Il gesto del carabiniere Orazio Petruccelli ci consegna una responsabilità che attraversa il tempo: fare dell’Italia una Patria nella quale libertà, dignità, solidarietà e rispetto della persona siano la risposta concreta al nazismo, al fascismo e a ogni cultura della sopraffazione.
Una bandiera non diventa giusta soltanto perché è la nostra. Diventa un simbolo degno di essere amato quando ciò che rappresenta ci chiede di essere migliori: più responsabili verso gli altri, più capaci di riconoscere l’ingiustizia, meno disposti a scambiare la forza per un diritto. È questa la domanda più profonda che ci raggiunge da Cefalonia. Non soltanto quale bandiera siamo pronti a salutare, ma quale idea di umanità siamo disposti a difendere sotto i suoi colori.
Nel settembre del 1943, nella piazza di Argostoli, il sottotenente dei Carabinieri Orazio Petruccelli, comandante di un plotone della Divisione “Acqui”, affrontò un picchetto armato tedesco, ammainò il vessillo germanico e innalzò nuovamente quello italiano. Il gesto è ricordato nella motivazione ufficiale della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria; la ricostruzione dell’ANPI identifica la bandiera rimossa come quella con la croce uncinata. Petruccelli partecipò poi ai combattimenti, venne catturato e fu fucilato il 24 settembre 1943. Non morì, dunque, nell’istante dell’alzabandiera: il suo sacrificio appartiene alla successiva tragedia della resistenza e della repressione tedesca sull’isola.
Davanti a questa vicenda, la commozione è comprensibile, ma non basta. Possiamo fermarci all’immagine di un uomo coraggioso e lasciare che tutto rimanga lontano, confinato nella solennità di una commemorazione. Oppure possiamo consentire a quel gesto di entrare nella nostra vita e di disturbarne le comodità. Perché il passato diventa davvero memoria quando smette di essere soltanto qualcosa che conosciamo e comincia a essere qualcosa di cui rispondiamo.
Non dobbiamo attribuire a Petruccelli pensieri che non possiamo documentare, né immaginare che ogni militare della “Acqui” possedesse già la stessa consapevolezza politica che oggi vorremmo riconoscergli. Quello del 1943 era ancora il Tricolore del Regno d’Italia, con lo scudo sabaudo, non la bandiera della Repubblica nella sua successiva configurazione. Il valore civile che possiamo ricavare oggi da quella scelta va distinto dalle intenzioni individuali dei suoi protagonisti. Rispettare la storia significa anche rinunciare alla tentazione di farle pronunciare esattamente le nostre parole.
Proprio questa cautela rende più seria la riflessione. Non abbiamo bisogno di trasformare un uomo in una figura perfetta per riconoscere la forza del suo esempio. Possiamo leggere in quel Tricolore rialzato una domanda rivolta alla nostra Italia: che cosa deve distinguere l’amore per la Patria dall’adorazione del potere? Quale confine separa il senso del dovere dalla rinuncia alla coscienza? Quando l’appartenenza diventa responsabilità e quando, invece, rischia di diventare una giustificazione per escludere?
La risposta deve essere netta: i valori chiamati a pervadere il nostro Paese sono quelli opposti al nazismo e al fascismo. Non soltanto il rifiuto dei loro simboli, ma il rifiuto della concezione dell’essere umano sulla quale costruirono il proprio potere.
Non si tratta di condannare soltanto alcuni “eccessi”, come se la violenza fosse stata un incidente estraneo alla loro natura. Il nazismo organizzò la persecuzione sulla base di una gerarchia razziale e condusse allo sterminio degli ebrei d’Europa e all’assassinio di milioni di altre persone. Il fascismo italiano costruì una dittatura, impose la subordinazione al regime e adottò una legislazione razzista; la Repubblica sociale italiana collaborò successivamente alla cattura e alla deportazione degli ebrei. Sono responsabilità storiche che non possono essere attenuate da una nostalgia selettiva.
Occorre avere il coraggio di guardare anche la parte della storia che ci riguarda. Gli italiani a Cefalonia erano giunti come forza di occupazione: quella era terra greca, abitata da una popolazione che aveva diritto alla propria libertà. Il successivo valore della resistenza ai tedeschi non cancella questa circostanza, così come questa circostanza non cancella il valore di chi resistette. Una memoria onesta deve saper tenere insieme entrambe le verità.
Amare l’Italia non significa difenderla dalla conoscenza dei propri errori. Significa desiderare che non debba più ripeterli. Una Patria che avesse bisogno di sentirsi innocente in ogni epoca sarebbe troppo fragile per affrontare il futuro. La maturità di una comunità si misura anche nella capacità di riconoscere il male compiuto in suo nome senza perdere la volontà di costruire qualcosa di diverso. Il pentimento civile, quando è autentico, non è disprezzo di sé: è assunzione di responsabilità.
Da qui nasce un antifascismo che non dovrebbe essere soltanto dichiarato, ma vissuto. Un antifascismo capace di diventare cultura delle istituzioni, pratica educativa, qualità delle relazioni. Non un’etichetta da indossare per sentirsi automaticamente dalla parte giusta, ma un criterio con cui esaminare il proprio comportamento. La Costituzione pone un limite esplicito vietando, nella XII disposizione transitoria e finale, la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista. Quel limite storico e giuridico si accompagna, nella vita civile, a un compito più ampio: rendere desiderabile e concreta la democrazia.
Essere antifascisti in questo senso significa rifiutare il privilegio della propria appartenenza come misura del valore altrui. Significa non considerare un uomo meno degno perché ha un’altra origine, un’altra fede, un’altra condizione sociale. Significa riconoscere che una persona non deve meritarsi il diritto a non essere umiliata. La dignità viene prima della simpatia, dell’utilità, della somiglianza. È più esigente della benevolenza, perché ci obbliga anche quando non proviamo affetto.
Qui la riflessione diventa inevitabilmente personale. È relativamente facile condannare una violenza lontana; più difficile riconoscere il piacere sottile che possiamo provare quando viene umiliato qualcuno che detestiamo. È semplice difendere la libertà di una voce amica; molto meno comodo proteggerla quando quella voce mette in discussione le nostre convinzioni. La coscienza democratica comincia nel punto in cui accettiamo che una regola giusta debba valere anche quando non ci favorisce.
La libertà, allora, non può essere soltanto lo spazio concesso a chi approva. Deve comprendere la possibilità di dissentire, di interrogare l’autorità, di criticare una decisione senza essere per questo espulsi moralmente dalla comunità. Un Paese non è unito perché tutti pronunciano le stesse frasi. È unito quando le differenze possono convivere dentro un patto di rispetto, e quando nessuno pretende di coincidere da solo con la nazione.
Per questo il rifiuto del fascismo non deve diventare un uso indiscriminato della parola “fascista” contro ogni avversario. Le differenze politiche democratiche sono legittime e necessarie. Confonderle con una dittatura impoverirebbe sia il dibattito presente sia la comprensione del passato. La fermezza contro il razzismo, la violenza politica e la negazione delle libertà richiede precisione, non invettiva. Si può essere inflessibili sui principi senza trasformare le persone in bersagli.
Anche il concetto di autorità deve essere ripensato a partire da questa distinzione. L’autorità democratica non acquista valore rendendosi intoccabile. Lo acquista accettando limiti, controlli, responsabilità. Chi ricopre un incarico pubblico non riceve un titolo di superiorità umana: assume un debito di servizio. Deve saper spiegare, ascoltare, correggere. La possibilità di ammettere un errore non indebolisce necessariamente un’istituzione; può restituirle quella credibilità che l’ostinazione e l’arroganza le sottraggono.
Il gesto di un carabiniere ci porta anche a riflettere sull’uniforme. Nella prospettiva democratica, essa dovrebbe rendere riconoscibile una disponibilità a proteggere, non una pretesa di dominare. La disciplina trova il suo significato più alto quando forma persone affidabili, capaci di esercitare la forza con misura e di rispondere delle proprie azioni. Il rispetto che un’uniforme domanda deve incontrare il rispetto che chi la indossa offre, soprattutto a chi è disarmato, impaurito o privo di potere.
L’obbedienza non dovrebbe mai essere un rifugio nel quale smettere di pensare. Ma neppure la coscienza può diventare una formula comoda per sottrarsi a ogni regola. La difficoltà sta nell’unire responsabilità personale e responsabilità istituzionale: comprendere il senso del proprio compito, riconoscerne i limiti, non usare gli ordini come un alibi morale. Educare al servizio significa preparare a questa fatica, non coltivare il fascino della sottomissione.
Alla gerarchia del valore umano dobbiamo opporre l’eguaglianza. Non quella astratta che si limita a dichiarare tutti uguali mentre lascia alcuni senza strumenti per vivere liberamente. L’articolo 3 della Costituzione riconosce la pari dignità sociale e affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano concretamente libertà ed eguaglianza. È una scelta precisa: una comunità giusta non si accontenta di aprire formalmente una porta, ma si domanda chi sia davvero nelle condizioni di attraversarla.
Questo principio deve raggiungere la scuola, il lavoro, i servizi, la vita dei territori. Dovrebbe diventare la domanda di un insegnante davanti a un ragazzo che resta indietro, di un amministratore davanti a una famiglia isolata, di un responsabile davanti a una persona che non riesce a far valere le proprie ragioni. La risposta democratica alla fragilità non è chiedere al fragile di scomparire dalla vista. È cercare le condizioni perché possa partecipare.
Alla logica dell’abbandono dobbiamo opporre la solidarietà. La Costituzione, nell’articolo 2, collega i diritti inviolabili della persona ai doveri di solidarietà politica, economica e sociale. In questo legame possiamo riconoscere un’idea esigente di cittadinanza: nessuno è soltanto destinatario di protezione e nessuno può considerarsi completamente estraneo alla sorte degli altri.
Solidarietà non significa annullare il merito o negare le responsabilità individuali. Significa non confondere la difficoltà con una colpa e il successo con una certificazione di superiorità. Possiamo chiedere impegno senza praticare il disprezzo. Possiamo promuovere l’eccellenza senza costruirla sull’umiliazione di chi incontra maggiori ostacoli. Un Paese è più forte quando rende le capacità di ciascuno una risorsa comune, non quando trasforma ogni relazione in una graduatoria del diritto a contare.
Questi valori devono entrare soprattutto nell’educazione. Ai giovani non basta insegnare quali simboli condannare; bisogna offrire gli strumenti per capire perché vadano condannati. Occorre far conoscere le vicende, leggere i documenti, distinguere i fatti dalle manipolazioni. Ma serve anche un’esperienza quotidiana coerente: un luogo educativo che celebri la libertà e punisca ogni domanda insegna, nei fatti, il contrario di ciò che proclama.
Educare alla democrazia vuol dire permettere a un ragazzo di crescere senza chiedergli di consegnare la propria coscienza a un adulto, a un gruppo o a un capo. Vuol dire insegnargli che può appartenere senza rinunciare al giudizio, essere leale senza diventare servile, riconoscere una guida senza attribuirle infallibilità. La fedeltà più preziosa non è quella che ripete tutto: è quella che sa richiamare alle proprie responsabilità anche ciò che ama.
Anche le parole richiedono attenzione. Prima di condividere un’accusa, dovremmo domandarci se sia fondata; prima di partecipare a una derisione pubblica, se stiamo discutendo un comportamento o cancellando una persona. Non ogni insulto equivale al fascismo, né ogni conflitto annuncia una dittatura. Sarebbe una semplificazione dannosa. Tuttavia il rispetto della dignità si esercita anche qui, nel rifiuto di rendere normale il disprezzo e di considerare l’umiliazione uno strumento accettabile per ottenere consenso.
Alla glorificazione della guerra dobbiamo opporre una cultura della pace che non sia indifferenza verso l’ingiustizia. L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Onorare i militari caduti non contraddice questo principio: può rafforzare la consapevolezza di quanto sia grave esporre le vite alla violenza e di quanto sia necessario lavorare per impedirla.
Per questo non dovremmo presentare la morte come il compimento ideale della vita di Petruccelli. Il suo coraggio avrebbe conservato lo stesso valore se fosse tornato a casa. Una memoria rispettosa non desidera nuovi sacrifici per alimentare la propria solennità. Desidera che l’esistenza delle persone venga custodita, e che il ricordo dei morti ci renda più responsabili verso i vivi.
Resta poi una distinzione essenziale: condannare il nazismo non significa odiare i tedeschi, così come condannare il fascismo non significa disprezzare gli italiani. La responsabilità riguarda azioni, decisioni, istituzioni e persone; non si trasmette biologicamente ai discendenti. La memoria deve impedire che il male venga negato, non inventare colpe ereditarie. Altrimenti finiremmo per riprodurre proprio quella riduzione dell’individuo alla sua origine che affermiamo di respingere.
La riconciliazione, quando è seria, non domanda alle vittime di tacere. Domanda a tutti di accettare la verità e di costruire rapporti nei quali essa non venga più usata come combustibile per la vendetta. Si può ricordare senza odiare. Si può perdonare senza dichiarare irrilevante ciò che è accaduto. Si può tendere una mano senza confondere la giustizia con l’oblio.
Quando, il 1º marzo 2001, Carlo Azeglio Ciampi commemorò a Cefalonia i caduti della “Acqui”, disse ai superstiti: «Dimostraste che la Patria non era morta». In quelle parole riconobbe alla loro resistenza un significato fondativo per l’Italia rinata. Oggi possiamo raccogliere quella lettura senza limitarci a ripeterla: una Patria resta viva se le persone trovano ragioni per fidarsi delle sue istituzioni, per riconoscersi reciprocamente, per contribuire a un futuro che non appartenga soltanto ai più forti.
È qui che il Tricolore torna a interrogarci. Non basta custodirlo con cura durante una cerimonia se poi trattiamo con incuria le persone che dovrebbero riconoscersi sotto di esso. Il rispetto esteriore ha un valore, ma non può sostituire la coerenza. La bandiera non dovrebbe essere usata come una protezione simbolica per l’arroganza di chi la esibisce. Dovrebbe ricordargli, al contrario, che sta rappresentando qualcosa di più grande della propria vanità.
I valori contrari al nazismo e al fascismo devono dunque pervadere il Paese senza diventare un nuovo catechismo dell’uniformità. Devono rendersi riconoscibili nel modo in cui si governa, si insegna, si lavora, si accoglie una critica, si protegge una minoranza. Non chiedono a tutti di avere la stessa opinione. Chiedono che nessuna opinione si trasformi nella pretesa di privare gli altri della loro umanità.
Davanti al gesto di Argostoli, la domanda conclusiva non è se noi avremmo trovato lo stesso coraggio. Nessuno può rispondere con certezza a una prova che non ha vissuto. Possiamo però rispondere delle scelte che ci sono affidate oggi: non mentire per compiacere, non tacere soltanto per convenienza, non trasformare una posizione di forza in un permesso di ferire. È un compito meno spettacolare di un alzabandiera sotto la minaccia delle armi, ma è il nostro.
Da Cefalonia non dobbiamo portare a casa una superiorità da esibire. Dobbiamo portare una responsabilità da esercitare. Il senso più alto di quel vessillo rialzato può essere, per l’Italia di oggi, la volontà di costruire una comunità nella quale nessuno debba scegliere tra appartenere ed essere libero, tra obbedire ed essere umano, tra amare il proprio Paese e rispettare quello degli altri.
Il modo più profondo di onorare il Tricolore è fare in modo che, sotto di esso, nessuno debba abbassare la testa per paura.
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