
Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
All’interno del forum troverete topic dedicati ad argomenti specifici su cui potrete approfondire informazioni relative al ruolo, al processo di selezione e alla cultura aziendale della Fondazione Olitec. Inoltre, avrete la possibilità di caricare le vostre domande e consultare le risposte fornite ad altri quesiti posti dai candidati, creando così una rete di informazioni condivisa e trasparente.
Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
Il difetto di Elon Musk di non essere italiano
Cita da Fondazione Olitec su 6 Agosto 2026, 7:30 pmDi Nicolini Massimiliano
Elon Musk ha molti difetti. Alcuni sono autentici, altri vengono costruiti con la stessa precisione con cui si assembla un razzo, solo che al posto dei motori si usano titoli di giornale, indignazioni a comando e fotografie scelte appositamente per farlo sembrare, a seconda delle necessità, un profeta, un tiranno, un adolescente troppo cresciuto oppure l’amministratore delegato dell’intero sistema solare. Eppure, osservandolo da vicino, studiando il mondo delle sue aziende e confrontandomi per anni con le tecnologie che ruotano intorno a SpaceX, Tesla e Starlink, sono arrivato a una conclusione molto semplice: il suo vero, imperdonabile difetto è uno soltanto.
Elon Musk non è italiano.
Non si tratta di una semplice questione anagrafica. Essere italiani, del resto, non dipende soltanto dal luogo nel quale si nasce. È una condizione dello spirito, una particolare forma di disordine creativo, una capacità quasi patologica di immaginare cose che non esistono e di cominciare a costruirle prima ancora di aver capito chi dovrà pagare il conto. Da questo punto di vista Musk possiede già quasi tutti i requisiti necessari. Gli manca soltanto il passaporto, ma quello, con un po’ di pazienza, qualche marca da bollo e una quantità indefinita di certificati prodotti da uffici che non comunicano tra loro, si può sempre sistemare.
La mia esperienza con il suo universo tecnologico non nasce dal tifo. Non ho mai avuto bisogno di trasformare Musk in un santino da esporre accanto al computer, né di considerare ogni sua frase come una tavola della legge scaricata direttamente da Marte. Ho conosciuto da vicino il perimetro scientifico e industriale delle sue imprese, ho lavorato su ricerche, intuizioni e brevetti che hanno contribuito ad affrontare problemi tecnologici connessi ai mondi di SpaceX, Tesla e Starlink. Questo mi ha permesso di osservare non soltanto il personaggio pubblico, ma soprattutto il metodo che esiste dietro il personaggio: la capacità di prendere un problema ritenuto troppo grande, troppo costoso o semplicemente assurdo e di affrontarlo come se fosse una faccenda da risolvere entro lunedì mattina.
È proprio questa vicinanza intellettuale e tecnologica ad avermi consentito di criticarlo senza doverlo odiare e di riconoscerne i meriti senza inginocchiarmi. Un esercizio che, nell’epoca delle tifoserie digitali, sembra essere diventato più complicato del rientro controllato di un vettore spaziale.
Quando ho espresso critiche nei suoi confronti, i suoi sostenitori più devoti mi hanno spiegato che non avevo compreso il genio. Quando ne ho riconosciuto la grandezza, i suoi oppositori mi hanno accusato di essermi arruolato nella sua corte. È la solita condanna riservata a chi prova a mantenere una posizione autonoma: per i fedeli sei un traditore, per gli avversari sei un complice. Nel frattempo il ragionamento, poverino, rimane fuori dalla porta perché non ha prenotato.
Io Musk l’ho criticato, e continuerò a farlo, quando ritengo che superi il confine tra libertà di opinione e interferenza impropria nella vita istituzionale di un Paese. La genialità imprenditoriale non attribuisce una speciale immunità diplomatica. Si può costruire un razzo riutilizzabile, possedere una piattaforma globale e progettare una colonia extraterrestre, ma questo non significa avere automaticamente ragione quando si parla delle istituzioni italiane, del Presidente della Repubblica o degli equilibri democratici di una nazione che ha una storia costituzionale più complessa di un algoritmo di raccomandazione.
Anzi, proprio perché considero Musk una delle figure più significative del nostro tempo, ritengo che debba essere giudicato con maggiore severità. Da una persona comune ci si può aspettare una frase avventata. Da chi è in grado di spostare mercati, orientare conversazioni pubbliche e influenzare milioni di persone con poche parole, ci si deve aspettare consapevolezza. La responsabilità dovrebbe crescere insieme al potere, anche se questa regola, nel mondo contemporaneo, viene applicata con la stessa puntualità di un treno regionale in una giornata di sciopero.
Ho criticato anche il culto della personalità costruito intorno a lui. Musk non è un essere soprannaturale. Non vive di energia solare, non dorme collegato a una presa industriale e non riceve suggerimenti strategici da una civiltà aliena nascosta dietro Saturno. È un uomo, con intuizioni straordinarie, limiti evidenti, contraddizioni, impazienze, errori e una propensione alla provocazione che talvolta sembra precedere di parecchi minuti la riflessione.
Ho sollevato dubbi sulle contraddizioni ambientali legate alla produzione delle batterie, sull’idea che ogni innovazione sia automaticamente sostenibile soltanto perché viene raccontata con un fondale verde e una musica rassicurante. Ho guardato con prudenza alla retorica della colonizzazione spaziale, perché prima di promettere una nuova civiltà su Marte dovremmo forse dimostrare di saper amministrare dignitosamente quella che abbiamo sulla Terra. E continuo a ritenere pericolosa qualsiasi concentrazione eccessiva di potere tecnologico, indipendentemente dal fatto che quel potere sia nelle mani di un imprenditore brillante, di uno Stato o di una piattaforma digitale.
Tutto questo, però, non cancella un dato fondamentale: Musk appartiene alla rarissima categoria degli uomini che spostano il confine del possibile. Può farlo in maniera irritante, scomposta, teatrale e persino discutibile, ma lo sposta. Mentre migliaia di esperti organizzano convegni per spiegare perché una cosa non si possa fare, lui spesso ha già convocato gli ingegneri per capire come farla. Quando gli dicono che un progetto richiede dieci anni, la sua prima domanda non è quanto costerà, ma quale parte del processo possa essere eliminata. È un metodo brutale, talvolta persino ingiusto, ma capace di produrre accelerazioni che le strutture tradizionali raramente riescono a immaginare.
In questo è profondamente italiano.
L’Italia migliore è nata proprio da persone così: individui incapaci di accettare il limite come una risposta definitiva. Artisti che erano anche ingegneri, scienziati che costruivano strumenti, imprenditori che trasformavano officine in modelli culturali, artigiani che realizzavano oggetti tecnicamente superiori e poi trovavano anche il modo di renderli belli. L’Italia ha inventato il futuro molte volte, anche se ha sviluppato la curiosa abitudine di riconoscerlo soltanto dopo averlo lasciato partire.
Musk possiede qualcosa del nostro Rinascimento: non considera le discipline come stanze separate. Per lui l’automobile dialoga con l’intelligenza artificiale, l’intelligenza artificiale con la robotica, la robotica con l’energia, l’energia con lo spazio, lo spazio con le telecomunicazioni e le telecomunicazioni, inevitabilmente, con la politica. È un approccio poliedrico, disordinato e ambizioso. Esattamente il genere di approccio che in Italia potrebbe trovare una patria naturale, almeno fino al momento in cui qualcuno non gli chiedesse di compilare in triplice copia una dichiarazione attestante che il razzo possiede tutti i requisiti catastali.
Musk è anche teatrale, e questo lo rende ancora più compatibile con il nostro Paese. L’Italia non si limita a fare le cose: deve rappresentarle. Una decisione industriale diventa un melodramma, una riunione condominiale assume i toni di una crisi internazionale, una partita di calcio viene analizzata come se contenesse il destino morale dell’Occidente. Musk comunica allo stesso modo. Ogni lancio è un evento, ogni annuncio è un manifesto, ogni provocazione è una scena madre. Gli manca soltanto il gesto della mano, ma sono convinto che vivendo qualche mese tra Roma e Napoli potrebbe impararlo perfettamente.
Persino il suo rapporto conflittuale con le regole ha qualcosa di familiare. Non nel senso banale del volerle violare, ma nella convinzione che la procedura non debba diventare più importante del risultato. L’Italia, purtroppo, soffre spesso del problema contrario: abbiamo trasformato il mezzo nel fine. Costruiamo procedure per controllare altre procedure, nominiamo tavoli che devono valutare l’opportunità di istituire un gruppo di lavoro incaricato di convocare un secondo tavolo. Nel frattempo, mentre noi stiamo ancora discutendo l’ordine del giorno, Musk ha lanciato qualcosa in orbita.
Proprio per questo la sua presenza in Italia potrebbe essere salutare. Non perché debba arrivare il miliardario straniero a salvarci, formula provinciale e persino offensiva per un Paese che possiede competenze scientifiche, industriali e creative straordinarie. Musk non dovrebbe venire in Italia per insegnarci a essere intelligenti. Dovrebbe venire per ricordarci che lo siamo già e che, troppo spesso, utilizziamo la nostra intelligenza per spiegare a noi stessi perché sia impossibile realizzare ciò che abbiamo appena immaginato.
L’Italia potrebbe offrire a Musk molto più di un buon clima, del patrimonio artistico e di una cucina che probabilmente renderebbe meno attraenti persino i programmi di colonizzazione marziana. Potrebbe offrirgli una rete di competenze nell’aerospazio, nella meccanica, nella robotica, nei materiali, nell’elettronica, nel design e nella ricerca scientifica. Potrebbe offrirgli quella capacità tutta italiana di trovare una soluzione quando il manuale sostiene che non esiste. Potrebbe offrirgli territori nei quali tecnologia, formazione e innovazione non siano semplicemente parole da inserire in un convegno, ma strumenti per ricostruire comunità, creare lavoro e trattenere i giovani.
Musk, a sua volta, potrebbe portare una cosa di cui abbiamo disperatamente bisogno: la legittimazione dell’ambizione. In Italia chi pensa in grande viene spesso accolto con sospetto. Prima gli domandiamo chi si creda di essere, poi cerchiamo qualche ragione per ridimensionarlo e infine, quando ha successo all’estero, ci affrettiamo a ricordare che un suo bisnonno aveva probabilmente abitato per tre settimane in un comune italiano. Siamo un Paese capace di produrre visionari e contemporaneamente di considerarli persone poco serie fino a quando non vengono celebrati dagli altri.
Anche per questo sento una certa affinità con il suo percorso. Lavorare sull’innovazione significa essere continuamente sottoposti a un processo sommario. Quando presenti un’idea nuova, ti dicono che è irrealizzabile. Quando dimostri che funziona, sostengono che era ovvia. Quando produce risultati, qualcuno spiega che avrebbe potuto farla chiunque. Naturalmente quel “chiunque” non l’aveva fatta, ma si tratta di un dettaglio sul quale è considerato poco elegante insistere.
Con Musk condivido la convinzione che la ricerca non debba limitarsi a descrivere il presente, ma debba tentare di anticipare ciò che ancora non esiste. Non condivido ogni sua posizione, non approvo ogni comportamento e non considero infallibile il suo modello industriale. Ma rifiuto anche il pregiudizio secondo il quale per essere moralmente presentabili si debba essere privi di contraddizioni, di forza e possibilmente anche di risultati.
Il nostro tempo ama i personaggi innocui: quelli che parlano molto, promettono moderatamente e non cambiano nulla. Musk è l’esatto contrario. È ingombrante, divisivo, imprevedibile. A volte dice ciò che non dovrebbe dire, altre volte fa ciò che molti sostenevano non si potesse fare. Riesce a essere contemporaneamente visionario e imprudente, geniale e infantile, innovatore e accentratore. In altre parole, è un essere umano di grandi dimensioni, nel bene e nel male.
Forse è proprio questa complessità a renderlo adatto all’Italia. Siamo una nazione che convive da secoli con il sublime e con l’assurdo, con l’opera d’arte e con il modulo mancante, con Leonardo da Vinci e con lo sportello che chiude alle dodici meno cinque. Musk qui non si sentirebbe straniero. Troverebbe inventori senza finanziamenti, ingegneri capaci di miracoli con risorse minime, ricercatori costretti a spiegare la propria importanza a commissioni che non ne comprendono il lavoro, imprenditori che esportano eccellenza mentre combattono con password della pubblica amministrazione composte da sedici caratteri, un geroglifico e il nome del primo animale domestico.
Potrebbe perfino imparare qualcosa: che non tutto ciò che conta deve essere accelerato, che il futuro non è soltanto velocità, che la bellezza non è un ornamento della tecnologia ma una sua possibile funzione, che una società non può essere amministrata come una linea produttiva e che l’essere umano non è un difetto da correggere attraverso un aggiornamento software.
E noi potremmo imparare da lui a non chiedere il permesso al passato prima di costruire il futuro.
Per questo non mi stupirebbe se Elon Musk decidesse presto di mettere casa in Italia. Non parlo necessariamente di un’indiscrezione immobiliare, ma di una possibilità culturale e personale. Prima o poi potrebbe accorgersi che questo Paese, con tutte le sue contraddizioni, gli assomiglia più di quanto immagini. Potrebbe scegliere una dimora affacciata sulle colline, un luogo vicino a un centro di ricerca oppure un antico edificio nel quale installare, accanto agli affreschi, una sala di controllo satellitare. Naturalmente il primo razzo parcheggiato nel giardino provocherebbe un contenzioso paesaggistico, tre interrogazioni parlamentari e la nascita di un comitato denominato “No Musk”, presieduto da qualcuno che utilizza Starlink per organizzare le riunioni online.
Sarebbe il suo autentico battesimo italiano.
A quel punto gli resterebbe soltanto da comprendere le regole fondamentali della nostra convivenza civile: non discutere mai con un italiano sulla ricetta della carbonara, non ordinare il cappuccino dopo pranzo, non annunciare lavori stradali nel mese di agosto e non pensare di poter risolvere il funzionamento della burocrazia semplicemente acquistandola. Anche perché, prima di concludere l’operazione, gli verrebbe chiesto un documento che certifica l’esistenza del documento necessario a presentare la domanda.
Elon Musk continuerà a essere criticato, ammirato, imitato e combattuto. È il destino di chi occupa troppo spazio per risultare indifferente. Io continuerò a riconoscergli il coraggio delle idee e a contestargli ciò che considero sbagliato, perché la stima autentica non richiede obbedienza e la critica seria non deve trasformarsi in demolizione.
Rimane, comunque, quel difetto originario: non è italiano.
Ma non disperiamo. È un problema risolvibile. Potremmo adottarlo, naturalizzarlo o semplicemente aspettare che sia lui a capire di essere sempre stato un po’ italiano senza saperlo. Dopotutto sogna in grande, ama le macchine, litiga con tutti, comunica in modo teatrale, considera le regole un’opinione e vuole costruire il futuro mentre il resto del mondo gli spiega perché dovrebbe accontentarsi del presente.
Più italiano di così, francamente, è difficile.
Di Nicolini Massimiliano
Elon Musk ha molti difetti. Alcuni sono autentici, altri vengono costruiti con la stessa precisione con cui si assembla un razzo, solo che al posto dei motori si usano titoli di giornale, indignazioni a comando e fotografie scelte appositamente per farlo sembrare, a seconda delle necessità, un profeta, un tiranno, un adolescente troppo cresciuto oppure l’amministratore delegato dell’intero sistema solare. Eppure, osservandolo da vicino, studiando il mondo delle sue aziende e confrontandomi per anni con le tecnologie che ruotano intorno a SpaceX, Tesla e Starlink, sono arrivato a una conclusione molto semplice: il suo vero, imperdonabile difetto è uno soltanto.
Elon Musk non è italiano.
Non si tratta di una semplice questione anagrafica. Essere italiani, del resto, non dipende soltanto dal luogo nel quale si nasce. È una condizione dello spirito, una particolare forma di disordine creativo, una capacità quasi patologica di immaginare cose che non esistono e di cominciare a costruirle prima ancora di aver capito chi dovrà pagare il conto. Da questo punto di vista Musk possiede già quasi tutti i requisiti necessari. Gli manca soltanto il passaporto, ma quello, con un po’ di pazienza, qualche marca da bollo e una quantità indefinita di certificati prodotti da uffici che non comunicano tra loro, si può sempre sistemare.
La mia esperienza con il suo universo tecnologico non nasce dal tifo. Non ho mai avuto bisogno di trasformare Musk in un santino da esporre accanto al computer, né di considerare ogni sua frase come una tavola della legge scaricata direttamente da Marte. Ho conosciuto da vicino il perimetro scientifico e industriale delle sue imprese, ho lavorato su ricerche, intuizioni e brevetti che hanno contribuito ad affrontare problemi tecnologici connessi ai mondi di SpaceX, Tesla e Starlink. Questo mi ha permesso di osservare non soltanto il personaggio pubblico, ma soprattutto il metodo che esiste dietro il personaggio: la capacità di prendere un problema ritenuto troppo grande, troppo costoso o semplicemente assurdo e di affrontarlo come se fosse una faccenda da risolvere entro lunedì mattina.
È proprio questa vicinanza intellettuale e tecnologica ad avermi consentito di criticarlo senza doverlo odiare e di riconoscerne i meriti senza inginocchiarmi. Un esercizio che, nell’epoca delle tifoserie digitali, sembra essere diventato più complicato del rientro controllato di un vettore spaziale.
Quando ho espresso critiche nei suoi confronti, i suoi sostenitori più devoti mi hanno spiegato che non avevo compreso il genio. Quando ne ho riconosciuto la grandezza, i suoi oppositori mi hanno accusato di essermi arruolato nella sua corte. È la solita condanna riservata a chi prova a mantenere una posizione autonoma: per i fedeli sei un traditore, per gli avversari sei un complice. Nel frattempo il ragionamento, poverino, rimane fuori dalla porta perché non ha prenotato.
Io Musk l’ho criticato, e continuerò a farlo, quando ritengo che superi il confine tra libertà di opinione e interferenza impropria nella vita istituzionale di un Paese. La genialità imprenditoriale non attribuisce una speciale immunità diplomatica. Si può costruire un razzo riutilizzabile, possedere una piattaforma globale e progettare una colonia extraterrestre, ma questo non significa avere automaticamente ragione quando si parla delle istituzioni italiane, del Presidente della Repubblica o degli equilibri democratici di una nazione che ha una storia costituzionale più complessa di un algoritmo di raccomandazione.
Anzi, proprio perché considero Musk una delle figure più significative del nostro tempo, ritengo che debba essere giudicato con maggiore severità. Da una persona comune ci si può aspettare una frase avventata. Da chi è in grado di spostare mercati, orientare conversazioni pubbliche e influenzare milioni di persone con poche parole, ci si deve aspettare consapevolezza. La responsabilità dovrebbe crescere insieme al potere, anche se questa regola, nel mondo contemporaneo, viene applicata con la stessa puntualità di un treno regionale in una giornata di sciopero.
Ho criticato anche il culto della personalità costruito intorno a lui. Musk non è un essere soprannaturale. Non vive di energia solare, non dorme collegato a una presa industriale e non riceve suggerimenti strategici da una civiltà aliena nascosta dietro Saturno. È un uomo, con intuizioni straordinarie, limiti evidenti, contraddizioni, impazienze, errori e una propensione alla provocazione che talvolta sembra precedere di parecchi minuti la riflessione.
Ho sollevato dubbi sulle contraddizioni ambientali legate alla produzione delle batterie, sull’idea che ogni innovazione sia automaticamente sostenibile soltanto perché viene raccontata con un fondale verde e una musica rassicurante. Ho guardato con prudenza alla retorica della colonizzazione spaziale, perché prima di promettere una nuova civiltà su Marte dovremmo forse dimostrare di saper amministrare dignitosamente quella che abbiamo sulla Terra. E continuo a ritenere pericolosa qualsiasi concentrazione eccessiva di potere tecnologico, indipendentemente dal fatto che quel potere sia nelle mani di un imprenditore brillante, di uno Stato o di una piattaforma digitale.
Tutto questo, però, non cancella un dato fondamentale: Musk appartiene alla rarissima categoria degli uomini che spostano il confine del possibile. Può farlo in maniera irritante, scomposta, teatrale e persino discutibile, ma lo sposta. Mentre migliaia di esperti organizzano convegni per spiegare perché una cosa non si possa fare, lui spesso ha già convocato gli ingegneri per capire come farla. Quando gli dicono che un progetto richiede dieci anni, la sua prima domanda non è quanto costerà, ma quale parte del processo possa essere eliminata. È un metodo brutale, talvolta persino ingiusto, ma capace di produrre accelerazioni che le strutture tradizionali raramente riescono a immaginare.
In questo è profondamente italiano.
L’Italia migliore è nata proprio da persone così: individui incapaci di accettare il limite come una risposta definitiva. Artisti che erano anche ingegneri, scienziati che costruivano strumenti, imprenditori che trasformavano officine in modelli culturali, artigiani che realizzavano oggetti tecnicamente superiori e poi trovavano anche il modo di renderli belli. L’Italia ha inventato il futuro molte volte, anche se ha sviluppato la curiosa abitudine di riconoscerlo soltanto dopo averlo lasciato partire.
Musk possiede qualcosa del nostro Rinascimento: non considera le discipline come stanze separate. Per lui l’automobile dialoga con l’intelligenza artificiale, l’intelligenza artificiale con la robotica, la robotica con l’energia, l’energia con lo spazio, lo spazio con le telecomunicazioni e le telecomunicazioni, inevitabilmente, con la politica. È un approccio poliedrico, disordinato e ambizioso. Esattamente il genere di approccio che in Italia potrebbe trovare una patria naturale, almeno fino al momento in cui qualcuno non gli chiedesse di compilare in triplice copia una dichiarazione attestante che il razzo possiede tutti i requisiti catastali.
Musk è anche teatrale, e questo lo rende ancora più compatibile con il nostro Paese. L’Italia non si limita a fare le cose: deve rappresentarle. Una decisione industriale diventa un melodramma, una riunione condominiale assume i toni di una crisi internazionale, una partita di calcio viene analizzata come se contenesse il destino morale dell’Occidente. Musk comunica allo stesso modo. Ogni lancio è un evento, ogni annuncio è un manifesto, ogni provocazione è una scena madre. Gli manca soltanto il gesto della mano, ma sono convinto che vivendo qualche mese tra Roma e Napoli potrebbe impararlo perfettamente.
Persino il suo rapporto conflittuale con le regole ha qualcosa di familiare. Non nel senso banale del volerle violare, ma nella convinzione che la procedura non debba diventare più importante del risultato. L’Italia, purtroppo, soffre spesso del problema contrario: abbiamo trasformato il mezzo nel fine. Costruiamo procedure per controllare altre procedure, nominiamo tavoli che devono valutare l’opportunità di istituire un gruppo di lavoro incaricato di convocare un secondo tavolo. Nel frattempo, mentre noi stiamo ancora discutendo l’ordine del giorno, Musk ha lanciato qualcosa in orbita.
Proprio per questo la sua presenza in Italia potrebbe essere salutare. Non perché debba arrivare il miliardario straniero a salvarci, formula provinciale e persino offensiva per un Paese che possiede competenze scientifiche, industriali e creative straordinarie. Musk non dovrebbe venire in Italia per insegnarci a essere intelligenti. Dovrebbe venire per ricordarci che lo siamo già e che, troppo spesso, utilizziamo la nostra intelligenza per spiegare a noi stessi perché sia impossibile realizzare ciò che abbiamo appena immaginato.
L’Italia potrebbe offrire a Musk molto più di un buon clima, del patrimonio artistico e di una cucina che probabilmente renderebbe meno attraenti persino i programmi di colonizzazione marziana. Potrebbe offrirgli una rete di competenze nell’aerospazio, nella meccanica, nella robotica, nei materiali, nell’elettronica, nel design e nella ricerca scientifica. Potrebbe offrirgli quella capacità tutta italiana di trovare una soluzione quando il manuale sostiene che non esiste. Potrebbe offrirgli territori nei quali tecnologia, formazione e innovazione non siano semplicemente parole da inserire in un convegno, ma strumenti per ricostruire comunità, creare lavoro e trattenere i giovani.
Musk, a sua volta, potrebbe portare una cosa di cui abbiamo disperatamente bisogno: la legittimazione dell’ambizione. In Italia chi pensa in grande viene spesso accolto con sospetto. Prima gli domandiamo chi si creda di essere, poi cerchiamo qualche ragione per ridimensionarlo e infine, quando ha successo all’estero, ci affrettiamo a ricordare che un suo bisnonno aveva probabilmente abitato per tre settimane in un comune italiano. Siamo un Paese capace di produrre visionari e contemporaneamente di considerarli persone poco serie fino a quando non vengono celebrati dagli altri.
Anche per questo sento una certa affinità con il suo percorso. Lavorare sull’innovazione significa essere continuamente sottoposti a un processo sommario. Quando presenti un’idea nuova, ti dicono che è irrealizzabile. Quando dimostri che funziona, sostengono che era ovvia. Quando produce risultati, qualcuno spiega che avrebbe potuto farla chiunque. Naturalmente quel “chiunque” non l’aveva fatta, ma si tratta di un dettaglio sul quale è considerato poco elegante insistere.
Con Musk condivido la convinzione che la ricerca non debba limitarsi a descrivere il presente, ma debba tentare di anticipare ciò che ancora non esiste. Non condivido ogni sua posizione, non approvo ogni comportamento e non considero infallibile il suo modello industriale. Ma rifiuto anche il pregiudizio secondo il quale per essere moralmente presentabili si debba essere privi di contraddizioni, di forza e possibilmente anche di risultati.
Il nostro tempo ama i personaggi innocui: quelli che parlano molto, promettono moderatamente e non cambiano nulla. Musk è l’esatto contrario. È ingombrante, divisivo, imprevedibile. A volte dice ciò che non dovrebbe dire, altre volte fa ciò che molti sostenevano non si potesse fare. Riesce a essere contemporaneamente visionario e imprudente, geniale e infantile, innovatore e accentratore. In altre parole, è un essere umano di grandi dimensioni, nel bene e nel male.
Forse è proprio questa complessità a renderlo adatto all’Italia. Siamo una nazione che convive da secoli con il sublime e con l’assurdo, con l’opera d’arte e con il modulo mancante, con Leonardo da Vinci e con lo sportello che chiude alle dodici meno cinque. Musk qui non si sentirebbe straniero. Troverebbe inventori senza finanziamenti, ingegneri capaci di miracoli con risorse minime, ricercatori costretti a spiegare la propria importanza a commissioni che non ne comprendono il lavoro, imprenditori che esportano eccellenza mentre combattono con password della pubblica amministrazione composte da sedici caratteri, un geroglifico e il nome del primo animale domestico.
Potrebbe perfino imparare qualcosa: che non tutto ciò che conta deve essere accelerato, che il futuro non è soltanto velocità, che la bellezza non è un ornamento della tecnologia ma una sua possibile funzione, che una società non può essere amministrata come una linea produttiva e che l’essere umano non è un difetto da correggere attraverso un aggiornamento software.
E noi potremmo imparare da lui a non chiedere il permesso al passato prima di costruire il futuro.
Per questo non mi stupirebbe se Elon Musk decidesse presto di mettere casa in Italia. Non parlo necessariamente di un’indiscrezione immobiliare, ma di una possibilità culturale e personale. Prima o poi potrebbe accorgersi che questo Paese, con tutte le sue contraddizioni, gli assomiglia più di quanto immagini. Potrebbe scegliere una dimora affacciata sulle colline, un luogo vicino a un centro di ricerca oppure un antico edificio nel quale installare, accanto agli affreschi, una sala di controllo satellitare. Naturalmente il primo razzo parcheggiato nel giardino provocherebbe un contenzioso paesaggistico, tre interrogazioni parlamentari e la nascita di un comitato denominato “No Musk”, presieduto da qualcuno che utilizza Starlink per organizzare le riunioni online.
Sarebbe il suo autentico battesimo italiano.
A quel punto gli resterebbe soltanto da comprendere le regole fondamentali della nostra convivenza civile: non discutere mai con un italiano sulla ricetta della carbonara, non ordinare il cappuccino dopo pranzo, non annunciare lavori stradali nel mese di agosto e non pensare di poter risolvere il funzionamento della burocrazia semplicemente acquistandola. Anche perché, prima di concludere l’operazione, gli verrebbe chiesto un documento che certifica l’esistenza del documento necessario a presentare la domanda.
Elon Musk continuerà a essere criticato, ammirato, imitato e combattuto. È il destino di chi occupa troppo spazio per risultare indifferente. Io continuerò a riconoscergli il coraggio delle idee e a contestargli ciò che considero sbagliato, perché la stima autentica non richiede obbedienza e la critica seria non deve trasformarsi in demolizione.
Rimane, comunque, quel difetto originario: non è italiano.
Ma non disperiamo. È un problema risolvibile. Potremmo adottarlo, naturalizzarlo o semplicemente aspettare che sia lui a capire di essere sempre stato un po’ italiano senza saperlo. Dopotutto sogna in grande, ama le macchine, litiga con tutti, comunica in modo teatrale, considera le regole un’opinione e vuole costruire il futuro mentre il resto del mondo gli spiega perché dovrebbe accontentarsi del presente.
Più italiano di così, francamente, è difficile.

