che ha conosciuto promesse non mantenute, iniziative calate dall’alto o tentativi di utilizzare il territorio senza restituire benefici reali.

La risposta efficace, secondo quanto raccontato nel documento, non fu quella di trasformare il conflitto in una contrapposizione permanente, ma di continuare a essere presenti, spiegare le finalità del progetto, lavorare concretamente e dimostrare attraverso i fatti la volontà di produrre un beneficio per il territorio. Con il passare del tempo, il lavoro svolto e la buona volontà prevalsero sulle interpretazioni negative, mentre chi aveva costruito la propria posizione sulla previsione del fallimento finì per rivolgere il proprio pessimismo verso altri argomenti. Il rapporto utilizza un’espressione volutamente diretta, osservando che il ruolo dell’«uccello del malaugurio» non scompare necessariamente, ma perde forza quando la realtà diventa verificabile. Questa esperienza contiene una lezione importante per tutti i comuni che chiedono interventi contro lo spopolamento, perché non è possibile invocare l’arrivo di famiglie, tecnici, ricercatori e imprese e, contemporaneamente, pretendere che le persone nuove siano accettate soltanto a condizione di non modificare nulla. Come afferma il capitolo dedicato alla dinamica sociale, «se il nuovo residente viene tollerato soltanto a condizione che non cambi nulla, il ripopolamento è impossibile». L’identità locale non viene protetta chiudendo la porta, ma offrendo a chi arriva una storia, una responsabilità e una comunità alle quali contribuire.

La stessa prospettiva guida il progetto programmatico di Nespolo per il periodo 2030–2040, chiaramente distinto nel rapporto dalle strutture già esistenti. Il progetto immagina un centro residenziale di formazione dedicato alle tecnologie nucleari e spaziali, dotato di 120 posti letto e collegato a percorsi scientifici, laboratori sicuri, partner accademici e opportunità professionali concrete. Nespolo conta poche centinaia di abitanti e, proprio per questo, una struttura di tali dimensioni potrebbe modificare profondamente la popolazione quotidiana, portando nel territorio allievi, docenti, tecnici, personale amministrativo e addetti ai servizi. Il rapporto stima che la presenza degli allievi potrebbe determinare un incremento quotidiano vicino al 58%, mentre l’aggiunta del personale e delle attività collegate potrebbe avvicinare la popolazione effettivamente presente a 360 o 400 persone. Il documento precisa correttamente che tale aumento non equivarrebbe automaticamente al raddoppio dei residenti anagrafici, perché la vera trasformazione demografica dipenderebbe dalla stabilizzazione di lavoratori e famiglie, dal recupero delle abitazioni e dalla capacità di garantire scuola, sanità, trasporto e servizi. La forza del progetto di Nespolo consiste proprio nel mostrare che un piccolo comune non deve diventare una città per assumere un ruolo nazionale, ma può specializzarsi in una funzione avanzata e diventare un punto di riferimento riconoscibile per la formazione e la ricerca.

La disponibilità degli edifici rappresenta uno dei principali presupposti di questa strategia, ma il rapporto mette in guardia dall’equazione semplicistica tra immobile vuoto e immobile disponibile. In Italia esistono milioni di abitazioni non occupate stabilmente, insieme a ex scuole, caserme, conventi, canoniche, stazioni, case cantoniere, alberghi, capannoni, depositi, officine e strutture comunali che potrebbero essere riattivate, ma una parte rilevante di questo patrimonio presenta problemi giuridici, strutturali, catastali o economici. Una casa può avere numerosi comproprietari, successioni non definite, ipoteche, difformità, coperture instabili o costi di recupero superiori al valore di mercato. Il rapporto afferma pertanto che «definirla disponibile senza una verifica tecnica e giuridica genera aspettative irrealistiche» e propone l’istituzione di un Registro nazionale degli immobili riattivabili, collegato al catasto, all’Agenzia del Demanio, alle Regioni e ai comuni. Ogni bene dovrebbe essere classificato in base alla proprietà, alle condizioni strutturali, ai vincoli, all’accessibilità, al costo di recupero, alla distanza dai servizi, alla funzione compatibile e alla presenza di un soggetto responsabile della gestione.

Celeborn e gli ADT locali potrebbero essere utilizzati per costruire questa mappa operativa, mettendo in relazione la posizione degli immobili con la disponibilità di energia, acqua, viabilità, servizi sanitari, scuole, trasporti e possibili utilizzatori. Il censimento, tuttavia, non dovrebbe trasformarsi in un catalogo fotografico privo di conseguenze, perché ogni edificio deve essere collegato a una domanda effettiva, a un piano economico, a una funzione e a un gestore. Il rapporto esprime questo principio con un passaggio che dovrebbe orientare ogni investimento pubblico: «Un edificio restaurato senza gestione torna a degradarsi, spesso dopo aver assorbito denaro che avrebbe potuto rendere abitabili molte case». La sequenza corretta non consiste quindi nel recuperare indiscriminatamente gli immobili e cercare soltanto in seguito qualcuno che li utilizzi, ma nell’individuare prima la funzione economica e sociale, verificare la presenza di utenti e partner, programmare i servizi necessari e procedere successivamente al recupero. La cerimonia di inaugurazione, osserva il documento, è il momento meno importante dell’investimento, poiché la sostenibilità deve essere valutata considerando energia, personale, manutenzione, assicurazioni, aggiornamento delle apparecchiature e costi di funzionamento per l’intero ciclo di vita.

La strategia delineata richiederebbe un programma nazionale fino al 2040, con investimenti stimati tra 50 e 60 miliardi di euro distribuiti nell’arco di quindici anni. Si tratterebbe di una media annuale compresa tra poco più di tre e quattro miliardi, una cifra significativa ma proporzionata all’estensione del territorio interessato, alla quantità di patrimonio da recuperare e ai costi economici, ambientali e sociali generati dall’abbandono. Le risorse dovrebbero finanziare abitazioni, sicurezza sismica e idrogeologica, reti idriche ed energetiche, sanità, scuola, mobilità, centri tecnologici, laboratori, campus residenziali e uffici tecnici condivisi. Il rapporto dedica particolare attenzione al rafforzamento amministrativo, ricordando che il personale dei piccoli comuni si è ridotto di oltre un quarto tra il 2007 e il 2022, mentre sono aumentati gli obblighi in materia di appalti, rendicontazione, protezione dei dati, sicurezza informatica e gestione ambientale. Un comune può ottenere un finanziamento importante e non disporre di un tecnico capace di progettare, affidare, controllare e collaudare l’opera, con il rischio di trasformare l’opportunità in un contenzioso o in una struttura inutilizzabile.

Una parte degli investimenti dovrebbe essere destinata a creare domanda economica stabile, perché i laboratori e i campus non possono sopravvivere esclusivamente attraverso contributi occasionali. Lo Stato, le Regioni, le aziende pubbliche e le grandi infrastrutture nazionali potrebbero affidare commesse pluriennali per il monitoraggio ambientale, la manutenzione delle reti, la sicurezza informatica, la gestione dei dati territoriali, la prevenzione degli incendi, la diagnostica degli edifici, la formazione tecnica e la protezione civile. In questo modo i centri localizzati nei piccoli comuni non dipenderebbero soltanto dalla capacità di vendere servizi in un mercato locale ristretto, ma porterebbero nel territorio risorse provenienti dall’esterno. Il rapporto chiarisce che «la sola circolazione del denaro già presente nel paese non crea crescita», perché un negozio, un artigiano o un’attività personale non possono sopravvivere se il numero dei clienti continua a diminuire. Le nuove strutture devono quindi inserirsi in filiere nazionali e internazionali, generare reddito aggiuntivo e costruire competenze capaci di operare oltre i confini comunali.

L’impatto economico potenziale è rilevante. Il recupero di 150.000 abitazioni con un costo medio di 80.000 euro mobiliterebbe circa 12 miliardi di euro, creando una capacità residenziale lorda prossima a 270.000 persone. Uno scenario più ampio, con 250.000 abitazioni recuperate a un costo medio di 90.000 euro, genererebbe oltre 22 miliardi di domanda diretta e potrebbe rendere disponibili alloggi per 450.000 o 500.000 persone. Questi numeri non devono essere interpretati come una previsione automatica di nuovi residenti, perché una parte degli immobili servirebbe a trattenere famiglie già presenti, sostituire abitazioni insicure e ospitare temporaneamente docenti, tecnici e allievi. L’effetto stabile dipenderebbe soprattutto dalla creazione di occupazione permanente e dalla continuità dei servizi. Il rapporto ribadisce per questo che la sequenza corretta è «progetto economico, recupero e insediamento», non restauro dell’edificio seguito dalla ricerca incerta di persone disposte ad abitarlo.

Il documento rivolge un appello particolarmente forte ai sindaci, alle giunte e ai consigli comunali, perché nessuna strategia nazionale potrà funzionare senza una responsabilità politica locale capace di superare la durata di un mandato. La premessa osserva che un piccolo comune non può permettersi di restare diviso in fazioni permanenti, gruppi contrapposti o rivalità personali che sopravvivono alle elezioni, poiché ogni energia consumata nella delegittimazione reciproca viene sottratta alla scuola, alle abitazioni vuote, ai giovani e alla ricerca di nuove attività. L’armonia invocata dal rapporto non coincide con la rinuncia al dissenso e non richiede che maggioranza e opposizione condividano ogni decisione, ma pretende che entrambe riconoscano alcuni obiettivi strategici non reversibili a ogni cambio amministrativo. Un progetto demografico, formativo o tecnologico richiede dieci o quindici anni, mentre un investitore, un’università o una famiglia non possono affidarsi a un territorio nel quale ogni scelta viene annullata dopo cinque anni per ragioni di appartenenza politica.

Nel capitolo “Una sola idea di paese” il rapporto propone che maggioranza e opposizione approvino un documento strategico con orizzonte 2040, nel quale siano definiti la funzione tecnologica del territorio, il patrimonio da recuperare, la rete dei servizi, i criteri per l’assegnazione degli alloggi e gli impegni di trasparenza. Il confronto democratico continuerebbe sulle modalità, sulle priorità e sul controllo delle decisioni, ma la direzione generale dovrebbe rimanere stabile, perché «una sola idea di paese non significa un unico pensiero». Significa riconoscere che il destino della comunità è più importante della vittoria temporanea di una parte e che la reputazione di un piccolo territorio può essere costruita o distrutta dalle parole e dai comportamenti di poche persone. La partecipazione dovrebbe coinvolgere non soltanto chi frequenta abitualmente le assemblee, ma anche i giovani, le famiglie, i nuovi residenti, gli anziani, le imprese e i proprietari degli immobili, utilizzando strumenti comprensibili e dati aggiornati. La trasparenza non consiste nel pubblicare migliaia di pagine disordinate, ma nel rendere leggibili costi, tempi, responsabilità, risultati attesi e problemi emersi.

Il Parlamento è chiamato a trasformare questi principi in una politica ordinaria e continuativa, superando la frammentazione dei bandi, la brevità dei programmi e l’abitudine di finanziare opere senza garantirne il funzionamento. Camera e Senato potrebbero promuovere un Patto nazionale di abitabilità e sviluppo dei piccoli comuni fino al 2040, istituire il Registro degli immobili riattivabili, rafforzare gli uffici tecnici condivisi, definire livelli minimi di accesso alla sanità, alla scuola e alla mobilità, sostenere i campus residenziali e introdurre una fiscalità favorevole alle imprese che creano occupazione realmente localizzata nei territori. Le Regioni dovrebbero organizzare reti di comuni, evitando che ogni borgo tenti di ospitare autonomamente una struttura completa, mentre lo Stato dovrebbe garantire risorse, continuità e una domanda pubblica capace di sostenere le attività nella fase iniziale. I comuni, dal canto loro, dovrebbero censire il patrimonio, scegliere una funzione credibile, preparare la comunità e accogliere persone che inevitabilmente porteranno esperienze, abitudini e visioni differenti.

Il rapporto “L’Italia che rinasce dai borghi” non propone pertanto di congelare i piccoli paesi in una rappresentazione immobile del passato, né di costringere le persone a vivere dove non esistono condizioni dignitose. Propone di ricostruire la libertà di scelta, affinché rimanere, tornare o trasferirsi in un borgo possa diventare una decisione ragionevole e non un sacrificio. La tecnologia, la formazione e la ricerca possono portare nei piccoli comuni funzioni nazionali, mentre il recupero delle abitazioni e la garanzia dei servizi possono trasformare le presenze temporanee in comunità stabili. Collalto Sabino dimostra che una realtà formativa può attraversare una fase di diffidenza e diventare una presenza territoriale riconoscibile; Nespolo mostra come un progetto dedicato al nucleare e allo spazio possa cambiare la scala quotidiana e l’identità economica di un paese senza cancellarne la storia. Entrambi i casi ricordano che, nei territori di piccole dimensioni, anche una decisione apparentemente limitata può produrre conseguenze demografiche, economiche e sociali molto più ampie.

La conclusione del rapporto contiene il messaggio che dovrebbe accompagnarne la distribuzione ai parlamentari: «Il futuro dei piccoli comuni non consiste nel congelare il passato». Consiste nel permettere a Mariasole e a tutti i bambini d’Italia di vedere nei borghi non luoghi dai quali fuggire, ma territori nei quali sia possibile studiare, lavorare, creare, crescere e appartenere. Un’Italia costretta a concentrare popolazione, servizi e opportunità intorno a poche aree metropolitane sarebbe più fragile, più diseguale, più costosa e maggiormente esposta all’abbandono ambientale. Un’Italia capace di distribuire conoscenza, lavoro e funzioni strategiche anche nei territori minori sarebbe invece più equilibrata, sicura e coesa. La scelta che oggi viene sottoposta alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica non riguarda dunque la conservazione nostalgica di qualche borgo, ma la decisione se oltre metà del territorio nazionale debba essere considerata un peso da amministrare oppure una risorsa sulla quale costruire una parte decisiva del futuro del Paese.

«Non dobbiamo chiedere ai borghi di sopravvivere restando immobili. Dobbiamo dare loro la possibilità di cambiare senza perdere la propria anima, perché il futuro dell’Italia comincia proprio nei luoghi che oggi rischiamo di dimenticare.»

Massimiliano Nicolini