
Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
All’interno del forum troverete topic dedicati ad argomenti specifici su cui potrete approfondire informazioni relative al ruolo, al processo di selezione e alla cultura aziendale della Fondazione Olitec. Inoltre, avrete la possibilità di caricare le vostre domande e consultare le risposte fornite ad altri quesiti posti dai candidati, creando così una rete di informazioni condivisa e trasparente.
Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
La patria a intermittenza: la sindrome dell’italiano all’estero che disprezza l’Italia e la riscopre quando serve, ma oggi l'iA svela ciò che era sommerso
Cita da Fondazione Olitec su 4 Agosto 2026, 1:49 pmDi Redazione
Dall’esterofilia militante alle pensioni trasferite nei Paesi fiscalmente più convenienti, passando per residenze ambigue, sanità e istituzioni italiane rispolverate nelle emergenze. Un’analisi senza indulgenze, ma anche senza confondere i fatti con gli slogan.
C’è un tipo umano che, appena oltrepassato il confine, sembra subire una trasformazione quasi istantanea. Fino al giorno precedente litigava con il Comune, si lamentava dell’Agenzia delle Entrate, malediceva il traffico, protestava per la fila alla posta e trovava insopportabile persino il vicino che stendeva i panni nel momento sbagliato. Poi atterra a Lisbona, Tirana, Londra, Dubai o in una qualunque altra destinazione e, nel giro di poche settimane, diventa ambasciatore volontario della nazione che lo ospita.
Improvvisamente, lì “funziona tutto”. Le persone sarebbero più civili, la burocrazia più efficiente, la politica più seria, le strade più pulite, i servizi più moderni, le tasse più eque, gli stipendi più alti e perfino il caffè, contro ogni evidenza metafisica, diventerebbe migliore. L’Italia, al contrario, viene descritta come un luogo irriformabile, popolato esclusivamente da incapaci, corrotti e nostalgici, dal quale il nostro nuovo esploratore sarebbe riuscito eroicamente a fuggire.
La possiamo chiamare, in senso giornalistico e non clinico, sindrome dell’italiano all’estero: il bisogno di celebrare senza sfumature il Paese nel quale si è scelto di vivere e di demolire sistematicamente quello dal quale si proviene. Non è semplice apprezzamento per una nuova cultura. È una forma di conversione identitaria, spesso accompagnata dalla necessità di convincere gli altri — e forse soprattutto sé stessi — che partire non sia stata soltanto una scelta personale, ma la prova definitiva della propria superiorità intellettuale.
L’esperienza individuale viene così elevata a teorema universale. Se una persona ha trovato un impiego meglio retribuito in Germania, allora in Germania chiunque avrebbe una vita migliore. Se un pensionato paga meno imposte in Albania o ha un maggiore potere d’acquisto, allora l’Albania sarebbe complessivamente superiore all’Italia. Se un professionista apre un’attività in un Paese nel quale incontra meno adempimenti, quella singola circostanza diventa la dimostrazione che tutto il sistema locale sarebbe più avanzato.
Quasi mai vengono raccontati con la stessa enfasi il costo degli alloggi, le assicurazioni sanitarie, le differenze nelle protezioni sociali, la qualità diseguale dei servizi, la solitudine, la precarietà dei permessi, le barriere linguistiche, la distanza dalla famiglia, le procedure che funzionano bene per alcuni e molto meno per altri. Si confronta il meglio della nazione ospitante con il peggio dell’Italia, selezionando soltanto gli elementi necessari a confermare la scelta già compiuta.
È una comparazione costruita come una fotografia pubblicitaria: sfondo perfetto, luce corretta, difetti cancellati e conto finale prudentemente nascosto.
Gli “scappati di casa” trasformati in esploratori
La definizione di “scappati di casa” è brutale e non può diventare una categoria sociologica. Tuttavia descrive, con una certa efficacia polemica, una parte di questo fenomeno: persone che non sempre sono partite dall’Italia dopo aver raggiunto il successo, ma che hanno cercato all’estero una seconda occasione perché nel proprio Paese non erano riuscite a costruire ciò che desideravano.
Non c’è niente di disonorevole. Cercare una nuova possibilità è legittimo e spesso coraggioso. Milioni di italiani, nel corso della storia, hanno lasciato la propria terra affrontando sacrifici enormi e contribuendo allo sviluppo delle comunità che li hanno accolti. Anche oggi partono ricercatori, lavoratori, imprenditori, studenti, professionisti e famiglie che costruiscono vite autentiche, pagano le imposte, rispettano le leggi locali e mantengono con l’Italia un rapporto maturo.
Il problema nasce quando la seconda occasione viene riscritta come una spedizione civilizzatrice.
Il nuovo emigrato non si presenta più come una persona che ha trovato altrove condizioni più adatte alle proprie esigenze. Si rappresenta come un novello Amerigo Vespucci, partito per portare conoscenza, efficienza e sapienza in terre che, evidentemente, aspettavano proprio lui. Magari aveva lasciato in Italia una società fallita, qualche debito, rapporti personali complicati o una carriera mai realmente iniziata, ma dall’estero racconta la propria partenza come se fosse stato costretto all’esilio dall’invidia di un Paese incapace di riconoscerne il genio.
Il racconto pubblico serve a riorganizzare la biografia privata. La fuga diventa conquista; l’insuccesso diventa incomprensione; la convenienza economica diventa scelta etica; l’adattamento necessario viene presentato come superiorità culturale.
Non tutti gli italiani all’estero sono così, naturalmente. Anzi, i dati mostrano che sarebbe profondamente scorretto applicare questa caricatura all’intera comunità italiana fuori dai confini nazionali. Ma il personaggio esiste, è riconoscibile e soprattutto è rumoroso. Riempie i social di confronti assoluti, impartisce lezioni a chi è rimasto, festeggia ogni difficoltà italiana come conferma della propria decisione e considera ogni risultato positivo del Paese ospitante una vittoria personale.
Il passaporto trattato come un estintore
La contraddizione emerge quando arriva il problema serio.
Finché la vita scorre senza intoppi, l’Italia è il luogo dal quale tenersi lontani. Quando compare una malattia, una controversia giudiziaria, una difficoltà amministrativa, una crisi familiare, un problema consolare o una spesa sanitaria insostenibile, il passaporto italiano viene improvvisamente riscoperto. Era rimasto chiuso in un cassetto come un vecchio oggetto del quale vergognarsi; viene estratto, lucidato, stirato, inamidato e brandito come un lasciapassare universale.
È il passaporto-estintore: ignorato dietro il vetro, da rompere soltanto in caso di emergenza.
A quel punto l’Italia non è più il Paese arretrato e invivibile. Diventa lo Stato che deve assistere, proteggere, certificare, curare, rimpatriare, rappresentare diplomaticamente, riconoscere diritti, pagare prestazioni o garantire un giudice. Le istituzioni fino al giorno precedente derise tornano improvvisamente a essere considerate affidabili, accessibili e, possibilmente, gratuite.
La critica, naturalmente, non fa perdere alcun diritto. Un cittadino può contestare duramente il proprio Paese e continuare a essere cittadino. Neppure rivolgersi a un tribunale italiano, quando esiste la relativa giurisdizione, costituisce di per sé un abuso. La tutela giudiziaria non è un premio per i patrioti.
Il problema è un altro: la pretesa di mantenere contemporaneamente i vantaggi di due sistemi, scaricando gli obblighi sull’uno e le necessità sull’altro. Vivere fiscalmente dove conviene, risultare anagraficamente dove serve, utilizzare il welfare del Paese più generoso, invocare le regole della nazione più favorevole e cambiare appartenenza istituzionale a seconda della fattura da pagare.
Qui non siamo più davanti alla libertà di emigrare o di criticare. Siamo davanti all’eventuale falsificazione della residenza, all’uso indebito di prestazioni collegate alla dimora effettiva o alla costruzione opportunistica di uno status amministrativo incoerente.
Il passaporto non è una tessera sanitaria universale
Sul rapporto tra italiani all’estero e sanità occorre, però, evitare una semplificazione molto diffusa. Non è vero che qualsiasi cittadino italiano stabilmente residente fuori dal Paese possa tornare e utilizzare gratuitamente l’intero Servizio sanitario nazionale soltanto mostrando il passaporto.
Secondo le informazioni ufficiali della Farnesina, i cittadini stabilmente residenti all’estero e iscritti all’AIRE che rientrano temporaneamente in Italia devono, in linea generale, corrispondere le tariffe regionali per le prestazioni sanitarie, comprese le urgenze. Esiste una tutela limitata per i titolari di pensione italiana e per gli emigrati nati in Italia: in assenza di copertura assicurativa possono ricevere gratuitamente prestazioni ospedaliere urgenti per un massimo di novanta giorni nell’anno solare. Chi trasferisce la residenza in uno Stato privo di convenzioni sanitarie con l’Italia perde invece l’assistenza ordinaria a carico del Servizio sanitario nazionale. (Ministero degli Affari Esteri)
Dunque, l’italiano correttamente iscritto all’AIRE non conserva automaticamente il medico di famiglia, le prescrizioni ordinarie e l’intera assistenza gratuita italiana. Il vero punto critico riguarda chi vive abitualmente all’estero ma continua a risultare residente in Italia, conservando così servizi e posizioni anagrafiche che presuppongono una dimora effettiva nel territorio nazionale.
È questa l’area che dovrebbe essere controllata: non il cittadino emigrato regolare, ma la residenza fittizia o non aggiornata utilizzata per mantenere un accesso improprio a prestazioni territoriali.
La prova dei numeri: analisi Celeborn sui residenti italiani all’estero
L’elaborazione Celeborn è stata condotta su dati pubblici aggregati provenienti da ISTAT, AIRE, Fondazione Migrantes, Ministero degli Affari Esteri e INPS. È importante chiarire che i numeri non permettono di sapere quanti italiani all’estero parlino male dell’Italia, quanti ritornino per curarsi o quanti conservino intenzionalmente una falsa residenza. Questi comportamenti non sono registrati come categorie statistiche.
Ciò che si può misurare è la consistenza della popolazione italiana abitualmente residente all’estero, il motivo dell’iscrizione all’AIRE, i flussi annuali di espatrio e rimpatrio e alcune prestazioni economiche erogate fuori dal Paese.
Al 31 dicembre 2024, secondo il conteggio integrato dell’ISTAT, i cittadini italiani abitualmente dimoranti all’estero erano 6.420.678. Il dato viene prodotto integrando AIRE, anagrafi consolari e altri segnali amministrativi utili ad accertare la dimora abituale. Il particolare decisivo è che soltanto 1.943.949 persone, pari al 30,3%, erano nate in Italia, mentre 4.476.729, il 69,7%, erano nate all’estero. Quasi sette italiani residenti fuori dai confini su dieci, quindi, non sono necessariamente persone che hanno personalmente abbandonato l’Italia: molti sono discendenti di emigrati o cittadini che hanno acquisito la cittadinanza per discendenza.
Al 1° gennaio 2025 gli iscritti all’AIRE erano 6.412.752. Il 47,1% risultava iscritto per espatrio, mentre il 41,3% lo era per nascita. Applicando queste percentuali al totale, si ottengono circa 3,02 milioni di iscrizioni originate da un trasferimento all’estero e circa 2,65 milioni originate dalla nascita. Le due misure non coincidono con il luogo di nascita rilevato dall’ISTAT perché descrivono fenomeni differenti: una indica il motivo amministrativo dell’iscrizione, l’altra il Paese nel quale la persona è nata.
Indicatore Celeborn Valore disponibile Interpretazione corretta Italiani abitualmente residenti all’estero al 31 dicembre 2024 6.420.678 È la migliore misura pubblica integrata della presenza stabile all’estero Residenti all’estero nati in Italia 1.943.949 – 30,3% Sono la componente più vicina alla figura di chi è personalmente partito dall’Italia Residenti all’estero nati fuori dall’Italia 4.476.729 – 69,7% Comprendono in larga parte discendenti e comunità storiche Iscritti AIRE al 1° gennaio 2025 6.412.752 È il dato anagrafico, non perfettamente sovrapponibile al conteggio ISTAT Iscritti AIRE per espatrio circa 3.020.406 – 47,1% Hanno alle spalle un evento amministrativo di trasferimento all’estero Iscritti AIRE per nascita circa 2.648.467 – 41,3% Non rappresentano necessariamente persone emigrate dall’Italia Espatri di cittadini italiani nel 2025 109.000 Dato provvisorio, in diminuzione rispetto al picco del 2024 Rimpatri di cittadini italiani nel 2025 56.000 Il saldo italiano resta negativo Saldo migratorio italiano nel 2025 –53.000 Le partenze superano ancora i rientri Italiani realmente all’estero ma non iscritti all’AIRE non determinabile dai dati pubblici Qualsiasi numero puntuale sarebbe una stima priva di base sufficiente Nel 2025 gli espatri di cittadini italiani sono stati circa 109 mila e i rientri circa 56 mila, con un saldo negativo di 53 mila persone. Nel 2024 gli espatri avevano raggiunto il picco di 141 mila; l’ISTAT collega esplicitamente tale livello anche all’introduzione di norme più stringenti sull’iscrizione all’AIRE. (Istat)
La differenza di 32 mila espatri tra il 2024 e il 2025 è un segnale importante, ma non può essere presentata come il numero degli italiani che vivevano clandestinamente all’estero. Una parte può essere collegata a iscrizioni tardive o a regolarizzazioni sollecitate dalle nuove sanzioni, ma un’altra parte può dipendere da oscillazioni reali dei flussi migratori. Trasformare automaticamente quella differenza in una stima delle false residenze sarebbe metodologicamente scorretto.
La conclusione dell’analisi Celeborn è quindi netta:
Possiamo identificare circa 6,42 milioni di cittadini abitualmente residenti all’estero e circa 3,02 milioni di iscrizioni AIRE originate da espatrio. Non possiamo, con i soli dati pubblici aggregati, stabilire quanti vivano fuori dall’Italia senza dichiararlo.
La popolazione non registrata non è necessariamente pari a zero. È semplicemente non identificabile con un margine di affidabilità accettabile. Potrebbe comprendere soggiorni temporanei, ritardi burocratici, errori amministrativi, persone in movimento tra più Paesi e, certamente, anche soggetti che mantengono intenzionalmente la residenza italiana per conservare vantaggi fiscali, sanitari o amministrativi.
La serietà dell’analisi impone di non confondere queste situazioni.
AIRE, residenza effettiva e “doppio status”
L’iscrizione all’AIRE è obbligatoria per chi stabilisce all’estero la propria dimora abituale; non è richiesta, tra gli altri casi, per permanenze inferiori a dodici mesi e per alcune categorie specifiche. La dichiarazione deve essere presentata al consolato competente entro novanta giorni dal trasferimento e comporta la cancellazione dall’Anagrafe della popolazione residente del Comune italiano. L’iscrizione può anche essere effettuata d’ufficio quando l’autorità consolare dispone di informazioni sufficienti. (Ministero degli Affari Esteri)
Dal 2024, l’omessa iscrizione può comportare una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro per ciascun anno di mancata registrazione, fino a un massimo di cinque anni.
Il cosiddetto “doppio status” non è una categoria giuridica o statistica ufficiale. È un’espressione utile per descrivere chi organizza la propria esistenza in modo da apparire residente in Italia davanti ad alcune amministrazioni e residente all’estero davanti ad altre.
Non ogni doppia presenza è fraudolenta. Una persona può avere case, familiari, interessi o attività in più Paesi. Può trascorrere lunghi periodi fuori dall’Italia senza aver ancora trasferito la propria dimora abituale. Può trovarsi in una fase transitoria. Inoltre, la residenza anagrafica, quella fiscale e il diritto all’assistenza sanitaria rispondono a regole non perfettamente coincidenti.
L’illecito nasce quando la rappresentazione fornita alle autorità non corrisponde consapevolmente alla realtà e serve a ottenere benefici non dovuti.
Per arrivare a una stima attendibile, un sistema come Celeborn dovrebbe poter operare, nel rispetto della legge e della protezione dei dati personali, su archivi amministrativi collegati: ANPR e AIRE, dichiarazioni fiscali, posizioni previdenziali, utilizzo continuativo dell’assistenza sanitaria, rapporti di lavoro, registri esteri accessibili attraverso gli accordi di cooperazione, iscrizione scolastica dei figli e altri indicatori oggettivi di vita stabile.
Non dovrebbe emettere condanne automatiche, ma produrre un indice di incoerenza residenziale destinato ad avviare controlli umani. Un conto è una pensione accreditata all’estero; un altro è la combinazione tra lavoro stabile fuori dall’Italia, famiglia residente fuori, abitazione principale fuori, assenza continuativa dal territorio nazionale e contemporaneo mantenimento di benefici locali legati alla residenza italiana.
L’algoritmo dovrebbe segnalare la contraddizione, non presumere la colpa.
I pensionati in Portogallo e Albania
Il trasferimento dei pensionati verso Paesi con un costo della vita o un regime fiscale più conveniente è uno degli esempi più visibili di questa nuova mobilità. Anche qui occorre separare nettamente tre piani.
Sul piano giuridico, un pensionato che trasferisce realmente la propria residenza, si iscrive all’AIRE, rispetta le convenzioni fiscali e utilizza correttamente i servizi non sta commettendo alcun illecito. La pensione riconosciuta secondo la legge non scompare perché il titolare decide di vivere altrove.
Sul piano economico, tuttavia, quella somma viene prevalentemente spesa nel Paese ospitante, alimentandone consumi, mercato immobiliare e servizi. Una parte della domanda interna finanziata dal sistema previdenziale italiano si trasferisce quindi fuori dall’Italia.
Sul piano morale, infine, diventa legittimo evidenziare la contraddizione di chi sceglie un’altra nazione per ridurre le imposte o aumentare il proprio potere d’acquisto, trascorre anni a spiegare quanto l’Italia sia disastrosa e poi pretende che ogni difficoltà sanitaria o amministrativa venga risolta dal sistema italiano.
Nel 2024 l’INPS ha registrato 310.543 pagamenti pensionistici all’estero, con un importo medio mensile di 609,90 euro. Di questi, 221.105 erano riferiti a cittadini italiani e 89.438 a cittadini stranieri. La spesa complessiva annua è stata di circa 1,748 miliardi di euro. Il dato riguarda pagamenti o posizioni pensionistiche e non coincide necessariamente con altrettante persone uniche, perché un medesimo soggetto può essere titolare di più prestazioni.
Per Portogallo e Albania il quadro è particolarmente significativo:
Paese Pagamenti pensionistici INPS Importo annuo complessivo Importo medio mensile Portogallo 3.524 156.318.819,78 euro 3.696,53 euro Albania 791 21.489.511,51 euro 2.716,75 euro Gli importi medi sono notevolmente superiori alla media complessiva delle pensioni pagate all’estero. L’INPS spiega che Portogallo, Tunisia, Albania, Grecia e Spagna presentano valori elevati perché molte delle prestazioni sono pensioni dirette interamente a carico dell’Istituto, erogate a persone trasferitesi per beneficiare di trattamenti fiscali più favorevoli.
Sommando Portogallo e Albania si ottengono 4.315 pagamenti, circa l’1,4% del totale delle posizioni estere, ma quasi 178 milioni di euro annui, equivalenti a circa il 10,2% dell’intera spesa pensionistica INPS fuori dall’Italia. È un’elaborazione Celeborn che non dimostra alcun abuso, ma mostra la forte concentrazione economica associata a queste destinazioni.
Occorre inoltre ricordare che non tutte le pensioni pagate in quei Paesi appartengono a cittadini italiani. Nel 2024 i titolari stranieri rappresentavano il 16,5% delle posizioni in Portogallo e il 47,8% di quelle in Albania.
Il Portogallo è stato per anni il simbolo di questa mobilità fiscale. Nel regime dei residenti non abituali, la documentazione dell’amministrazione tributaria portoghese indicava per le pensioni estere un’aliquota speciale del 10%. L’INPS segnala però che le politiche di favore per i nuovi pensionati stranieri sono venute meno e prevede, di conseguenza, un rallentamento del fenomeno. Restano naturalmente le posizioni già consolidate e le situazioni tutelate dalle disposizioni transitorie.
In Albania il numero delle pensioni pagate dall’INPS è passato da 275 nel 2020 a 791 nel 2024, con un incremento del 187,64%. Nel solo 2024, secondo il rapporto INPS, si sono trasferiti in Albania come pensionati 134 cittadini italiani, oltre a 25 cittadini stranieri titolari di prestazioni italiane. Complessivamente, nello stesso anno, i pensionati italiani trasferitisi fuori dal Paese sono stati 3.102.
Questi numeri devono essere letti senza demagogia. Non dimostrano che tutti i pensionati all’estero siano opportunisti, evasori o detrattori dell’Italia. Dimostrano però che esiste una mobilità orientata anche dalla convenienza fiscale e che una parte non irrilevante di reddito previdenziale prodotto dal sistema italiano viene spesa altrove.
La questione politica corretta non è impedire alle persone di partire. È verificare che il trasferimento sia reale, che la posizione fiscale sia coerente, che i servizi sanitari siano utilizzati secondo le regole e che non vengano mantenute residenze di comodo.
La cittadinanza non è un abbonamento, ma neppure una tessera di partito
L’idea secondo la quale chi sostiene entusiasticamente un altro Paese e denigra l’Italia dovrebbe rinunciare alla cittadinanza esprime una comprensibile richiesta morale di coerenza. Chi descrive quotidianamente l’Italia come una nazione indegna e considera migliore ogni istituzione straniera potrebbe domandarsi perché desideri conservare il passaporto italiano, il voto, la protezione consolare e la possibilità di invocare lo Stato nelle emergenze.
La rinuncia volontaria, del resto, è prevista. Un cittadino italiano maggiorenne, residente all’estero e titolare di un’altra cittadinanza può rinunciare formalmente a quella italiana. (Consolato di New York)
Ma questa scelta non può essere trasformata in una sanzione imposta dallo Stato per le opinioni espresse. L’articolo 22 della Costituzione stabilisce che nessuno può essere privato, per motivi politici, della cittadinanza. Criticare l’Italia, sostenere un’altra nazione o manifestare opinioni sgradevoli non può diventare la base per un’espulsione dalla comunità nazionale. (Senato)
La formula più equilibrata è questa:
La cittadinanza non è un abbonamento premium da riattivare quando si rompe un’anca, ma non è neppure una tessera di partito revocabile a chi critica il Paese.
Lo Stato liberale non deve misurare il patriottismo dei cittadini né pretendere dichiarazioni di fedeltà retorica. Deve, però, pretendere verità nelle dichiarazioni anagrafiche, coerenza fiscale e rispetto delle condizioni previste per l’accesso ai servizi.
Non si punisce una persona perché sostiene che il Portogallo sia migliore dell’Italia. La si controlla se dichiara di risiedere in Italia mentre vive stabilmente in Portogallo. Non si sanziona chi ama l’Albania. Si sanziona chi utilizza una residenza fittizia italiana per conservare benefici incompatibili con la propria vita reale. Non si toglie il passaporto a chi scrive post offensivi. Si recuperano le somme indebitamente percepite da chi ha reso dichiarazioni false.
La risposta deve colpire l’abuso, non l’opinione.
Una politica seria contro la patria “à la carte”
L’Italia dovrebbe costruire una politica fondata sulla distinzione tra cittadinanza, residenza anagrafica, residenza fiscale, copertura sanitaria e posizione previdenziale. Sono dimensioni collegate, ma non coincidenti. Proprio la loro frammentazione crea zone nelle quali prosperano ambiguità e opportunismi.
Servirebbe anzitutto una cooperazione automatizzata tra ANPR, AIRE, amministrazione fiscale, INPS e sistema sanitario, limitata ai dati necessari e sottoposta a controlli di legittimità. Le anomalie dovrebbero essere inviate ai Comuni e alle amministrazioni competenti per una verifica effettiva, con diritto dell’interessato a fornire spiegazioni e documentazione.
Dovrebbe poi essere pubblicato ogni anno un rapporto nazionale contenente il numero delle iscrizioni AIRE tardive, delle registrazioni effettuate d’ufficio, delle sanzioni applicate, delle false residenze accertate, delle prestazioni sanitarie recuperate e delle posizioni fiscali regolarizzate. Oggi disponiamo di grandi numeri sulla mobilità, ma non di un quadro pubblico completo sull’incoerenza amministrativa.
Le prestazioni collegate alla residenza dovrebbero essere riconosciute sulla base della residenza effettiva e delle convenzioni internazionali, non sulla semplice disponibilità di un documento italiano. Quando esiste una copertura estera o un sistema di compensazione tra Stati, il costo dovrebbe essere correttamente attribuito. Quando una persona ha fornito informazioni false, le somme dovrebbero essere recuperate con sanzioni proporzionate.
Parallelamente, l’iscrizione all’AIRE deve essere resa rapida, semplice e interoperabile. Lo Stato non può pretendere puntualità dai cittadini e poi lasciare le pratiche sospese per mesi. Controllo e qualità amministrativa devono procedere insieme.
Soprattutto, bisogna abbandonare due narrazioni ugualmente false. La prima sostiene che tutti coloro che partono siano traditori opportunisti. La seconda presenta ogni emigrato come un talento costretto alla fuga da un Paese senza speranza. Esistono eccellenze, lavoratori ordinari, famiglie, discendenti di emigrati, persone in difficoltà, pensionati che cercano serenità, professionisti che inseguono opportunità e soggetti che tentano di sfruttare contemporaneamente più sistemi. Metterli tutti nella stessa categoria impedisce di comprendere il fenomeno.
La libertà di partire non cancella il dovere della coerenza
Un italiano ha tutto il diritto di trasferirsi, costruire una nuova vita, amare il Paese che lo accoglie e considerare migliori alcune sue istituzioni. Può anche criticare duramente l’Italia. La critica, quando è informata, può essere utile proprio perché mostra modelli alternativi e debolezze che devono essere corrette.
Ciò che diventa intollerabile è la trasformazione della convenienza personale in superiorità morale, accompagnata dalla pretesa di riattivare l’appartenenza italiana soltanto quando presenta un’utilità economica o istituzionale.
Non si può proclamare ogni giorno che l’Italia è un Paese fallito e poi considerarla abbastanza efficiente da curare, tutelare, certificare, difendere e pagare. Non si può utilizzare la fiscalità più conveniente di uno Stato, il costo della vita più basso di un altro e il welfare più generoso di un terzo, mantenendo nel frattempo una rappresentazione amministrativa adattabile alle necessità del momento.
La regola adulta è semplice: libertà di partire, libertà di restare, libertà di criticare; obbligo di dichiarare dove si vive, pagare dove si deve, non simulare residenze e utilizzare i servizi secondo le condizioni previste.
L’Italia non ha bisogno di sudditi ossequiosi né di patrioti da social network. Ha bisogno di cittadini che rispettino i fatti. Anche quando vivono a migliaia di chilometri di distanza.
Perché la patria non si misura dal numero delle bandiere esposte, dalla frequenza con cui si canta l’inno o dalla quantità di elogi riservati al proprio Paese. Si misura, molto più concretamente, dalla verità che ciascuno mette nel proprio indirizzo, nella propria posizione fiscale e nel rapporto con le istituzioni che pretende di poter chiamare quando arriva il momento del bisogno.
Di Redazione
Dall’esterofilia militante alle pensioni trasferite nei Paesi fiscalmente più convenienti, passando per residenze ambigue, sanità e istituzioni italiane rispolverate nelle emergenze. Un’analisi senza indulgenze, ma anche senza confondere i fatti con gli slogan.
C’è un tipo umano che, appena oltrepassato il confine, sembra subire una trasformazione quasi istantanea. Fino al giorno precedente litigava con il Comune, si lamentava dell’Agenzia delle Entrate, malediceva il traffico, protestava per la fila alla posta e trovava insopportabile persino il vicino che stendeva i panni nel momento sbagliato. Poi atterra a Lisbona, Tirana, Londra, Dubai o in una qualunque altra destinazione e, nel giro di poche settimane, diventa ambasciatore volontario della nazione che lo ospita.
Improvvisamente, lì “funziona tutto”. Le persone sarebbero più civili, la burocrazia più efficiente, la politica più seria, le strade più pulite, i servizi più moderni, le tasse più eque, gli stipendi più alti e perfino il caffè, contro ogni evidenza metafisica, diventerebbe migliore. L’Italia, al contrario, viene descritta come un luogo irriformabile, popolato esclusivamente da incapaci, corrotti e nostalgici, dal quale il nostro nuovo esploratore sarebbe riuscito eroicamente a fuggire.
La possiamo chiamare, in senso giornalistico e non clinico, sindrome dell’italiano all’estero: il bisogno di celebrare senza sfumature il Paese nel quale si è scelto di vivere e di demolire sistematicamente quello dal quale si proviene. Non è semplice apprezzamento per una nuova cultura. È una forma di conversione identitaria, spesso accompagnata dalla necessità di convincere gli altri — e forse soprattutto sé stessi — che partire non sia stata soltanto una scelta personale, ma la prova definitiva della propria superiorità intellettuale.
L’esperienza individuale viene così elevata a teorema universale. Se una persona ha trovato un impiego meglio retribuito in Germania, allora in Germania chiunque avrebbe una vita migliore. Se un pensionato paga meno imposte in Albania o ha un maggiore potere d’acquisto, allora l’Albania sarebbe complessivamente superiore all’Italia. Se un professionista apre un’attività in un Paese nel quale incontra meno adempimenti, quella singola circostanza diventa la dimostrazione che tutto il sistema locale sarebbe più avanzato.
Quasi mai vengono raccontati con la stessa enfasi il costo degli alloggi, le assicurazioni sanitarie, le differenze nelle protezioni sociali, la qualità diseguale dei servizi, la solitudine, la precarietà dei permessi, le barriere linguistiche, la distanza dalla famiglia, le procedure che funzionano bene per alcuni e molto meno per altri. Si confronta il meglio della nazione ospitante con il peggio dell’Italia, selezionando soltanto gli elementi necessari a confermare la scelta già compiuta.
È una comparazione costruita come una fotografia pubblicitaria: sfondo perfetto, luce corretta, difetti cancellati e conto finale prudentemente nascosto.
Gli “scappati di casa” trasformati in esploratori
La definizione di “scappati di casa” è brutale e non può diventare una categoria sociologica. Tuttavia descrive, con una certa efficacia polemica, una parte di questo fenomeno: persone che non sempre sono partite dall’Italia dopo aver raggiunto il successo, ma che hanno cercato all’estero una seconda occasione perché nel proprio Paese non erano riuscite a costruire ciò che desideravano.
Non c’è niente di disonorevole. Cercare una nuova possibilità è legittimo e spesso coraggioso. Milioni di italiani, nel corso della storia, hanno lasciato la propria terra affrontando sacrifici enormi e contribuendo allo sviluppo delle comunità che li hanno accolti. Anche oggi partono ricercatori, lavoratori, imprenditori, studenti, professionisti e famiglie che costruiscono vite autentiche, pagano le imposte, rispettano le leggi locali e mantengono con l’Italia un rapporto maturo.
Il problema nasce quando la seconda occasione viene riscritta come una spedizione civilizzatrice.
Il nuovo emigrato non si presenta più come una persona che ha trovato altrove condizioni più adatte alle proprie esigenze. Si rappresenta come un novello Amerigo Vespucci, partito per portare conoscenza, efficienza e sapienza in terre che, evidentemente, aspettavano proprio lui. Magari aveva lasciato in Italia una società fallita, qualche debito, rapporti personali complicati o una carriera mai realmente iniziata, ma dall’estero racconta la propria partenza come se fosse stato costretto all’esilio dall’invidia di un Paese incapace di riconoscerne il genio.
Il racconto pubblico serve a riorganizzare la biografia privata. La fuga diventa conquista; l’insuccesso diventa incomprensione; la convenienza economica diventa scelta etica; l’adattamento necessario viene presentato come superiorità culturale.
Non tutti gli italiani all’estero sono così, naturalmente. Anzi, i dati mostrano che sarebbe profondamente scorretto applicare questa caricatura all’intera comunità italiana fuori dai confini nazionali. Ma il personaggio esiste, è riconoscibile e soprattutto è rumoroso. Riempie i social di confronti assoluti, impartisce lezioni a chi è rimasto, festeggia ogni difficoltà italiana come conferma della propria decisione e considera ogni risultato positivo del Paese ospitante una vittoria personale.
Il passaporto trattato come un estintore
La contraddizione emerge quando arriva il problema serio.
Finché la vita scorre senza intoppi, l’Italia è il luogo dal quale tenersi lontani. Quando compare una malattia, una controversia giudiziaria, una difficoltà amministrativa, una crisi familiare, un problema consolare o una spesa sanitaria insostenibile, il passaporto italiano viene improvvisamente riscoperto. Era rimasto chiuso in un cassetto come un vecchio oggetto del quale vergognarsi; viene estratto, lucidato, stirato, inamidato e brandito come un lasciapassare universale.
È il passaporto-estintore: ignorato dietro il vetro, da rompere soltanto in caso di emergenza.
A quel punto l’Italia non è più il Paese arretrato e invivibile. Diventa lo Stato che deve assistere, proteggere, certificare, curare, rimpatriare, rappresentare diplomaticamente, riconoscere diritti, pagare prestazioni o garantire un giudice. Le istituzioni fino al giorno precedente derise tornano improvvisamente a essere considerate affidabili, accessibili e, possibilmente, gratuite.
La critica, naturalmente, non fa perdere alcun diritto. Un cittadino può contestare duramente il proprio Paese e continuare a essere cittadino. Neppure rivolgersi a un tribunale italiano, quando esiste la relativa giurisdizione, costituisce di per sé un abuso. La tutela giudiziaria non è un premio per i patrioti.
Il problema è un altro: la pretesa di mantenere contemporaneamente i vantaggi di due sistemi, scaricando gli obblighi sull’uno e le necessità sull’altro. Vivere fiscalmente dove conviene, risultare anagraficamente dove serve, utilizzare il welfare del Paese più generoso, invocare le regole della nazione più favorevole e cambiare appartenenza istituzionale a seconda della fattura da pagare.
Qui non siamo più davanti alla libertà di emigrare o di criticare. Siamo davanti all’eventuale falsificazione della residenza, all’uso indebito di prestazioni collegate alla dimora effettiva o alla costruzione opportunistica di uno status amministrativo incoerente.
Il passaporto non è una tessera sanitaria universale
Sul rapporto tra italiani all’estero e sanità occorre, però, evitare una semplificazione molto diffusa. Non è vero che qualsiasi cittadino italiano stabilmente residente fuori dal Paese possa tornare e utilizzare gratuitamente l’intero Servizio sanitario nazionale soltanto mostrando il passaporto.
Secondo le informazioni ufficiali della Farnesina, i cittadini stabilmente residenti all’estero e iscritti all’AIRE che rientrano temporaneamente in Italia devono, in linea generale, corrispondere le tariffe regionali per le prestazioni sanitarie, comprese le urgenze. Esiste una tutela limitata per i titolari di pensione italiana e per gli emigrati nati in Italia: in assenza di copertura assicurativa possono ricevere gratuitamente prestazioni ospedaliere urgenti per un massimo di novanta giorni nell’anno solare. Chi trasferisce la residenza in uno Stato privo di convenzioni sanitarie con l’Italia perde invece l’assistenza ordinaria a carico del Servizio sanitario nazionale. (Ministero degli Affari Esteri)
Dunque, l’italiano correttamente iscritto all’AIRE non conserva automaticamente il medico di famiglia, le prescrizioni ordinarie e l’intera assistenza gratuita italiana. Il vero punto critico riguarda chi vive abitualmente all’estero ma continua a risultare residente in Italia, conservando così servizi e posizioni anagrafiche che presuppongono una dimora effettiva nel territorio nazionale.
È questa l’area che dovrebbe essere controllata: non il cittadino emigrato regolare, ma la residenza fittizia o non aggiornata utilizzata per mantenere un accesso improprio a prestazioni territoriali.
La prova dei numeri: analisi Celeborn sui residenti italiani all’estero
L’elaborazione Celeborn è stata condotta su dati pubblici aggregati provenienti da ISTAT, AIRE, Fondazione Migrantes, Ministero degli Affari Esteri e INPS. È importante chiarire che i numeri non permettono di sapere quanti italiani all’estero parlino male dell’Italia, quanti ritornino per curarsi o quanti conservino intenzionalmente una falsa residenza. Questi comportamenti non sono registrati come categorie statistiche.
Ciò che si può misurare è la consistenza della popolazione italiana abitualmente residente all’estero, il motivo dell’iscrizione all’AIRE, i flussi annuali di espatrio e rimpatrio e alcune prestazioni economiche erogate fuori dal Paese.
Al 31 dicembre 2024, secondo il conteggio integrato dell’ISTAT, i cittadini italiani abitualmente dimoranti all’estero erano 6.420.678. Il dato viene prodotto integrando AIRE, anagrafi consolari e altri segnali amministrativi utili ad accertare la dimora abituale. Il particolare decisivo è che soltanto 1.943.949 persone, pari al 30,3%, erano nate in Italia, mentre 4.476.729, il 69,7%, erano nate all’estero. Quasi sette italiani residenti fuori dai confini su dieci, quindi, non sono necessariamente persone che hanno personalmente abbandonato l’Italia: molti sono discendenti di emigrati o cittadini che hanno acquisito la cittadinanza per discendenza.
Al 1° gennaio 2025 gli iscritti all’AIRE erano 6.412.752. Il 47,1% risultava iscritto per espatrio, mentre il 41,3% lo era per nascita. Applicando queste percentuali al totale, si ottengono circa 3,02 milioni di iscrizioni originate da un trasferimento all’estero e circa 2,65 milioni originate dalla nascita. Le due misure non coincidono con il luogo di nascita rilevato dall’ISTAT perché descrivono fenomeni differenti: una indica il motivo amministrativo dell’iscrizione, l’altra il Paese nel quale la persona è nata.
| Indicatore Celeborn | Valore disponibile | Interpretazione corretta |
|---|---|---|
| Italiani abitualmente residenti all’estero al 31 dicembre 2024 | 6.420.678 | È la migliore misura pubblica integrata della presenza stabile all’estero |
| Residenti all’estero nati in Italia | 1.943.949 – 30,3% | Sono la componente più vicina alla figura di chi è personalmente partito dall’Italia |
| Residenti all’estero nati fuori dall’Italia | 4.476.729 – 69,7% | Comprendono in larga parte discendenti e comunità storiche |
| Iscritti AIRE al 1° gennaio 2025 | 6.412.752 | È il dato anagrafico, non perfettamente sovrapponibile al conteggio ISTAT |
| Iscritti AIRE per espatrio | circa 3.020.406 – 47,1% | Hanno alle spalle un evento amministrativo di trasferimento all’estero |
| Iscritti AIRE per nascita | circa 2.648.467 – 41,3% | Non rappresentano necessariamente persone emigrate dall’Italia |
| Espatri di cittadini italiani nel 2025 | 109.000 | Dato provvisorio, in diminuzione rispetto al picco del 2024 |
| Rimpatri di cittadini italiani nel 2025 | 56.000 | Il saldo italiano resta negativo |
| Saldo migratorio italiano nel 2025 | –53.000 | Le partenze superano ancora i rientri |
| Italiani realmente all’estero ma non iscritti all’AIRE | non determinabile dai dati pubblici | Qualsiasi numero puntuale sarebbe una stima priva di base sufficiente |
Nel 2025 gli espatri di cittadini italiani sono stati circa 109 mila e i rientri circa 56 mila, con un saldo negativo di 53 mila persone. Nel 2024 gli espatri avevano raggiunto il picco di 141 mila; l’ISTAT collega esplicitamente tale livello anche all’introduzione di norme più stringenti sull’iscrizione all’AIRE. (Istat)
La differenza di 32 mila espatri tra il 2024 e il 2025 è un segnale importante, ma non può essere presentata come il numero degli italiani che vivevano clandestinamente all’estero. Una parte può essere collegata a iscrizioni tardive o a regolarizzazioni sollecitate dalle nuove sanzioni, ma un’altra parte può dipendere da oscillazioni reali dei flussi migratori. Trasformare automaticamente quella differenza in una stima delle false residenze sarebbe metodologicamente scorretto.
La conclusione dell’analisi Celeborn è quindi netta:
Possiamo identificare circa 6,42 milioni di cittadini abitualmente residenti all’estero e circa 3,02 milioni di iscrizioni AIRE originate da espatrio. Non possiamo, con i soli dati pubblici aggregati, stabilire quanti vivano fuori dall’Italia senza dichiararlo.
La popolazione non registrata non è necessariamente pari a zero. È semplicemente non identificabile con un margine di affidabilità accettabile. Potrebbe comprendere soggiorni temporanei, ritardi burocratici, errori amministrativi, persone in movimento tra più Paesi e, certamente, anche soggetti che mantengono intenzionalmente la residenza italiana per conservare vantaggi fiscali, sanitari o amministrativi.
La serietà dell’analisi impone di non confondere queste situazioni.
AIRE, residenza effettiva e “doppio status”
L’iscrizione all’AIRE è obbligatoria per chi stabilisce all’estero la propria dimora abituale; non è richiesta, tra gli altri casi, per permanenze inferiori a dodici mesi e per alcune categorie specifiche. La dichiarazione deve essere presentata al consolato competente entro novanta giorni dal trasferimento e comporta la cancellazione dall’Anagrafe della popolazione residente del Comune italiano. L’iscrizione può anche essere effettuata d’ufficio quando l’autorità consolare dispone di informazioni sufficienti. (Ministero degli Affari Esteri)
Dal 2024, l’omessa iscrizione può comportare una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro per ciascun anno di mancata registrazione, fino a un massimo di cinque anni.
Il cosiddetto “doppio status” non è una categoria giuridica o statistica ufficiale. È un’espressione utile per descrivere chi organizza la propria esistenza in modo da apparire residente in Italia davanti ad alcune amministrazioni e residente all’estero davanti ad altre.
Non ogni doppia presenza è fraudolenta. Una persona può avere case, familiari, interessi o attività in più Paesi. Può trascorrere lunghi periodi fuori dall’Italia senza aver ancora trasferito la propria dimora abituale. Può trovarsi in una fase transitoria. Inoltre, la residenza anagrafica, quella fiscale e il diritto all’assistenza sanitaria rispondono a regole non perfettamente coincidenti.
L’illecito nasce quando la rappresentazione fornita alle autorità non corrisponde consapevolmente alla realtà e serve a ottenere benefici non dovuti.
Per arrivare a una stima attendibile, un sistema come Celeborn dovrebbe poter operare, nel rispetto della legge e della protezione dei dati personali, su archivi amministrativi collegati: ANPR e AIRE, dichiarazioni fiscali, posizioni previdenziali, utilizzo continuativo dell’assistenza sanitaria, rapporti di lavoro, registri esteri accessibili attraverso gli accordi di cooperazione, iscrizione scolastica dei figli e altri indicatori oggettivi di vita stabile.
Non dovrebbe emettere condanne automatiche, ma produrre un indice di incoerenza residenziale destinato ad avviare controlli umani. Un conto è una pensione accreditata all’estero; un altro è la combinazione tra lavoro stabile fuori dall’Italia, famiglia residente fuori, abitazione principale fuori, assenza continuativa dal territorio nazionale e contemporaneo mantenimento di benefici locali legati alla residenza italiana.
L’algoritmo dovrebbe segnalare la contraddizione, non presumere la colpa.
I pensionati in Portogallo e Albania
Il trasferimento dei pensionati verso Paesi con un costo della vita o un regime fiscale più conveniente è uno degli esempi più visibili di questa nuova mobilità. Anche qui occorre separare nettamente tre piani.
Sul piano giuridico, un pensionato che trasferisce realmente la propria residenza, si iscrive all’AIRE, rispetta le convenzioni fiscali e utilizza correttamente i servizi non sta commettendo alcun illecito. La pensione riconosciuta secondo la legge non scompare perché il titolare decide di vivere altrove.
Sul piano economico, tuttavia, quella somma viene prevalentemente spesa nel Paese ospitante, alimentandone consumi, mercato immobiliare e servizi. Una parte della domanda interna finanziata dal sistema previdenziale italiano si trasferisce quindi fuori dall’Italia.
Sul piano morale, infine, diventa legittimo evidenziare la contraddizione di chi sceglie un’altra nazione per ridurre le imposte o aumentare il proprio potere d’acquisto, trascorre anni a spiegare quanto l’Italia sia disastrosa e poi pretende che ogni difficoltà sanitaria o amministrativa venga risolta dal sistema italiano.
Nel 2024 l’INPS ha registrato 310.543 pagamenti pensionistici all’estero, con un importo medio mensile di 609,90 euro. Di questi, 221.105 erano riferiti a cittadini italiani e 89.438 a cittadini stranieri. La spesa complessiva annua è stata di circa 1,748 miliardi di euro. Il dato riguarda pagamenti o posizioni pensionistiche e non coincide necessariamente con altrettante persone uniche, perché un medesimo soggetto può essere titolare di più prestazioni.
Per Portogallo e Albania il quadro è particolarmente significativo:
| Paese | Pagamenti pensionistici INPS | Importo annuo complessivo | Importo medio mensile |
|---|---|---|---|
| Portogallo | 3.524 | 156.318.819,78 euro | 3.696,53 euro |
| Albania | 791 | 21.489.511,51 euro | 2.716,75 euro |
Gli importi medi sono notevolmente superiori alla media complessiva delle pensioni pagate all’estero. L’INPS spiega che Portogallo, Tunisia, Albania, Grecia e Spagna presentano valori elevati perché molte delle prestazioni sono pensioni dirette interamente a carico dell’Istituto, erogate a persone trasferitesi per beneficiare di trattamenti fiscali più favorevoli.
Sommando Portogallo e Albania si ottengono 4.315 pagamenti, circa l’1,4% del totale delle posizioni estere, ma quasi 178 milioni di euro annui, equivalenti a circa il 10,2% dell’intera spesa pensionistica INPS fuori dall’Italia. È un’elaborazione Celeborn che non dimostra alcun abuso, ma mostra la forte concentrazione economica associata a queste destinazioni.
Occorre inoltre ricordare che non tutte le pensioni pagate in quei Paesi appartengono a cittadini italiani. Nel 2024 i titolari stranieri rappresentavano il 16,5% delle posizioni in Portogallo e il 47,8% di quelle in Albania.
Il Portogallo è stato per anni il simbolo di questa mobilità fiscale. Nel regime dei residenti non abituali, la documentazione dell’amministrazione tributaria portoghese indicava per le pensioni estere un’aliquota speciale del 10%. L’INPS segnala però che le politiche di favore per i nuovi pensionati stranieri sono venute meno e prevede, di conseguenza, un rallentamento del fenomeno. Restano naturalmente le posizioni già consolidate e le situazioni tutelate dalle disposizioni transitorie.
In Albania il numero delle pensioni pagate dall’INPS è passato da 275 nel 2020 a 791 nel 2024, con un incremento del 187,64%. Nel solo 2024, secondo il rapporto INPS, si sono trasferiti in Albania come pensionati 134 cittadini italiani, oltre a 25 cittadini stranieri titolari di prestazioni italiane. Complessivamente, nello stesso anno, i pensionati italiani trasferitisi fuori dal Paese sono stati 3.102.
Questi numeri devono essere letti senza demagogia. Non dimostrano che tutti i pensionati all’estero siano opportunisti, evasori o detrattori dell’Italia. Dimostrano però che esiste una mobilità orientata anche dalla convenienza fiscale e che una parte non irrilevante di reddito previdenziale prodotto dal sistema italiano viene spesa altrove.
La questione politica corretta non è impedire alle persone di partire. È verificare che il trasferimento sia reale, che la posizione fiscale sia coerente, che i servizi sanitari siano utilizzati secondo le regole e che non vengano mantenute residenze di comodo.
La cittadinanza non è un abbonamento, ma neppure una tessera di partito
L’idea secondo la quale chi sostiene entusiasticamente un altro Paese e denigra l’Italia dovrebbe rinunciare alla cittadinanza esprime una comprensibile richiesta morale di coerenza. Chi descrive quotidianamente l’Italia come una nazione indegna e considera migliore ogni istituzione straniera potrebbe domandarsi perché desideri conservare il passaporto italiano, il voto, la protezione consolare e la possibilità di invocare lo Stato nelle emergenze.
La rinuncia volontaria, del resto, è prevista. Un cittadino italiano maggiorenne, residente all’estero e titolare di un’altra cittadinanza può rinunciare formalmente a quella italiana. (Consolato di New York)
Ma questa scelta non può essere trasformata in una sanzione imposta dallo Stato per le opinioni espresse. L’articolo 22 della Costituzione stabilisce che nessuno può essere privato, per motivi politici, della cittadinanza. Criticare l’Italia, sostenere un’altra nazione o manifestare opinioni sgradevoli non può diventare la base per un’espulsione dalla comunità nazionale. (Senato)
La formula più equilibrata è questa:
La cittadinanza non è un abbonamento premium da riattivare quando si rompe un’anca, ma non è neppure una tessera di partito revocabile a chi critica il Paese.
Lo Stato liberale non deve misurare il patriottismo dei cittadini né pretendere dichiarazioni di fedeltà retorica. Deve, però, pretendere verità nelle dichiarazioni anagrafiche, coerenza fiscale e rispetto delle condizioni previste per l’accesso ai servizi.
Non si punisce una persona perché sostiene che il Portogallo sia migliore dell’Italia. La si controlla se dichiara di risiedere in Italia mentre vive stabilmente in Portogallo. Non si sanziona chi ama l’Albania. Si sanziona chi utilizza una residenza fittizia italiana per conservare benefici incompatibili con la propria vita reale. Non si toglie il passaporto a chi scrive post offensivi. Si recuperano le somme indebitamente percepite da chi ha reso dichiarazioni false.
La risposta deve colpire l’abuso, non l’opinione.
Una politica seria contro la patria “à la carte”
L’Italia dovrebbe costruire una politica fondata sulla distinzione tra cittadinanza, residenza anagrafica, residenza fiscale, copertura sanitaria e posizione previdenziale. Sono dimensioni collegate, ma non coincidenti. Proprio la loro frammentazione crea zone nelle quali prosperano ambiguità e opportunismi.
Servirebbe anzitutto una cooperazione automatizzata tra ANPR, AIRE, amministrazione fiscale, INPS e sistema sanitario, limitata ai dati necessari e sottoposta a controlli di legittimità. Le anomalie dovrebbero essere inviate ai Comuni e alle amministrazioni competenti per una verifica effettiva, con diritto dell’interessato a fornire spiegazioni e documentazione.
Dovrebbe poi essere pubblicato ogni anno un rapporto nazionale contenente il numero delle iscrizioni AIRE tardive, delle registrazioni effettuate d’ufficio, delle sanzioni applicate, delle false residenze accertate, delle prestazioni sanitarie recuperate e delle posizioni fiscali regolarizzate. Oggi disponiamo di grandi numeri sulla mobilità, ma non di un quadro pubblico completo sull’incoerenza amministrativa.
Le prestazioni collegate alla residenza dovrebbero essere riconosciute sulla base della residenza effettiva e delle convenzioni internazionali, non sulla semplice disponibilità di un documento italiano. Quando esiste una copertura estera o un sistema di compensazione tra Stati, il costo dovrebbe essere correttamente attribuito. Quando una persona ha fornito informazioni false, le somme dovrebbero essere recuperate con sanzioni proporzionate.
Parallelamente, l’iscrizione all’AIRE deve essere resa rapida, semplice e interoperabile. Lo Stato non può pretendere puntualità dai cittadini e poi lasciare le pratiche sospese per mesi. Controllo e qualità amministrativa devono procedere insieme.
Soprattutto, bisogna abbandonare due narrazioni ugualmente false. La prima sostiene che tutti coloro che partono siano traditori opportunisti. La seconda presenta ogni emigrato come un talento costretto alla fuga da un Paese senza speranza. Esistono eccellenze, lavoratori ordinari, famiglie, discendenti di emigrati, persone in difficoltà, pensionati che cercano serenità, professionisti che inseguono opportunità e soggetti che tentano di sfruttare contemporaneamente più sistemi. Metterli tutti nella stessa categoria impedisce di comprendere il fenomeno.
La libertà di partire non cancella il dovere della coerenza
Un italiano ha tutto il diritto di trasferirsi, costruire una nuova vita, amare il Paese che lo accoglie e considerare migliori alcune sue istituzioni. Può anche criticare duramente l’Italia. La critica, quando è informata, può essere utile proprio perché mostra modelli alternativi e debolezze che devono essere corrette.
Ciò che diventa intollerabile è la trasformazione della convenienza personale in superiorità morale, accompagnata dalla pretesa di riattivare l’appartenenza italiana soltanto quando presenta un’utilità economica o istituzionale.
Non si può proclamare ogni giorno che l’Italia è un Paese fallito e poi considerarla abbastanza efficiente da curare, tutelare, certificare, difendere e pagare. Non si può utilizzare la fiscalità più conveniente di uno Stato, il costo della vita più basso di un altro e il welfare più generoso di un terzo, mantenendo nel frattempo una rappresentazione amministrativa adattabile alle necessità del momento.
La regola adulta è semplice: libertà di partire, libertà di restare, libertà di criticare; obbligo di dichiarare dove si vive, pagare dove si deve, non simulare residenze e utilizzare i servizi secondo le condizioni previste.
L’Italia non ha bisogno di sudditi ossequiosi né di patrioti da social network. Ha bisogno di cittadini che rispettino i fatti. Anche quando vivono a migliaia di chilometri di distanza.
Perché la patria non si misura dal numero delle bandiere esposte, dalla frequenza con cui si canta l’inno o dalla quantità di elogi riservati al proprio Paese. Si misura, molto più concretamente, dalla verità che ciascuno mette nel proprio indirizzo, nella propria posizione fiscale e nel rapporto con le istituzioni che pretende di poter chiamare quando arriva il momento del bisogno.

