Illustrazione simbolica di Massimiliano Nicolini che protegge giovani e famiglie dalla violenza e dalla disinformazione con una barriera luminosa ispirata all’intelligenza artificiale.

Intelligenza artificiale contro la violenza e la manipolazione

Le proteste in Francia e in Italia mostrano quanto sia urgente proteggere la verità, accertare le responsabilità e difendere la libertà delle persone

di Massimiliano Nicolini

La serenità di una società si misura anche dalla possibilità di accompagnare un figlio a scuola, aprire un negozio, attraversare una piazza o tornare a casa senza sentirsi esposti alla prepotenza. Quando la violenza restringe queste possibilità, colpisce qualcosa di più profondo dell’ordine pubblico: intacca la fiducia che permette alle persone di vivere insieme. L’intelligenza artificiale deve essere messa al servizio di questa fiducia, aiutando le istituzioni a individuare chi aggredisce, distrugge e intimidisce, e a ricostruire ciò che è realmente accaduto.

Le proteste in Francia e in Italia impongono però una distinzione essenziale. Manifestare pacificamente è parte della libertà che vogliamo difendere. Aggredire una persona, incendiare un bene o minacciare chi dissente significa imporre la propria volontà attraverso la paura. Confondere questi comportamenti con l’intera partecipazione a un corteo indebolisce la risposta dello Stato: disperde l’attenzione dagli autori dei fatti e rende sospetti cittadini che esercitano un diritto.

La questione tecnologica va affrontata con la stessa precisione. Occorre distinguere l’IA utilizzata per comunicare una mobilitazione, l’IA impiegata per falsificare il racconto degli eventi e l’eventuale uso di strumenti automatici per facilitare reati. Sono piani diversi. Dimostrare il primo o il secondo non consente, da solo, di affermare il terzo. Una ricostruzione seria deve resistere alla tentazione di attribuire a una regia unica ciò che le prove disponibili non collegano.

Per la Francia, VerificaRTVE ha documentato il 20 ottobre 2026 la diffusione, già a settembre, di locandine e video generati con l’IA che invitavano alla mobilitazione del 17 ottobre. Alcuni contenuti richiamavano i gilet gialli attraverso profili che non ne costituivano una rappresentanza ufficiale. È un esempio concreto di utilizzo della tecnologia nella promozione di una protesta. Non dimostra che l’IA abbia causato gli scontri né che tutti coloro che hanno risposto agli appelli condividessero intenzioni violente. [1]

Accanto alla mobilitazione è emersa la falsificazione. La stessa redazione ha verificato immagini generate artificialmente, tra cui quella di un edificio in fiamme presentato come una scena delle proteste francesi. A Marsiglia, una verifica di Mimikama ha invece distinto un’aggressione realmente avvenuta contro una donna da una rappresentazione virale che non corrispondeva alle riprese del fatto. La distinzione è decisiva: smascherare un’immagine falsa non cancella una violenza autentica; riconoscere una violenza autentica non rende attendibili tutte le immagini che pretendono di mostrarla. [2] [3]

In Italia il problema assume forme altrettanto concrete. Il 25 settembre 2026 Open ha esaminato un video generato con l’IA che simulava un servizio televisivo su una grande manifestazione a Milano. Il 20 ottobre VerificaRTVE ha identificato come artificiali immagini di militari davanti al Duomo diffuse nel racconto delle proteste. Una fotografia sintetica non documenta un dispiegamento reale, anche quando esistono decisioni o attività militari che vengono utilizzate per renderla plausibile. [4] [5]

Il 30 ottobre Open ha inoltre verificato un’immagine, associata a Napoli, di poliziotti a braccetto con manifestanti muniti di tricolore. Anche quella scena era generata con l’IA. La verifica precisava che uno dei post riportava l’avviso di contenuto artificiale, mentre altre condivisioni la presentavano come testimonianza di una manifestazione. Questo passaggio mostra quanto conti preservare il contesto: un’illustrazione dichiarata può diventare disinformazione quando viene riproposta come prova fotografica. [6]

Da questi casi ricavo una conclusione: la manipolazione può intervenire sulla percezione degli eventi in direzioni opposte, esagerando il caos oppure costruendo un’immagine rassicurante che nessuna ripresa autentica conferma. È ragionevole temere che ciò alimenti sfiducia e contrapposizione; quantificarne l’effetto sui comportamenti richiederebbe però un’analisi specifica. La successione temporale tra un contenuto virale e un disordine non basta a stabilire un rapporto di causa.

La nostra identità culturale merita una difesa esigente. Comprende la lingua, la memoria, il patrimonio artistico, le tradizioni delle comunità e il rispetto della dignità umana. Vive anche nell’uguaglianza davanti alla legge, nell’autonomia delle donne, nella libertà religiosa e nella possibilità di dissentire senza subire intimidazioni. Una società rinuncia a una parte di questa eredità quando accetta che la forza sostituisca il confronto. Proteggerla significa chiedere conto delle condotte individuali, senza assegnare colpe collettive sulla base dell’origine o dell’appartenenza.

La responsabilità riguarda anche i nostri connazionali. Chi tollera la prepotenza perché danneggia un avversario, chi diffonde una falsità perché produce visibilità, chi cerca un vantaggio immediato nella delegittimazione di ogni istituzione compie una scelta miope. Il deterioramento della fiducia non rimane confinato al bersaglio prescelto: può colpire il lavoro, la sicurezza e le relazioni di chi ha contribuito ad alimentarlo. La convenienza del momento non elimina il costo che verrà lasciato ai figli.

Proprio per questo dobbiamo pretendere un uso pubblico dell’IA orientato all’accertamento. Il Joint Research Centre della Commissione europea e Europol hanno indicato, in un approfondimento del settembre 2026, possibili impieghi nell’analisi di grandi quantità di dati, nell’individuazione di collegamenti e nel riconoscimento di contenuti manipolati. Sono capacità che possono sostenere il lavoro investigativo; la loro utilità dipende dalla qualità dei dati, dalla validazione degli strumenti e dalla competenza di chi interpreta i risultati. [7]

In un’indagine su un’aggressione, proporrei di partire da un obiettivo delimitato: ricostruire quel fatto attraverso materiali acquisiti legittimamente. Un sistema può aiutare a ordinare le registrazioni, segnalare sequenze da esaminare e collegare informazioni temporali da verificare. Gli investigatori devono poi stabilire chi abbia compiuto un gesto, chi abbia prestato soccorso e chi fosse soltanto presente. Una persona ripresa vicino a un danneggiamento non diventa responsabile per prossimità; un contatto digitale non dimostra automaticamente una collaborazione criminale.

L’eventuale riconoscimento biometrico richiede cautele ulteriori. L’articolo 5 dell’AI Act vieta, come regola, l’identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi accessibili al pubblico per finalità di polizia, prevedendo eccezioni circoscritte e condizioni rigorose. Vieta inoltre determinate previsioni di rischio criminale basate soltanto sulla profilazione o sui tratti personali, e la raccolta indiscriminata di immagini per costruire o ampliare banche dati di riconoscimento facciale. Una proposta seria di sicurezza deve rispettare questi confini e la disciplina nazionale applicabile. [8]

C’è anche una ragione tecnica per evitare automatismi. Le valutazioni del NIST documentano errori di riconoscimento e differenze di prestazione tra algoritmi e gruppi demografici; la qualità delle immagini influisce sui risultati. Una corrispondenza suggerita da un software deve quindi essere trattata come un elemento da controllare. Non autorizza a trasformare un sospetto in una certezza, né a esporre pubblicamente un volto prima degli accertamenti. Un’identificazione sbagliata danneggia un innocente e può allontanare l’indagine dal vero responsabile. [9]

La qualità della prova deve restare centrale. Gli originali vanno conservati; le elaborazioni devono essere documentate e distinguibili. Un volto ricostruito con strumenti generativi contiene dettagli prodotti dal modello che non possono essere scambiati per dettagli registrati dalla telecamera. Per lo stesso motivo, l’etichetta automatica «violento» non dovrebbe mai sostituire la descrizione verificabile di una condotta. Serve poter risalire al materiale di partenza, comprendere i limiti del metodo e contestare le conclusioni.

Anche il controllo umano deve avere un contenuto reale. Chi esamina l’esito di un sistema deve disporre del tempo, della formazione e dell’autorità necessari per respingerlo. Propongo verifiche indipendenti delle prestazioni nelle condizioni effettive di impiego, registri delle operazioni, accessi limitati ai dati e tempi di conservazione motivati. La sicurezza di una banca dati investigativa è parte della sicurezza dei cittadini: un archivio compromesso può esporre vittime, testimoni e persone estranee ai fatti.

Questo approccio deve permettere anche di approfondire eventuali responsabilità organizzative quando emergano elementi concreti: istigazioni a specifici reati, sostegno materiale, minacce o coordinamento di aggressioni. Ogni collegamento va dimostrato attraverso riscontri pertinenti e strumenti autorizzati. Le opinioni politiche, la partecipazione a una protesta e l’appartenenza a un gruppo non costituiscono, da sole, una prova di tali comportamenti. La capacità investigativa si misura dalla precisione con cui attribuisce le responsabilità.

Proteggere i giovani significa inoltre impedire che il loro disagio diventi materiale da sfruttare. La preoccupazione per il lavoro, la casa e il futuro merita ascolto e risposte credibili. Dobbiamo insegnare a riconoscere un falso, verificare una fonte e comprendere come un messaggio possa provocare una reazione impulsiva. Scuole e università dovrebbero affiancare all’alfabetizzazione tecnologica occasioni concrete di partecipazione e confronto. Chiedere responsabilità ai ragazzi è più credibile quando gli adulti dimostrano la propria.

La tutela delle donne deve tradursi nella libertà quotidiana di muoversi, lavorare, studiare e parlare senza intimidazioni. Il rispetto dovuto alle madri si accompagna a quello dovuto a ogni donna come persona autonoma. Per rendere concreta questa protezione servono segnalazioni accessibili, ascolto delle vittime, interventi tempestivi e indagini capaci di ricostruire minacce e aggressioni. L’introduzione di una tecnologia va valutata sulla sua capacità di migliorare queste risposte, senza aggiungere ostacoli a chi cerca aiuto.

Le istituzioni dovrebbero investire contemporaneamente nella competenza di investigatori e magistrati, nell’assistenza alle vittime e nella qualità dell’informazione pubblica durante le emergenze. Una comunicazione tempestiva, che esponga i fatti accertati e corregga gli errori, riduce lo spazio lasciato alle ricostruzioni arbitrarie. Anche piattaforme, giornali e cittadini hanno una responsabilità: rendere riconoscibile la natura artificiale delle immagini e non trasformare una scena suggestiva in una testimonianza inesistente.

Per valutare un programma di IA destinato alla sicurezza proporrei indicatori comprensibili: accuratezza degli accertamenti, frequenza delle identificazioni errate, tempi necessari a verificare una segnalazione, utilità delle prove e capacità di correggere gli errori. Il numero di persone osservate o di segnalazioni prodotte, da solo, non dimostra efficacia. Un sistema che moltiplica falsi allarmi può consumare risorse preziose proprio mentre una vittima attende protezione.

L’Italia e l’Europa hanno il dovere di difendere le condizioni che rendono possibile una vita libera. Dobbiamo poter chiedere fermezza contro chi commette violenze e, insieme, precisione nell’accertare chi ne sia responsabile. Ai nostri giovani va consegnata una società capace di proteggere il dissenso pacifico e di impedire che l’intimidazione diventi un metodo per imporsi. È questa la direzione che chiedo alla ricerca e alle istituzioni: usare l’intelligenza artificiale per rendere la giustizia più competente e la libertà più concreta.

Fonti e riferimenti

[1] VerificaRTVE — El papel de la IA y las redes en las protestas masivas del 17 de octubre en Francia. 20 ottobre 2026. Consulta la fonte.

[2] VerificaRTVE — Desinformación sobre las protestas en Francia. 19 ottobre 2026, aggiornato il 20 ottobre. Consulta la fonte.

[3] Mimikama — Bild zu Flammenwerfer-Angriff in Marseille ist nicht echt. 6 ottobre 2026, aggiornato il 7 ottobre. Consulta la fonte.

[4] Open — Proteste di massa a Milano, ma il video è AI. 25 settembre 2026. Consulta la fonte.

[5] VerificaRTVE — Desinformación sobre las protestas en Italia. 20 ottobre 2026. Consulta la fonte.

[6] Open — Napoli, la foto dei poliziotti a braccetto con i manifestanti contro il carovita è generata con l’AI. 30 ottobre 2026. Consulta la fonte.

[7] Commissione europea, Joint Research Centre — How emerging privacy technologies could reshape law enforcement. 8 settembre 2026. Consulta la fonte.

[8] Commissione europea, AI Act Service Desk — Article 5 Prohibited AI practices. consultato il 31 ottobre 2026. Consulta la fonte.

[9] NIST — Face Recognition Technology Evaluation Demographic Effects in Face Recognition. consultato il 31 ottobre 2026. Consulta la fonte.

Illustrazione simbolica generata con intelligenza artificiale dalla fotografia fornita dall’autore.


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