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Il potere digitale: quando l’intelligenza artificiale diventa questione di civiltà
Cita da Fondazione Olitec su 26 Giugno 2026, 11:39 amRiflessioni dopo l’incontro alla Treccani promosso con Fondazione OLITEC
di Matteo Limonta
Roma, 25 giugno 2026. Nel Salone Rosso dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani si è svolto l’incontro dedicato a “Il potere digitale. Governance dell’IA e implicazioni geopolitiche”, promosso in un luogo che, più di molti altri, rappresenta in Italia la responsabilità pubblica del sapere. Non è stato un dettaglio formale. Parlare di intelligenza artificiale, potere digitale, infrastrutture, diritto, etica e geopolitica dentro la Treccani significa collocare questi temi in una dimensione più alta rispetto alla semplice innovazione tecnologica. Significa riconoscere che il digitale non è più soltanto uno strumento, ma è diventato uno spazio nel quale si formano autorità, dipendenze, libertà, possibilità economiche e nuove forme di sovranità.
L’incontro ha avuto un merito particolare: non ha affrontato l’intelligenza artificiale come moda, né come oggetto esclusivamente tecnico. La giornata ha mostrato che il potere digitale è un fenomeno composito, nel quale convivono infrastrutture fisiche, capacità computazionale, dati, mercati finanziari, strategie militari, modelli culturali, diritto costituzionale, responsabilità etica e visione dell’uomo. È proprio questa natura ibrida a rendere il tema difficile da governare. Chi lo osserva solo dal punto di vista informatico ne perde la dimensione politica; chi lo guarda solo con le categorie giuridiche rischia di non comprenderne la materialità tecnica; chi lo riduce al mercato non coglie il suo impatto sulla persona e sulla libertà; chi lo legge solo come geopolitica dimentica che esso entra quotidianamente nella vita degli individui, nelle imprese, nelle scuole e nelle istituzioni.
L’apertura istituzionale di Rossella Calabrese, Consigliere delegato di Treccani Accademia, ha dato all’incontro una cornice precisa: la trasformazione digitale impone alle istituzioni culturali di non limitarsi alla conservazione del sapere, ma di convertirlo in competenza, capacità critica e responsabilità operativa. La Treccani, per la sua storia, non rappresenta soltanto un archivio autorevole della cultura italiana, ma un’idea di ordinamento del sapere. Oggi, però, il sapere non è più soltanto scritto, custodito e trasmesso: viene calcolato, generato, raccomandato, filtrato e automatizzato. Da qui nasce la necessità di una nuova responsabilità culturale. La conoscenza non può essere consegnata passivamente a sistemi opachi; deve essere compresa, orientata e governata.
Il saluto iniziale ha evidenziato anche la necessità di alleanze. Nessuna istituzione, da sola, può affrontare un fenomeno che attraversa imprese, Stati, difesa, scuola, università, piattaforme, pubbliche amministrazioni e cittadini. In questo senso la presenza di Fondazione OLITEC non è stata meramente organizzativa, ma esprime una precisa ambizione: creare uno spazio di confronto stabile tra mondi che spesso procedono separati. Il digitale richiede giuristi che parlino con sviluppatori, filosofi che parlino con militari, ricercatori che parlino con amministratori pubblici, imprese che si confrontino con eticisti, istituzioni culturali che dialoghino con chi costruisce concretamente sistemi tecnologici.
La relazione introduttiva di Davide De Lungo, professore di diritto pubblico all’Università San Raffaele, presidente e moderatore dell’incontro, ha fornito la struttura concettuale della giornata. La sua definizione di potere digitale come potere derivante dal controllo delle infrastrutture tecnologiche, delle capacità computazionali e dei dati è, a mio avviso, una delle chiavi più utili per comprendere il tempo presente. Il digitale non è immateriale. Dietro la semplicità apparente delle applicazioni vi sono cavi, data center, chip, reti, energia, cloud, piattaforme, sistemi operativi, modelli di intelligenza artificiale e architetture proprietarie. L’utente vede l’interfaccia; il potere si colloca nello stack.
De Lungo ha insistito su alcuni tratti fondamentali del potere digitale: la sua concentrazione, la sua prevalente natura privata, la sua scala globale, il rapporto ambiguo con il potere politico, il legame con il potere finanziario e la tendenza all’illimitatezza. Sono passaggi decisivi. Il potere digitale non si presenta sempre come comando. Molto più spesso si presenta come servizio, comodità, efficienza, raccomandazione, assistenza. Non vieta necessariamente, ma orienta. Non impone sempre, ma rende alcune scelte più visibili di altre. Non censura soltanto, ma ordina la visibilità. Ed è proprio questa sua forma morbida a renderlo più difficile da riconoscere con le categorie tradizionali del costituzionalismo.
Il costituzionalismo nasce per limitare il potere. Ma se il potere si sposta dentro infrastrutture private, algoritmi, modelli, piattaforme e ambienti computazionali globali, allora anche la domanda costituzionale deve spostarsi. Non basta più chiedersi quali siano i limiti dello Stato. Occorre chiedersi quali siano i limiti delle piattaforme, dei modelli, dei proprietari dei dati, dei fornitori di cloud, dei soggetti che controllano la capacità di calcolo e degli attori che decidono quali informazioni siano accessibili, rilevanti, ordinate o invisibili.
In questa cornice si inserisce il contributo di Andrea Simoncini, professore di diritto costituzionale all’Università di Firenze, la cui riflessione sul potere cibernetico aiuta ad ampliare ulteriormente il quadro. Parlare di potere digitale non significa soltanto parlare di strumenti informatici. Significa parlare di governo dei sistemi, di retroazione, di capacità di orientare comportamenti attraverso informazione, automazione e controllo. Il digitale diventa cibernetico quando non si limita a trasmettere dati, ma organizza ambienti decisionali. È qui che il diritto costituzionale incontra la tecnica: non davanti a una macchina isolata, ma davanti a un sistema capace di produrre effetti sociali, economici e politici.
Il contributo di Simoncini porta a una considerazione essenziale: il potere del futuro non sarà misurato solo dalla capacità di fare leggi, ma dalla capacità di comprendere e governare le architetture che rendono possibili le decisioni. Un Paese può avere norme avanzate, ma se non possiede competenza tecnica, infrastrutture, capacità di audit e alternative industriali, rischia di essere formalmente sovrano e materialmente dipendente.
Salvatore Santangelo, giornalista e saggista, ha collocato il tema in una genealogia storica e filosofica più ampia. Il suo richiamo a Prometeo, alla tecnica, alla necessità e agli autori del pensiero della crisi ha permesso di uscire dalla cronaca dell’intelligenza artificiale e di guardare al digitale come a una fase lunga della trasformazione del rapporto tra uomo, limite e potere. La tecnica non è mai stata neutra. È sempre stata il modo attraverso cui l’uomo ha cercato di emanciparsi dalla necessità, di potenziare le proprie capacità, di superare vincoli fisici, sociali e politici.
Santangelo ha avuto anche il merito di correggere una lettura troppo semplice della privatizzazione del digitale. Le grandi imprese tecnologiche non nascono soltanto dal genio individuale o dal libero mercato. Nascono dentro ecosistemi alimentati da ricerca pubblica, università, spesa militare, infrastrutture statali, commesse pubbliche e investimenti di lungo periodo. La narrazione romantica del garage, spesso utilizzata per raccontare la Silicon Valley, nasconde una parte rilevante della storia: senza lo Stato, senza la ricerca finanziata pubblicamente, senza il complesso militare-industriale, molte delle tecnologie oggi presentate come frutto esclusivo dell’iniziativa privata non avrebbero avuto le stesse condizioni di sviluppo.
Questo passaggio è importante perché impedisce due errori opposti. Il primo è pensare che il mercato digitale sia nato spontaneamente, senza condizioni pubbliche. Il secondo è pensare che basti lo Stato, da solo, a generare innovazione. La verità è più complessa: il potere digitale nasce dall’intreccio tra pubblico e privato, ricerca e finanza, guerra e consumo, cultura e capitale. Governarlo significa comprendere questa genealogia, non semplificarla.
Andrea Venanzoni, giurista e scrittore, ha portato una delle letture più originali della giornata, concentrandosi sulle radici antropologiche, culturali e quasi mistiche della Silicon Valley. Il digitale statunitense non è solo capitalismo, non è solo tecnologia, non è solo venture capital. È anche immaginario. È frontiera, mito del superamento, cultura del founder, fantascienza, libertarismo, spiritualità ricombinante, culto della disruption, desiderio di colonizzare nuovi spazi: il cyberspazio, il corpo, la mente, la longevità, lo spazio extraterrestre.
La California, in questa lettura, è il luogo dove la frontiera americana arriva al proprio limite geografico e si trasferisce in altri territori simbolici. Quando non c’è più terra da conquistare, la conquista diventa tecnologica, cognitiva, biologica, spaziale. La Silicon Valley produce strumenti, ma produce anche mondi. Non vende soltanto applicazioni, ma ambienti di vita. Non costruisce soltanto aziende, ma mitologie. Il founder non è più soltanto imprenditore: diventa figura profetica, creatore di mondi, interprete di un futuro che gli altri non vedono ancora.
Venanzoni ha colpito nel segno quando ha criticato il rischio del “vassallaggio felice”, cioè l’atteggiamento europeo e italiano di chi accetta piattaforme, modelli, strumenti e infrastrutture altrui come se fossero destino naturale. Il problema non è usare tecnologie statunitensi o straniere. Sarebbe ingenuo pensare a un’autarchia digitale. Il problema è non avere alternative, non costruire capacità proprie, non poter migrare, non poter ispezionare, non poter negoziare da una posizione di forza. Essere moderni non può voler dire essere dipendenti.
L’intervento dell’Ammiraglio Enrico Vignola, della Marina Militare, ha riportato il dibattito alla materialità strategica del digitale. Troppo spesso immaginiamo il digitale come qualcosa che viaggia nell’aria. In realtà il digitale passa anche dal mare. I cavi sottomarini sono infrastrutture decisive per la finanza, le comunicazioni, la difesa, il cloud, la logistica, la ricerca e la continuità operativa degli Stati. Proteggere il digitale significa proteggere fondali, approdi, dorsali, rotte, nodi, infrastrutture sommerse e sistemi di comunicazione.
La riflessione sul mare digitale è centrale per l’Italia. Siamo un Paese mediterraneo, con una posizione geografica che può essere vulnerabilità o vantaggio strategico. Il potere marittimo, nel XXI secolo, non riguarda più soltanto navi, porti, rotte commerciali e passaggi energetici. Riguarda anche cavi, sensori, dati, satelliti, cloud, cybersecurity e capacità di mantenere connesso il sistema Paese in condizioni di crisi.
Vignola ha sottolineato anche l’importanza dell’agilità. Le minacce digitali cambiano rapidamente, mentre le istituzioni spesso rispondono con tempi lunghi, procedure complesse e cicli decisionali inadatti alla velocità del contesto. Questo vale nella difesa, ma vale anche nella pubblica amministrazione, nelle imprese e nella formazione. Il digitale richiede capacità di sperimentare, correggere, apprendere, integrare e aggiornare. Non basta acquistare tecnologia; bisogna costruire cultura organizzativa capace di usarla e governarla.
Samuele Francesco Tadini, professore di filosofia presso la Facoltà di Teologia di Lugano, ha riportato il dibattito al fondamento della persona. Dopo infrastrutture, dati, guerra, piattaforme e geopolitica, la domanda decisiva resta: perché il potere digitale deve avere un limite? La risposta proposta è profonda: perché la persona non è una variabile del sistema, non è un profilo, non è una previsione statistica, non è un cluster, non è un dato da ottimizzare.
Il richiamo a Rosmini e alla persona come libertà sussistente ha dato all’incontro una base ontologica. Se la libertà è soltanto qualcosa che l’uomo possiede, allora può essere ridotta, contrattata, compressa in nome dell’efficienza o della sicurezza. Ma se la persona è libertà, se la libertà appartiene alla sua struttura costitutiva, allora ogni sistema tecnico deve essere giudicato a partire da questo limite. L’intelligenza artificiale non può diventare il criterio ultimo del giudizio sull’uomo. Deve restare uno strumento al servizio della persona.
L’esempio di una razionalità algoritmica priva di vincoli morali è particolarmente efficace. Un sistema può ottimizzare perfettamente un obiettivo formulato male e produrre una soluzione disumana. È il punto essenziale dell’etica dell’IA: il problema non è soltanto la correttezza tecnica dell’output, ma la qualità morale degli obiettivi, dei dati, dei vincoli e delle decisioni che affidiamo alla macchina. Un algoritmo può essere coerente e ingiusto. Può essere efficiente e inaccettabile. Può funzionare e, allo stesso tempo, violare ciò che rende umana una società.
Massimiliano Nicolini, Direttore del Dipartimento Ricerca e Sviluppo di Fondazione OLITEC, ha introdotto una voce spesso assente nei convegni sul digitale: quella di chi costruisce concretamente la tecnologia. Si parla molto di intelligenza artificiale, ma raramente si portano al centro del dibattito gli sviluppatori, gli ingegneri, i progettisti, coloro che scrivono il codice e conoscono i limiti reali dei sistemi. Questa assenza è pericolosa, perché una governance che non comprende la tecnica rischia di restare astratta.
Nicolini ha ricordato che una parte molto piccola della popolazione professionale produce strumenti che incidono sulla vita di tutti. Gli sviluppatori non scrivono soltanto programmi. Scrivono architetture di comportamento. Ogni scelta di default, ogni permesso, ogni interfaccia, ogni automazione, ogni logica di raccomandazione o ranking può orientare milioni di azioni quotidiane. Il codice non è legge in senso formale, ma spesso opera come legge di fatto.
Il suo richiamo alla tradizione italiana dell’informatica, da Olivetti a Perotto fino a Faggin, non è stato nostalgico. È stato un invito a ricordare che l’Italia non è condannata alla passività tecnologica. Il nostro Paese ha avuto momenti nei quali ha saputo immaginare futuro, produrre hardware, progettare innovazione, unire cultura tecnica e visione umanistica. La domanda, oggi, è come ricostruire una capacità tecnologica nazionale ed europea che non si limiti a usare o regolare ciò che altri producono.
La parte più importante del suo intervento, a mio avviso, è stata l’appello a coinvolgere gli sviluppatori nei tavoli etici, giuridici e politici. Non per consegnare loro l’ultima parola, ma per rendere reale il confronto. Chi guida deve sapere almeno come funziona il motore. La società deve decidere dove andare, con quali limiti, con quali regole e con quali responsabilità; ma non può guidare una macchina che non comprende minimamente. La politica tecnicamente ignorante finisce inevitabilmente per essere guidata da altri.
Enrico Panai, Presidente dell’Association of AI Ethicists e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha chiuso idealmente il cerchio portando l’etica dentro l’officina. La sua definizione di “metalmeccanico della filosofia” restituisce bene l’idea di un’etica non ornamentale, non predicatoria, non ridotta a dichiarazione di principio. L’etica dell’intelligenza artificiale deve entrare nei processi di progettazione, nei dati, nei test, nel monitoraggio, negli audit, nelle responsabilità organizzative e nelle decisioni concrete.
Panai ha ricordato un punto che spesso viene sottovalutato: l’educazione non basta. Certamente serve alfabetizzazione digitale, serve consapevolezza, serve formazione degli utenti. Ma sistemi altamente persuasivi, personalizzati e capaci di apprendere dal comportamento umano non possono essere governati soltanto chiedendo agli individui di essere più attenti. Servono regole, architetture, standard, responsabilità, controlli, possibilità di contestazione e limiti tecnici.
L’etica applicata non deve arrivare alla fine, quando il sistema è già stato progettato e bisogna soltanto giustificarlo. Deve essere presente all’inizio, quando si definiscono gli obiettivi, si scelgono i dati, si stabiliscono i vincoli, si identificano i soggetti vulnerabili, si valutano i rischi, si decide quali decisioni possano essere automatizzate e quali debbano restare umane. L’etica non è un bollino. È una procedura di qualità morale.
Dalla giornata è emerso anche un tema trasversale: l’Ucraina come laboratorio tecnologico della guerra contemporanea. Il conflitto ha mostrato il ruolo di droni, piattaforme, cloud, dati satellitari, comunicazioni, software di analisi, cyberdifesa e sistemi di targeting. La guerra non è più soltanto scontro tra eserciti, ma competizione tra sistemi di osservazione, interpretazione e decisione. Gli attori privati tecnologici possono diventare nodi essenziali della resilienza e della capacità militare. Questo impone una riflessione democratica seria: chi controlla le infrastrutture digitali in tempo di crisi? Chi decide accesso, disponibilità, policy, dati e dipendenze?
La mia considerazione finale riguarda l’Europa. Nel seminario si è parlato molto degli Stati Uniti e della Cina, come è naturale. Gli Stati Uniti rappresentano il polo del capitalismo digitale privato, fondato su venture capital, università, ricerca militare, hyperscaler, piattaforme globali e modelli proprietari. La Cina rappresenta il polo del capitalismo politico, nel quale il Partito-Stato mantiene il primato sulle grandi imprese tecnologiche e coordina industria, dati, sorveglianza e obiettivi strategici. L’Europa, invece, appare spesso come una potenza regolatoria senza equivalente potenza infrastrutturale.
Questa è, a mio avviso, la grande questione da porre al centro dei prossimi incontri. L’Europa ha ricerca, università, diritto, cultura, manifattura, capitale umano, supercalcolo, competenze industriali e capacità normative. Ma fatica a integrare questi elementi in uno stack digitale completo. Siamo forti in alcune parti della catena e deboli in altre. Soprattutto, rischiamo di essere dipendenti nei livelli più vicini all’utente, ai modelli, agli agenti, al cloud e alle piattaforme globali.
La dipendenza digitale non si presenta con il volto drammatico della sottomissione. Si presenta come comodità. È comodo usare modelli di terzi, cloud di terzi, piattaforme di terzi, strumenti di produttività di terzi, agenti di terzi. Ma quando imprese, università, pubbliche amministrazioni, sanità, giustizia e difesa costruiscono processi critici su infrastrutture non controllate, senza piani di migrazione, audit, sostituzione e autonomia, la libertà diventa condizionata da roadmap, prezzi, policy e giurisdizioni altrui.
La sovranità digitale non coincide con l’autarchia. Sarebbe una parola sbagliata e una prospettiva irrealistica. Sovranità digitale significa possibilità effettiva di scegliere, capire, sostituire, ispezionare, negoziare e produrre. Significa poter usare tecnologie globali senza esserne prigionieri. Significa costruire competenze interne, modelli europei, infrastrutture sicure, capacità di audit, dati governati, procurement strategico, formazione tecnica diffusa e una cultura politica capace di comprendere il motore prima di pretendere di guidare la macchina.
L’incontro di ieri non ha chiuso un tema. Lo ha aperto nel modo corretto. Ha mostrato che il potere digitale non è una questione per specialisti, ma una questione di civiltà istituzionale. Riguarda la libertà della persona, la competitività delle imprese, la sicurezza degli Stati, il futuro della democrazia, la formazione dei giovani e la capacità dell’Italia e dell’Europa di non limitarsi a commentare il futuro prodotto altrove.
Fondazione OLITEC può avere, in questo percorso, un ruolo importante: non solo organizzare momenti di confronto, ma costruire una comunità stabile di pensiero e azione sul digitale. Una comunità capace di mettere allo stesso tavolo diritto, tecnica, filosofia, difesa, impresa, scuola, ricerca e istituzioni. Perché il potere digitale non può essere governato da una sola disciplina. E soprattutto non può essere lasciato a chi lo possiede già.
La sfida che resta aperta è questa: trasformare la consapevolezza in capacità. Non basta capire il potere digitale. Occorre costruire gli strumenti per non subirlo.
Riflessioni dopo l’incontro alla Treccani promosso con Fondazione OLITEC
di Matteo Limonta
Roma, 25 giugno 2026. Nel Salone Rosso dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani si è svolto l’incontro dedicato a “Il potere digitale. Governance dell’IA e implicazioni geopolitiche”, promosso in un luogo che, più di molti altri, rappresenta in Italia la responsabilità pubblica del sapere. Non è stato un dettaglio formale. Parlare di intelligenza artificiale, potere digitale, infrastrutture, diritto, etica e geopolitica dentro la Treccani significa collocare questi temi in una dimensione più alta rispetto alla semplice innovazione tecnologica. Significa riconoscere che il digitale non è più soltanto uno strumento, ma è diventato uno spazio nel quale si formano autorità, dipendenze, libertà, possibilità economiche e nuove forme di sovranità.
L’incontro ha avuto un merito particolare: non ha affrontato l’intelligenza artificiale come moda, né come oggetto esclusivamente tecnico. La giornata ha mostrato che il potere digitale è un fenomeno composito, nel quale convivono infrastrutture fisiche, capacità computazionale, dati, mercati finanziari, strategie militari, modelli culturali, diritto costituzionale, responsabilità etica e visione dell’uomo. È proprio questa natura ibrida a rendere il tema difficile da governare. Chi lo osserva solo dal punto di vista informatico ne perde la dimensione politica; chi lo guarda solo con le categorie giuridiche rischia di non comprenderne la materialità tecnica; chi lo riduce al mercato non coglie il suo impatto sulla persona e sulla libertà; chi lo legge solo come geopolitica dimentica che esso entra quotidianamente nella vita degli individui, nelle imprese, nelle scuole e nelle istituzioni.
L’apertura istituzionale di Rossella Calabrese, Consigliere delegato di Treccani Accademia, ha dato all’incontro una cornice precisa: la trasformazione digitale impone alle istituzioni culturali di non limitarsi alla conservazione del sapere, ma di convertirlo in competenza, capacità critica e responsabilità operativa. La Treccani, per la sua storia, non rappresenta soltanto un archivio autorevole della cultura italiana, ma un’idea di ordinamento del sapere. Oggi, però, il sapere non è più soltanto scritto, custodito e trasmesso: viene calcolato, generato, raccomandato, filtrato e automatizzato. Da qui nasce la necessità di una nuova responsabilità culturale. La conoscenza non può essere consegnata passivamente a sistemi opachi; deve essere compresa, orientata e governata.
Il saluto iniziale ha evidenziato anche la necessità di alleanze. Nessuna istituzione, da sola, può affrontare un fenomeno che attraversa imprese, Stati, difesa, scuola, università, piattaforme, pubbliche amministrazioni e cittadini. In questo senso la presenza di Fondazione OLITEC non è stata meramente organizzativa, ma esprime una precisa ambizione: creare uno spazio di confronto stabile tra mondi che spesso procedono separati. Il digitale richiede giuristi che parlino con sviluppatori, filosofi che parlino con militari, ricercatori che parlino con amministratori pubblici, imprese che si confrontino con eticisti, istituzioni culturali che dialoghino con chi costruisce concretamente sistemi tecnologici.
La relazione introduttiva di Davide De Lungo, professore di diritto pubblico all’Università San Raffaele, presidente e moderatore dell’incontro, ha fornito la struttura concettuale della giornata. La sua definizione di potere digitale come potere derivante dal controllo delle infrastrutture tecnologiche, delle capacità computazionali e dei dati è, a mio avviso, una delle chiavi più utili per comprendere il tempo presente. Il digitale non è immateriale. Dietro la semplicità apparente delle applicazioni vi sono cavi, data center, chip, reti, energia, cloud, piattaforme, sistemi operativi, modelli di intelligenza artificiale e architetture proprietarie. L’utente vede l’interfaccia; il potere si colloca nello stack.
De Lungo ha insistito su alcuni tratti fondamentali del potere digitale: la sua concentrazione, la sua prevalente natura privata, la sua scala globale, il rapporto ambiguo con il potere politico, il legame con il potere finanziario e la tendenza all’illimitatezza. Sono passaggi decisivi. Il potere digitale non si presenta sempre come comando. Molto più spesso si presenta come servizio, comodità, efficienza, raccomandazione, assistenza. Non vieta necessariamente, ma orienta. Non impone sempre, ma rende alcune scelte più visibili di altre. Non censura soltanto, ma ordina la visibilità. Ed è proprio questa sua forma morbida a renderlo più difficile da riconoscere con le categorie tradizionali del costituzionalismo.
Il costituzionalismo nasce per limitare il potere. Ma se il potere si sposta dentro infrastrutture private, algoritmi, modelli, piattaforme e ambienti computazionali globali, allora anche la domanda costituzionale deve spostarsi. Non basta più chiedersi quali siano i limiti dello Stato. Occorre chiedersi quali siano i limiti delle piattaforme, dei modelli, dei proprietari dei dati, dei fornitori di cloud, dei soggetti che controllano la capacità di calcolo e degli attori che decidono quali informazioni siano accessibili, rilevanti, ordinate o invisibili.
In questa cornice si inserisce il contributo di Andrea Simoncini, professore di diritto costituzionale all’Università di Firenze, la cui riflessione sul potere cibernetico aiuta ad ampliare ulteriormente il quadro. Parlare di potere digitale non significa soltanto parlare di strumenti informatici. Significa parlare di governo dei sistemi, di retroazione, di capacità di orientare comportamenti attraverso informazione, automazione e controllo. Il digitale diventa cibernetico quando non si limita a trasmettere dati, ma organizza ambienti decisionali. È qui che il diritto costituzionale incontra la tecnica: non davanti a una macchina isolata, ma davanti a un sistema capace di produrre effetti sociali, economici e politici.
Il contributo di Simoncini porta a una considerazione essenziale: il potere del futuro non sarà misurato solo dalla capacità di fare leggi, ma dalla capacità di comprendere e governare le architetture che rendono possibili le decisioni. Un Paese può avere norme avanzate, ma se non possiede competenza tecnica, infrastrutture, capacità di audit e alternative industriali, rischia di essere formalmente sovrano e materialmente dipendente.
Salvatore Santangelo, giornalista e saggista, ha collocato il tema in una genealogia storica e filosofica più ampia. Il suo richiamo a Prometeo, alla tecnica, alla necessità e agli autori del pensiero della crisi ha permesso di uscire dalla cronaca dell’intelligenza artificiale e di guardare al digitale come a una fase lunga della trasformazione del rapporto tra uomo, limite e potere. La tecnica non è mai stata neutra. È sempre stata il modo attraverso cui l’uomo ha cercato di emanciparsi dalla necessità, di potenziare le proprie capacità, di superare vincoli fisici, sociali e politici.
Santangelo ha avuto anche il merito di correggere una lettura troppo semplice della privatizzazione del digitale. Le grandi imprese tecnologiche non nascono soltanto dal genio individuale o dal libero mercato. Nascono dentro ecosistemi alimentati da ricerca pubblica, università, spesa militare, infrastrutture statali, commesse pubbliche e investimenti di lungo periodo. La narrazione romantica del garage, spesso utilizzata per raccontare la Silicon Valley, nasconde una parte rilevante della storia: senza lo Stato, senza la ricerca finanziata pubblicamente, senza il complesso militare-industriale, molte delle tecnologie oggi presentate come frutto esclusivo dell’iniziativa privata non avrebbero avuto le stesse condizioni di sviluppo.
Questo passaggio è importante perché impedisce due errori opposti. Il primo è pensare che il mercato digitale sia nato spontaneamente, senza condizioni pubbliche. Il secondo è pensare che basti lo Stato, da solo, a generare innovazione. La verità è più complessa: il potere digitale nasce dall’intreccio tra pubblico e privato, ricerca e finanza, guerra e consumo, cultura e capitale. Governarlo significa comprendere questa genealogia, non semplificarla.
Andrea Venanzoni, giurista e scrittore, ha portato una delle letture più originali della giornata, concentrandosi sulle radici antropologiche, culturali e quasi mistiche della Silicon Valley. Il digitale statunitense non è solo capitalismo, non è solo tecnologia, non è solo venture capital. È anche immaginario. È frontiera, mito del superamento, cultura del founder, fantascienza, libertarismo, spiritualità ricombinante, culto della disruption, desiderio di colonizzare nuovi spazi: il cyberspazio, il corpo, la mente, la longevità, lo spazio extraterrestre.
La California, in questa lettura, è il luogo dove la frontiera americana arriva al proprio limite geografico e si trasferisce in altri territori simbolici. Quando non c’è più terra da conquistare, la conquista diventa tecnologica, cognitiva, biologica, spaziale. La Silicon Valley produce strumenti, ma produce anche mondi. Non vende soltanto applicazioni, ma ambienti di vita. Non costruisce soltanto aziende, ma mitologie. Il founder non è più soltanto imprenditore: diventa figura profetica, creatore di mondi, interprete di un futuro che gli altri non vedono ancora.
Venanzoni ha colpito nel segno quando ha criticato il rischio del “vassallaggio felice”, cioè l’atteggiamento europeo e italiano di chi accetta piattaforme, modelli, strumenti e infrastrutture altrui come se fossero destino naturale. Il problema non è usare tecnologie statunitensi o straniere. Sarebbe ingenuo pensare a un’autarchia digitale. Il problema è non avere alternative, non costruire capacità proprie, non poter migrare, non poter ispezionare, non poter negoziare da una posizione di forza. Essere moderni non può voler dire essere dipendenti.
L’intervento dell’Ammiraglio Enrico Vignola, della Marina Militare, ha riportato il dibattito alla materialità strategica del digitale. Troppo spesso immaginiamo il digitale come qualcosa che viaggia nell’aria. In realtà il digitale passa anche dal mare. I cavi sottomarini sono infrastrutture decisive per la finanza, le comunicazioni, la difesa, il cloud, la logistica, la ricerca e la continuità operativa degli Stati. Proteggere il digitale significa proteggere fondali, approdi, dorsali, rotte, nodi, infrastrutture sommerse e sistemi di comunicazione.
La riflessione sul mare digitale è centrale per l’Italia. Siamo un Paese mediterraneo, con una posizione geografica che può essere vulnerabilità o vantaggio strategico. Il potere marittimo, nel XXI secolo, non riguarda più soltanto navi, porti, rotte commerciali e passaggi energetici. Riguarda anche cavi, sensori, dati, satelliti, cloud, cybersecurity e capacità di mantenere connesso il sistema Paese in condizioni di crisi.
Vignola ha sottolineato anche l’importanza dell’agilità. Le minacce digitali cambiano rapidamente, mentre le istituzioni spesso rispondono con tempi lunghi, procedure complesse e cicli decisionali inadatti alla velocità del contesto. Questo vale nella difesa, ma vale anche nella pubblica amministrazione, nelle imprese e nella formazione. Il digitale richiede capacità di sperimentare, correggere, apprendere, integrare e aggiornare. Non basta acquistare tecnologia; bisogna costruire cultura organizzativa capace di usarla e governarla.
Samuele Francesco Tadini, professore di filosofia presso la Facoltà di Teologia di Lugano, ha riportato il dibattito al fondamento della persona. Dopo infrastrutture, dati, guerra, piattaforme e geopolitica, la domanda decisiva resta: perché il potere digitale deve avere un limite? La risposta proposta è profonda: perché la persona non è una variabile del sistema, non è un profilo, non è una previsione statistica, non è un cluster, non è un dato da ottimizzare.
Il richiamo a Rosmini e alla persona come libertà sussistente ha dato all’incontro una base ontologica. Se la libertà è soltanto qualcosa che l’uomo possiede, allora può essere ridotta, contrattata, compressa in nome dell’efficienza o della sicurezza. Ma se la persona è libertà, se la libertà appartiene alla sua struttura costitutiva, allora ogni sistema tecnico deve essere giudicato a partire da questo limite. L’intelligenza artificiale non può diventare il criterio ultimo del giudizio sull’uomo. Deve restare uno strumento al servizio della persona.
L’esempio di una razionalità algoritmica priva di vincoli morali è particolarmente efficace. Un sistema può ottimizzare perfettamente un obiettivo formulato male e produrre una soluzione disumana. È il punto essenziale dell’etica dell’IA: il problema non è soltanto la correttezza tecnica dell’output, ma la qualità morale degli obiettivi, dei dati, dei vincoli e delle decisioni che affidiamo alla macchina. Un algoritmo può essere coerente e ingiusto. Può essere efficiente e inaccettabile. Può funzionare e, allo stesso tempo, violare ciò che rende umana una società.
Massimiliano Nicolini, Direttore del Dipartimento Ricerca e Sviluppo di Fondazione OLITEC, ha introdotto una voce spesso assente nei convegni sul digitale: quella di chi costruisce concretamente la tecnologia. Si parla molto di intelligenza artificiale, ma raramente si portano al centro del dibattito gli sviluppatori, gli ingegneri, i progettisti, coloro che scrivono il codice e conoscono i limiti reali dei sistemi. Questa assenza è pericolosa, perché una governance che non comprende la tecnica rischia di restare astratta.
Nicolini ha ricordato che una parte molto piccola della popolazione professionale produce strumenti che incidono sulla vita di tutti. Gli sviluppatori non scrivono soltanto programmi. Scrivono architetture di comportamento. Ogni scelta di default, ogni permesso, ogni interfaccia, ogni automazione, ogni logica di raccomandazione o ranking può orientare milioni di azioni quotidiane. Il codice non è legge in senso formale, ma spesso opera come legge di fatto.
Il suo richiamo alla tradizione italiana dell’informatica, da Olivetti a Perotto fino a Faggin, non è stato nostalgico. È stato un invito a ricordare che l’Italia non è condannata alla passività tecnologica. Il nostro Paese ha avuto momenti nei quali ha saputo immaginare futuro, produrre hardware, progettare innovazione, unire cultura tecnica e visione umanistica. La domanda, oggi, è come ricostruire una capacità tecnologica nazionale ed europea che non si limiti a usare o regolare ciò che altri producono.
La parte più importante del suo intervento, a mio avviso, è stata l’appello a coinvolgere gli sviluppatori nei tavoli etici, giuridici e politici. Non per consegnare loro l’ultima parola, ma per rendere reale il confronto. Chi guida deve sapere almeno come funziona il motore. La società deve decidere dove andare, con quali limiti, con quali regole e con quali responsabilità; ma non può guidare una macchina che non comprende minimamente. La politica tecnicamente ignorante finisce inevitabilmente per essere guidata da altri.
Enrico Panai, Presidente dell’Association of AI Ethicists e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha chiuso idealmente il cerchio portando l’etica dentro l’officina. La sua definizione di “metalmeccanico della filosofia” restituisce bene l’idea di un’etica non ornamentale, non predicatoria, non ridotta a dichiarazione di principio. L’etica dell’intelligenza artificiale deve entrare nei processi di progettazione, nei dati, nei test, nel monitoraggio, negli audit, nelle responsabilità organizzative e nelle decisioni concrete.
Panai ha ricordato un punto che spesso viene sottovalutato: l’educazione non basta. Certamente serve alfabetizzazione digitale, serve consapevolezza, serve formazione degli utenti. Ma sistemi altamente persuasivi, personalizzati e capaci di apprendere dal comportamento umano non possono essere governati soltanto chiedendo agli individui di essere più attenti. Servono regole, architetture, standard, responsabilità, controlli, possibilità di contestazione e limiti tecnici.
L’etica applicata non deve arrivare alla fine, quando il sistema è già stato progettato e bisogna soltanto giustificarlo. Deve essere presente all’inizio, quando si definiscono gli obiettivi, si scelgono i dati, si stabiliscono i vincoli, si identificano i soggetti vulnerabili, si valutano i rischi, si decide quali decisioni possano essere automatizzate e quali debbano restare umane. L’etica non è un bollino. È una procedura di qualità morale.
Dalla giornata è emerso anche un tema trasversale: l’Ucraina come laboratorio tecnologico della guerra contemporanea. Il conflitto ha mostrato il ruolo di droni, piattaforme, cloud, dati satellitari, comunicazioni, software di analisi, cyberdifesa e sistemi di targeting. La guerra non è più soltanto scontro tra eserciti, ma competizione tra sistemi di osservazione, interpretazione e decisione. Gli attori privati tecnologici possono diventare nodi essenziali della resilienza e della capacità militare. Questo impone una riflessione democratica seria: chi controlla le infrastrutture digitali in tempo di crisi? Chi decide accesso, disponibilità, policy, dati e dipendenze?
La mia considerazione finale riguarda l’Europa. Nel seminario si è parlato molto degli Stati Uniti e della Cina, come è naturale. Gli Stati Uniti rappresentano il polo del capitalismo digitale privato, fondato su venture capital, università, ricerca militare, hyperscaler, piattaforme globali e modelli proprietari. La Cina rappresenta il polo del capitalismo politico, nel quale il Partito-Stato mantiene il primato sulle grandi imprese tecnologiche e coordina industria, dati, sorveglianza e obiettivi strategici. L’Europa, invece, appare spesso come una potenza regolatoria senza equivalente potenza infrastrutturale.
Questa è, a mio avviso, la grande questione da porre al centro dei prossimi incontri. L’Europa ha ricerca, università, diritto, cultura, manifattura, capitale umano, supercalcolo, competenze industriali e capacità normative. Ma fatica a integrare questi elementi in uno stack digitale completo. Siamo forti in alcune parti della catena e deboli in altre. Soprattutto, rischiamo di essere dipendenti nei livelli più vicini all’utente, ai modelli, agli agenti, al cloud e alle piattaforme globali.
La dipendenza digitale non si presenta con il volto drammatico della sottomissione. Si presenta come comodità. È comodo usare modelli di terzi, cloud di terzi, piattaforme di terzi, strumenti di produttività di terzi, agenti di terzi. Ma quando imprese, università, pubbliche amministrazioni, sanità, giustizia e difesa costruiscono processi critici su infrastrutture non controllate, senza piani di migrazione, audit, sostituzione e autonomia, la libertà diventa condizionata da roadmap, prezzi, policy e giurisdizioni altrui.
La sovranità digitale non coincide con l’autarchia. Sarebbe una parola sbagliata e una prospettiva irrealistica. Sovranità digitale significa possibilità effettiva di scegliere, capire, sostituire, ispezionare, negoziare e produrre. Significa poter usare tecnologie globali senza esserne prigionieri. Significa costruire competenze interne, modelli europei, infrastrutture sicure, capacità di audit, dati governati, procurement strategico, formazione tecnica diffusa e una cultura politica capace di comprendere il motore prima di pretendere di guidare la macchina.
L’incontro di ieri non ha chiuso un tema. Lo ha aperto nel modo corretto. Ha mostrato che il potere digitale non è una questione per specialisti, ma una questione di civiltà istituzionale. Riguarda la libertà della persona, la competitività delle imprese, la sicurezza degli Stati, il futuro della democrazia, la formazione dei giovani e la capacità dell’Italia e dell’Europa di non limitarsi a commentare il futuro prodotto altrove.
Fondazione OLITEC può avere, in questo percorso, un ruolo importante: non solo organizzare momenti di confronto, ma costruire una comunità stabile di pensiero e azione sul digitale. Una comunità capace di mettere allo stesso tavolo diritto, tecnica, filosofia, difesa, impresa, scuola, ricerca e istituzioni. Perché il potere digitale non può essere governato da una sola disciplina. E soprattutto non può essere lasciato a chi lo possiede già.
La sfida che resta aperta è questa: trasformare la consapevolezza in capacità. Non basta capire il potere digitale. Occorre costruire gli strumenti per non subirlo.

