Luciano Violante al Meeting di Rimini: la nuova libertà passa dalla separazione tra potere politico e potere digitale

Chi sono oggi i veri padroni del mondo? I governi, le grandi potenze militari, le multinazionali tecnologiche, i proprietari dei dati oppure gli algoritmi capaci di condizionare decisioni, comportamenti e opinioni? È attorno a questa domanda che si è sviluppato al Meeting di Rimini l’incontro dedicato ai nuovi equilibri del potere mondiale, con la partecipazione di Luciano Violante, presidente dell’Associazione Futuri Probabili, Monica Maggioni e Stefano Lucchini. A imprimere una direzione politica e istituzionale particolarmente netta al confronto è stato soprattutto Violante, che ha individuato nella difesa dell’Europa, nella regolazione dell’intelligenza artificiale e nella separazione tra potere politico e potere digitale le nuove frontiere della libertà democratica.

Il dibattito è stato introdotto da un passaggio dell’intervento pronunciato da Papa Leone XIV, nel quale il Pontefice ha invitato a liberare la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai “business della morte”. Un richiamo accompagnato dalla richiesta di smascherare i rapporti di potere ingiusti che alimentano povertà, disuguaglianze, guerre e disastri ambientali e di “disarmare” lo sviluppo tecnologico quando diventa pervasivo e distruttivo.

Proprio il significato politico di questo disarmo è stato uno dei punti centrali dell’intervento di Violante. Il presidente ha ricostruito la crisi dell’ordine internazionale partendo da una distinzione essenziale: mentre il diritto interno dispone di autorità e istituzioni capaci di intervenire quando una norma viene violata, il diritto internazionale si fonda principalmente sul consenso degli Stati e sulla loro disponibilità a riconoscere alcune regole comuni. È questo consenso, secondo Violante, a essere venuto meno.

Il punto di partenza della sua riflessione è stato un filmato nel quale il presidente statunitense Donald Trump, interrogato sull’esistenza di limiti al proprio potere internazionale, affermava di non avere bisogno del diritto internazionale e di riconoscere come unico limite la propria morale. Una dichiarazione che Violante ha considerato rappresentativa di una trasformazione molto più profonda della politica mondiale. Non si tratterebbe soltanto dello stile personale di un presidente, ma dell’affermazione di un principio secondo il quale la forza, la volontà del leader e l’interesse nazionale possono sostituire il diritto e le istituzioni multilaterali.

«È saltato il meccanismo del consenso», ha osservato Violante. Leader e governi autoritari esistevano anche in passato, ma incontravano il contrappeso di un Occidente formato dagli Stati Uniti, dall’Europa e da altre democrazie. Oggi questa unità non può più essere data per scontata. Gli Stati Uniti sembrano orientarsi verso una concezione dell’Occidente circoscritta prevalentemente alle Americhe, mentre l’Europa viene considerata come una realtà separata, con la quale stabilire relazioni selettive attraverso singoli governi nazionali.

In questa nuova configurazione l’Unione europea assume, secondo Violante, un’importanza che va molto oltre il suo peso economico. L’Europa rimane il principale spazio continentale nel quale sopravvive un ordinamento liberal-democratico fondato sui diritti, sulle garanzie individuali e sulla separazione dei poteri. Proprio per questa ragione diventa un ostacolo ai progetti di chi vorrebbe sostituire l’Unione con una somma di Stati più fragili e più facilmente condizionabili.

Violante ha invitato a superare l’abitudine di descrivere l’Europa soltanto attraverso i suoi difetti. Se l’Unione europea dovesse perdere la propria identità liberal-democratica, non sarebbe compromesso esclusivamente il futuro delle istituzioni comunitarie: verrebbe meno uno degli ultimi contrappesi rimasti alla costruzione di un ordine mondiale dominato da grandi potenze autoritarie. Da qui l’appello ai cittadini affinché si informino, comprendano la natura dei cambiamenti in corso e assumano consapevolmente le proprie responsabilità politiche.

Il passaggio più incisivo dell’intervento di Violante ha riguardato il rapporto tra democrazia e tecnologia. Per mostrare la dimensione del fenomeno, il presidente ha presentato il valore economico complessivo delle cinque maggiori aziende digitali, mettendolo a confronto con quello delle principali economie dell’Unione europea. Il risultato evidenzia l’esistenza di soggetti privati dotati di una capacità finanziaria paragonabile, e in alcuni casi superiore, a quella dei più importanti Stati europei.

Non si tratta, quindi, soltanto di imprese particolarmente grandi. Queste aziende controllano piattaforme, infrastrutture, sistemi di comunicazione e quantità di dati che permettono di conoscere abitudini, relazioni, preferenze, spostamenti e comportamenti delle persone. La loro capacità di incidere sulla vita pubblica è ormai tale da imporre una revisione dello stesso principio della separazione dei poteri.

L’Illuminismo aveva individuato nella distinzione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario la condizione necessaria per impedire la concentrazione dell’autorità. Oggi, secondo Violante, occorre introdurre una nuova separazione: quella tra il potere politico e il potere digitale. La loro fusione rappresenterebbe infatti una minaccia diretta per la libertà dei cittadini, perché consentirebbe a chi governa di disporre contemporaneamente della forza dello Stato e di una conoscenza quasi totale della popolazione.

Violante ha richiamato l’impiego dei dati personali nei sistemi militari, nella sorveglianza, nell’identificazione degli individui e nel controllo dell’immigrazione. Ha ricordato il ruolo assunto da società specializzate nell’analisi di grandi quantità di informazioni e la crescente integrazione tra imprese tecnologiche, apparati militari e amministrazioni pubbliche. Gli esempi presentati hanno avuto la funzione di mostrare come il digitale non sia più uno strumento esterno utilizzato dal potere politico: i due poteri stanno progressivamente diventando parti di uno stesso sistema.

È in questo passaggio che Violante ha formulato il principio destinato a rappresentare il cuore politico dell’incontro: «La democrazia si basa sul fatto che il cittadino controlla il potere, ma il potere non controlla il cittadino». Se il potere pubblico dispone di strumenti capaci di conoscere ogni aspetto della vita individuale, mentre il cittadino sa sempre meno di ciò che avviene nei luoghi delle decisioni, il rapporto democratico viene rovesciato.

A questo squilibrio Violante ha contrapposto il diritto del cittadino all’“opacità”. L’espressione non indica la possibilità di sottrarsi alla legge, ma la necessità di conservare una sfera personale protetta. Il potere deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, mentre i cittadini devono disporre di garanzie che impediscano allo Stato e alle imprese di conoscere indiscriminatamente ogni aspetto della loro esistenza.

Le regole europee sull’intelligenza artificiale, sulla raccolta dei dati e sulla tutela della vita privata assumono così un significato molto diverso da quello attribuito loro dai critici dell’Unione. Non sono necessariamente un freno all’innovazione, ma strumenti destinati a impedire che l’innovazione cancelli i diritti fondamentali. Violante ha interpretato in questa prospettiva anche l’invito di Papa Leone XIV a “disarmare” l’intelligenza artificiale: non rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla concentrazione incontrollata del potere politico, economico e militare.

La riflessione è stata sviluppata da Monica Maggioni, che ha invitato a non descrivere la situazione internazionale come un caos privo di logica. Le logiche esistono, ma non coincidono più con quelle utilizzate fino a pochi anni fa per interpretare il mondo. Non sarebbe sufficiente attendere la conclusione della presidenza Trump per immaginare un ritorno all’ordine precedente, perché sono cambiate le strutture profonde del potere.

La tecnologia, nella lettura di Maggioni, costituisce la forza che attraversa ogni grande conflitto contemporaneo. È presente nella competizione per le materie prime, nei sistemi energetici, nell’uso dei droni e della robotica, nella finanza, nelle comunicazioni e nella capacità di orientare l’opinione pubblica. Non è più un settore della geopolitica, ma una delle condizioni che determinano la geopolitica stessa.

Al centro di questa trasformazione si trova la competizione tra Stati Uniti e Cina per il controllo dell’intelligenza artificiale. Da una parte la Cina dispone di una programmazione statale di lungo periodo, di investimenti sistematici nella ricerca e della capacità di orientare interi settori industriali. Dall’altra gli Stati Uniti hanno costruito una concentrazione senza precedenti di capitale privato, innovazione tecnologica e controllo delle piattaforme informative.

Maggioni ha definito “tecnoligarchi” i grandi protagonisti dell’economia digitale che non si limitano più a dialogare con il potere politico, ma sono entrati direttamente nei luoghi nei quali vengono assunte le decisioni. Il rapporto tra amministrazione americana e grandi imprenditori della tecnologia sarebbe quindi molto diverso da quello del passato: non più soltanto influenza economica esercitata sul governo, ma una vera compenetrazione tra apparato politico, interessi industriali e infrastrutture digitali.

Anche in questo caso l’Europa rappresenta un elemento di resistenza. Le grandi imprese tecnologiche guardano con ostilità al sistema europeo perché impone tasse e soprattutto regole. Ma proprio la capacità di stabilire limiti può diventare il contributo specifico dell’Europa alla gestione dell’intelligenza artificiale: dimostrare che l’innovazione può essere potente senza diventare incompatibile con la democrazia.

Stefano Lucchini ha collocato la trasformazione tecnologica in una prospettiva storica, paragonando l’intelligenza artificiale all’invenzione della stampa a caratteri mobili. La stampa rese possibile una diffusione della conoscenza fino ad allora impensabile e consentì alle persone di accedere direttamente ai testi religiosi, letterari e filosofici. Quella rivoluzione, tuttavia, produsse anche conflitti, censura, scismi e nuove forme di controllo.

La stessa ambivalenza caratterizza oggi l’intelligenza artificiale. Essa può accelerare la ricerca scientifica, migliorare la medicina e contribuire alla soluzione di problemi ancora irrisolti, ma può anche favorire la sorveglianza, la manipolazione e la perdita della riservatezza. Per Lucchini non si tratta di arrestare il progresso, bensì di governarlo collegando la programmazione economica alla programmazione sociale.

L’autonomia europea richiederà capacità di difesa, sicurezza energetica, infrastrutture digitali e investimenti nei centri di calcolo. Nessuna strategia potrà però essere duratura se aumenterà le disuguaglianze e lascerà indietro una parte della popolazione. Fiducia, dignità, solidarietà e coesione sociale sono state indicate come condizioni indispensabili per la stabilità delle democrazie.

Nella parte conclusiva del convegno Luciano Violante ha ampliato ulteriormente la riflessione, affrontando la convinzione sempre più diffusa secondo cui i regimi autoritari sarebbero più forti ed efficienti delle democrazie. La difficoltà dei sistemi democratici, secondo il presidente, non dipende soltanto dalla lentezza delle procedure, ma dalla progressiva perdita di un fondamento morale condiviso.

Le democrazie non possono vivere esclusivamente di norme e diritti individuali. Le regole sono indispensabili, ma non bastano a costruire il bene comune e a motivare la responsabilità verso le generazioni future. Violante ha individuato nel relativismo e nel “giuridicismo” due delle cause della debolezza contemporanea: quando tutto viene ridotto al diritto del singolo e ogni scelta viene considerata equivalente alle altre, diventa difficile chiedere solidarietà, rinuncia e responsabilità.

Nel pieno rispetto della laicità dello Stato, Violante ha invitato a riscoprire il rapporto tra democrazia e religione autenticamente vissuta. Ha però distinto con fermezza questa funzione morale dall’utilizzo strumentale della religione da parte dei sistemi autoritari. Le invocazioni religiose costruite attorno ai leader politici, la sacralizzazione delle guerre e l’identificazione tra volontà divina e interesse nazionale rappresentano, nella sua lettura, una manipolazione della fede finalizzata a legittimare il potere.

La religione autentica non consacra il governante e non giustifica l’aggressore, ma alimenta rispetto, ascolto e responsabilità. Per Violante l’amore, anche nella dimensione pubblica, si manifesta precisamente attraverso il rispetto e la capacità di ascoltare. La democrazia ha bisogno di questa forza morale perché deve essere capace di distinguere ciò che è semplicemente conveniente da ciò che è giusto. «Non è vero che tutto è uguale a tutto», ha affermato, sottolineando che senza criteri morali la politica finisce inevitabilmente per schierarsi con il soggetto più utile o più forte.

Maggioni ha ricondotto questo problema etico al dibattito sull’intelligenza artificiale, ricordando gli allarmi lanciati da alcuni dei maggiori studiosi e protagonisti del settore. Il rischio non riguarda soltanto la possibilità che sistemi avanzati agiscano oltre i limiti stabiliti dai loro creatori, ma soprattutto che l’intelligenza artificiale venga utilizzata dai governi per sorvegliare ogni cittadino, manipolare l’opinione pubblica, progettare nuove armi e alterare gli equilibri geopolitici.

La risposta emersa dal confronto non è stata la paura della tecnologia e neppure la rassegnazione. La parola più ricorrente è stata “consapevolezza”. Le trasformazioni in corso sono troppo rapide e profonde per occupare una parte marginale del dibattito politico. Servono conoscenza, ricerca indipendente, regole, partecipazione democratica e capacità di assumere decisioni prima che i processi diventino irreversibili.

Nella conclusione Lucchini ha indicato simbolicamente nei giovani i possibili veri “padroni del mondo”, perché saranno loro a vivere il futuro costruito attraverso le decisioni di oggi. Ma è stato ancora il pensiero sviluppato da Luciano Violante a fornire la chiave politica dell’intero convegno: la tecnologia può rimanere uno strumento di progresso soltanto se il potere digitale viene separato da quello politico, se il cittadino conserva il diritto a non essere integralmente controllato e se l’Europa continua a difendere un modello fondato sui diritti, sulla dignità e sulla democrazia.

Dal Meeting di Rimini è arrivato così un messaggio che non riguarda un futuro lontano, ma il presente. I nuovi padroni del mondo non sono soltanto i presidenti, gli eserciti o le multinazionali. Sono anche coloro che possiedono i dati, controllano gli algoritmi e dispongono delle infrastrutture attraverso le quali passa una parte crescente della vita umana. Evitare che questa potenza diventi dominio richiede una nuova cultura democratica, una più forte responsabilità morale e istituzioni capaci di governare l’innovazione. È questa, nella visione proposta da Luciano Violante, la grande battaglia per la libertà del nostro tempo.


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