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Rigenerazione digitale dei piccoli borghi, oltre 1.500 iscritti al ciclo estivo della Fondazione Olitec
Cita da Fondazione Olitec su 14 Agosto 2026, 11:35 amDal 14 al 30 agosto nove conferenze, da Pescara a Roma, per presentare il rapporto TeR 2030/2040 e costruire una strategia concreta su formazione, lavoro, servizi, innovazione e ripopolamento dei territori.
Sono già oltre 1.500 gli amministratori, i funzionari e i dirigenti pubblici iscritti al ciclo estivo di conferenze dedicato alla rigenerazione digitale dei piccoli borghi, promosso e organizzato dalla Fondazione Olitec attraverso il proprio Centro Studi. Un risultato che conferma quanto il futuro dei piccoli comuni non sia più percepito come un tema marginale o esclusivamente locale, ma come una delle grandi questioni strategiche che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi quindici anni.
La serie di appuntamenti, avviata il 14 agosto a Pescara, attraverserà il Paese con nove tappe complessive e si concluderà il 30 agosto a Roma. Al centro degli incontri vi sarà l’analisi del rapporto TeR 2030/2040, inserito nel più ampio percorso di studio dedicato a una strategia nazionale capace di trasformare i piccoli comuni in luoghi di formazione, tecnologia, lavoro e nuova comunità.
Il programma nasce da una convinzione precisa: non basta raccontare la bellezza dei borghi, promuovere qualche evento stagionale o restaurare immobili destinati a rimanere vuoti. Per restituire futuro ai piccoli comuni occorre riportare al loro interno funzioni reali, persone che vi abitino stabilmente, attività formative, opportunità professionali, infrastrutture, servizi essenziali e tecnologie capaci di generare lavoro.
La dimensione del fenomeno spiega il grande interesse manifestato dal mondo della pubblica amministrazione. In Italia i comuni con popolazione pari o inferiore a cinquemila abitanti sono 5.521, quasi sette amministrazioni comunali su dieci. Nei loro territori vivono circa 9,66 milioni di persone, pari al 16,4% della popolazione nazionale, distribuite su oltre la metà della superficie italiana. Una persona su sei risiede quindi in un piccolo comune, ma quella popolazione contribuisce a custodire e amministrare il 54,9% del territorio nazionale.
Dentro questi confini si trovano sorgenti, boschi, bacini idrici, aree protette, impianti energetici, strade montane, infrastrutture e porzioni decisive del patrimonio storico e ambientale italiano. I piccoli comuni svolgono pertanto una funzione che va ben oltre il numero dei loro abitanti: rappresentano presidi civili, amministrativi, ambientali e di sicurezza.
La loro fragilità, tuttavia, è sempre più evidente. Dopo una fase di crescita registrata nei primi anni Duemila, la popolazione complessiva dei piccoli comuni è passata dai circa 10,36 milioni del 2011 ai 9,66 milioni del 2025. Nel solo 2023, 341 comuni non hanno registrato alcuna nascita e tutti appartenevano alla categoria dei piccoli enti. Nello stesso anno, oltre il 60% dei comuni fino a cinquemila abitanti ha perso popolazione.
Non si tratta soltanto di una diminuzione anagrafica. Quando un territorio perde giovani, famiglie e lavoratori, progressivamente si riducono le iscrizioni scolastiche, chiudono attività commerciali, diminuisce il personale comunale, aumentano i costi dei servizi e diventa più difficile garantire trasporti, assistenza sanitaria, manutenzione e sicurezza.
La distanza, in questo quadro, rischia di trasformarsi in disuguaglianza. Un ospedale situato a quaranta chilometri può essere formalmente disponibile ma concretamente irraggiungibile per una persona anziana priva di automobile. Una scuola superiore collegata attraverso due autobus e coincidenze incerte può limitare le possibilità educative di un adolescente. Anche per questo la rigenerazione digitale non può essere confinata alla sola diffusione della connettività: deve diventare uno strumento per ricostruire la presenza dello Stato, organizzare meglio i servizi e ridurre i tempi reali di accesso.
Il rapporto analizzato durante le conferenze propone tre differenti traiettorie verso il 2040. Non si tratta di previsioni ufficiali puntuali, ma di scenari analitici attraverso i quali comprendere le conseguenze delle scelte che verranno compiute, o rinviate, nei prossimi anni.
Nel primo scenario, quello dell’inerzia, la prosecuzione delle tendenze attuali potrebbe portare la popolazione dei piccoli comuni a collocarsi tra 8,7 e 9 milioni di residenti. Molti paesi continuerebbero formalmente a esistere, conservando il municipio e una popolazione anagrafica, ma perderebbero progressivamente la capacità di offrire una vita completa. Le abitazioni diventerebbero prevalentemente stagionali, i negozi aprirebbero soltanto in alcuni periodi e i servizi pubblici verrebbero organizzati su distanze sempre maggiori.
Il secondo scenario, definito di stabilizzazione selettiva, prevede interventi concentrati su reti territoriali. Non ogni servizio dovrebbe essere duplicato in ogni comune, ma ogni cittadino dovrebbe poter raggiungere sanità, scuola, formazione e lavoro entro tempi sostenibili. Alcuni centri potrebbero specializzarsi nella residenzialità, altri nella formazione, altri ancora nella logistica, nella sanità o nella tecnologia. In questo caso la popolazione potrebbe attestarsi intorno ai 9,2–9,4 milioni di persone.
Il terzo scenario, quello della trasformazione territoriale, richiederebbe un programma nazionale continuativo fino al 2040, con recupero degli alloggi, investimenti infrastrutturali, centri formativi residenziali, commesse pubbliche pluriennali e almeno 200.000–250.000 nuovi posti di lavoro fisicamente localizzati nei territori. La popolazione potrebbe così mantenersi vicina ai livelli attuali, tra 9,5 e 9,7 milioni, con una migliore composizione per età e una maggiore presenza di famiglie e persone in età lavorativa.
La differenza tra questi scenari non dipenderà dalla quantità degli annunci, ma dalla continuità delle politiche. Un progetto demografico richiede almeno dieci o quindici anni e non può essere cancellato o completamente riscritto a ogni cambio di amministrazione.
Uno dei messaggi centrali del ciclo di conferenze riguarda il significato stesso della rigenerazione digitale. Portare la fibra ottica in un borgo è necessario, ma non sufficiente. La connettività consente di lavorare e comunicare, ma non genera automaticamente comunità, occupazione stabile e servizi.
La tecnologia utile ai piccoli comuni deve assumere una dimensione fisica: laboratori, simulatori, officine, sale operative, apparecchiature, istruttori, allievi, tecnici, ricercatori e commesse. Deve esistere una ragione concreta per raggiungere quel luogo, abitarlo e utilizzare le caratteristiche specifiche del territorio.
Il rapporto individua numerosi ambiti nei quali i borghi potrebbero assumere una funzione nazionale: campus residenziali per la formazione tecnica, laboratori per l’osservazione della Terra e l’analisi dei dati satellitari, centri per la robotica destinata ad ambienti montani, cyber range per la sicurezza delle amministrazioni, poli per la manutenzione delle reti idriche, microreti energetiche, simulazione per la protezione civile, manutenzione biomedicale, elettronica avanzata, tecnologie spaziali, sicurezza nucleare e decommissioning.
Non si tratta di collocare casualmente apparecchiature tecnologiche all’interno di un edificio recuperato. Ogni progetto, secondo il modello proposto, dovrebbe essere approvato soltanto in presenza di un committente iniziale, di un piano occupazionale, di un partner scientifico, di una struttura tecnicamente idonea, di una soluzione residenziale e di un bilancio operativo capace di coprire almeno i primi cinque anni.
La vera sfida non è quindi inaugurare un laboratorio, ma assicurarsi che quel laboratorio continui a lavorare, formare persone, ricevere commesse e produrre competenze anche dopo la conclusione del finanziamento iniziale.
Una particolare attenzione sarà dedicata alla formazione residenziale, considerata una delle infrastrutture demografiche più efficaci per i piccoli centri. Un corso frequentato occasionalmente produce visitatori; un campus nel quale studenti, docenti e tecnici vivono per mesi genera invece una domanda continuativa di alloggi, pasti, trasporti, manutenzione, connettività e servizi.
Il valore non nasce soltanto dal numero delle persone presenti, ma dalla durata e dalla ripetizione della loro permanenza. Il passaggio decisivo avviene quando la formazione viene collegata a tirocini retribuiti, assunzioni, unità operative, abitazioni accessibili e possibilità di trasferimento delle famiglie. Senza questa filiera il campus produce presenze temporanee; con essa può diventare un vero dispositivo di ripopolamento.
Il caso di Collalto Sabino, richiamato nel rapporto, viene presentato come un’esperienza nella quale un centro di addestramento ha progressivamente assunto il carattere di una presenza territoriale stabile. L’attività non si è limitata a un evento occasionale, ma ha introdotto organizzazione quotidiana, attività formative, necessità residenziali e rapporti continuativi con il territorio. In un paese di poche centinaia di abitanti anche alcune decine di presenze costanti possono modificare la scala dei servizi e riaprire abitazioni rimaste inutilizzate.
Il progetto di Nespolo, che ospiterà una delle tappe del ciclo estivo, rappresenta invece una proposta programmatica per il periodo 2030–2040. Il modello immagina un centro residenziale da 120 posti dedicato alle tecnologie nucleari e spaziali, con percorsi basati su simulazione, sicurezza, radioprotezione, manutenzione, cybersecurity, osservazione della Terra, comunicazioni satellitari, robotica e gestione delle missioni.
Il rapporto sottolinea correttamente che 120 allievi non equivalgono automaticamente a 120 nuovi residenti. In un paese di poco più di duecento abitanti, tuttavia, una simile presenza quotidiana, accompagnata da docenti, personale tecnico, servizi e successivamente da famiglie, potrebbe cambiare profondamente la dimensione sociale ed economica del territorio.
Il ciclo è iniziato il 14 agosto a Pescara e proseguirà il 16 agosto a Nespolo, in provincia di Rieti, il 18 agosto a Montecatini, il 20 agosto a Salsomaggiore, il 22 agosto a Stresa, il 24 agosto a Favara, il 26 agosto a Rimini, il 28 agosto a Campobasso, per concludersi il 30 agosto a Roma.Gli appuntamenti saranno costruiti intorno a tre direttrici: la presentazione di dati, analisi e prospettive per il futuro dei territori; il confronto con istituzioni, amministratori, esperti e imprese; l’esame delle tecnologie e dei modelli organizzativi capaci di creare comunità realmente connesse.
La scelta di attraversare località differenti, dal Centro al Nord e fino al Mezzogiorno e alle isole, risponde alla necessità di evitare una visione uniforme. Un borgo appenninico di duecento abitanti non possiede gli stessi bisogni di un comune di quattromila residenti collocato vicino a un distretto industriale. Le vocazioni territoriali, le infrastrutture disponibili, la condizione del patrimonio immobiliare e le reti economiche devono essere analizzate caso per caso.
Le conferenze non intendono quindi proporre una soluzione identica per tutti, ma costruire un metodo comune: conoscere i dati, individuare una funzione sostenibile, verificare gli edifici disponibili, trovare partner affidabili, garantire lavoro e servizi, misurare i risultati e correggere gli interventi quando necessario.
La partecipazione di oltre 1.500 amministratori, funzionari e dirigenti pubblici rappresenta un segnale importante. Dimostra che il tema ha superato la dimensione della testimonianza locale ed è entrato nell’agenda concreta di chi deve programmare, deliberare, progettare, affidare servizi e gestire risorse pubbliche.
Sono proprio gli uffici comunali, le strutture regionali, i responsabili della programmazione, i dirigenti tecnici e amministrativi a dover tradurre una visione nazionale in strumenti operativi: censimenti degli immobili, piani di mobilità, reti intercomunali, accordi con università e imprese, contratti di servizio, procedure di gara, sistemi di monitoraggio e valutazione dell’impatto.
Il rapporto propone una tabella di marcia precisa. Nei primi cento giorni un comune dovrebbe costituire il gruppo di lavoro, raccogliere i dati, censire gli immobili e avviare il patto sociale. Entro il primo anno dovrebbe selezionare una funzione prioritaria, verificare tecnicamente e giuridicamente l’edificio, individuare i partner e avviare un progetto pilota. Entro tre anni il centro dovrebbe essere operativo, con i primi alloggi, le commesse e una valutazione indipendente. Dal 2030 al 2040 i poli riusciti potrebbero crescere e assumere una funzione nazionale.
Il ciclo estivo della Fondazione Olitec può dunque diventare un grande laboratorio itinerante della pubblica amministrazione italiana: un luogo nel quale non limitarsi a descrivere lo spopolamento, ma discutere le decisioni necessarie per contrastarlo.
Il messaggio che attraversa il rapporto e l’intera serie di conferenze è sintetizzato dalle parole di Massimiliano Nicolini:
«Non dobbiamo riportare persone dentro paesi rimasti immobili; dobbiamo riportare futuro nei territori, perché siano le persone a desiderare di abitarli».
È questa la prospettiva che distingue una politica di rigenerazione da una semplice operazione promozionale. Le persone non organizzano la propria esistenza intorno a un contributo economico occasionale o al basso costo di una casa. Scelgono un luogo quando possono lavorare, studiare, curarsi, costruire relazioni, crescere i propri figli e immaginare un percorso di vita.
La grande partecipazione registrata dal ciclo di conferenze dimostra che esiste una pubblica amministrazione disposta a confrontarsi con questa sfida. Il risultato più importante non sarà soltanto il numero dei partecipanti presenti nelle sale, ma la capacità di trasformare il confronto estivo in delibere, reti territoriali, progetti formativi, recupero di immobili realmente utilizzabili, nuovi servizi e insediamenti duraturi.
Dal 14 al 30 agosto, la Fondazione Olitec porterà quindi in nove città italiane non soltanto un rapporto, ma una proposta di responsabilità condivisa. Governo, Regioni, comuni, imprese, università e comunità locali saranno chiamati a comprendere che il futuro dei borghi non riguarda una parte residuale del Paese: riguarda l’equilibrio territoriale, sociale e civile dell’intera Italia.
Dal 14 al 30 agosto nove conferenze, da Pescara a Roma, per presentare il rapporto TeR 2030/2040 e costruire una strategia concreta su formazione, lavoro, servizi, innovazione e ripopolamento dei territori.
Sono già oltre 1.500 gli amministratori, i funzionari e i dirigenti pubblici iscritti al ciclo estivo di conferenze dedicato alla rigenerazione digitale dei piccoli borghi, promosso e organizzato dalla Fondazione Olitec attraverso il proprio Centro Studi. Un risultato che conferma quanto il futuro dei piccoli comuni non sia più percepito come un tema marginale o esclusivamente locale, ma come una delle grandi questioni strategiche che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi quindici anni.
La serie di appuntamenti, avviata il 14 agosto a Pescara, attraverserà il Paese con nove tappe complessive e si concluderà il 30 agosto a Roma. Al centro degli incontri vi sarà l’analisi del rapporto TeR 2030/2040, inserito nel più ampio percorso di studio dedicato a una strategia nazionale capace di trasformare i piccoli comuni in luoghi di formazione, tecnologia, lavoro e nuova comunità.
Il programma nasce da una convinzione precisa: non basta raccontare la bellezza dei borghi, promuovere qualche evento stagionale o restaurare immobili destinati a rimanere vuoti. Per restituire futuro ai piccoli comuni occorre riportare al loro interno funzioni reali, persone che vi abitino stabilmente, attività formative, opportunità professionali, infrastrutture, servizi essenziali e tecnologie capaci di generare lavoro.
La dimensione del fenomeno spiega il grande interesse manifestato dal mondo della pubblica amministrazione. In Italia i comuni con popolazione pari o inferiore a cinquemila abitanti sono 5.521, quasi sette amministrazioni comunali su dieci. Nei loro territori vivono circa 9,66 milioni di persone, pari al 16,4% della popolazione nazionale, distribuite su oltre la metà della superficie italiana. Una persona su sei risiede quindi in un piccolo comune, ma quella popolazione contribuisce a custodire e amministrare il 54,9% del territorio nazionale.
Dentro questi confini si trovano sorgenti, boschi, bacini idrici, aree protette, impianti energetici, strade montane, infrastrutture e porzioni decisive del patrimonio storico e ambientale italiano. I piccoli comuni svolgono pertanto una funzione che va ben oltre il numero dei loro abitanti: rappresentano presidi civili, amministrativi, ambientali e di sicurezza.
La loro fragilità, tuttavia, è sempre più evidente. Dopo una fase di crescita registrata nei primi anni Duemila, la popolazione complessiva dei piccoli comuni è passata dai circa 10,36 milioni del 2011 ai 9,66 milioni del 2025. Nel solo 2023, 341 comuni non hanno registrato alcuna nascita e tutti appartenevano alla categoria dei piccoli enti. Nello stesso anno, oltre il 60% dei comuni fino a cinquemila abitanti ha perso popolazione.
Non si tratta soltanto di una diminuzione anagrafica. Quando un territorio perde giovani, famiglie e lavoratori, progressivamente si riducono le iscrizioni scolastiche, chiudono attività commerciali, diminuisce il personale comunale, aumentano i costi dei servizi e diventa più difficile garantire trasporti, assistenza sanitaria, manutenzione e sicurezza.
La distanza, in questo quadro, rischia di trasformarsi in disuguaglianza. Un ospedale situato a quaranta chilometri può essere formalmente disponibile ma concretamente irraggiungibile per una persona anziana priva di automobile. Una scuola superiore collegata attraverso due autobus e coincidenze incerte può limitare le possibilità educative di un adolescente. Anche per questo la rigenerazione digitale non può essere confinata alla sola diffusione della connettività: deve diventare uno strumento per ricostruire la presenza dello Stato, organizzare meglio i servizi e ridurre i tempi reali di accesso.
Il rapporto analizzato durante le conferenze propone tre differenti traiettorie verso il 2040. Non si tratta di previsioni ufficiali puntuali, ma di scenari analitici attraverso i quali comprendere le conseguenze delle scelte che verranno compiute, o rinviate, nei prossimi anni.
Nel primo scenario, quello dell’inerzia, la prosecuzione delle tendenze attuali potrebbe portare la popolazione dei piccoli comuni a collocarsi tra 8,7 e 9 milioni di residenti. Molti paesi continuerebbero formalmente a esistere, conservando il municipio e una popolazione anagrafica, ma perderebbero progressivamente la capacità di offrire una vita completa. Le abitazioni diventerebbero prevalentemente stagionali, i negozi aprirebbero soltanto in alcuni periodi e i servizi pubblici verrebbero organizzati su distanze sempre maggiori.
Il secondo scenario, definito di stabilizzazione selettiva, prevede interventi concentrati su reti territoriali. Non ogni servizio dovrebbe essere duplicato in ogni comune, ma ogni cittadino dovrebbe poter raggiungere sanità, scuola, formazione e lavoro entro tempi sostenibili. Alcuni centri potrebbero specializzarsi nella residenzialità, altri nella formazione, altri ancora nella logistica, nella sanità o nella tecnologia. In questo caso la popolazione potrebbe attestarsi intorno ai 9,2–9,4 milioni di persone.
Il terzo scenario, quello della trasformazione territoriale, richiederebbe un programma nazionale continuativo fino al 2040, con recupero degli alloggi, investimenti infrastrutturali, centri formativi residenziali, commesse pubbliche pluriennali e almeno 200.000–250.000 nuovi posti di lavoro fisicamente localizzati nei territori. La popolazione potrebbe così mantenersi vicina ai livelli attuali, tra 9,5 e 9,7 milioni, con una migliore composizione per età e una maggiore presenza di famiglie e persone in età lavorativa.
La differenza tra questi scenari non dipenderà dalla quantità degli annunci, ma dalla continuità delle politiche. Un progetto demografico richiede almeno dieci o quindici anni e non può essere cancellato o completamente riscritto a ogni cambio di amministrazione.
Uno dei messaggi centrali del ciclo di conferenze riguarda il significato stesso della rigenerazione digitale. Portare la fibra ottica in un borgo è necessario, ma non sufficiente. La connettività consente di lavorare e comunicare, ma non genera automaticamente comunità, occupazione stabile e servizi.
La tecnologia utile ai piccoli comuni deve assumere una dimensione fisica: laboratori, simulatori, officine, sale operative, apparecchiature, istruttori, allievi, tecnici, ricercatori e commesse. Deve esistere una ragione concreta per raggiungere quel luogo, abitarlo e utilizzare le caratteristiche specifiche del territorio.
Il rapporto individua numerosi ambiti nei quali i borghi potrebbero assumere una funzione nazionale: campus residenziali per la formazione tecnica, laboratori per l’osservazione della Terra e l’analisi dei dati satellitari, centri per la robotica destinata ad ambienti montani, cyber range per la sicurezza delle amministrazioni, poli per la manutenzione delle reti idriche, microreti energetiche, simulazione per la protezione civile, manutenzione biomedicale, elettronica avanzata, tecnologie spaziali, sicurezza nucleare e decommissioning.
Non si tratta di collocare casualmente apparecchiature tecnologiche all’interno di un edificio recuperato. Ogni progetto, secondo il modello proposto, dovrebbe essere approvato soltanto in presenza di un committente iniziale, di un piano occupazionale, di un partner scientifico, di una struttura tecnicamente idonea, di una soluzione residenziale e di un bilancio operativo capace di coprire almeno i primi cinque anni.
La vera sfida non è quindi inaugurare un laboratorio, ma assicurarsi che quel laboratorio continui a lavorare, formare persone, ricevere commesse e produrre competenze anche dopo la conclusione del finanziamento iniziale.
Una particolare attenzione sarà dedicata alla formazione residenziale, considerata una delle infrastrutture demografiche più efficaci per i piccoli centri. Un corso frequentato occasionalmente produce visitatori; un campus nel quale studenti, docenti e tecnici vivono per mesi genera invece una domanda continuativa di alloggi, pasti, trasporti, manutenzione, connettività e servizi.
Il valore non nasce soltanto dal numero delle persone presenti, ma dalla durata e dalla ripetizione della loro permanenza. Il passaggio decisivo avviene quando la formazione viene collegata a tirocini retribuiti, assunzioni, unità operative, abitazioni accessibili e possibilità di trasferimento delle famiglie. Senza questa filiera il campus produce presenze temporanee; con essa può diventare un vero dispositivo di ripopolamento.
Il caso di Collalto Sabino, richiamato nel rapporto, viene presentato come un’esperienza nella quale un centro di addestramento ha progressivamente assunto il carattere di una presenza territoriale stabile. L’attività non si è limitata a un evento occasionale, ma ha introdotto organizzazione quotidiana, attività formative, necessità residenziali e rapporti continuativi con il territorio. In un paese di poche centinaia di abitanti anche alcune decine di presenze costanti possono modificare la scala dei servizi e riaprire abitazioni rimaste inutilizzate.
Il progetto di Nespolo, che ospiterà una delle tappe del ciclo estivo, rappresenta invece una proposta programmatica per il periodo 2030–2040. Il modello immagina un centro residenziale da 120 posti dedicato alle tecnologie nucleari e spaziali, con percorsi basati su simulazione, sicurezza, radioprotezione, manutenzione, cybersecurity, osservazione della Terra, comunicazioni satellitari, robotica e gestione delle missioni.
Il rapporto sottolinea correttamente che 120 allievi non equivalgono automaticamente a 120 nuovi residenti. In un paese di poco più di duecento abitanti, tuttavia, una simile presenza quotidiana, accompagnata da docenti, personale tecnico, servizi e successivamente da famiglie, potrebbe cambiare profondamente la dimensione sociale ed economica del territorio.
Il ciclo è iniziato il 14 agosto a Pescara e proseguirà il 16 agosto a Nespolo, in provincia di Rieti, il 18 agosto a Montecatini, il 20 agosto a Salsomaggiore, il 22 agosto a Stresa, il 24 agosto a Favara, il 26 agosto a Rimini, il 28 agosto a Campobasso, per concludersi il 30 agosto a Roma.
Gli appuntamenti saranno costruiti intorno a tre direttrici: la presentazione di dati, analisi e prospettive per il futuro dei territori; il confronto con istituzioni, amministratori, esperti e imprese; l’esame delle tecnologie e dei modelli organizzativi capaci di creare comunità realmente connesse.
La scelta di attraversare località differenti, dal Centro al Nord e fino al Mezzogiorno e alle isole, risponde alla necessità di evitare una visione uniforme. Un borgo appenninico di duecento abitanti non possiede gli stessi bisogni di un comune di quattromila residenti collocato vicino a un distretto industriale. Le vocazioni territoriali, le infrastrutture disponibili, la condizione del patrimonio immobiliare e le reti economiche devono essere analizzate caso per caso.
Le conferenze non intendono quindi proporre una soluzione identica per tutti, ma costruire un metodo comune: conoscere i dati, individuare una funzione sostenibile, verificare gli edifici disponibili, trovare partner affidabili, garantire lavoro e servizi, misurare i risultati e correggere gli interventi quando necessario.
La partecipazione di oltre 1.500 amministratori, funzionari e dirigenti pubblici rappresenta un segnale importante. Dimostra che il tema ha superato la dimensione della testimonianza locale ed è entrato nell’agenda concreta di chi deve programmare, deliberare, progettare, affidare servizi e gestire risorse pubbliche.
Sono proprio gli uffici comunali, le strutture regionali, i responsabili della programmazione, i dirigenti tecnici e amministrativi a dover tradurre una visione nazionale in strumenti operativi: censimenti degli immobili, piani di mobilità, reti intercomunali, accordi con università e imprese, contratti di servizio, procedure di gara, sistemi di monitoraggio e valutazione dell’impatto.
Il rapporto propone una tabella di marcia precisa. Nei primi cento giorni un comune dovrebbe costituire il gruppo di lavoro, raccogliere i dati, censire gli immobili e avviare il patto sociale. Entro il primo anno dovrebbe selezionare una funzione prioritaria, verificare tecnicamente e giuridicamente l’edificio, individuare i partner e avviare un progetto pilota. Entro tre anni il centro dovrebbe essere operativo, con i primi alloggi, le commesse e una valutazione indipendente. Dal 2030 al 2040 i poli riusciti potrebbero crescere e assumere una funzione nazionale.
Il ciclo estivo della Fondazione Olitec può dunque diventare un grande laboratorio itinerante della pubblica amministrazione italiana: un luogo nel quale non limitarsi a descrivere lo spopolamento, ma discutere le decisioni necessarie per contrastarlo.
Il messaggio che attraversa il rapporto e l’intera serie di conferenze è sintetizzato dalle parole di Massimiliano Nicolini:
«Non dobbiamo riportare persone dentro paesi rimasti immobili; dobbiamo riportare futuro nei territori, perché siano le persone a desiderare di abitarli».
È questa la prospettiva che distingue una politica di rigenerazione da una semplice operazione promozionale. Le persone non organizzano la propria esistenza intorno a un contributo economico occasionale o al basso costo di una casa. Scelgono un luogo quando possono lavorare, studiare, curarsi, costruire relazioni, crescere i propri figli e immaginare un percorso di vita.
La grande partecipazione registrata dal ciclo di conferenze dimostra che esiste una pubblica amministrazione disposta a confrontarsi con questa sfida. Il risultato più importante non sarà soltanto il numero dei partecipanti presenti nelle sale, ma la capacità di trasformare il confronto estivo in delibere, reti territoriali, progetti formativi, recupero di immobili realmente utilizzabili, nuovi servizi e insediamenti duraturi.
Dal 14 al 30 agosto, la Fondazione Olitec porterà quindi in nove città italiane non soltanto un rapporto, ma una proposta di responsabilità condivisa. Governo, Regioni, comuni, imprese, università e comunità locali saranno chiamati a comprendere che il futuro dei borghi non riguarda una parte residuale del Paese: riguarda l’equilibrio territoriale, sociale e civile dell’intera Italia.

