Alla Fondazione OLITEC una giornata di formazione ha unito il lavoro sul territorio, le indagini specialistiche e la testimonianza dei sopravvissuti di Nassiriya. Un incontro che ha dato ai ragazzi ragioni concrete per credere nel proprio impegno.
Collalto Sabino, 21 settembre 2026
Andrea, Ivan, Daniele. Nel racconto di Jacopo Ballerini, i compagni caduti a Nassiriya sono tornati davanti ai giovani attraverso i loro nomi e le fotografie. Di Daniele ha ricordato anche un aiuto ricevuto prima della partenza, quando bisognava trovare un volo per raggiungere il reparto. Un episodio semplice, custodito accanto alla memoria della tragedia. È in questa vicinanza tra la vita ordinaria e ciò che l’ha interrotta che la Giornata dei Carabinieri, svoltasi il 21 settembre alla Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca, ha trovato uno dei suoi significati più profondi.
A Collalto Sabino i cadetti hanno incontrato persone capaci di raccontare il servizio attraverso ciò che hanno fatto, imparato e dovuto affrontare. La presenza dei sopravvissuti di Nassiriya e dei carabinieri della MSU italiana ha dato alla giornata una particolare intensità. Attorno a quella testimonianza, gli interventi degli altri relatori hanno composto una lezione ampia, dalla tutela di un anziano alla difesa dell’economia dalle infiltrazioni mafiose, fino alla responsabilità di chi impiega tecnologie investigative.
I ragazzi hanno avuto un ruolo preciso. Ogni intervento è stato introdotto da un allievo e accompagnato da domande. Hanno chiesto come si costruisca la fiducia di una comunità, quali competenze servano nelle situazioni difficili e come il ricordo dei caduti possa diventare responsabilità quotidiana. In queste domande si è espressa l’ispirazione ricevuta: il desiderio di capire che cosa quelle esperienze chiedano anche a loro, dentro il percorso di formazione e nella vita che li attende.
La fiducia di una comunità comincia dalla presenza
Il maresciallo maggiore Tiziano Pompili, comandante della Stazione dei Carabinieri di Collalto Sabino, ha mostrato il volto del servizio più vicino alla vita dei cittadini. Ha parlato delle persone anziane che cercano una rassicurazione, dei contrasti di vicinato che talvolta possono sciogliersi attraverso il dialogo, dell’importanza di conoscere il territorio per comprenderne le fragilità. La fiducia nasce da una presenza riconoscibile, dalla disponibilità ad ascoltare e dalla serietà con cui si prende in carico un problema.

Nel richiamo alle truffe contro gli anziani, capaci di sfruttare anche la falsificazione dei numeri telefonici, è emersa una responsabilità che riguarda da vicino chi studia le nuove tecnologie. Una competenza può essere usata per ingannare una persona vulnerabile oppure per aiutarla a difendersi. Per i cadetti, l’invito a coltivare le proprie capacità senza cercare scorciatoie ha assunto così un significato concreto. Studiare bene significa anche prepararsi a riconoscere un abuso e a rendersi utili a chi dispone di meno strumenti.
Una fedeltà che continua dopo il servizio attivo

Domenico Gregori, presidente della sezione di Carsoli dell’Associazione Nazionale Carabinieri, ha attraversato la storia dell’Arma soffermandosi sui valori che ne sostengono la continuità. Il suo discorso ha ricondotto l’appartenenza alla lealtà verso i colleghi, al rispetto degli impegni e alla capacità di fare la propria parte. Nei ricordi personali, anche i sacrifici meno visibili della vita di servizio hanno acquistato valore educativo.
La presenza dell’Associazione ha reso percepibile ai giovani un altro aspetto: il congedo può chiudere una fase professionale senza esaurire la disponibilità verso gli altri. Gregori ha invitato gli allievi a prendere sul serio il percorso scelto e a cercare rapporti di amicizia capaci di sostenerne l’impegno. È una lezione che riguarda chiunque si formi a un lavoro di responsabilità. La qualità delle persone con cui si cresce influisce sulla capacità di mantenere una promessa anche quando diventa faticosa.
Proteggere il territorio richiede preparazione
Il maresciallo maggiore Francesco Ruggirello ha portato l’esperienza della tutela ambientale e del servizio aereo. Nel racconto dei sorvoli e delle osservazioni termografiche sui fiumi abruzzesi, impiegate per individuare possibili scarichi abusivi, la tecnologia è apparsa legata a uno scopo immediatamente comprensibile: accorgersi di un danno che da terra può restare nascosto e mettere quella conoscenza al servizio della collettività.
Ruggirello si è soffermato anche sulla sicurezza e sul fattore umano. Una decisione presa sotto pressione, la fatica e un errore di valutazione possono avere conseguenze gravi. Per questo l’addestramento e la formazione continua accompagnano l’intera attività professionale. Ai ragazzi è arrivato un richiamo esigente: la passione per un mestiere va sostenuta dalla cura con cui ci si prepara a svolgerlo. Chi assume una responsabilità deve imparare a riconoscere anche i propri limiti e le condizioni nelle quali può sbagliare.

Comprendere le mafie per difendere il lavoro onesto
Il colonnello Paolo Storoni, della Direzione Investigativa Antimafia, ha illustrato la capacità delle organizzazioni criminali di trasformarsi e di investire i propri capitali nell’economia. Ha spiegato perché il contrasto patrimoniale e lo studio dei flussi finanziari siano essenziali per comprendere fenomeni che possono presentarsi dietro attività dall’apparenza ordinaria. La minore visibilità della violenza non rende meno insidioso il condizionamento criminale.
Nel suo intervento il danno prodotto dalle mafie è stato descritto anche attraverso la concorrenza sleale. Un’impresa sostenuta da denaro illecito può alterare le condizioni del mercato e mettere in difficoltà chi lavora rispettando le regole. Il costo ricade sui lavoratori, sulle aziende e sulle opportunità di un territorio. Per questa ragione la legalità investe la vita di tutti e riguarda direttamente anche le prospettive professionali dei giovani.

Storoni ha rivolto ai cadetti un invito netto a studiare e a specializzarsi. Le indagini richiedono persone capaci di leggere documenti complessi, collegare informazioni e aggiornare le proprie conoscenze. Il contributo di competenze diverse diventa tanto più efficace quanto più ciascuno padroneggia il proprio lavoro. In questa prospettiva, gli anni dedicati alla formazione acquistano un valore pubblico: preparano persone dalle quali potranno dipendere la tutela di un diritto e la possibilità di riconoscere un illecito.
La tecnologia ha bisogno del giudizio delle persone
Il generale Rubino Angelo Tomassetti ha descritto il lavoro investigativo attraverso il rapporto fra analisi delle informazioni, attività sul terreno e supporto tecnico. La conoscenza del fenomeno viene prima della scelta degli strumenti. Raccogliere dati, ricostruire relazioni e comprendere l’evoluzione di un’organizzazione permette di orientare il lavoro degli operatori e di valutarne gli sviluppi.
Particolarmente significativa è stata la riflessione sulla necessità di rivedere il metodo quando una strada investigativa non produce risultati. Tornare a osservare, verificare le proprie ipotesi e accettare di ripartire richiede rigore. È un insegnamento vicino anche al lavoro di ricerca: la fiducia in una soluzione deve restare accompagnata dalla disponibilità a metterla alla prova.

Parlando delle possibilità offerte dalle tecnologie e delle difficoltà poste dall’evoluzione delle comunicazioni, Tomassetti ha mantenuto al centro l’intelligenza umana. La capacità di cogliere il significato di un comportamento, di notare una circostanza inattesa e di porre la domanda giusta dà direzione agli strumenti. Per chi si prepara a lavorare nell’informatica e nell’intelligenza artificiale, questo passaggio ha un peso particolare. La responsabilità del proprio giudizio rimane personale, anche quando ci si affida a sistemi molto avanzati.
Nassiriya raccontata da chi ha vissuto quei giorni
Alla testimonianza dei sopravvissuti è stato dedicato un momento centrale della giornata. Jacopo Ballerini, insieme ai carabinieri della MSU italiana presenti all’incontro, ha accompagnato i ragazzi dentro la realtà della missione attraverso le fotografie e il proprio racconto. Ha ricordato un prima e un dopo l’attentato, restituendo alla memoria pubblica la dimensione quotidiana delle persone che vi presero parte.

Sono emerse le difficoltà degli spostamenti, le distanze, gli adattamenti necessari in un ambiente poco conosciuto. Ma soprattutto è emerso l’incontro con la popolazione. Ballerini ha raccontato dei bambini ai quali venivano offerti acqua e cibo, dei carabinieri che condividevano ciò che avevano portato con sé, dell’ospitalità ricevuta nelle case irachene. Persone con poche risorse cercavano comunque un modo per accogliere chi arrivava. Sono episodi che aiutano a comprendere il lavoro paziente necessario per costruire una relazione in una situazione di forte insicurezza.
Nel suo ricordo, anche la vita dentro la base ha avuto spazio. Il servizio continuava a pesare nelle stanze condivise, nella distanza dalle famiglie, nella necessità di convivere a lungo con la stanchezza e le tensioni. Accanto ai rischi esterni esisteva il compito di mantenere unito il gruppo, ascoltare i colleghi e affrontare le difficoltà quotidiane. Raccontare questi aspetti ha avvicinato l’esperienza ai ragazzi, che hanno potuto riconoscervi il significato concreto della convivenza e dell’affidamento reciproco.
Ballerini ha spiegato inoltre quanto fosse difficile conciliare la protezione dei militari con la vicinanza alla popolazione. Dopo l’attentato, il rafforzamento delle difese aveva aumentato la distanza fisica dalle persone. Eppure, nel suo racconto, i cittadini continuavano a chiedere presenza e sicurezza per poter svolgere le attività essenziali della propria vita. È una tensione che la testimonianza ha lasciato nella sua complessità, permettendo agli allievi di comprendere quanto lavoro e quante valutazioni si trovino dietro la parola servizio.
Il giorno della strage e il soccorso dei civili iracheni
Il 12 novembre 2003 l’attentato alla base Maestrale di Nassiriya provocò la morte di 19 italiani, tra i quali 12 carabinieri, cinque militari dell’Esercito e due civili, e di nove iracheni. Nel ripercorrere quei momenti, Ballerini ha ricordato la difficoltà iniziale di comprendere che cosa fosse accaduto. Dall’altra base le comunicazioni non davano subito risposte e il susseguirsi delle esplosioni rendeva incerta la situazione. Bisognava proteggere gli uomini e agire prima di disporre di un quadro completo.
Una parte particolarmente importante del racconto ha riguardato i soccorsi prestati dalla popolazione irachena. Ballerini ha ricordato i civili che si adoperarono per trasportare i carabinieri feriti all’ospedale con i mezzi disponibili, mentre la situazione era ancora pericolosa. Le persone che il contingente aveva cercato di proteggere si erano prese cura, a loro volta, dei militari colpiti.
Questo episodio ha consegnato ai cadetti un’immagine precisa della solidarietà. Nel momento del bisogno qualcuno si era avvicinato e aveva aiutato. Il racconto invita a conservare anche questa parte della storia, insieme al dolore e al ricordo delle vittime: il gesto di chi riconosce una persona ferita e si assume il rischio di soccorrerla. È una memoria che mantiene visibile l’umanità della popolazione civile, dentro una tragedia che ha colpito italiani e iracheni.
I nomi dei compagni affidati ai giovani
Alla domanda sul messaggio da lasciare agli allievi, Ballerini ha affidato alle fotografie e al ricordo il senso della propria presenza. Ha espresso la speranza che i giovani conservassero memoria delle persone scomparse e comprendessero le ragioni del loro impegno. Ha ricordato anche gli incontri fra commilitoni, nei quali il legame con i caduti viene trasmesso a chi è arrivato dopo. Chi ascolta entra così in una relazione con quella memoria e può scegliere di custodirla.
La gratitudine verso i sopravvissuti nasce anche dalla disponibilità a tornare su quelle esperienze per condividerle. Davanti ai cadetti hanno portato un patrimonio personale che nessuna ricostruzione generale potrebbe sostituire: il punto di vista di chi conosceva i compagni, abitava quei luoghi e ha dovuto proseguire dopo la loro perdita. Ascoltarlo con rispetto significa riconoscere il valore di questa consegna, senza pretendere di esaurirla in una formula celebrativa.
Una lezione da portare nello studio e nella vita
La giornata, aperta nel segno della Virgo Fidelis e accompagnata dal ricordo musicale dei caduti di Nassiriya, si è conclusa con il raccoglimento sulle note del Silenzio. Fra questi momenti, i giovani hanno potuto interrogare esperienze molto diverse e riconoscere il lavoro necessario a sostenere una scelta di servizio. La serietà della formazione ha trovato una spiegazione nelle vite dei relatori e nelle conseguenze concrete del loro operato.

Per la Fondazione OLITEC è stata una giornata di straordinario valore educativo. L’ispirazione offerta ai ragazzi ha preso la forma di esempi praticabili: prepararsi con cura, ascoltare una persona fragile, collaborare con competenze diverse, accettare di correggere il proprio metodo. E custodire i nomi di chi non è tornato. La domanda posta ai testimoni di Nassiriya, su come trasformare il ricordo in responsabilità quotidiana, resta affidata anche ai cadetti. La risposta potrà crescere nelle decisioni con cui ciascuno darà un senso al proprio studio e al proprio lavoro.
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