IMMIGRAZIONE, QUANDO GLI STATI PENSANO l’IA PER IL SOCIAL SCORING

Non è un mistero che nei desideri notturni di qualche politicante estremo ci sia la voglia di usare l’iA per monitorare stile Cina per ora gli immigrati ed in futuro anche noi, l’iA lo può fare oggi ne ha le capacità, siamo pronti a riceverla ?

E se esistessero le buone pratiche dell’iA per gestire il fenomeno?

Il problema dell’immigrazione non può più essere affrontato soltanto attraverso slogan, emergenze periodiche, provvedimenti occasionali e banche dati che spesso non riescono a comunicare tra loro. Uno Stato moderno deve essere in grado di sapere chi è regolarmente presente sul territorio, quale percorso amministrativo sta seguendo, quali obblighi deve rispettare, quali diritti gli sono riconosciuti e quali interventi devono essere attivati quando emergono irregolarità, fragilità o situazioni di pericolo.

Oggi, invece, le informazioni risultano frequentemente frammentate tra amministrazioni centrali, prefetture, questure, comuni, strutture sanitarie, servizi sociali, centri per l’impiego, istituti scolastici e soggetti impegnati nell’accoglienza. Il risultato è un sistema nel quale si parla continuamente di controllo dell’immigrazione, ma lo Stato non dispone sempre di una visione completa, aggiornata e verificabile dei singoli percorsi.

È proprio in questo spazio che l’intelligenza artificiale potrebbe diventare determinante.

L’introduzione di tecnologie adeguate, alcune delle quali sono già oggetto di studio e sperimentazione, consentirebbe di aggiornare quotidianamente la posizione amministrativa delle persone inserite nei percorsi migratori. Un sistema pubblico evoluto potrebbe verificare la validità dei documenti, segnalare permessi in scadenza, rilevare incongruenze anagrafiche, controllare la partecipazione ai corsi di lingua e formazione, confrontare contratti di lavoro e contribuzioni, individuare duplicazioni d’identità e richiamare l’attenzione degli uffici quando una determinata situazione necessita di una verifica.

Controllare quotidianamente non dovrebbe tuttavia significare seguire ogni movimento di una persona, ascoltarne le conversazioni, ricostruirne le relazioni private o attribuirle un sospetto preventivo. Uno Stato democratico non deve sorvegliare indiscriminatamente la vita privata degli individui. Deve invece controllare il corretto funzionamento delle procedure pubbliche e il rispetto degli obblighi stabiliti dalla legge.

L’intelligenza artificiale potrebbe quindi osservare l’evoluzione degli eventi amministrativi legalmente rilevanti, senza trasformarsi in uno strumento invasivo capace di entrare nella vita personale di chiunque. La differenza è essenziale: controllare la regolarità di un percorso non significa criminalizzare chi lo sta compiendo, ma impedire che l’assenza di coordinamento trasformi l’integrazione in abbandono, l’irregolarità in invisibilità e la vulnerabilità in marginalità permanente.

Monitorare, inoltre, non significa necessariamente punire. Un sistema intelligente potrebbe rilevare non soltanto possibili violazioni, ma anche segnali di difficoltà. Una persona che smette improvvisamente di frequentare un corso di formazione potrebbe avere abbandonato volontariamente il proprio percorso, ma potrebbe anche essere stata coinvolta nel lavoro nero, trasferita illegalmente, minacciata, privata dei documenti o esposta a una situazione di grave disagio.

Allo stesso modo, una famiglia che non rinnova una pratica amministrativa potrebbe non voler rispettare le regole, ma potrebbe anche non aver compreso una comunicazione, non conoscere la lingua o non sapere a quale ufficio rivolgersi. La funzione dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere quella di segnalare l’anomalia, non di formulare automaticamente una condanna.

Il primo intervento potrebbe consistere in una comunicazione nella lingua conosciuta dalla persona, in un appuntamento presso l’ufficio competente, in una verifica documentale o nell’attivazione dei servizi sociali. Soltanto quando emergessero fatti concreti e accertati dovrebbero intervenire gli strumenti amministrativi, di pubblica sicurezza o giudiziari previsti dalla legge.

In questo modo l’intelligenza artificiale permetterebbe di distinguere rapidamente tra chi sta rispettando le regole, chi ha bisogno di aiuto, chi presenta una posizione documentale da chiarire e chi ha effettivamente commesso una violazione. Sarebbe un cambiamento profondo rispetto a un sistema che oggi rischia di trattare nello stesso modo situazioni completamente differenti.

L’idea di assegnare a ogni immigrato un unico punteggio sociale, tuttavia, sarebbe pericolosa e tecnicamente inadeguata. Una persona non può essere ridotta a un numero che pretenda di misurarne il valore, l’affidabilità o la compatibilità con la società. Un punteggio complessivo rischierebbe di mescolare elementi del tutto diversi, come un ritardo burocratico, una difficoltà economica, un cambio di domicilio, una mancata comunicazione, una denuncia non verificata o una condanna definitiva.

In un sistema simile, un dato sbagliato potrebbe produrre conseguenze enormi e difficili da correggere. Sarebbe quindi molto più corretto utilizzare indicatori separati, trasparenti e collegati a fatti specifici. Una posizione potrebbe essere indicata come regolare, in aggiornamento, in attesa di documentazione, da verificare, bisognosa di supporto oppure sottoposta a un provvedimento dell’autorità.

Ogni segnalazione dovrebbe riportare la propria fonte, la data, la motivazione e il soggetto competente alla verifica. L’intelligenza artificiale dovrebbe creare una mappa operativa delle situazioni, non una graduatoria morale delle persone.

La tecnologia può ridurre quasi a zero il tempo necessario per individuare un’anomalia, ma non deve ridurre a zero il tempo delle garanzie. L’algoritmo può segnalare, ordinare le priorità e aiutare l’amministrazione, ma non dovrebbe decidere autonomamente l’espulsione di una persona, il diniego di un permesso, la revoca di un beneficio o l’accesso a un diritto fondamentale.

Qualunque decisione capace di incidere seriamente sulla vita di un individuo dovrebbe essere assunta da un’autorità umana, sulla base di dati verificati, con una motivazione comprensibile e con la possibilità di presentare osservazioni, chiedere una correzione o impugnare il provvedimento.

Il controllo pubblico deve fondarsi sulla posizione giuridica, sugli obblighi previsti dalla legge e sulle condotte individuali accertate. Non può dipendere dall’essere albanese, rumeno, egiziano, pakistano, bengalese, marocchino o proveniente da qualsiasi altro Paese. Ancora meno può dipendere dall’essere musulmano, cristiano, ebreo, ateo o appartenente a un’altra confessione religiosa.

Una nazionalità non costituisce automaticamente un indicatore di pericolosità. Una religione non descrive il comportamento di una persona. Utilizzare l’origine o la fede come scorciatoie decisionali produrrebbe discriminazioni, errori, contenziosi e sfiducia nelle istituzioni.

La tecnologia più avanzata non consiste nell’attribuire a milioni di persone un pregiudizio informatizzato. Consiste, al contrario, nel riuscire a valutare ogni posizione attraverso dati individuali, pertinenti, aggiornati e sottoposti a controllo.

Chi rispetta le leggi, lavora, studia, paga le imposte, partecipa a un percorso d’integrazione e contribuisce alla comunità non deve essere confuso con chi commette reati o sfrutta il sistema. Allo stesso modo, chi viola la legge non può nascondersi dietro l’appartenenza a una comunità o accusare ogni controllo di essere discriminatorio. La regola deve essere semplice: nessuna colpa collettiva e nessuna impunità individuale.

Dal punto di vista informatico, una piattaforma nazionale potrebbe elaborare in tempi estremamente rapidi un numero enorme di posizioni amministrative. Una volta realizzata l’interoperabilità tra le banche dati pubbliche, l’intelligenza artificiale potrebbe confrontare ogni giorno milioni di registrazioni, individuare scadenze, anomalie, duplicazioni e situazioni che richiedono l’intervento di un ufficio.

In meno di un mese sarebbe tecnicamente possibile organizzare e verificare una quantità molto ampia di posizioni, purché i dati fossero corretti, aggiornati e legalmente utilizzabili. Ma elaborare un milione di pratiche non significa sorvegliare un milione di vite.

Prima dell’attivazione di un sistema di tale portata dovrebbero essere definite con precisione la base giuridica, le categorie di dati utilizzabili, i tempi di conservazione, le amministrazioni autorizzate, le modalità di correzione degli errori, le misure di sicurezza informatica e le responsabilità in caso di abuso.

Ogni accesso dovrebbe essere registrato. Ogni modifica dovrebbe lasciare una traccia. Ogni segnalazione dovrebbe essere comprensibile. Ogni persona dovrebbe poter conoscere gli elementi utilizzati nei procedimenti che la riguardano, contestare i dati inesatti e ottenere una valutazione umana.

La velocità tecnologica deve quindi essere accompagnata dalla precisione istituzionale. Uno Stato efficiente non è quello che decide più in fretta a qualunque costo, ma quello che riesce a decidere rapidamente senza rinunciare alla legalità, alla proporzionalità e alla dignità della persona.

È vero che molti italiani residenti o temporaneamente presenti all’estero possono incontrare diffidenza, ostacoli burocratici, discriminazioni e trattamenti ingiusti. L’Italia ha il dovere di difenderli attraverso la diplomazia, i consolati, gli accordi bilaterali e gli strumenti internazionali.

Il fatto che un italiano possa essere trattato male in un altro Paese, però, non autorizza lo Stato italiano a trattare ingiustamente uno straniero. La reciprocità non può trasformarsi in vendetta. Deve diventare una richiesta comune di regole chiare: protezione per gli italiani all’estero e rispetto delle leggi per gli stranieri presenti in Italia.

Un sistema italiano trasparente, verificabile e non discriminatorio avrebbe anche una maggiore forza diplomatica. Il nostro Paese potrebbe pretendere analoghe garanzie per i propri cittadini, mostrando di applicare sul proprio territorio criteri rigorosi ma rispettosi dei diritti fondamentali.

Per anni il tema dell’immigrazione è stato utilizzato per produrre paura, contrapposizione e consenso. Quando mancano dati certi, ogni parte può raccontare la propria versione. Qualcuno descrive una situazione completamente fuori controllo, mentre qualcun altro tende a negare problemi reali, ritardi amministrativi, fenomeni di illegalità e difficoltà nei percorsi d’integrazione.

L’intelligenza artificiale potrebbe ridurre questo spazio di manipolazione. Una piattaforma pubblica potrebbe mostrare quanti percorsi sono regolari, quante persone lavorano, quante frequentano attività formative, quanti permessi sono in scadenza, quanti controlli sono stati effettuati, quali criticità ricorrono maggiormente e quali territori necessitano di risorse aggiuntive.

I dati pubblici dovrebbero essere presentati in forma aggregata e anonima, senza esporre le persone. La conoscenza sostituirebbe la propaganda. Le amministrazioni potrebbero programmare invece di inseguire continuamente le emergenze. Le forze dell’ordine potrebbero concentrare le risorse sulle situazioni realmente rilevanti. I servizi sociali potrebbero intervenire prima che una fragilità si trasformi in marginalità. Gli uffici potrebbero ridurre ritardi, errori e duplicazioni.

La vera questione non è quindi stabilire se l’intelligenza artificiale debba essere utilizzata nella gestione dell’immigrazione. La questione è decidere come debba essere utilizzata, da chi, con quali limiti e sotto quale controllo.

La tecnologia può rendere lo Stato più informato, più rapido e più capace di verificare il rispetto delle regole. Può seguire quotidianamente l’evoluzione delle pratiche, individuare anomalie e coordinare amministrazioni che oggi procedono separatamente. Non deve però costruire categorie umane di serie A e di serie B.

Non deve stabilire che una persona è pericolosa perché proviene da un determinato Paese. Non deve attribuire sospetti sulla base della religione. Non deve trasformare un errore amministrativo in una condanna automatica. Non deve sostituire il giudice, il funzionario responsabile o l’autorità competente.

Il controllo democratico non consiste nel sapere tutto di tutti. Consiste nel conoscere ciò che è necessario per una finalità prevista dalla legge, utilizzando dati corretti e assicurando a ciascuno il diritto di comprendere e contestare le decisioni.

L’Italia non ha bisogno di un sistema che assegni un voto alle persone. Ha bisogno di un sistema che assegni finalmente responsabilità precise alle istituzioni.

L’intelligenza artificiale può far emergere rapidamente chi rispetta le regole, chi necessita di assistenza, chi deve chiarire la propria posizione e chi ha commesso violazioni concrete. Ma la decisione finale deve restare umana, motivata, trasparente e impugnabile.

Questa è la vera frontiera dell’intelligenza artificiale applicata all’immigrazione: non il controllo etnico, non la sorveglianza religiosa e non il ranking sociale, ma uno Stato che smette di essere cieco, conosce i fatti e applica le stesse regole a ogni individuo.


Scopri di più da

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere