Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
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Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
Il convegno del 16 agosto ha trasformato il piccolo centro reatino in un laboratorio nazionale sul destino delle aree interne. Al centro del confronto il rapporto TeR 2030/2040 della Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca e la proposta di un polo residenziale da 120 posti dedicato alle tecnologie nucleari, spaziali e digitali. Il sindaco Luigino Cavallari ha confermato la disponibilità dell’amministrazione ad avviare una seria verifica di fattibilità, mentre dai relatori è arrivato un messaggio comune: la fibra ottica da sola non ripopola i paesi, servono lavoro, formazione, sanità, sicurezza e una comunità realmente coinvolta.
Nespolo, 16 agosto 2026 – Non un incontro celebrativo, non una semplice presentazione tecnologica e neppure l’annuncio di un’opera già decisa, ma l’avvio di un confronto pubblico sul futuro di Nespolo e, attraverso Nespolo, di migliaia di piccoli comuni italiani. È questo il significato assunto dal convegno “La rigenerazione digitale dei piccoli borghi”, svoltosi questa mattina presso la Sala Comunale e sviluppatosi per oltre due ore e quaranta tra interventi in presenza, collegamenti da remoto, domande e riflessioni rivolte direttamente alla comunità. A moderare l’incontro è stata la giornalista Maria Grazia Di Mario, mentre i saluti istituzionali sono stati affidati al sindaco Luigino Cavallari. Sono intervenuti Massimiliano Nicolini per la Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca, il già europarlamentare Danilo Oscar Lancini, il senatore Antonio Salvatore Trevisi, l’ingegnera Selene Giupponi e Andrea Battistoni. L’appuntamento era dedicato all’analisi del rapporto TeR 2030/2040 elaborato dal Centro Studi della Fondazione e alla possibile applicazione del modello proprio nel comune di Nespolo. (La Giustizia)
Il profilo dei relatori ha dato al confronto una dimensione insieme istituzionale, scientifica e operativa. Lancini è stato componente del Parlamento europeo e della Commissione per il commercio internazionale; Trevisi è senatore della Repubblica e membro della Commissione Finanze e tesoro; Battistoni è portavoce del presidente dell’INAPP ed è coinvolto nei lavori nazionali sull’adozione dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro; Giupponi è segretario generale di Women4Cyber Italia e professionista specializzata in sicurezza informatica, digital forensics e cyber intelligence. La pluralità delle esperienze ha consentito di affrontare lo spopolamento non soltanto come questione demografica, ma come fenomeno nel quale si intrecciano lavoro, servizi pubblici, trasformazione digitale, sicurezza, ambiente, formazione e capacità amministrativa. (Parlamento Europeo)
La scelta di Nespolo non è stata casuale. Il paese, immerso nel territorio montano della provincia di Rieti, conta meno di duecento residenti e rappresenta in modo particolarmente evidente le potenzialità e le fragilità delle realtà più piccole. Qui ogni variazione demografica ha un peso immediatamente percepibile: la partenza di alcune famiglie, la diminuzione dei giovani, la chiusura di un’attività o la difficoltà di raggiungere un servizio sanitario non sono fenomeni statistici astratti, ma trasformazioni capaci di modificare rapidamente la vita collettiva. Allo stesso tempo, proprio la dimensione contenuta consente di misurare con maggiore precisione l’impatto di un nuovo insediamento formativo, di un servizio di telemedicina o della presenza continuativa di studenti, docenti e tecnici. (RaiNews)
Il problema discusso a Nespolo ha, tuttavia, una portata nazionale. Secondo i dati richiamati nel rapporto della Fondazione, in Italia vi sono 5.521 comuni con popolazione non superiore a cinquemila abitanti: quasi sette amministrazioni comunali su dieci. In queste realtà vivono circa 9,66 milioni di persone, distribuite su oltre la metà del territorio nazionale. Il dato non va confuso con quello delle aree interne in senso tecnico, nelle quali l’ISTAT individua oltre tredici milioni di residenti. Le due categorie non coincidono perfettamente, ma descrivono una parte vastissima del Paese nella quale la distanza dai servizi essenziali, l’invecchiamento e la diminuzione della popolazione rischiano di produrre nuove disuguaglianze. Tra il 2014 e il 2024, secondo l’ISTAT, le aree interne hanno perso circa il cinque per cento dei residenti, una contrazione sensibilmente più intensa rispetto a quella registrata nei centri maggiormente serviti. (Fondazione Olitec)
L’apertura dei lavori ha chiarito immediatamente che la rigenerazione digitale non può essere ridotta all’installazione della fibra ottica, alla creazione di un sito internet comunale o all’organizzazione di qualche evento estivo. La connettività è indispensabile, ma non determina automaticamente la nascita di lavoro stabile, non riapre un negozio, non garantisce un medico, non porta studenti in un edificio vuoto e non convince una famiglia a trasferirsi. La tesi proposta dalla Fondazione è che la tecnologia debba tornare ad avere una presenza fisica nei territori: laboratori, sale operative, apparecchiature, simulatori, centri di formazione, personale qualificato, attività produttive e commesse capaci di assicurare continuità nel tempo.
Maria Grazia Di Mario ha introdotto il rapporto TeR 2030/2040 collegandolo alle esperienze già avviate dalla Fondazione in altri piccoli centri e alla necessità di individuare per ogni borgo una funzione reale. Non esiste, infatti, una formula identica per tutti. Un comune montano di duecento abitanti non presenta le stesse condizioni di un centro di quattromila residenti posto vicino a un distretto industriale; allo stesso modo, la disponibilità di edifici, la viabilità, le caratteristiche ambientali, la distanza dagli ospedali e la presenza di reti economiche devono essere valutate caso per caso. Il metodo indicato non parte quindi dalla tecnologia da acquistare, ma dai bisogni della popolazione, dalle vocazioni del luogo e dalla sostenibilità economica e sociale dell’intervento.
Andrea Battistoni ha posto al centro del proprio contributo il valore dei dati e la necessità di sottrarre le politiche territoriali alla brevità dei cicli elettorali. Le transizioni demografiche, digitali e ambientali non possono essere affrontate con programmi destinati a durare pochi mesi o con misure costruite intorno alle mode del momento. Servono strategie decennali, capaci di guardare a un orizzonte di dieci o vent’anni, accompagnate da indicatori verificabili e da un sistema di valutazione che consenta di correggere gli interventi quando non producono gli effetti attesi.
Battistoni ha invitato a superare anche la tradizionale contrapposizione tra grandi città e periferie. I borghi non devono essere descritti esclusivamente come luoghi deboli da assistere, così come le metropoli non possono essere considerate l’unico spazio nel quale sia possibile innovare. La questione decisiva è costruire relazioni funzionali tra territori differenti, distribuendo servizi, formazione e opportunità secondo una logica di rete. In questo quadro ha approfondito il concetto di “sussidiarietà poliedrica”: una governance nella quale Stato, Regioni, Province, Comuni, università, imprese e corpi sociali non procedano separatamente, ma concorrano alla medesima strategia assumendo responsabilità coerenti con le proprie competenze.
L’innovazione tecnologica, ha osservato Battistoni, deve essere accompagnata da un’innovazione sociale ed etica. Il rischio, altrimenti, è collocare strumenti avanzati dentro comunità che non sono state preparate a utilizzarli o che non ne riconoscono l’utilità. Da qui la proposta di un modello di sviluppo a “sicurezza endogena”, nel quale le competenze necessarie per affrontare i cambiamenti siano progressivamente incorporate nel territorio. Non soltanto tecnici provenienti dall’esterno, dunque, ma cittadini, giovani, amministratori e operatori locali formati per mantenere e far evolvere i nuovi servizi.
Il riferimento al 2030 non è stato presentato come una data simbolica. Il progressivo restringimento della popolazione in età lavorativa, l’aumento dell’età media e la diminuzione delle nascite sono destinati a incidere sulla disponibilità di personale, sulla tenuta dei servizi pubblici e sulla capacità produttiva. Le più recenti proiezioni dell’ISTAT confermano una riduzione della popolazione nazionale e un ulteriore invecchiamento strutturale; gli effetti saranno presumibilmente più intensi nei territori che già oggi hanno difficoltà ad attrarre e trattenere giovani e famiglie. (Istat)
Nel proprio videointervento, Danilo Oscar Lancini ha insistito sulla necessità di cambiare il linguaggio con cui vengono raccontati i piccoli comuni. Non basta dire che occorre “ripopolare” i borghi, quasi si trattasse di riempire spazi rimasti vuoti. Bisogna portare futuro nei territori, costruendo le condizioni affinché le persone desiderino abitarli. Il lavoro digitale e le nuove forme di impresa possono ridurre la necessità di concentrarsi nelle grandi aree urbane, ma questa possibilità diventa concreta soltanto quando è accompagnata da servizi sanitari, mobilità, scuola, formazione, abitazioni adeguate e luoghi di socialità.
Lancini ha inoltre collegato la permanenza delle persone alla tutela del territorio. Un bosco, un corso d’acqua, un terreno agricolo o una strada montana non si conservano da soli. L’abbandono umano produce progressivamente degrado, mancata manutenzione e maggiore esposizione ai fenomeni di dissesto. La presenza stabile delle comunità rappresenta quindi anche un presidio ambientale e di sicurezza. In questa prospettiva, il sostegno ai piccoli comuni non è una politica rivolta a una parte residuale dell’Italia, ma un investimento sulla protezione di una quota determinante del patrimonio naturale, storico e infrastrutturale del Paese.
Il senatore Antonio Trevisi ha paragonato la digitalizzazione delle aree meno popolate alla grande opera di elettrificazione realizzata nel secolo scorso. In assenza di un intervento pubblico, ha spiegato, il mercato tende a privilegiare le zone nelle quali la densità degli utenti consente un ritorno economico più rapido. Lo stesso problema si manifesta oggi per le reti digitali avanzate, per alcune piattaforme sanitarie, per i servizi di mobilità e per le infrastrutture energetiche. Lasciare ogni iniziativa alla capacità del singolo comune o della singola famiglia significherebbe ampliare le differenze territoriali.
Da questa analisi è emersa la proposta di un piano nazionale capace di rendere più semplice l’accesso al telelavoro, alla telemedicina e alle comunità energetiche digitali. Non una moltiplicazione di progetti isolati e incompatibili, ma piattaforme pubbliche o fortemente coordinate, alle quali amministrazioni e cittadini possano aderire senza dover ricostruire ogni volta procedure, software, protocolli di sicurezza e modelli gestionali. L’obiettivo è assicurare che abitare in un piccolo comune non comporti automaticamente un livello inferiore di accesso al lavoro, alle cure o ai servizi essenziali.
Trevisi ha affrontato anche il possibile impiego dell’intelligenza artificiale nella distribuzione delle risorse. Attraverso l’analisi di dati demografici, sanitari, economici e infrastrutturali, i sistemi statistici avanzati potrebbero aiutare a individuare i territori esposti al rischio più elevato di spopolamento o di perdita dei servizi. L’intelligenza artificiale, in questa visione, non dovrebbe sostituire la decisione politica, ma fornire elementi più solidi per stabilire priorità e valutare gli effetti degli investimenti. È stato richiamato inoltre il tema dei benefici economici generati dagli impianti energetici: una parte delle risorse prodotte nei territori ospitanti dovrebbe poter ritornare direttamente alle comunità, sostenendo servizi e nuovi progetti.
L’intervento di Selene Giupponi ha spostato l’attenzione sulla sicurezza informatica e sui cambiamenti culturali connessi al lavoro da remoto. In diverse realtà internazionali, ha osservato, professionisti del settore tecnologico sottoposti a ritmi elevati, stress e burnout stanno scegliendo di allontanarsi dalle grandi metropoli. Anche in Italia si intravedono segnali di una ricerca di luoghi più vivibili, nei quali sia possibile mantenere un’attività qualificata senza rinunciare alla qualità delle relazioni e dell’ambiente. Perché questa tendenza possa diventare un’opportunità per i borghi, occorrono però connettività affidabile, spazi di lavoro adeguati e comunità capaci di accogliere nuove professionalità senza perdere la propria identità.
La cybersecurity, secondo Giupponi, non deve rimanere una materia riservata agli specialisti. In un piccolo comune la protezione digitale assume immediatamente una dimensione sociale: significa aiutare una persona anziana a riconoscere una truffa, insegnare agli studenti a gestire credenziali e dati personali, preparare gli uffici comunali a reagire a un attacco informatico, tutelare i servizi sanitari e impedire che un incidente blocchi attività essenziali. Da qui la proposta di creare laboratori territoriali nei quali la sicurezza venga insegnata come competenza civica diffusa.
Un simile laboratorio potrebbe coinvolgere scuole, amministratori, associazioni, imprese e cittadini, organizzando esercitazioni, sportelli di assistenza e percorsi di alfabetizzazione. In questo modo la cybersecurity diventerebbe uno strumento di coesione: chi possiede maggiori competenze aiuterebbe le persone più esposte, mentre l’intera comunità aumenterebbe la propria capacità di prevenire e gestire le emergenze. Si tratta di una prospettiva particolarmente rilevante per i piccoli enti, che spesso dispongono di personale limitato e non possono mantenere internamente tutte le specializzazioni necessarie.
Giupponi ha ricordato inoltre che le professioni digitali non appartengono più soltanto all’ingegneria informatica. La sicurezza e l’intelligenza artificiale richiedono conoscenze giuridiche, psicologiche, organizzative, comunicative ed etiche. Proteggere i dati significa comprendere le tecnologie, ma anche i comportamenti umani, le responsabilità legali e il modo in cui le informazioni vengono percepite e utilizzate. Questa multidisciplinarità può offrire nuove opportunità ai giovani dei territori, creando percorsi professionali che non obblighino tutti a trasferirsi definitivamente nelle città.
Massimiliano Nicolini ha inserito la proposta della Fondazione dentro una riflessione più ampia sulla storia dell’innovazione italiana. Nel suo intervento ha richiamato Pier Giorgio Perotto e il gruppo che sviluppò la Programma 101, Giorgio Coraluppi, pioniere delle moderne tecnologie di conferenza a distanza, e Federico Faggin, protagonista della progettazione dei primi microprocessori commerciali. Il riferimento non aveva una funzione nostalgica: serviva a ricordare che l’Italia ha già dimostrato di poter produrre innovazioni capaci di modificare il mondo e che questa capacità può essere riattivata anche fuori dai grandi poli urbani. (OpportunItaly)
Nicolini ha presentato il rapporto come il risultato di un lavoro rivolto all’insieme dei piccoli comuni italiani e a una popolazione di quasi dieci milioni di persone. La ricerca non si limita a elencare le criticità, ma prova a individuare funzioni concrete che possano essere localizzate nei borghi: campus tecnici residenziali, laboratori per l’osservazione della Terra, sicurezza informatica, manutenzione biomedicale, robotica per gli ambienti montani, radioprotezione, tecnologie spaziali, sistemi energetici e attività di simulazione per la protezione civile.
Il punto centrale è la differenza tra un progetto che occupa temporaneamente un edificio e un’attività capace di produrre presenza continuativa. Un corso di pochi giorni genera visitatori; un percorso residenziale di molti mesi crea domanda quotidiana di alloggi, pasti, trasporti, manutenzione, commercio e assistenza. Il valore demografico non deriva soltanto dal numero degli studenti, ma dalla durata della permanenza, dalla presenza di docenti e tecnici, dalla possibilità di svolgere tirocini retribuiti e dall’esistenza di sbocchi professionali successivi.
La proposta illustrata per Nespolo prevede, nella configurazione sottoposta al confronto, un centro di alta formazione distribuito su quattro livelli di circa mille metri quadrati ciascuno e capace di ospitare fino a 120 allievi. Gli spazi comprenderebbero aule, laboratori, cucine, mensa, aree comuni, alloggi, un presidio sanitario e un auditorium utilizzabile anche dalla popolazione. Le attività formative sarebbero orientate, tra gli altri ambiti, alle tecnologie nucleari e spaziali, alla sicurezza informatica, alla radioprotezione, alla robotica, alle comunicazioni satellitari, all’osservazione della Terra e alla gestione di sistemi complessi. Il progetto TeR colloca questa ipotesi nell’orizzonte 2030-2040 e la considera una proposta programmatica da sottoporre a verifiche tecniche, urbanistiche, economiche e amministrative. (Fondazione Olitec)
Il numero di 120 posti non equivale automaticamente a 120 nuovi residenti anagrafici, e nel corso del convegno questo aspetto è stato chiarito. Rappresenta tuttavia una presenza quotidiana potenzialmente molto rilevante per un comune di meno di duecento abitanti. Agli allievi si aggiungerebbero docenti, tutor, tecnici, addetti alla manutenzione e ai servizi, oltre alle persone coinvolte nelle attività di ricerca. Con il consolidamento del polo potrebbero inoltre emergere opportunità per famiglie, professionisti e nuove imprese.
Gli effetti economici attesi non riguarderebbero soltanto le professioni altamente specializzate. Una comunità formativa stabile ha bisogno di alimentari, ristorazione, lavanderia, trasporti, manutentori, servizi alla persona, assistenza sanitaria, attività ricreative e spazi sportivi. Durante l’incontro sono stati citati esempi volutamente quotidiani, come il parrucchiere o il piccolo negozio: attività che in un paese poco popolato possono non disporre oggi di una domanda sufficiente, ma che potrebbero tornare sostenibili in presenza di un numero costante di utenti.
La Fondazione ha ipotizzato di affiancare alla formazione strumenti di incubazione etica per sostenere le iniziative locali, valutando anche il possibile ricorso a canali finanziari pubblici e istituzionali. Il principio illustrato è evitare che i servizi necessari al centro vengano automaticamente affidati a operatori esterni, senza lasciare valore sul territorio. Quando possibile, le attività dovrebbero essere costruite insieme ai residenti, favorendo la nascita o il rafforzamento di imprese del luogo.
Accanto al polo formativo è stata prospettata una rigenerazione degli spazi destinati alla vita collettiva. Negozi inutilizzati, impianti sportivi, edifici e altri luoghi di comunità potrebbero essere recuperati attraverso accordi specifici con il Comune e con i soggetti proprietari. In determinate condizioni, la Fondazione potrebbe contribuire alle spese di manutenzione, gestione, utenze e riscaldamento delle strutture utilizzate. Non si tratterebbe, quindi, di costruire una realtà separata dal paese, ma di collegare l’insediamento formativo alla riattivazione dei servizi a beneficio di tutti.
Proprio su questo punto Nicolini ha insistito sul rispetto delle istituzioni locali. La Fondazione, ha spiegato, non intende entrare in un comune comportandosi come un soggetto che possiede già tutte le risposte. Prima di qualsiasi investimento occorre conoscere il territorio, ascoltare l’amministrazione, incontrare i cittadini, verificare le disponibilità immobiliari e comprendere i timori esistenti. Un progetto può essere tecnicamente valido e fallire ugualmente se viene percepito come estraneo, invasivo o imposto dall’alto.
L’espressione utilizzata durante il confronto è stata particolarmente netta: per entrare davvero in una comunità bisogna chiederne il permesso, non soltanto in senso amministrativo, ma anche umano e sociale. La rigenerazione non può essere realizzata contro una parte significativa della popolazione. Il consenso non significa assenza di discussione o approvazione preventiva di ogni dettaglio; significa trasparenza, disponibilità a spiegare, possibilità di porre domande e capacità di modificare il progetto quando emergono esigenze fondate.
La telemedicina è stata indicata come il primo campo nel quale trasformare il dialogo in un’azione concreta. Una cabina attrezzata potrebbe consentire ai cittadini di effettuare controlli, trasmettere parametri e collegarsi con professionisti sanitari senza affrontare ogni volta lunghi spostamenti. Anche in questo caso, tuttavia, l’apparecchiatura rappresenta soltanto una parte del servizio. È necessario individuare un locale accessibile, garantire la connettività, organizzare la manutenzione, proteggere i dati sanitari e definire la presenza o la reperibilità del personale medico e infermieristico.
Il sindaco è stato invitato a individuare, insieme agli uffici e alla comunità, la collocazione più adatta. La Fondazione potrà quindi valutarne l’idoneità tecnica e predisporre un’ipotesi operativa. La gestione sanitaria dovrà essere costruita con i soggetti competenti, evitando che la cabina diventi un’apparecchiatura inutilizzata dopo l’inaugurazione. Il vero risultato non sarà installare un dispositivo, ma garantire visite, assistenza, continuità e fiducia da parte dei cittadini.
Il confronto ha affrontato anche il tema dell’identità locale. Portare studenti, ricercatori e professionisti provenienti da contesti differenti può generare ricchezza culturale, ma richiede attenzione. La comunità non deve essere snaturata né trasformata in un semplice contenitore di persone di passaggio. È stato richiamato un percorso di integrazione indicato con il nome “Triple”, pensato per aiutare chi arriva a conoscere le tradizioni, le regole, la storia e i valori del luogo.
L’integrazione, secondo quanto emerso, deve essere reciproca. Chi arriva è chiamato a rispettare la comunità ospitante; chi vive nel paese deve poter conoscere direttamente le persone e le attività del centro, senza formare giudizi esclusivamente sulla base di voci o preconcetti. Per questa ragione la Fondazione ha ribadito la disponibilità ad aprire le proprie strutture, organizzare visite, iniziative culturali e occasioni di incontro. Anche proposte come le giornate di scambio presso la sede di Assisi sono state presentate come strumenti per costruire rapporti, non come attività estranee al progetto economico.
Nel corso della discussione è stata utilizzata la metafora del “curare il proprio giardino”. Una comunità coesa, capace di migliorare i propri spazi e di assumersi responsabilità comuni, diventa più credibile anche nei confronti degli investitori e delle istituzioni. Al contrario, una conflittualità permanente può bloccare perfino le opportunità più valide. Ciò non significa eliminare il dissenso, ma trasformarlo in confronto documentato, distinguendo le critiche utili dalla diffusione di informazioni non verificate.
Nicolini ha richiamato inoltre il valore della ricerca scientifica prodotta dalla Fondazione, citando gli studi sull’impatto energetico e ambientale dei sistemi informatici. Il riferimento è servito a dimostrare che un piccolo centro non deve necessariamente limitarsi ad attività a bassa complessità: può diventare il luogo dal quale si elaborano soluzioni rivolte a problemi internazionali. La distanza dalle metropoli non coincide con una distanza dalla ricerca, purché esistano competenze, reti accademiche, infrastrutture e libertà di sperimentazione.
Una parte particolarmente intensa dell’intervento ha riguardato le motivazioni etiche. La tecnologia, è stato affermato, assume valore quando risponde a un bisogno umano e non quando viene sviluppata esclusivamente per inseguire il profitto o il consenso politico. Sono state ricordate esperienze di ricerca nate da vicende personali e dalla volontà di trasformare il dolore in strumenti utili agli altri. In questa prospettiva, la Fondazione ha presentato la propria azione come un impegno rivolto alle generazioni future e non come un’operazione immobiliare o una presenza elettorale.
Il passaggio generazionale è stato uno dei fili conduttori dell’intera mattinata. Le generazioni adulte non possono limitarsi a proteggere l’esistente fino al termine del proprio percorso, lasciando ai giovani territori privi di servizi, opportunità e prospettive. Programmare il 2040 significa assumere oggi decisioni i cui risultati saranno pienamente visibili tra molti anni. È una responsabilità che richiede continuità amministrativa, pazienza e capacità di accettare che una parte del lavoro venga conclusa da persone diverse da quelle che lo hanno iniziato.
Nel confronto conclusivo è emersa l’idea di elaborare una vera visione “Nespolo 2040”. Non uno slogan, ma un documento nel quale definire quale popolazione si vuole attrarre, quali servizi devono essere garantiti, quali immobili possono essere recuperati, quale ruolo assegnare alla formazione e come collegare il progetto alle reti sanitarie, energetiche e digitali. La visione dovrà essere accompagnata da analisi demografiche, economiche e statistiche, in modo da evitare investimenti sproporzionati o non coerenti con le condizioni reali.
È stato ricordato che iniziative di questa portata non possono essere realizzate in poche settimane. L’esperienza preparatoria di altri centri ha richiesto anni di studio, sopralluoghi, interlocuzioni e correzioni. Anche per Nespolo sarà necessario verificare la disponibilità degli edifici, la compatibilità urbanistica, i costi di ristrutturazione, la sicurezza, i collegamenti, la capacità delle reti elettriche e digitali, le modalità di gestione, i partner accademici e le risorse necessarie a sostenere il centro almeno nei primi anni.
Il coinvolgimento delle istituzioni superiori rappresenterà un passaggio indispensabile. Comune e Fondazione dovranno interloquire con amministrazioni regionali e nazionali, università, enti di ricerca, strutture sanitarie e soggetti economici. Un centro dedicato alle tecnologie nucleari e spaziali richiede standard elevati, docenti qualificati, protocolli di sicurezza e una precisa collocazione nei sistemi formativi e professionali. Non sarebbe sufficiente recuperare un edificio e dotarlo di attrezzature: occorrono percorsi riconoscibili, commesse, tirocini e sbocchi occupazionali.
Da questo punto di vista, l’impegno assunto dal sindaco Luigino Cavallari costituisce il risultato politico-amministrativo più rilevante del convegno. Il primo cittadino ha riconosciuto la gravità del problema dello spopolamento e la necessità di valutare strade innovative, confermando la disponibilità dell’amministrazione ad approfondire il progetto insieme alla giunta e agli interlocutori coinvolti. Non è stata annunciata un’approvazione definitiva, ma l’apertura di una fase di analisi: una distinzione fondamentale per conservare credibilità, rispettare le procedure e permettere alla popolazione di partecipare consapevolmente.
Cavallari ha rivolto ai cittadini un invito a non chiudersi preventivamente di fronte al cambiamento. Le trasformazioni generano comprensibili interrogativi, soprattutto in una comunità piccola, dove ogni nuova presenza può modificare equilibri consolidati. Il compito dell’amministrazione sarà verificare che le opportunità siano reali, che gli impegni risultino sostenibili e che i vantaggi non rimangano soltanto sulla carta. Alla Fondazione spetterà dimostrare, attraverso atti, progetti tecnici e comportamenti coerenti, la capacità di mantenere quanto proposto.
Al termine della mattinata, Nespolo non si è trovato davanti a un’opera già pronta, ma a qualcosa di probabilmente più importante: una domanda sul proprio futuro. Continuare ad amministrare una progressiva riduzione della popolazione, cercando di conservare i servizi residui, oppure tentare un salto di scala fondato su formazione, ricerca e nuove presenze? La risposta non può essere affidata all’entusiasmo di una giornata né alla paura del cambiamento. Richiede dati, confronto, responsabilità e una verifica rigorosa di ogni passaggio.
Il convegno ha avuto il merito di mostrare che la rigenerazione digitale è, prima di tutto, una politica delle persone. Telemedicina, intelligenza artificiale, cybersecurity e tecnologie spaziali acquistano significato soltanto quando riducono una distanza, creano un lavoro, proteggono un cittadino, formano un giovane o rendono nuovamente utilizzabile un luogo. Senza questa dimensione concreta, il digitale resta una promessa astratta; con una progettazione seria, può diventare l’infrastruttura attraverso la quale una comunità ricostruisce la propria capacità di immaginare il futuro.
La sfida aperta oggi a Nespolo consiste quindi nel passare dalle parole agli strumenti operativi: individuare il luogo per la telemedicina, organizzare il modello sanitario, costituire un gruppo di lavoro, raccogliere i dati, verificare gli immobili, definire i partner, dialogare con le istituzioni e costruire una proposta sostenibile per il centro di alta formazione. Il percorso sarà necessariamente lungo e potrà incontrare difficoltà, ma il primo passo è stato compiuto: il futuro del paese è diventato oggetto di una discussione pubblica, documentata e rivolta non soltanto al prossimo anno, ma al 2040.
Di Paolo Ardigò
Il convegno del 16 agosto ha trasformato il piccolo centro reatino in un laboratorio nazionale sul destino delle aree interne. Al centro del confronto il rapporto TeR 2030/2040 della Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca e la proposta di un polo residenziale da 120 posti dedicato alle tecnologie nucleari, spaziali e digitali. Il sindaco Luigino Cavallari ha confermato la disponibilità dell’amministrazione ad avviare una seria verifica di fattibilità, mentre dai relatori è arrivato un messaggio comune: la fibra ottica da sola non ripopola i paesi, servono lavoro, formazione, sanità, sicurezza e una comunità realmente coinvolta.
Nespolo, 16 agosto 2026 – Non un incontro celebrativo, non una semplice presentazione tecnologica e neppure l’annuncio di un’opera già decisa, ma l’avvio di un confronto pubblico sul futuro di Nespolo e, attraverso Nespolo, di migliaia di piccoli comuni italiani. È questo il significato assunto dal convegno “La rigenerazione digitale dei piccoli borghi”, svoltosi questa mattina presso la Sala Comunale e sviluppatosi per oltre due ore e quaranta tra interventi in presenza, collegamenti da remoto, domande e riflessioni rivolte direttamente alla comunità. A moderare l’incontro è stata la giornalista Maria Grazia Di Mario, mentre i saluti istituzionali sono stati affidati al sindaco Luigino Cavallari. Sono intervenuti Massimiliano Nicolini per la Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca, il già europarlamentare Danilo Oscar Lancini, il senatore Antonio Salvatore Trevisi, l’ingegnera Selene Giupponi e Andrea Battistoni. L’appuntamento era dedicato all’analisi del rapporto TeR 2030/2040 elaborato dal Centro Studi della Fondazione e alla possibile applicazione del modello proprio nel comune di Nespolo. (La Giustizia)
Il profilo dei relatori ha dato al confronto una dimensione insieme istituzionale, scientifica e operativa. Lancini è stato componente del Parlamento europeo e della Commissione per il commercio internazionale; Trevisi è senatore della Repubblica e membro della Commissione Finanze e tesoro; Battistoni è portavoce del presidente dell’INAPP ed è coinvolto nei lavori nazionali sull’adozione dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro; Giupponi è segretario generale di Women4Cyber Italia e professionista specializzata in sicurezza informatica, digital forensics e cyber intelligence. La pluralità delle esperienze ha consentito di affrontare lo spopolamento non soltanto come questione demografica, ma come fenomeno nel quale si intrecciano lavoro, servizi pubblici, trasformazione digitale, sicurezza, ambiente, formazione e capacità amministrativa. (Parlamento Europeo)
La scelta di Nespolo non è stata casuale. Il paese, immerso nel territorio montano della provincia di Rieti, conta meno di duecento residenti e rappresenta in modo particolarmente evidente le potenzialità e le fragilità delle realtà più piccole. Qui ogni variazione demografica ha un peso immediatamente percepibile: la partenza di alcune famiglie, la diminuzione dei giovani, la chiusura di un’attività o la difficoltà di raggiungere un servizio sanitario non sono fenomeni statistici astratti, ma trasformazioni capaci di modificare rapidamente la vita collettiva. Allo stesso tempo, proprio la dimensione contenuta consente di misurare con maggiore precisione l’impatto di un nuovo insediamento formativo, di un servizio di telemedicina o della presenza continuativa di studenti, docenti e tecnici. (RaiNews)
Il problema discusso a Nespolo ha, tuttavia, una portata nazionale. Secondo i dati richiamati nel rapporto della Fondazione, in Italia vi sono 5.521 comuni con popolazione non superiore a cinquemila abitanti: quasi sette amministrazioni comunali su dieci. In queste realtà vivono circa 9,66 milioni di persone, distribuite su oltre la metà del territorio nazionale. Il dato non va confuso con quello delle aree interne in senso tecnico, nelle quali l’ISTAT individua oltre tredici milioni di residenti. Le due categorie non coincidono perfettamente, ma descrivono una parte vastissima del Paese nella quale la distanza dai servizi essenziali, l’invecchiamento e la diminuzione della popolazione rischiano di produrre nuove disuguaglianze. Tra il 2014 e il 2024, secondo l’ISTAT, le aree interne hanno perso circa il cinque per cento dei residenti, una contrazione sensibilmente più intensa rispetto a quella registrata nei centri maggiormente serviti. (Fondazione Olitec)
L’apertura dei lavori ha chiarito immediatamente che la rigenerazione digitale non può essere ridotta all’installazione della fibra ottica, alla creazione di un sito internet comunale o all’organizzazione di qualche evento estivo. La connettività è indispensabile, ma non determina automaticamente la nascita di lavoro stabile, non riapre un negozio, non garantisce un medico, non porta studenti in un edificio vuoto e non convince una famiglia a trasferirsi. La tesi proposta dalla Fondazione è che la tecnologia debba tornare ad avere una presenza fisica nei territori: laboratori, sale operative, apparecchiature, simulatori, centri di formazione, personale qualificato, attività produttive e commesse capaci di assicurare continuità nel tempo.
Maria Grazia Di Mario ha introdotto il rapporto TeR 2030/2040 collegandolo alle esperienze già avviate dalla Fondazione in altri piccoli centri e alla necessità di individuare per ogni borgo una funzione reale. Non esiste, infatti, una formula identica per tutti. Un comune montano di duecento abitanti non presenta le stesse condizioni di un centro di quattromila residenti posto vicino a un distretto industriale; allo stesso modo, la disponibilità di edifici, la viabilità, le caratteristiche ambientali, la distanza dagli ospedali e la presenza di reti economiche devono essere valutate caso per caso. Il metodo indicato non parte quindi dalla tecnologia da acquistare, ma dai bisogni della popolazione, dalle vocazioni del luogo e dalla sostenibilità economica e sociale dell’intervento.
Andrea Battistoni ha posto al centro del proprio contributo il valore dei dati e la necessità di sottrarre le politiche territoriali alla brevità dei cicli elettorali. Le transizioni demografiche, digitali e ambientali non possono essere affrontate con programmi destinati a durare pochi mesi o con misure costruite intorno alle mode del momento. Servono strategie decennali, capaci di guardare a un orizzonte di dieci o vent’anni, accompagnate da indicatori verificabili e da un sistema di valutazione che consenta di correggere gli interventi quando non producono gli effetti attesi.
Battistoni ha invitato a superare anche la tradizionale contrapposizione tra grandi città e periferie. I borghi non devono essere descritti esclusivamente come luoghi deboli da assistere, così come le metropoli non possono essere considerate l’unico spazio nel quale sia possibile innovare. La questione decisiva è costruire relazioni funzionali tra territori differenti, distribuendo servizi, formazione e opportunità secondo una logica di rete. In questo quadro ha approfondito il concetto di “sussidiarietà poliedrica”: una governance nella quale Stato, Regioni, Province, Comuni, università, imprese e corpi sociali non procedano separatamente, ma concorrano alla medesima strategia assumendo responsabilità coerenti con le proprie competenze.
L’innovazione tecnologica, ha osservato Battistoni, deve essere accompagnata da un’innovazione sociale ed etica. Il rischio, altrimenti, è collocare strumenti avanzati dentro comunità che non sono state preparate a utilizzarli o che non ne riconoscono l’utilità. Da qui la proposta di un modello di sviluppo a “sicurezza endogena”, nel quale le competenze necessarie per affrontare i cambiamenti siano progressivamente incorporate nel territorio. Non soltanto tecnici provenienti dall’esterno, dunque, ma cittadini, giovani, amministratori e operatori locali formati per mantenere e far evolvere i nuovi servizi.
Il riferimento al 2030 non è stato presentato come una data simbolica. Il progressivo restringimento della popolazione in età lavorativa, l’aumento dell’età media e la diminuzione delle nascite sono destinati a incidere sulla disponibilità di personale, sulla tenuta dei servizi pubblici e sulla capacità produttiva. Le più recenti proiezioni dell’ISTAT confermano una riduzione della popolazione nazionale e un ulteriore invecchiamento strutturale; gli effetti saranno presumibilmente più intensi nei territori che già oggi hanno difficoltà ad attrarre e trattenere giovani e famiglie. (Istat)
Nel proprio videointervento, Danilo Oscar Lancini ha insistito sulla necessità di cambiare il linguaggio con cui vengono raccontati i piccoli comuni. Non basta dire che occorre “ripopolare” i borghi, quasi si trattasse di riempire spazi rimasti vuoti. Bisogna portare futuro nei territori, costruendo le condizioni affinché le persone desiderino abitarli. Il lavoro digitale e le nuove forme di impresa possono ridurre la necessità di concentrarsi nelle grandi aree urbane, ma questa possibilità diventa concreta soltanto quando è accompagnata da servizi sanitari, mobilità, scuola, formazione, abitazioni adeguate e luoghi di socialità.
Lancini ha inoltre collegato la permanenza delle persone alla tutela del territorio. Un bosco, un corso d’acqua, un terreno agricolo o una strada montana non si conservano da soli. L’abbandono umano produce progressivamente degrado, mancata manutenzione e maggiore esposizione ai fenomeni di dissesto. La presenza stabile delle comunità rappresenta quindi anche un presidio ambientale e di sicurezza. In questa prospettiva, il sostegno ai piccoli comuni non è una politica rivolta a una parte residuale dell’Italia, ma un investimento sulla protezione di una quota determinante del patrimonio naturale, storico e infrastrutturale del Paese.
Il senatore Antonio Trevisi ha paragonato la digitalizzazione delle aree meno popolate alla grande opera di elettrificazione realizzata nel secolo scorso. In assenza di un intervento pubblico, ha spiegato, il mercato tende a privilegiare le zone nelle quali la densità degli utenti consente un ritorno economico più rapido. Lo stesso problema si manifesta oggi per le reti digitali avanzate, per alcune piattaforme sanitarie, per i servizi di mobilità e per le infrastrutture energetiche. Lasciare ogni iniziativa alla capacità del singolo comune o della singola famiglia significherebbe ampliare le differenze territoriali.
Da questa analisi è emersa la proposta di un piano nazionale capace di rendere più semplice l’accesso al telelavoro, alla telemedicina e alle comunità energetiche digitali. Non una moltiplicazione di progetti isolati e incompatibili, ma piattaforme pubbliche o fortemente coordinate, alle quali amministrazioni e cittadini possano aderire senza dover ricostruire ogni volta procedure, software, protocolli di sicurezza e modelli gestionali. L’obiettivo è assicurare che abitare in un piccolo comune non comporti automaticamente un livello inferiore di accesso al lavoro, alle cure o ai servizi essenziali.
Trevisi ha affrontato anche il possibile impiego dell’intelligenza artificiale nella distribuzione delle risorse. Attraverso l’analisi di dati demografici, sanitari, economici e infrastrutturali, i sistemi statistici avanzati potrebbero aiutare a individuare i territori esposti al rischio più elevato di spopolamento o di perdita dei servizi. L’intelligenza artificiale, in questa visione, non dovrebbe sostituire la decisione politica, ma fornire elementi più solidi per stabilire priorità e valutare gli effetti degli investimenti. È stato richiamato inoltre il tema dei benefici economici generati dagli impianti energetici: una parte delle risorse prodotte nei territori ospitanti dovrebbe poter ritornare direttamente alle comunità, sostenendo servizi e nuovi progetti.
L’intervento di Selene Giupponi ha spostato l’attenzione sulla sicurezza informatica e sui cambiamenti culturali connessi al lavoro da remoto. In diverse realtà internazionali, ha osservato, professionisti del settore tecnologico sottoposti a ritmi elevati, stress e burnout stanno scegliendo di allontanarsi dalle grandi metropoli. Anche in Italia si intravedono segnali di una ricerca di luoghi più vivibili, nei quali sia possibile mantenere un’attività qualificata senza rinunciare alla qualità delle relazioni e dell’ambiente. Perché questa tendenza possa diventare un’opportunità per i borghi, occorrono però connettività affidabile, spazi di lavoro adeguati e comunità capaci di accogliere nuove professionalità senza perdere la propria identità.
La cybersecurity, secondo Giupponi, non deve rimanere una materia riservata agli specialisti. In un piccolo comune la protezione digitale assume immediatamente una dimensione sociale: significa aiutare una persona anziana a riconoscere una truffa, insegnare agli studenti a gestire credenziali e dati personali, preparare gli uffici comunali a reagire a un attacco informatico, tutelare i servizi sanitari e impedire che un incidente blocchi attività essenziali. Da qui la proposta di creare laboratori territoriali nei quali la sicurezza venga insegnata come competenza civica diffusa.
Un simile laboratorio potrebbe coinvolgere scuole, amministratori, associazioni, imprese e cittadini, organizzando esercitazioni, sportelli di assistenza e percorsi di alfabetizzazione. In questo modo la cybersecurity diventerebbe uno strumento di coesione: chi possiede maggiori competenze aiuterebbe le persone più esposte, mentre l’intera comunità aumenterebbe la propria capacità di prevenire e gestire le emergenze. Si tratta di una prospettiva particolarmente rilevante per i piccoli enti, che spesso dispongono di personale limitato e non possono mantenere internamente tutte le specializzazioni necessarie.
Giupponi ha ricordato inoltre che le professioni digitali non appartengono più soltanto all’ingegneria informatica. La sicurezza e l’intelligenza artificiale richiedono conoscenze giuridiche, psicologiche, organizzative, comunicative ed etiche. Proteggere i dati significa comprendere le tecnologie, ma anche i comportamenti umani, le responsabilità legali e il modo in cui le informazioni vengono percepite e utilizzate. Questa multidisciplinarità può offrire nuove opportunità ai giovani dei territori, creando percorsi professionali che non obblighino tutti a trasferirsi definitivamente nelle città.
Massimiliano Nicolini ha inserito la proposta della Fondazione dentro una riflessione più ampia sulla storia dell’innovazione italiana. Nel suo intervento ha richiamato Pier Giorgio Perotto e il gruppo che sviluppò la Programma 101, Giorgio Coraluppi, pioniere delle moderne tecnologie di conferenza a distanza, e Federico Faggin, protagonista della progettazione dei primi microprocessori commerciali. Il riferimento non aveva una funzione nostalgica: serviva a ricordare che l’Italia ha già dimostrato di poter produrre innovazioni capaci di modificare il mondo e che questa capacità può essere riattivata anche fuori dai grandi poli urbani. (OpportunItaly)
Nicolini ha presentato il rapporto come il risultato di un lavoro rivolto all’insieme dei piccoli comuni italiani e a una popolazione di quasi dieci milioni di persone. La ricerca non si limita a elencare le criticità, ma prova a individuare funzioni concrete che possano essere localizzate nei borghi: campus tecnici residenziali, laboratori per l’osservazione della Terra, sicurezza informatica, manutenzione biomedicale, robotica per gli ambienti montani, radioprotezione, tecnologie spaziali, sistemi energetici e attività di simulazione per la protezione civile.
Il punto centrale è la differenza tra un progetto che occupa temporaneamente un edificio e un’attività capace di produrre presenza continuativa. Un corso di pochi giorni genera visitatori; un percorso residenziale di molti mesi crea domanda quotidiana di alloggi, pasti, trasporti, manutenzione, commercio e assistenza. Il valore demografico non deriva soltanto dal numero degli studenti, ma dalla durata della permanenza, dalla presenza di docenti e tecnici, dalla possibilità di svolgere tirocini retribuiti e dall’esistenza di sbocchi professionali successivi.
La proposta illustrata per Nespolo prevede, nella configurazione sottoposta al confronto, un centro di alta formazione distribuito su quattro livelli di circa mille metri quadrati ciascuno e capace di ospitare fino a 120 allievi. Gli spazi comprenderebbero aule, laboratori, cucine, mensa, aree comuni, alloggi, un presidio sanitario e un auditorium utilizzabile anche dalla popolazione. Le attività formative sarebbero orientate, tra gli altri ambiti, alle tecnologie nucleari e spaziali, alla sicurezza informatica, alla radioprotezione, alla robotica, alle comunicazioni satellitari, all’osservazione della Terra e alla gestione di sistemi complessi. Il progetto TeR colloca questa ipotesi nell’orizzonte 2030-2040 e la considera una proposta programmatica da sottoporre a verifiche tecniche, urbanistiche, economiche e amministrative. (Fondazione Olitec)
Il numero di 120 posti non equivale automaticamente a 120 nuovi residenti anagrafici, e nel corso del convegno questo aspetto è stato chiarito. Rappresenta tuttavia una presenza quotidiana potenzialmente molto rilevante per un comune di meno di duecento abitanti. Agli allievi si aggiungerebbero docenti, tutor, tecnici, addetti alla manutenzione e ai servizi, oltre alle persone coinvolte nelle attività di ricerca. Con il consolidamento del polo potrebbero inoltre emergere opportunità per famiglie, professionisti e nuove imprese.
Gli effetti economici attesi non riguarderebbero soltanto le professioni altamente specializzate. Una comunità formativa stabile ha bisogno di alimentari, ristorazione, lavanderia, trasporti, manutentori, servizi alla persona, assistenza sanitaria, attività ricreative e spazi sportivi. Durante l’incontro sono stati citati esempi volutamente quotidiani, come il parrucchiere o il piccolo negozio: attività che in un paese poco popolato possono non disporre oggi di una domanda sufficiente, ma che potrebbero tornare sostenibili in presenza di un numero costante di utenti.
La Fondazione ha ipotizzato di affiancare alla formazione strumenti di incubazione etica per sostenere le iniziative locali, valutando anche il possibile ricorso a canali finanziari pubblici e istituzionali. Il principio illustrato è evitare che i servizi necessari al centro vengano automaticamente affidati a operatori esterni, senza lasciare valore sul territorio. Quando possibile, le attività dovrebbero essere costruite insieme ai residenti, favorendo la nascita o il rafforzamento di imprese del luogo.
Accanto al polo formativo è stata prospettata una rigenerazione degli spazi destinati alla vita collettiva. Negozi inutilizzati, impianti sportivi, edifici e altri luoghi di comunità potrebbero essere recuperati attraverso accordi specifici con il Comune e con i soggetti proprietari. In determinate condizioni, la Fondazione potrebbe contribuire alle spese di manutenzione, gestione, utenze e riscaldamento delle strutture utilizzate. Non si tratterebbe, quindi, di costruire una realtà separata dal paese, ma di collegare l’insediamento formativo alla riattivazione dei servizi a beneficio di tutti.
Proprio su questo punto Nicolini ha insistito sul rispetto delle istituzioni locali. La Fondazione, ha spiegato, non intende entrare in un comune comportandosi come un soggetto che possiede già tutte le risposte. Prima di qualsiasi investimento occorre conoscere il territorio, ascoltare l’amministrazione, incontrare i cittadini, verificare le disponibilità immobiliari e comprendere i timori esistenti. Un progetto può essere tecnicamente valido e fallire ugualmente se viene percepito come estraneo, invasivo o imposto dall’alto.
L’espressione utilizzata durante il confronto è stata particolarmente netta: per entrare davvero in una comunità bisogna chiederne il permesso, non soltanto in senso amministrativo, ma anche umano e sociale. La rigenerazione non può essere realizzata contro una parte significativa della popolazione. Il consenso non significa assenza di discussione o approvazione preventiva di ogni dettaglio; significa trasparenza, disponibilità a spiegare, possibilità di porre domande e capacità di modificare il progetto quando emergono esigenze fondate.
La telemedicina è stata indicata come il primo campo nel quale trasformare il dialogo in un’azione concreta. Una cabina attrezzata potrebbe consentire ai cittadini di effettuare controlli, trasmettere parametri e collegarsi con professionisti sanitari senza affrontare ogni volta lunghi spostamenti. Anche in questo caso, tuttavia, l’apparecchiatura rappresenta soltanto una parte del servizio. È necessario individuare un locale accessibile, garantire la connettività, organizzare la manutenzione, proteggere i dati sanitari e definire la presenza o la reperibilità del personale medico e infermieristico.
Il sindaco è stato invitato a individuare, insieme agli uffici e alla comunità, la collocazione più adatta. La Fondazione potrà quindi valutarne l’idoneità tecnica e predisporre un’ipotesi operativa. La gestione sanitaria dovrà essere costruita con i soggetti competenti, evitando che la cabina diventi un’apparecchiatura inutilizzata dopo l’inaugurazione. Il vero risultato non sarà installare un dispositivo, ma garantire visite, assistenza, continuità e fiducia da parte dei cittadini.
Il confronto ha affrontato anche il tema dell’identità locale. Portare studenti, ricercatori e professionisti provenienti da contesti differenti può generare ricchezza culturale, ma richiede attenzione. La comunità non deve essere snaturata né trasformata in un semplice contenitore di persone di passaggio. È stato richiamato un percorso di integrazione indicato con il nome “Triple”, pensato per aiutare chi arriva a conoscere le tradizioni, le regole, la storia e i valori del luogo.
L’integrazione, secondo quanto emerso, deve essere reciproca. Chi arriva è chiamato a rispettare la comunità ospitante; chi vive nel paese deve poter conoscere direttamente le persone e le attività del centro, senza formare giudizi esclusivamente sulla base di voci o preconcetti. Per questa ragione la Fondazione ha ribadito la disponibilità ad aprire le proprie strutture, organizzare visite, iniziative culturali e occasioni di incontro. Anche proposte come le giornate di scambio presso la sede di Assisi sono state presentate come strumenti per costruire rapporti, non come attività estranee al progetto economico.
Nel corso della discussione è stata utilizzata la metafora del “curare il proprio giardino”. Una comunità coesa, capace di migliorare i propri spazi e di assumersi responsabilità comuni, diventa più credibile anche nei confronti degli investitori e delle istituzioni. Al contrario, una conflittualità permanente può bloccare perfino le opportunità più valide. Ciò non significa eliminare il dissenso, ma trasformarlo in confronto documentato, distinguendo le critiche utili dalla diffusione di informazioni non verificate.
Nicolini ha richiamato inoltre il valore della ricerca scientifica prodotta dalla Fondazione, citando gli studi sull’impatto energetico e ambientale dei sistemi informatici. Il riferimento è servito a dimostrare che un piccolo centro non deve necessariamente limitarsi ad attività a bassa complessità: può diventare il luogo dal quale si elaborano soluzioni rivolte a problemi internazionali. La distanza dalle metropoli non coincide con una distanza dalla ricerca, purché esistano competenze, reti accademiche, infrastrutture e libertà di sperimentazione.
Una parte particolarmente intensa dell’intervento ha riguardato le motivazioni etiche. La tecnologia, è stato affermato, assume valore quando risponde a un bisogno umano e non quando viene sviluppata esclusivamente per inseguire il profitto o il consenso politico. Sono state ricordate esperienze di ricerca nate da vicende personali e dalla volontà di trasformare il dolore in strumenti utili agli altri. In questa prospettiva, la Fondazione ha presentato la propria azione come un impegno rivolto alle generazioni future e non come un’operazione immobiliare o una presenza elettorale.
Il passaggio generazionale è stato uno dei fili conduttori dell’intera mattinata. Le generazioni adulte non possono limitarsi a proteggere l’esistente fino al termine del proprio percorso, lasciando ai giovani territori privi di servizi, opportunità e prospettive. Programmare il 2040 significa assumere oggi decisioni i cui risultati saranno pienamente visibili tra molti anni. È una responsabilità che richiede continuità amministrativa, pazienza e capacità di accettare che una parte del lavoro venga conclusa da persone diverse da quelle che lo hanno iniziato.
Nel confronto conclusivo è emersa l’idea di elaborare una vera visione “Nespolo 2040”. Non uno slogan, ma un documento nel quale definire quale popolazione si vuole attrarre, quali servizi devono essere garantiti, quali immobili possono essere recuperati, quale ruolo assegnare alla formazione e come collegare il progetto alle reti sanitarie, energetiche e digitali. La visione dovrà essere accompagnata da analisi demografiche, economiche e statistiche, in modo da evitare investimenti sproporzionati o non coerenti con le condizioni reali.
È stato ricordato che iniziative di questa portata non possono essere realizzate in poche settimane. L’esperienza preparatoria di altri centri ha richiesto anni di studio, sopralluoghi, interlocuzioni e correzioni. Anche per Nespolo sarà necessario verificare la disponibilità degli edifici, la compatibilità urbanistica, i costi di ristrutturazione, la sicurezza, i collegamenti, la capacità delle reti elettriche e digitali, le modalità di gestione, i partner accademici e le risorse necessarie a sostenere il centro almeno nei primi anni.
Il coinvolgimento delle istituzioni superiori rappresenterà un passaggio indispensabile. Comune e Fondazione dovranno interloquire con amministrazioni regionali e nazionali, università, enti di ricerca, strutture sanitarie e soggetti economici. Un centro dedicato alle tecnologie nucleari e spaziali richiede standard elevati, docenti qualificati, protocolli di sicurezza e una precisa collocazione nei sistemi formativi e professionali. Non sarebbe sufficiente recuperare un edificio e dotarlo di attrezzature: occorrono percorsi riconoscibili, commesse, tirocini e sbocchi occupazionali.
Da questo punto di vista, l’impegno assunto dal sindaco Luigino Cavallari costituisce il risultato politico-amministrativo più rilevante del convegno. Il primo cittadino ha riconosciuto la gravità del problema dello spopolamento e la necessità di valutare strade innovative, confermando la disponibilità dell’amministrazione ad approfondire il progetto insieme alla giunta e agli interlocutori coinvolti. Non è stata annunciata un’approvazione definitiva, ma l’apertura di una fase di analisi: una distinzione fondamentale per conservare credibilità, rispettare le procedure e permettere alla popolazione di partecipare consapevolmente.
Cavallari ha rivolto ai cittadini un invito a non chiudersi preventivamente di fronte al cambiamento. Le trasformazioni generano comprensibili interrogativi, soprattutto in una comunità piccola, dove ogni nuova presenza può modificare equilibri consolidati. Il compito dell’amministrazione sarà verificare che le opportunità siano reali, che gli impegni risultino sostenibili e che i vantaggi non rimangano soltanto sulla carta. Alla Fondazione spetterà dimostrare, attraverso atti, progetti tecnici e comportamenti coerenti, la capacità di mantenere quanto proposto.
Al termine della mattinata, Nespolo non si è trovato davanti a un’opera già pronta, ma a qualcosa di probabilmente più importante: una domanda sul proprio futuro. Continuare ad amministrare una progressiva riduzione della popolazione, cercando di conservare i servizi residui, oppure tentare un salto di scala fondato su formazione, ricerca e nuove presenze? La risposta non può essere affidata all’entusiasmo di una giornata né alla paura del cambiamento. Richiede dati, confronto, responsabilità e una verifica rigorosa di ogni passaggio.
Il convegno ha avuto il merito di mostrare che la rigenerazione digitale è, prima di tutto, una politica delle persone. Telemedicina, intelligenza artificiale, cybersecurity e tecnologie spaziali acquistano significato soltanto quando riducono una distanza, creano un lavoro, proteggono un cittadino, formano un giovane o rendono nuovamente utilizzabile un luogo. Senza questa dimensione concreta, il digitale resta una promessa astratta; con una progettazione seria, può diventare l’infrastruttura attraverso la quale una comunità ricostruisce la propria capacità di immaginare il futuro.
La sfida aperta oggi a Nespolo consiste quindi nel passare dalle parole agli strumenti operativi: individuare il luogo per la telemedicina, organizzare il modello sanitario, costituire un gruppo di lavoro, raccogliere i dati, verificare gli immobili, definire i partner, dialogare con le istituzioni e costruire una proposta sostenibile per il centro di alta formazione. Il percorso sarà necessariamente lungo e potrà incontrare difficoltà, ma il primo passo è stato compiuto: il futuro del paese è diventato oggetto di una discussione pubblica, documentata e rivolta non soltanto al prossimo anno, ma al 2040.
Modello di vita, studio e servizio nella Fondazione
Definizione e visione
La comunità educativa è un ecosistema residenziale e laboratoriale che integra vita, studio e responsabilità. Non è solo un luogo, ma un progetto intenzionale di crescita umana e professionale fondato su fraternità, disciplina morale, rispetto e cooperazione.
FraternitàDisciplinaServizioTecnologie BRIA
Valori e ispirazione
Principi francescani di sobrietà e solidarietà, dignità della persona e diritto allo studio. La tecnologia è umanizzata per formare persone libere, competenti e responsabili.
Umano al centro
Norme di riferimento
Codice Civile (artt. 14–42 c.c.)
Consente alle fondazioni di perseguire scopi educativi e gestire strutture come convitti, campus e studentati in coerenza con lo scopo statutario.
D.Lgs. 117/2017 — Codice del Terzo Settore
Artt. 5–6: attività di interesse generale educative e formative
Comprendono istruzione, formazione professionale e percorsi comunitari di crescita personale, anche in forma residenziale.; art. 55: co-programmazione e co-progettazione con PA.
Legge 328/2000 — Sistema integrato di interventi sociali
Riconosce le comunità educative come strumenti di inclusione e prevenzione della dispersione, nel quadro del principio di sussidiarietà.
D.P.R. 616/1977
Attribuisce alle Regioni competenze su riconoscimento e sostegno a strutture educative private con finalità pubbliche e sociali.
Convenzione ONU Diritti del Fanciullo
Artt. 29 e 31: diritto ad un’educazione che sviluppi pienamente la personalità e i talenti in contesti che promuovano dignità e solidarietà.
Compliance trasversale
GDPR (UE 2016/679) per protezione dati; D.Lgs. 81/2008 per salute e sicurezza degli ambienti comunitari.
Struttura organizzativa
Direttore / Coordinatore Responsabile della disciplina, del regolamento e della gestione quotidiana.
Tutor e Formatori BRIA Guidano l’apprendimento tecnico e comportamentale; monitoraggio del percorso.
Educatori civici Custodi di fraternità, rispetto, inclusione, legalità e servizio alla comunità.
Cadetti Residenti o non residenti, selezionati e vincolati al giuramento e al regolamento interno.
Percorso tipo
Orientamento (3 mesi)
Accoglienza, studio del regolamento, fraternità, alfabetizzazione BRIA, sicurezza e privacy.
Addestramento (15 mesi)
Laboratori BRIA, project work, tirocinio interno, vita comunitaria assistita.
Studio accademico (fino a 36 mesi)
Laurea triennale in sincronia con l’addestramento: cybersecurity, informatica, IA.
Regolamento e responsabilità
Diritti e doveri, criteri di ammissione e permanenza.
Convivenza, turnazioni di servizio, decoro degli spazi comuni.
Salute, sicurezza (D.Lgs. 81/2008) e protezione dati (GDPR).
Finalità
Personale e civica: responsabilità, appartenenza, autonomia e spirito critico.
Inclusione e dignità: vitto/alloggio solidale, supporto psicopedagogico, accesso equo.
Riconoscimento e vigilanza
Comunicazione ad autorità competenti (Regione, Comune, Prefettura) con regolamento, piano educativo e organigramma. Possibile riconoscimento come struttura educativa o ente di formazione accreditato, con co-finanziamento pubblico. Vigilanza su sicurezza, igiene e qualità formativa affidata a organi territoriali e al Consiglio della Fondazione.
Lavoro Integrativo art. 16.2.1 Titolo VII
Nel caso in cui un allievo, cadetto o discente iscritto alla Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca si trovi in comprovata condizione di difficoltà economica, tale da non poter sostenere in autonomia le spese di partecipazione al percorso formativo, e tale condizione sia dimostrata ogni oltre ragionevole dubbio, la Fondazione si impegna, compatibilmente con le risorse e le disponibilità locali, ad attivare una procedura di supporto attraverso l’inserimento lavorativo temporaneo.
A tal fine, l’interessato dovrà produrre una lettera formale di richiesta, corredata da una relazione dettagliata, contenente ogni elemento utile alla piena comprensione del contesto economico, sociale e familiare, e ogni documento ritenuto idoneo a comprovare la condizione dichiarata.
Qualora la richiesta venga accolta, la Fondazione potrà stipulare convenzioni operative con attività economiche del territorio circostante alla sede presso cui l’allievo risiede o è in formazione, privilegiando soggetti già aderenti alla rete associativa della Fondazione o che ne condividano valori e finalità.
Non è tuttavia garantito che la Fondazione sia in grado di individuare un’attività lavorativa compatibile con il percorso di studio, in quanto tale possibilità dipende dalle caratteristiche del territorio, dalle disponibilità del momento e dall’equilibrio con gli impegni formativi. L’attività lavorativa dovrà essere svolta esclusivamente al di fuori degli orari programmati di studio.
Le condizioni di lavoro saranno definite in modo trasparente e condiviso tra il cadetto, l’attività convenzionata e un delegato incaricato dalla Fondazione, che avrà il compito di supervisionare l’accordo e verificarne la regolarità e l’equità. Al socio cadetto sarà comunque richiesta unicamente la quota mensile prevista dal regolamento vigente, che potrà essere oggetto di riduzione o parziale compensazione in base agli accordi.
La Fondazione provvederà a monitorare con continuità l’esperienza lavorativa attivata, verificando l’aderenza ai parametri stabiliti e intervenendo in caso di criticità.
Il rifiuto ingiustificato di due proposte lavorative consecutive compatibili con il percorso formativo sarà motivo valido per l’esclusione dell’allievo dalla Fondazione, fatto salvo il diritto dell’interessato di presentare osservazioni scritte che saranno valutate in via preliminare dal Consiglio di disciplina della Fondazione.
Qualora il socio allievo cadetto decida di interrompere il percorso di studio all’interno della fondazione questo non lo esonera dal pagamento completo della quota qualora mantenga in essere il lavoro procuratogli dalla fondazione, in questo caso l’allievo autorizza sin da ora i datori di lavoro a versare per suo conto sino ad estinzione del debito totale le quote dovute direttamente alla fondazione.
Valori Mantenimento ISEE
La quota di mantenimento è relativa a vitto, alloggio, abbigliamento, attrezzatura di base condivisa, servizi domestici interni, viaggi e trasferte programmate per motivi di studio ed addestramento, partecipazione e fiere e congressi, partecipazione a seminari, materiali didattici, licenze ed accessi ai sistemi informativi e quanto altro descritto nel manuale del percorso.