
Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
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Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
Chi accompagna i militari non celebra la guerra: ricorda l’umanità dentro la divisa
Cita da Fondazione Olitec su 2 Giugno 2026, 1:34 pmTrovo profondamente sbagliata la posizione espressa da Monsignor Savino sulla presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno. È una lettura che rischia di confondere il significato della presenza spirituale accanto agli uomini e alle donne in uniforme con una presunta legittimazione della guerra o delle armi.
Il cappellano militare non sfila per celebrare la violenza, non sfila per benedire i conflitti, non sfila per trasformare la fede in ornamento dell’apparato militare. La sua presenza, al contrario, ricorda che anche dentro le istituzioni armate dello Stato esiste una dimensione umana, morale e spirituale che non può essere cancellata. Dove ci sono soldati, carabinieri, finanzieri, marinai, aviatori, uomini e donne chiamati a servire la Repubblica, spesso in condizioni di rischio, solitudine, sacrificio e responsabilità estrema, lì deve poter esserci anche una figura capace di ascoltare, accompagnare, consolare e richiamare la coscienza.
Dire che i cappellani non dovrebbero sfilare tra i militari significa, a mio avviso, non comprendere fino in fondo il valore simbolico di quella presenza. Proprio perché il cappellano non è un combattente, la sua collocazione accanto ai militari può rappresentare un segno di equilibrio: la forza dello Stato non deve mai essere cieca, non deve mai essere disumana, non deve mai essere separata dalla responsabilità morale. La presenza del sacerdote non militarizza il Vangelo; semmai ricorda ai militari, e a tutti noi, che nessuna uniforme può cancellare la centralità della persona.
Anche il richiamo all’articolo 11 della Costituzione, pur nobile e condivisibile nel suo principio, non può essere usato in modo parziale. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, ma questo non significa ripudiare le Forze Armate, né ignorare il loro ruolo costituzionale, democratico, civile, umanitario e di protezione. Le Forze Armate italiane non sono un corpo estraneo alla Repubblica: ne sono parte, ne servono le istituzioni, intervengono nelle emergenze, nelle missioni internazionali, nei contesti di sicurezza, nelle calamità, nella tutela della popolazione.
Per questo, la presenza dei cappellani militari alla parata non dovrebbe scandalizzare. Dovrebbe piuttosto far riflettere positivamente sul fatto che anche dentro il mondo della difesa vi sia spazio per la coscienza, per il limite, per la parola spirituale, per la cura delle persone. Chi vive la divisa non è una macchina dello Stato: è un essere umano, spesso esposto a pressioni, ferite interiori, responsabilità morali e drammi personali che la società civile tende a non vedere.
C’è poi un altro punto, ancora più delicato, che non può essere ignorato. Prima di salire in cattedra per impartire lezioni allo Stato, alle Forze Armate e a una celebrazione repubblicana che appartiene al Paese, sarebbe forse opportuno guardare con maggiore severità dentro le mura della propria casa ecclesiale. In Italia, il tema degli abusi nel clero e della gestione interna delle responsabilità è ancora una ferita aperta. Le stesse realtà associative che rappresentano vittime e sopravvissuti agli abusi del clero denunciano da anni la necessità di maggiore trasparenza, maggiore coraggio e minore autoreferenzialità da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Anche la stampa nazionale e locale ha più volte richiamato l’attenzione su zone d’ombra, ritardi, silenzi e opacità che riguardano il modo in cui certe vicende sono state affrontate nel tempo.
Per questo, quando un rappresentante della Chiesa interviene con tanta durezza su una questione che riguarda la Repubblica, le sue Forze Armate e l’organizzazione simbolica della Festa nazionale, è legittimo chiedersi se la priorità morale non debba essere prima un’altra: fare piena luce nelle proprie diocesi, ascoltare realmente le vittime, aprire gli archivi, collaborare senza ambiguità con la magistratura e dimostrare con i fatti quella “tolleranza zero” che troppo spesso viene proclamata nei convegni ma che l’opinione pubblica fatica a vedere tradotta in atti chiari, definitivi e verificabili.
Se davvero si vuole parlare di credibilità evangelica, allora la credibilità non si misura nel criticare chi sfila accanto ai servitori dello Stato. Si misura nella capacità di affrontare le proprie contraddizioni interne. Si misura nel coraggio di non proteggere nessuno. Si misura nel rifiuto di trasformare le strutture ecclesiastiche in luoghi di protezione, di attesa, di trasferimento o di silenzio per persone accusate di fatti gravissimi. Su questo terreno la Chiesa dovrebbe essere la prima a dare esempio, senza reticenze e senza rifugiarsi in dichiarazioni generiche.
La missione dei cappellani militari, invece, resta una missione di prossimità. Essi non sono lì per glorificare la guerra, ma per stare accanto agli uomini e alle donne che servono lo Stato. Criminalizzare simbolicamente la loro presenza nella parata del 2 giugno significa colpire una funzione spirituale e umana che, proprio nei contesti più difficili, può essere essenziale.
Sarebbe molto più utile interrogarsi su come rendere la missione dei cappellani militari ancora più autentica, più vicina agli ultimi, più capace di sostenere chi serve il Paese, invece di trasformare la loro presenza pubblica in una polemica ideologica. La pace non si costruisce allontanando la dimensione spirituale dai luoghi difficili; si costruisce portandola proprio dove il peso della forza, dell’obbedienza, del rischio e della responsabilità è più grande.
Per questo considero quella dichiarazione un errore. Non perché manchi di sensibilità verso il tema della pace, ma perché finisce per produrre l’effetto opposto: separare la parola morale proprio da uno dei luoghi in cui essa è più necessaria. Prima di giudicare la Repubblica, le sue Forze Armate e i suoi servitori, sarebbe forse opportuno che certa parte della gerarchia ecclesiastica guardasse con maggiore umiltà dentro le proprie mura, dove troppe ferite attendono ancora verità, giustizia e riparazione.
Trovo profondamente sbagliata la posizione espressa da Monsignor Savino sulla presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno. È una lettura che rischia di confondere il significato della presenza spirituale accanto agli uomini e alle donne in uniforme con una presunta legittimazione della guerra o delle armi.
Il cappellano militare non sfila per celebrare la violenza, non sfila per benedire i conflitti, non sfila per trasformare la fede in ornamento dell’apparato militare. La sua presenza, al contrario, ricorda che anche dentro le istituzioni armate dello Stato esiste una dimensione umana, morale e spirituale che non può essere cancellata. Dove ci sono soldati, carabinieri, finanzieri, marinai, aviatori, uomini e donne chiamati a servire la Repubblica, spesso in condizioni di rischio, solitudine, sacrificio e responsabilità estrema, lì deve poter esserci anche una figura capace di ascoltare, accompagnare, consolare e richiamare la coscienza.
Dire che i cappellani non dovrebbero sfilare tra i militari significa, a mio avviso, non comprendere fino in fondo il valore simbolico di quella presenza. Proprio perché il cappellano non è un combattente, la sua collocazione accanto ai militari può rappresentare un segno di equilibrio: la forza dello Stato non deve mai essere cieca, non deve mai essere disumana, non deve mai essere separata dalla responsabilità morale. La presenza del sacerdote non militarizza il Vangelo; semmai ricorda ai militari, e a tutti noi, che nessuna uniforme può cancellare la centralità della persona.
Anche il richiamo all’articolo 11 della Costituzione, pur nobile e condivisibile nel suo principio, non può essere usato in modo parziale. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, ma questo non significa ripudiare le Forze Armate, né ignorare il loro ruolo costituzionale, democratico, civile, umanitario e di protezione. Le Forze Armate italiane non sono un corpo estraneo alla Repubblica: ne sono parte, ne servono le istituzioni, intervengono nelle emergenze, nelle missioni internazionali, nei contesti di sicurezza, nelle calamità, nella tutela della popolazione.
Per questo, la presenza dei cappellani militari alla parata non dovrebbe scandalizzare. Dovrebbe piuttosto far riflettere positivamente sul fatto che anche dentro il mondo della difesa vi sia spazio per la coscienza, per il limite, per la parola spirituale, per la cura delle persone. Chi vive la divisa non è una macchina dello Stato: è un essere umano, spesso esposto a pressioni, ferite interiori, responsabilità morali e drammi personali che la società civile tende a non vedere.
C’è poi un altro punto, ancora più delicato, che non può essere ignorato. Prima di salire in cattedra per impartire lezioni allo Stato, alle Forze Armate e a una celebrazione repubblicana che appartiene al Paese, sarebbe forse opportuno guardare con maggiore severità dentro le mura della propria casa ecclesiale. In Italia, il tema degli abusi nel clero e della gestione interna delle responsabilità è ancora una ferita aperta. Le stesse realtà associative che rappresentano vittime e sopravvissuti agli abusi del clero denunciano da anni la necessità di maggiore trasparenza, maggiore coraggio e minore autoreferenzialità da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Anche la stampa nazionale e locale ha più volte richiamato l’attenzione su zone d’ombra, ritardi, silenzi e opacità che riguardano il modo in cui certe vicende sono state affrontate nel tempo.
Per questo, quando un rappresentante della Chiesa interviene con tanta durezza su una questione che riguarda la Repubblica, le sue Forze Armate e l’organizzazione simbolica della Festa nazionale, è legittimo chiedersi se la priorità morale non debba essere prima un’altra: fare piena luce nelle proprie diocesi, ascoltare realmente le vittime, aprire gli archivi, collaborare senza ambiguità con la magistratura e dimostrare con i fatti quella “tolleranza zero” che troppo spesso viene proclamata nei convegni ma che l’opinione pubblica fatica a vedere tradotta in atti chiari, definitivi e verificabili.
Se davvero si vuole parlare di credibilità evangelica, allora la credibilità non si misura nel criticare chi sfila accanto ai servitori dello Stato. Si misura nella capacità di affrontare le proprie contraddizioni interne. Si misura nel coraggio di non proteggere nessuno. Si misura nel rifiuto di trasformare le strutture ecclesiastiche in luoghi di protezione, di attesa, di trasferimento o di silenzio per persone accusate di fatti gravissimi. Su questo terreno la Chiesa dovrebbe essere la prima a dare esempio, senza reticenze e senza rifugiarsi in dichiarazioni generiche.
La missione dei cappellani militari, invece, resta una missione di prossimità. Essi non sono lì per glorificare la guerra, ma per stare accanto agli uomini e alle donne che servono lo Stato. Criminalizzare simbolicamente la loro presenza nella parata del 2 giugno significa colpire una funzione spirituale e umana che, proprio nei contesti più difficili, può essere essenziale.
Sarebbe molto più utile interrogarsi su come rendere la missione dei cappellani militari ancora più autentica, più vicina agli ultimi, più capace di sostenere chi serve il Paese, invece di trasformare la loro presenza pubblica in una polemica ideologica. La pace non si costruisce allontanando la dimensione spirituale dai luoghi difficili; si costruisce portandola proprio dove il peso della forza, dell’obbedienza, del rischio e della responsabilità è più grande.
Per questo considero quella dichiarazione un errore. Non perché manchi di sensibilità verso il tema della pace, ma perché finisce per produrre l’effetto opposto: separare la parola morale proprio da uno dei luoghi in cui essa è più necessaria. Prima di giudicare la Repubblica, le sue Forze Armate e i suoi servitori, sarebbe forse opportuno che certa parte della gerarchia ecclesiastica guardasse con maggiore umiltà dentro le proprie mura, dove troppe ferite attendono ancora verità, giustizia e riparazione.

