Si è concluso a Favara, nel cuore dell’Agrigentino, il nuovo appuntamento del ciclo dedicato alla rigenerazione digitale dei piccoli borghi e delle aree interne italiane, un incontro che ha riunito amministratori pubblici, imprenditori, studenti, professionisti, rappresentanti delle realtà produttive e associative, cittadini e numerosi appassionati di innovazione. La tappa siciliana ha affrontato la questione dello spopolamento da una prospettiva differente rispetto ai convegni precedenti, ponendo al centro il rapporto tra intelligenza artificiale, autonomia energetica, agricoltura, recupero del patrimonio edilizio e capacità del Mezzogiorno di trattenere le proprie competenze.
Favara è stata scelta come luogo simbolico di una sfida che interessa una parte molto più ampia della Sicilia e dell’Italia meridionale. Qui il recupero dei borghi non può essere immaginato come una semplice operazione estetica, né può esaurirsi nella riapertura occasionale di un edificio storico o nell’organizzazione di iniziative concentrate in pochi giorni dell’anno. Rigenerare un territorio significa restituirgli una funzione economica, formativa e sociale, creando condizioni nelle quali le persone possano vivere stabilmente, lavorare, studiare, costruire imprese e partecipare alla trasformazione tecnologica senza essere costrette a trasferirsi.
Il convegno ha proseguito idealmente il percorso avviato a Montecatini, dove il confronto aveva approfondito il ruolo dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione locale, nella sicurezza informatica e nella condivisione delle competenze tra piccoli comuni. A Salsomaggiore Terme l’attenzione si era concentrata sulla salute territoriale, sulla longevità e sulla gestione responsabile delle risorse. A Stresa, sul Lago Maggiore, era stato affrontato il rapporto tra turismo, abitazioni, mobilità, reputazione digitale e tutela del paesaggio. Favara ha aggiunto un ulteriore elemento: il diritto dei territori del Sud a non essere considerati soltanto consumatori di tecnologie progettate altrove o luoghi nei quali installare infrastrutture senza lasciare conoscenza, lavoro qualificato e capacità decisionale.
Nel suo intervento principale, Massimiliano Nicolini ha richiamato il rischio di una nuova forma di colonialismo digitale. Le tecnologie più avanzate vengono spesso presentate come strumenti neutrali e immediatamente disponibili, ma dietro ogni piattaforma esistono interessi economici, proprietà dei dati, infrastrutture di calcolo e soggetti che determinano le regole di accesso. Un piccolo comune può utilizzare un sistema apparentemente semplice per gestire servizi, turismo o pratiche amministrative e scoprire successivamente di non possedere più il controllo effettivo delle informazioni prodotte dalla propria comunità.
Il punto non è rifiutare le grandi piattaforme o interrompere la collaborazione con imprese nazionali e internazionali. Il problema è comprendere in quali condizioni questa collaborazione avvenga. Se i dati di cittadini, imprese, immobili, colture, consumi e flussi economici vengono raccolti senza che il territorio possa accedervi, trasferirli o utilizzarli per le proprie politiche, la digitalizzazione rischia di produrre una dipendenza più profonda di quella che avrebbe dovuto superare.
La sovranità digitale dei borghi è stata quindi definita come la capacità di conoscere, governare e proteggere il proprio patrimonio informativo. Questo principio riguarda l’amministrazione, ma anche le imprese, l’agricoltura, la cultura e i servizi. I dati territoriali possono aiutare a comprendere quali edifici siano inutilizzati, dove si concentrino le fragilità sociali, quali attività abbiano bisogno di sostegno e quali aree siano maggiormente esposte a siccità, incendi o dissesto. Affinché producano valore pubblico, devono essere raccolti attraverso regole chiare e infrastrutture verificabili.
Uno dei temi più scottanti affrontati durante il convegno è stato il costo energetico e ambientale dell’intelligenza artificiale. Il dibattito pubblico descrive spesso i sistemi digitali come se fossero immateriali, ma ogni elaborazione avviene all’interno di infrastrutture fisiche che consumano energia, utilizzano reti, richiedono dispositivi e producono calore. I modelli più complessi necessitano di grandi capacità di calcolo e il loro impiego indiscriminato può generare consumi sproporzionati rispetto ai benefici ottenuti.
Per un territorio come quello siciliano, nel quale energia, acqua e clima rappresentano questioni decisive, non è sufficiente chiedersi quali tecnologie possano essere installate. Occorre anche domandarsi chi produrrà l’energia necessaria, dove saranno collocate le infrastrutture, chi ne riceverà i vantaggi e quali conseguenze ambientali saranno lasciate alle comunità. Il Sud non può diventare soltanto lo spazio nel quale vengono costruiti impianti e centri di elaborazione destinati a sostenere attività economiche concentrate altrove.
È stata proposta una visione differente, basata su infrastrutture distribuite e proporzionate alle necessità. Non ogni servizio comunale o territoriale richiede l’utilizzo di modelli enormi e costosi. In molti casi possono essere impiegati sistemi più piccoli, addestrati per compiti specifici e gestiti attraverso strutture regionali o reti tra comuni. Questa impostazione riduce i consumi, migliora il controllo e consente di adattare gli strumenti alla lingua, alle procedure e alle caratteristiche del territorio.
Il tema dell’energia ha portato il confronto verso le comunità energetiche. Molti borghi dispongono di edifici pubblici, superfici inutilizzate e condizioni favorevoli alla produzione distribuita da fonti rinnovabili. Scuole, municipi, strutture sanitarie, imprese e abitazioni possono condividere una parte dell’energia prodotta, riducendo i costi e aumentando la capacità di resistere alle crisi.
L’intelligenza artificiale può prevedere la produzione, coordinare i consumi e suggerire quando utilizzare o accumulare l’energia disponibile. Il sistema, tuttavia, deve rimanere comprensibile per chi lo gestisce. Una comunità energetica non può essere trasformata in una scatola nera nella quale soltanto il fornitore conosce i criteri di distribuzione e contabilizzazione. La trasparenza dei dati e delle regole è una condizione essenziale per mantenere la fiducia dei cittadini.
La rigenerazione energetica è stata collegata direttamente al recupero degli edifici. Nei centri storici siciliani esistono immobili abbandonati o sottoutilizzati che rappresentano contemporaneamente un problema e una risorsa. Lasciarli vuoti significa favorire il degrado e aumentare i rischi per la sicurezza. Recuperarli senza una funzione stabile può invece produrre strutture formalmente restaurate ma prive di vita.
Attraverso rilievi digitali, scansioni tridimensionali e sistemi di analisi strutturale è possibile costruire una conoscenza più precisa del patrimonio edilizio. Un comune può individuare le priorità, stimare i costi e programmare gli interventi. Le tecnologie possono inoltre aiutare a creare un inventario degli immobili, distinguendo quelli immediatamente recuperabili da quelli che richiedono opere più complesse.
È stato però ricordato che il censimento digitale non deve trasformarsi in una mappatura destinata esclusivamente agli investitori esterni. Il recupero degli edifici deve rispondere anche ai bisogni della comunità, attraverso abitazioni per giovani famiglie, spazi per studenti, laboratori artigianali, attività formative, servizi e residenze per lavoratori. Un borgo non rinasce quando tutti i suoi immobili vengono venduti, ma quando tornano a essere utilizzati.
La questione abitativa ha assunto un valore particolare nel dibattito. In molti territori convivono case vuote e persone che non riescono a trovare soluzioni accessibili. La distanza tra disponibilità teorica e possibilità concreta deriva da problemi di proprietà, stato degli edifici, costi di recupero e assenza di servizi. Una piattaforma digitale può facilitare l’incontro tra domanda e offerta, ma non può sostituire politiche pubbliche, garanzie e programmi di rigenerazione.
Il convegno ha affrontato anche il tema dell’agricoltura, considerata una delle principali connessioni tra borghi, paesaggio ed economia. La Sicilia interna affronta condizioni climatiche sempre più difficili e la disponibilità dell’acqua incide direttamente sulla sopravvivenza delle imprese agricole. L’intelligenza artificiale può analizzare immagini satellitari, umidità del terreno, previsioni meteorologiche e condizioni delle colture, aiutando gli agricoltori a utilizzare le risorse in modo più preciso.
Droni e sensori possono individuare aree nelle quali le piante mostrano segnali di sofferenza prima che il problema diventi visibile a occhio nudo. I sistemi previsionali possono suggerire quando irrigare, trattare o raccogliere, riducendo consumi e perdite. Queste tecnologie non sostituiscono l’esperienza dell’agricoltore, ma possono ampliarne la capacità di osservazione.
Durante il confronto è stato sottolineato che l’agricoltura di precisione rischia di rimanere accessibile soltanto alle aziende più grandi. Sensori, software e assistenza tecnica hanno costi che una piccola impresa può avere difficoltà a sostenere. Per evitare una nuova concentrazione, sono stati proposti servizi condivisi, cooperative digitali e centri territoriali capaci di mettere a disposizione strumenti e competenze.
Il tema della proprietà dei dati agricoli ha suscitato particolare attenzione. Le informazioni sulla produttività di un terreno, sulla qualità del suolo e sulle tecniche utilizzate possiedono un valore economico. Se vengono raccolte da una piattaforma senza condizioni chiare, possono essere utilizzate per condizionare prezzi, forniture e accesso al credito. Gli agricoltori devono sapere chi utilizza i dati e per quali finalità.
La tracciabilità delle filiere è stata indicata come un altro campo di applicazione. Tecnologie digitali possono documentare origine, lavorazione e trasporto dei prodotti, contrastando contraffazioni e valorizzando le produzioni locali. Per essere credibile, la tracciabilità deve collegarsi a controlli reali. Inserire informazioni in una piattaforma non garantisce automaticamente che siano vere.
L’intelligenza artificiale può inoltre aiutare a prevedere la domanda e ridurre gli sprechi, ma non deve uniformare le produzioni secondo le logiche dei grandi mercati. La forza dell’agricoltura siciliana risiede anche nella varietà, nelle tecniche locali e nel legame tra prodotto e territorio. La tecnologia deve rendere questa diversità economicamente sostenibile, non cancellarla.
Il recupero dei borghi è stato collegato al ritorno dei giovani. La Sicilia continua a formare studenti e professionisti che spesso costruiscono altrove la propria carriera. Il convegno ha respinto la retorica secondo cui i giovani dovrebbero restare per un semplice dovere verso il territorio. La permanenza e il ritorno devono essere sostenuti da opportunità, retribuzioni dignitose, responsabilità e possibilità di crescita.
Massimiliano Nicolini ha ricordato che nessun appello identitario può compensare l’assenza di laboratori, collegamenti, servizi e imprese capaci di assumere personale qualificato. Il patriottismo non consiste nel chiedere sacrifici unilaterali ai giovani, ma nel creare un Paese e un territorio nei quali il loro talento venga riconosciuto.
I borghi possono offrire condizioni diverse dalle grandi città: costi più contenuti, relazioni più dirette, spazi disponibili e possibilità di sperimentare. Questi vantaggi devono essere collegati a infrastrutture digitali, reti universitarie e programmi di incubazione. Un giovane imprenditore non può essere attirato soltanto da un locale concesso in uso; ha bisogno di assistenza, accesso al credito, mercati e collegamenti professionali.
Il lavoro da remoto è stato considerato una possibilità, ma non una soluzione automatica. Una connessione veloce consente di lavorare da un borgo, ma la scelta di trasferirsi dipende anche dalla scuola, dalla sanità, dalla mobilità e dalla qualità degli spazi pubblici. Il territorio deve essere adatto alla vita, non soltanto alla connessione di un computer.
La formazione professionale è stata indicata come una delle infrastrutture decisive. Gli studenti presenti hanno chiesto quali competenze saranno richieste nei prossimi anni e come sia possibile acquisirle senza allontanarsi definitivamente dalla Sicilia. È stata proposta la creazione di poli formativi distribuiti, collegati a università e imprese, nei quali alternare lezioni a distanza, laboratori e progetti applicati ai problemi del territorio.
Le competenze necessarie non riguardano soltanto la programmazione. Servono tecnici per installare e mantenere sensori, esperti di cybersecurity, professionisti della gestione energetica, operatori capaci di digitalizzare archivi e progettisti in grado di collegare tecnologia, cultura e turismo. La rigenerazione richiede figure ibride, capaci di comprendere sia gli strumenti sia il contesto nel quale vengono utilizzati.
Favara ha offerto inoltre l’occasione per approfondire il rapporto tra innovazione e cultura. Il recupero di edifici e spazi urbani attraverso iniziative artistiche ha mostrato come la cultura possa modificare la percezione di un luogo e attrarre nuove energie. La sfida consiste nel trasformare questa visibilità in un processo stabile, evitando che la rigenerazione culturale rimanga concentrata in singole esperienze prive di collegamento con il resto del territorio.
L’intelligenza artificiale generativa può aiutare a tradurre contenuti, ricostruire ambienti, creare percorsi immersivi e rendere accessibili archivi e testimonianze. Può però anche produrre ricostruzioni false o semplificate, attribuire tradizioni a luoghi sbagliati e utilizzare opere senza riconoscere gli autori. La velocità della generazione non deve sostituire la ricerca storica.
Uno dei temi più attuali è stato quello dei deepfake. Immagini, voci e video artificiali possono rappresentare persone mentre pronunciano frasi mai dette o partecipano a eventi mai avvenuti. In una comunità locale, dove la reputazione personale possiede un peso particolarmente elevato, un contenuto falso può provocare danni immediati a cittadini, amministratori e imprese.
Il convegno ha sottolineato la necessità di sistemi di verifica, firme digitali, tracciamento dell’origine dei contenuti e formazione della popolazione. Nessun sistema tecnico potrà eliminare completamente la manipolazione, ma può rendere più semplice distinguere i materiali autentici da quelli alterati. Le istituzioni devono indicare chiaramente quali canali siano ufficiali e conservare registrazioni verificabili delle comunicazioni.
Il problema non riguarda soltanto la diffamazione individuale. Contenuti falsi possono influenzare consultazioni pubbliche, generare allarmi e alimentare conflitti. L’intelligenza artificiale rende più economica la produzione di propaganda personalizzata, adattata alle paure e alle convinzioni di gruppi differenti. La difesa della democrazia locale richiede quindi una nuova alfabetizzazione informativa.
I cittadini appassionati presenti hanno chiesto che i progetti tecnologici non vengano presentati attraverso formule incomprensibili. Parole come algoritmo, blockchain, gemello digitale e intelligenza predittiva rischiano di creare distanza se non vengono collegate a esempi concreti. La trasparenza inizia dal linguaggio: una comunità non può partecipare a una scelta che non riesce a comprendere.
Durante il dibattito, un amministratore pubblico ha chiesto come un piccolo comune possa adottare sistemi di intelligenza artificiale senza diventare dipendente dal fornitore. È stato risposto che la prima tutela si costruisce prima dell’acquisto, attraverso capitolati che impongano la portabilità dei dati, la documentazione, l’interoperabilità e la possibilità di controllare le operazioni. La soluzione più sostenibile rimane la cooperazione tra più enti e l’utilizzo di centri di competenza condivisi.
Un imprenditore ha domandato se l’innovazione digitale possa realmente creare occupazione stabile oppure produca soltanto consulenze temporanee. Il confronto ha riconosciuto che molti progetti falliscono proprio perché terminano insieme al finanziamento. Per generare lavoro, ogni iniziativa deve prevedere manutenzione, gestione locale, formazione e un modello economico capace di proseguire dopo la fase sperimentale.
Uno studente ha chiesto se sia realistico costruire una carriera tecnologica restando a Favara. La risposta non ha nascosto le difficoltà, ma ha indicato una possibilità concreta nella costruzione di reti. Un singolo borgo non può offrire tutte le opportunità di una grande città, ma può collegarsi a università, centri di ricerca e imprese attraverso programmi strutturati. Restare non deve significare isolarsi.
Una cittadina ha domandato se la raccolta dei dati urbani non rischi di trasformare il borgo in uno spazio sorvegliato. È stato spiegato che ogni progetto deve rispettare il principio di proporzionalità. Per monitorare il consumo energetico di un edificio non è necessario conoscere l’identità di ogni persona che vi entra. Per analizzare i flussi è possibile utilizzare dati aggregati. La tecnologia deve raccogliere soltanto ciò che serve.
Un agricoltore ha chiesto se i sistemi previsionali possano davvero aiutare durante la siccità. La risposta ha chiarito che nessun algoritmo può creare acqua, ma può aiutare a utilizzare meglio quella disponibile, individuare perdite e programmare gli interventi. La tecnologia diventa inutile se la rete idrica rimane inefficiente o se le decisioni vengono rinviate. La previsione deve accompagnarsi alla manutenzione e alla politica.
Un giovane imprenditore ha domandato chi debba possedere i dati prodotti da un progetto finanziato con risorse pubbliche. È stato sostenuto che le informazioni di interesse collettivo debbano rimanere accessibili all’amministrazione e, quando possibile, essere pubblicate in forma aperta e anonima. Le imprese possono sviluppare servizi, ma non dovrebbero ottenere un controllo esclusivo sul patrimonio informativo creato con il contributo della comunità.
Un rappresentante associativo ha chiesto come evitare che la rigenerazione determini un aumento dei prezzi e l’allontanamento dei residenti. Il dibattito ha richiamato l’esperienza esaminata a Stresa: la valorizzazione può produrre effetti negativi quando l’abitazione diventa soltanto un bene da investimento. Servono politiche che mantengano una quota di immobili destinata alla residenza stabile e che sostengano le attività utili alla vita quotidiana.
Un’amministratrice ha domandato come misurare il successo di un progetto di borgo intelligente. La risposta ha escluso indicatori puramente tecnologici. Il numero dei sensori installati o delle applicazioni disponibili non dice se il territorio stia migliorando. Occorre misurare residenti, imprese, tempi dei servizi, consumi, occupazione giovanile, accessibilità e capacità della comunità di utilizzare gli strumenti.
La platea composta da amministratori pubblici, imprenditori, studenti, cittadini appassionati e professionisti ha dimostrato che il tema della rigenerazione non appartiene a un solo settore. Le scelte energetiche influenzano le imprese e le famiglie; la gestione dei dati riguarda diritti e sviluppo economico; l’agricoltura incide sul paesaggio; la formazione determina la possibilità dei giovani di rimanere.
Il convegno ha proposto di considerare Favara e i borghi dell’Agrigentino come una possibile rete sperimentale, non come luoghi isolati in competizione tra loro. Servizi tecnologici, laboratori, piattaforme e competenze possono essere condivisi. Ogni comune può mantenere la propria identità mentre partecipa a una struttura territoriale più ampia.
La vicinanza con Agrigento e con un patrimonio culturale conosciuto a livello internazionale rappresenta una possibilità che deve essere distribuita anche nell’entroterra. I grandi attrattori non dovrebbero concentrare tutti i flussi, ma diventare porte d’ingresso verso percorsi capaci di collegare centri storici, imprese agricole, artigiani e iniziative culturali.
Anche in questo caso la tecnologia può aiutare a costruire itinerari e servizi, ma la qualità dipende dalla collaborazione tra i territori. Una piattaforma non può compensare rivalità istituzionali, informazioni frammentate o assenza di programmazione. La trasformazione digitale richiede una volontà politica di cooperazione.
Il patriottismo evocato a Favara è stato profondamente legato alla dignità del Mezzogiorno. Amare l’Italia significa impedire che una parte del Paese continui a perdere giovani, competenze e capacità produttiva. Significa riconoscere che lo sviluppo del Sud non è un tema locale, ma una condizione per la forza economica e sociale dell’intera nazione.
Il patriottismo tecnologico non consiste nell’utilizzare simboli nazionali per accompagnare prodotti costruiti altrove. Consiste nell’investire nella ricerca italiana, formare professionisti, proteggere dati e creare imprese capaci di partecipare alle filiere internazionali. L’apertura al mondo diventa più solida quando il territorio possiede competenze proprie e non dipende completamente da decisioni esterne.
Favara ha mostrato che i borghi siciliani non devono essere raccontati soltanto attraverso ciò che manca. Possiedono spazi, cultura, relazioni, patrimonio e una posizione mediterranea che può diventare strategica. Queste risorse devono essere collegate a infrastrutture, formazione e capacità amministrativa.
La tecnologia può contribuire a questa trasformazione se viene utilizzata per risolvere problemi reali. Può ridurre i consumi energetici, aiutare gli agricoltori, rendere accessibili gli archivi, sostenere gli uffici e collegare studenti e professionisti. Diventa invece un costo quando viene installata per inseguire una tendenza o per ottenere un finanziamento senza una strategia successiva.
Il convegno si è concluso con l’impegno a proseguire il confronto e trasformare le proposte emerse in percorsi verificabili. La rigenerazione non può dipendere da un singolo evento, né da interventi privi di continuità. Ha bisogno di obiettivi, responsabilità e valutazioni periodiche.
Il messaggio consegnato da Favara al ciclo nazionale dei convegni è stato netto: i borghi del Sud non chiedono di essere protetti dal futuro, ma di poter partecipare alla sua costruzione. Non vogliono essere semplici mercati per piattaforme, destinazioni occasionali o contenitori di infrastrutture. Possono diventare luoghi nei quali energia, agricoltura, cultura e intelligenza artificiale vengono integrate in un modello di sviluppo umano e territoriale.
La rinascita di Favara e dei piccoli centri siciliani non sarà determinata dalla quantità delle tecnologie installate, ma dalla qualità delle opportunità che riusciranno a generare. Il successo sarà visibile quando un giovane potrà scegliere di restare senza rinunciare alle proprie ambizioni, quando un’impresa potrà crescere senza essere isolata, quando un edificio tornerà a ospitare persone e attività e quando i dati prodotti dal territorio saranno utilizzati per migliorare la vita della comunità.
È questa l’immagine emersa dal convegno: una Sicilia che non attende passivamente l’innovazione, ma pretende di comprenderla, governarla e orientarla. Una terra capace di trasformare le proprie fragilità in campi di ricerca e i propri borghi in laboratori di una nuova idea di sviluppo nazionale.
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