L’algoritmo e la rivelazione
La domanda corretta non è se l’Islam sia compatibile con la scienza
Interrogarsi sul rapporto tra Islam e intelligenza artificiale significa affrontare contemporaneamente una questione teologica, una questione epistemologica, una questione politica e una questione tecnologica. La domanda, tuttavia, deve essere formulata con precisione. Non è scientificamente corretto chiedersi semplicemente se “l’Islam” possa favorire oppure impedire la ricerca, perché l’Islam non è un soggetto politico unitario, non possiede un’unica teologia della conoscenza e non produce automaticamente un determinato ordinamento dello Stato. Esistono tradizioni sunnite e sciite, scuole giuridiche differenti, correnti filosofiche, spirituali, riformiste, conservatrici, moderniste, salafite, nazionaliste e politicamente islamiste. All’interno dello stesso universo islamico convivono interpretazioni profondamente diverse della ragione, della libertà, dell’autorità religiosa e del rapporto tra rivelazione e conoscenza empirica.
Occorre inoltre respingere il passaggio logico secondo cui l’Islam, una volta “portato in Europa”, diverrebbe per questo necessariamente estremo. L’estremismo non è una conseguenza geografica dell’immigrazione né una proprietà automatica di una religione. È una configurazione ideologica e politica riconoscibile attraverso elementi più precisi: rifiuto del pluralismo, negazione della libertà di coscienza, subordinazione delle leggi civili a un’autorità religiosa non contestabile, discriminazione dei non credenti o dei credenti appartenenti ad altre correnti, giustificazione della coercizione, repressione del dissenso e, nelle forme più radicali, legittimazione della violenza.
Nel presente saggio, pertanto, con l’espressione Islam estremista non si indica la fede personale dei musulmani, ma un ipotetico sistema politico-religioso che pretendesse di imporre all’intera società una sola interpretazione della sharīʿa, sottraendola alla critica, al pluralismo, alla deliberazione democratica e alla verifica scientifica. Questa distinzione non è soltanto moralmente necessaria: è indispensabile per non produrre un’analisi concettualmente falsa.
La tesi centrale può essere anticipata in questi termini: una civiltà culturalmente islamica può certamente sviluppare scienza e intelligenza artificiale; una teocrazia islamista estremista potrebbe invece acquisire e utilizzare tecnologie avanzate, ma avrebbe grandi difficoltà a mantenere nel lungo periodo un sistema scientifico autenticamente libero, creativo e autocorrettivo. La variabile decisiva non è la religione nominalmente professata dalla maggioranza, ma l’architettura istituzionale attraverso cui viene amministrata la verità.
L’esperienza storica: l’Islam non è geneticamente incompatibile con la scienza
La storia rende insostenibile qualsiasi affermazione secondo cui l’Islam sarebbe, per sua natura, incapace di produrre conoscenza scientifica. Tra l’VIII e il XIII secolo, e con importanti prosecuzioni nei secoli successivi, il mondo di lingua araba e le società governate da dinastie musulmane furono tra i principali centri mondiali della matematica, dell’astronomia, della medicina, dell’ottica, della farmacologia, della meccanica e della filosofia naturale. Baghdad, Damasco, Cordova, Il Cairo, Samarcanda e altre città divennero nodi di una rete intellettuale nella quale testi greci, persiani, indiani e siriaci furono tradotti, discussi, corretti e sviluppati. Quel sistema non fu semplicemente islamico in senso confessionale: vi parteciparono musulmani, cristiani, ebrei, persiani, arabi e studiosi appartenenti a differenti tradizioni linguistiche e religiose. Proprio il carattere multiculturale e multireligioso di alcuni di questi centri contribuì alla loro vitalità. (Cambridge University Press)
Definire gli studiosi dell’epoca come semplici conservatori del sapere greco sarebbe storicamente sbagliato. L’astronomia islamica sviluppò programmi sistematici di osservazione, perfezionò tavole astronomiche e modelli planetari; la medicina produsse enciclopedie, trattati specialistici e importanti avanzamenti in oftalmologia e farmacologia; la filosofia araba elaborò concetti che influenzarono profondamente la scolastica latina. Le traduzioni dall’arabo al latino trasformarono la filosofia naturale, la psicologia, la metafisica, la logica e la medicina dell’Europa medievale. Avicenna, Averroè, al-Fārābī, al-Kindī e numerosi altri autori entrarono direttamente nella formazione del pensiero europeo. (Cambridge University Press)
La storia della scienza contemporanea ha inoltre abbandonato la narrazione semplicistica di una improvvisa “età dell’oro” seguita da un inevitabile declino causato esclusivamente dalla religione o da un singolo teologo, spesso identificato superficialmente con al-Ghazālī. Gli storici sottolineano piuttosto l’interazione tra instabilità politica, trasformazioni economiche, sistemi di patrocinio, organizzazione delle istituzioni educative, circolazione dei testi, concorrenza tra centri culturali e condizioni materiali della ricerca. L’idea che l’Islam abbia improvvisamente spento la ragione scientifica è oggi considerata una ricostruzione riduttiva e spesso ideologicamente orientata. (Cambridge University Press)
Questo precedente storico non dimostra che la religione islamica produca automaticamente scienza. Dimostra però qualcosa di decisivo: la scienza può svilupparsi all’interno di una civiltà islamica quando esistono pluralismo intellettuale, traduzione, mobilità degli studiosi, sostegno economico, confronto tra scuole e una sufficiente autonomia della ricerca. Allo stesso modo, la crisi della ricerca in determinate società musulmane contemporanee non può essere spiegata unicamente ricorrendo al Corano. Guerre, autoritarismo, debolezza delle università, emigrazione dei ricercatori, dipendenza tecnologica, insufficiente investimento, censura e instabilità istituzionale sono variabili molto più direttamente osservabili.
La conoscenza nell’Islam: tra rivelazione, ragione e osservazione
Il Corano contiene numerosi richiami alla conoscenza, alla riflessione e all’osservazione. Il primo nucleo della rivelazione coranica, tradizionalmente identificato nei versetti iniziali della sura 96, si apre con l’imperativo della lettura. La sura 3 invita a riflettere sulla creazione dei cieli e della terra; la sura 39 distingue coloro che conoscono da coloro che non conoscono; la sura 17 ammonisce a non seguire ciò di cui non si possiede conoscenza. Questi riferimenti possono sostenere una cultura della ricerca, ma non costituiscono di per sé il metodo scientifico moderno. Il metodo scientifico richiede anche falsificabilità, replicabilità, controllo sperimentale, revisione tra pari, trasparenza dei dati e disponibilità a modificare una teoria quando le evidenze la contraddicono.
Nella storia islamica il rapporto tra ragione e rivelazione è stato oggetto di controversie profonde. La falsafa, influenzata dalla filosofia greca, riconosceva un ruolo esteso alla dimostrazione razionale e all’analisi causale. Il kalām, ossia la teologia speculativa, sviluppò a sua volta strumenti logici complessi, ma alcune sue correnti adottarono concezioni occasionaliste secondo cui la causalità naturale rimane subordinata all’azione divina. Non esiste, pertanto, una sola epistemologia islamica: esistono tradizioni che hanno privilegiato l’interpretazione razionale, altre che hanno posto limiti più rigidi alla filosofia, altre ancora che hanno tentato una sintesi. (Enciclopedia di Filosofia di Stanford)
Il punto decisivo per la scienza moderna non consiste nel pretendere che la teologia rinunci alla propria dimensione metafisica. Consiste nel riconoscere una distinzione di competenze. La fede può formulare una visione del significato, della responsabilità e del bene; non può però stabilire per decreto la massa di una particella, l’efficacia di un farmaco, la struttura di una proteina o il tasso di errore di un classificatore. Parallelamente, un esperimento scientifico può descrivere il funzionamento di un fenomeno, ma non può da solo determinare quale uso di quel fenomeno sia moralmente giusto.
Quando questa distinzione viene rispettata, religione e scienza possono interagire senza confondersi. Quando invece un’autorità religiosa rivendica il potere di chiudere una questione empirica indipendentemente dalle evidenze, la ricerca cessa di essere ricerca e diviene apologetica. Il criterio ultimo è semplice: in una società scientificamente viva, l’autorità può essere contraddetta dai dati; in una società dogmatica, sono i dati a dover obbedire all’autorità.
L’intelligenza artificiale di fronte all’antropologia islamica
L’intelligenza artificiale solleva una questione fondamentale: che cosa distingue l’essere umano dalla macchina? Nella prospettiva islamica, la dignità dell’essere umano non deriva soltanto dalla capacità di calcolare o di riconoscere schemi. Essa è collegata alla responsabilità morale, alla coscienza, all’intenzione, alla libertà e alla condizione di essere chiamato a rispondere delle proprie azioni.
I sistemi di intelligenza artificiale contemporanei non possiedono, per quanto osservabile, una niyya, ossia un’intenzione morale; non hanno una coscienza religiosa, non provano pentimento, non assumono un impegno spirituale e non sono soggetti al taklīf, la responsabilità normativa che nel diritto islamico presuppone determinate capacità del soggetto. Un grande modello linguistico produce sequenze sulla base di strutture statistiche apprese, anche quando il suo linguaggio appare personale, spirituale o autorevole. La fluidità dell’espressione non dimostra la presenza di una coscienza.
Da questa premessa discende una conseguenza etica molto importante: l’Islam non offre una giustificazione per trasferire la responsabilità morale alla macchina. Se un sistema discrimina un cittadino, consiglia una terapia pericolosa, produce una falsa accusa o contribuisce a un attacco, la responsabilità non può essere dissolta nell’affermazione secondo cui “lo ha deciso l’algoritmo”. Essa deve essere ricondotta alla catena umana e istituzionale: progettisti, curatori dei dati, fornitori, autorità che acquistano il sistema, soggetti che lo impiegano e organi che omettono di controllarlo.
Due concetti islamici risultano particolarmente rilevanti. Il primo è quello di amāna, la custodia fiduciaria: il potere, il sapere e le risorse non sono proprietà assolute dell’essere umano, ma beni affidati alla sua responsabilità. Il secondo è quello di khalīfa, la funzione di custodia e amministrazione della terra. Applicati all’intelligenza artificiale, tali concetti escludono tanto l’idolatria tecnologica quanto l’uso irresponsabile della computazione. L’IA non deve essere venerata come un oracolo, ma amministrata come uno strumento potente i cui effetti devono essere valutati sulla vita umana, sulla società e sull’ambiente.
Una parte della letteratura contemporanea sull’etica islamica dell’IA utilizza i maqāṣid al-sharīʿa, cioè gli obiettivi generali della legge islamica: tutela della religione, della vita, dell’intelletto, della discendenza e dei beni. Studi recenti hanno tuttavia sottolineato che i maqāṣid nacquero come strumenti della teoria giuridica e non costituiscono, da soli, un sistema completo di filosofia morale. Per questo vengono proposte integrazioni fondate sulla custodia, sulla virtù e sulla responsabilità verso la creazione. (Springer Nature)
In termini operativi, la tutela della vita può orientare l’IA medica; la tutela dell’intelletto può giustificare limiti alla manipolazione cognitiva, alla disinformazione e alle architetture digitali progettate per generare dipendenza; la tutela dei beni può sostenere la sicurezza informatica e la protezione dalla frode; la tutela della dignità familiare può riguardare deepfake sessuali, dati genetici e tecnologie riproduttive; la tutela della libertà religiosa deve impedire tanto la persecuzione della fede quanto la sua imposizione coercitiva.
Giustizia algoritmica, privacy e divieto della sorveglianza morale
Il concetto coranico di giustizia, espresso attraverso termini come ʿadl e qisṭ, può fornire un fondamento robusto per la lotta contro il pregiudizio algoritmico. Un modello che penalizza sistematicamente una comunità etnica, religiosa o sociale non diviene giusto soltanto perché applica la stessa formula a tutti. La giustizia algoritmica richiede che vengano analizzati i dati di addestramento, i tassi di errore disaggregati, le variabili proxy, gli effetti sulle minoranze e la possibilità concreta di contestare una decisione.
Da un punto di vista tecnico, un sistema può apparire neutrale e tuttavia inferire indirettamente la religione attraverso il quartiere di residenza, il nome, le abitudini alimentari, le associazioni frequentate, gli orari di spostamento o i luoghi di culto visitati. La discriminazione non richiede necessariamente una variabile denominata “religione”: può emergere da correlazioni latenti.
La tradizione islamica contiene anche un’esplicita diffidenza verso lo spionaggio della vita privata, richiamata dalla sura 49. Questo principio dovrebbe rendere particolarmente problematica una forma di governo che utilizzi l’IA per controllare la pratica religiosa dei cittadini, verificare la partecipazione alle preghiere, classificare l’abbigliamento, monitorare le relazioni personali o attribuire un punteggio di conformità morale. Un simile sistema non costituirebbe una realizzazione etica dell’Islam, ma la trasformazione della religione in infrastruttura di sorveglianza.
Qui emerge uno dei rischi più profondi della tecnologia applicata a un regime estremista: la coercizione tradizionale è visibile, localizzata e costosa; la coercizione algoritmica può essere continua, automatizzata, capillare e difficilmente contestabile. Una polizia morale digitale potrebbe integrare riconoscimento facciale, analisi dei social network, identificazione vocale, geolocalizzazione, classificazione comportamentale e sistemi predittivi. Il cittadino non sarebbe più giudicato soltanto per ciò che ha fatto, ma per ciò che un modello ritiene possa fare o pensare.
L’intelligenza artificiale non renderebbe più religiosa una simile società. La renderebbe soltanto più efficiente nel reprimere.
L’IA può emettere una fatwa?
Una delle applicazioni più delicate riguarda i sistemi capaci di rispondere a domande religiose. Un modello linguistico può indicizzare migliaia di opere, confrontare commentari, tradurre fonti arabe, recuperare precedenti giuridici e aiutare lo studioso a organizzare la documentazione. Non per questo può essere considerato automaticamente un muftī.
Una fatwa non è una semplice sequenza di parole plausibili. Richiede conoscenza delle fonti, capacità di valutare l’autenticità e la rilevanza delle tradizioni, comprensione del contesto umano, distinzione tra scuole giuridiche, ponderazione delle conseguenze e assunzione di responsabilità. Un modello generativo può fondere opinioni incompatibili, inventare citazioni, omettere eccezioni, presentare come unanime una posizione minoritaria o applicare una risposta appartenente a un determinato contesto storico a una situazione completamente diversa.
Un sistema serio destinato alla ricerca giuridico-religiosa dovrebbe essere costruito come strumento documentale e non come autorità autonoma. Dovrebbe utilizzare raccolte verificate, recupero documentale con indicazione esatta dei passaggi, metadati relativi alla scuola giuridica, alla data, al territorio e all’autore, rilevazione delle opinioni contraddittorie, calibrazione dell’incertezza, registrazione delle interrogazioni, controllo umano e obbligo di approvazione da parte di studiosi qualificati. Il sistema dovrebbe poter dichiarare di non possedere elementi sufficienti, invece di produrre comunque una risposta linguisticamente elegante.
Vi è inoltre un problema di pluralismo interno. Un modello addestrato prevalentemente su una sola corrente potrebbe presentare quella corrente come “l’Islam”, cancellando secoli di dibattito. La selezione del corpus diventerebbe così una forma invisibile di potere teologico. Chi controlla i dati controllerebbe, almeno in parte, ciò che la macchina presenta come ortodossia.
La ricerca sull’elaborazione automatica dell’arabo mostra difficoltà specifiche legate alla complessità morfologica, alla presenza o assenza dei segni diacritici, alla distanza tra arabo classico, arabo standard moderno e numerosi dialetti, nonché alla rappresentazione incompleta di contesti culturali e religiosi nei benchmark. Studi recenti hanno rilevato disallineamenti culturali proprio nelle aree della religione e della morale. (MDPI)
Nel caso dei testi sacri, la precisione deve essere ancora maggiore. La normalizzazione automatica non dovrebbe alterare il testo coranico, confondere una citazione con una parafrasi o generare versetti inesistenti. Un sistema può analizzare linguisticamente il testo; non può trasformare la propria produzione probabilistica in rivelazione.
Islam e ricerca contemporanea: aspirazione scientifica e limiti istituzionali
Il mondo musulmano contemporaneo non sta rifiutando l’intelligenza artificiale. Organizzazioni e governi appartenenti a Paesi a maggioranza musulmana investono in modelli linguistici, robotica, medicina digitale, sicurezza informatica, energia, automazione industriale e infrastrutture computazionali. Nel 2026 l’Organizzazione della Cooperazione Islamica ha continuato a collocare scienza, tecnologia, trasferimento di conoscenza e formazione STEM al centro della propria agenda, annunciando anche lo sviluppo di una visione strategica specifica per l’intelligenza artificiale. (OIC Oci)
Queste iniziative dimostrano che non esiste un divieto islamico generale contro l’IA. Non dimostrano però che ogni investimento produca un ecosistema scientifico maturo. Un Paese può acquistare acceleratori, costruire grandi data center, finanziare un modello nazionale e restare dipendente da conoscenze, componenti, software e competenze sviluppate altrove. La sovranità tecnologica non coincide con la proprietà degli apparati; richiede capacità di critica, formazione diffusa, ricerca di base, libertà universitaria, trasferimento industriale e continuità delle istituzioni.
La scienza autentica ha bisogno di una particolare infrastruttura morale:
libertà di formulare domande, accesso universale all’istruzione, possibilità di pubblicare risultati sgraditi, revisione indipendente, circolazione internazionale degli studiosi, tutela del dissenso e disponibilità a riconoscere l’errore.
Un’importante analisi empirica condotta su 157 Paesi e su un arco temporale compreso tra il 1900 e il 2015 ha rilevato una forte relazione positiva tra libertà accademica e innovazione: un incremento di una deviazione standard nell’indice di libertà accademica è associato, nelle stime principali, a circa il 41% di domande di brevetto in più e al 29% di citazioni successive in più. Lo studio non riguarda specificamente l’Islam e non autorizza determinismi, ma offre un’indicazione molto chiara sul ruolo delle istituzioni aperte nella produzione di conoscenza. (PLOS)
Tre possibili modelli di civiltà islamica tecnologica
Il modello islamico pluralista e costituzionale
In un sistema nel quale la maggioranza della popolazione fosse musulmana, ma lo Stato garantisse libertà religiosa, parità giuridica, autonomia universitaria, uguaglianza tra uomini e donne, pluralismo delle interpretazioni e indipendenza della ricerca, non vi sarebbe alcuna ragione strutturale per cui la scienza non possa prosperare.
In questo scenario, l’etica islamica potrebbe perfino arricchire il dibattito globale sull’IA, contestando l’idea che tutto ciò che è tecnicamente possibile debba essere realizzato. Potrebbe criticare la concentrazione monopolistica dei dati, lo sfruttamento invisibile del lavoro digitale, la manipolazione dell’attenzione, il consumo energetico eccessivo, l’automazione della guerra e la riduzione dell’essere umano a profilo computazionale. I concetti di custodia, giustizia, moderazione, interesse pubblico e divieto del danno potrebbero dialogare produttivamente con i principi europei di dignità, proporzionalità, trasparenza e tutela dei diritti.
Un Islam capace di ijtihād, ossia di interpretazione razionale applicata a problemi nuovi, non dovrebbe limitarsi a chiedere se una tecnologia sia formalmente lecita o illecita. Dovrebbe interrogarsi su chi ne controlla l’infrastruttura, chi beneficia dei risultati, chi sopporta i rischi, quali gruppi sono esclusi, quali dipendenze vengono create e quali conseguenze si manifesteranno nel lungo periodo.
Il modello autoritario-tecnocratico
Un secondo scenario è quello di uno Stato autoritario che utilizza la religione come fonte di legittimazione, ma investe massicciamente in ingegneria, informatica, difesa, energia e medicina. Un simile sistema potrebbe conseguire risultati importanti in settori selezionati. Potrebbe costruire droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme di cybersicurezza, modelli linguistici nazionali e infrastrutture avanzate.
La ricerca sarebbe però orientata soprattutto agli obiettivi del potere. Le discipline considerate strategiche riceverebbero finanziamenti; quelle capaci di mettere in discussione la narrazione ufficiale verrebbero controllate. L’ingegnere potrebbe essere valorizzato mentre il sociologo, lo storico, il filosofo, il genetista o il giurista critico potrebbero essere censurati.
Questo sistema può essere tecnologicamente efficiente per un certo periodo, soprattutto se dispone di risorse economiche, acquisisce conoscenze dall’estero e concentra gli investimenti. Resta tuttavia fragile. Senza libertà di critica, gli errori tendono a essere nascosti; senza mobilità intellettuale, i talenti emigrano; senza pluralismo, i paradigmi dominanti si irrigidiscono; senza università autonome, l’innovazione diventa dipendente dall’amministrazione politica.
Il modello teocratico-estremista
Il terzo scenario è quello più vicino all’ipotesi posta: una società nella quale una corrente islamista estremista acquisisca il controllo dello Stato e subordini ogni forma di conoscenza alla propria interpretazione religiosa.
Un simile regime potrebbe continuare a utilizzare la tecnologia. L’estremismo non implica necessariamente primitivismo tecnico. Gruppi radicali e organizzazioni terroristiche hanno dimostrato di saper utilizzare piattaforme digitali, crittografia, propaganda audiovisiva, sistemi finanziari online e strumenti generativi. Le Nazioni Unite e le autorità europee osservano che l’IA generativa può facilitare produzione di propaganda, manipolazione multilingue, reclutamento e diffusione di contenuti estremisti. (UN Transcripts)
Ma utilizzare la tecnologia non significa produrre scienza.
Una teocrazia estremista potrebbe conservare l’ingegneria militare, la cybersicurezza, la medicina funzionale agli obiettivi statali e le tecnologie di controllo. Avrebbe però la tendenza a reprimere le discipline nelle quali le evidenze possono entrare in conflitto con la dottrina ufficiale: studi sull’evoluzione, storia critica delle religioni, archeologia, antropologia, neuroscienze della coscienza, salute riproduttiva, studi di genere, sociologia del potere, filologia dei testi sacri, libertà religiosa e psicologia della radicalizzazione.
Il risultato non sarebbe necessariamente l’assenza immediata di laboratori. Sarebbe una progressiva trasformazione della ricerca in attività condizionata. Gli studiosi imparerebbero a evitare le domande pericolose, i dati verrebbero selezionati, le conclusioni sarebbero adattate all’ideologia, la revisione tra pari perderebbe autonomia e l’emigrazione intellettuale impoverirebbe il sistema.
L’esclusione delle donne costituirebbe un danno scientifico immenso, oltre che una violazione dei diritti. L’Afghanistan governato dalle autorità talebane rappresenta un esempio contemporaneo delle conseguenze di un’interpretazione estremista: è rimasto l’unico Paese nel quale ragazze e donne sono escluse dall’istruzione oltre il livello primario, e le donne sono bandite dalle università dal 2022. UNESCO avverte che questa politica compromette la formazione dei professionisti e lo sviluppo futuro del Paese. (UNESCO)
Non è l’Islam in quanto tale a produrre questa situazione. Sono una specifica interpretazione e un preciso regime politico. Ma proprio questo esempio mostra che, quando l’estremismo religioso diviene legge dello Stato, la perdita di capitale scientifico non è un’ipotesi astratta.
Il paradosso della teocrazia algoritmica
Una possibile Europa dominata da un movimento islamista estremista potrebbe non rinunciare all’intelligenza artificiale. Al contrario, potrebbe trasformarla nel principale strumento della propria stabilità. Si produrrebbe così il paradosso di una società religiosamente antimoderna ma tecnicamente ipermoderna.
Il regime potrebbe sviluppare un modello linguistico ufficiale addestrato esclusivamente su fonti approvate, incaricato di rispondere alle domande dei cittadini secondo l’interpretazione statale. Potrebbe filtrare i risultati di ricerca, censurare contenuti, individuare deviazioni linguistiche, classificare i sermoni, sorvegliare le comunità religiose considerate eterodosse e segnalare automaticamente opinioni giudicate incompatibili con la dottrina.
Un’ipotetica hisba digitale, cioè una sorveglianza automatizzata della moralità pubblica, potrebbe analizzare immagini, spostamenti, abbigliamento, relazioni, acquisti, partecipazione religiosa e attività online. Attraverso sistemi predittivi, la non conformità potrebbe essere trasformata in un punteggio di rischio. A quel punto la religione non sarebbe più un rapporto libero tra coscienza e trascendenza: diverrebbe una variabile amministrativa misurata dallo Stato.
Il problema più grave non sarebbe soltanto la sorveglianza. Sarebbe la trasformazione dell’interpretazione religiosa in codice eseguibile. Una norma tradizionale, quando applicata da un essere umano, conserva almeno uno spazio di discernimento, contesto, eccezione e responsabilità. Quando viene tradotta in una regola algoritmica, tende a diventare uniforme, scalabile e apparentemente oggettiva.
Ma ogni algoritmo normativo contiene scelte: quale scuola giuridica privilegiare, quale soglia impostare, quali dati considerare, quali eccezioni ammettere, chi debba essere classificato e quale errore sia ritenuto accettabile. Presentare tali scelte come semplice volontà divina significherebbe sottrarre decisioni umane alla possibilità di contestazione.
La teocrazia algoritmica sarebbe quindi particolarmente pericolosa perché potrebbe attribuire alla macchina una doppia autorità: quella della precisione tecnica e quella della legittimazione religiosa. Il cittadino non si troverebbe di fronte a un funzionario fallibile, ma a un sistema presentato come contemporaneamente scientifico e sacro.
L’Europa: libertà religiosa e difesa dell’ordine costituzionale
L’Europa dispone di un quadro giuridico incompatibile tanto con la persecuzione dei musulmani quanto con l’imposizione di una teocrazia. La libertà religiosa, la libertà della ricerca, la parità davanti alla legge e la dignità individuale fanno parte dell’architettura europea dei diritti. L’articolo 13 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea tutela la libertà delle arti e della ricerca scientifica e richiede il rispetto della libertà accademica. (European Commission)
Anche la governance europea dell’intelligenza artificiale contiene disposizioni direttamente rilevanti. L’AI Act vieta, tra l’altro, determinate forme di categorizzazione biometrica destinate a inferire convinzioni religiose o filosofiche e tratta come ad alto rischio numerose applicazioni in ambito educativo, occupazionale, giudiziario, migratorio e di sicurezza. Prevede inoltre gestione dei rischi, qualità dei dati, tracciabilità, supervisione umana e, in particolari casi, valutazioni di impatto sui diritti fondamentali. (Strategia Digitale Europea)
La Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sull’intelligenza artificiale stabilisce inoltre che il ciclo di vita dei sistemi debba essere compatibile con diritti umani, democrazia e Stato di diritto. Il punto fondamentale è che l’innovazione viene riconosciuta come legittima soltanto se non distrugge le condizioni politiche che consentono agli esseri umani di restare liberi. (Portal)
Un progetto islamista che volesse abolire la libertà di coscienza, rendere diseguale la cittadinanza, subordinare i tribunali a un’autorità religiosa, limitare l’istruzione femminile o reprimere la critica entrerebbe quindi in conflitto non con una generica “cultura occidentale”, ma con precisi diritti costituzionali. Questo conflitto dovrebbe essere affrontato sul terreno delle condotte, delle organizzazioni e dei programmi politici, non attraverso il sospetto collettivo verso i musulmani.
Il rischio jihadista esiste, ma non rappresenta l’Islam europeo
Negare il pericolo dell’estremismo jihadista sarebbe irresponsabile. Il rapporto Europol TE-SAT 2026 registra per il 2025 quarantacinque attacchi terroristici completati, falliti o sventati nell’Unione europea; ventiquattro sono stati attribuiti al jihadismo, così come 347 dei 486 arresti per reati terroristici. Europol sottolinea inoltre il ruolo degli ambienti online, degli attori solitari o delle piccole cellule e la persistenza contemporanea di più ideologie violente, comprese quelle di estrema destra, di estrema sinistra e anarco-insurrezionaliste.
Questi dati descrivono una minaccia concreta, ma non autorizzano a identificare milioni di cittadini musulmani con poche centinaia di persone arrestate o con organizzazioni terroristiche. Confondere una comunità religiosa con la sua frangia violenta produce tre effetti negativi: viola il principio di responsabilità individuale, riduce l’efficacia dell’intelligence disperdendo l’attenzione su un’intera popolazione e alimenta quella polarizzazione dalla quale le organizzazioni estremiste cercano di trarre consenso.
L’Europa deve evitare due errori opposti. Il primo è l’ingenuità: trattare ogni rivendicazione religiosa come automaticamente compatibile con la democrazia, anche quando essa propone segregazione, coercizione, violenza o abolizione dei diritti. Il secondo è la generalizzazione: ritenere che la pratica islamica, l’abbigliamento religioso o l’origine familiare costituiscano di per sé indicatori di radicalizzazione.
Il secondo errore non è solo ingiusto. È già accompagnato da un rilevante problema sociale. L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali ha rilevato che il 47% dei musulmani intervistati in tredici Paesi europei aveva sperimentato discriminazione razziale nei cinque anni precedenti l’indagine, con difficoltà particolarmente marcate nell’occupazione e nell’accesso all’alloggio. (FRA)
Una politica efficace deve quindi difendere contemporaneamente i musulmani europei dalla discriminazione e la società europea dall’estremismo islamista. Non vi è contraddizione: entrambe le azioni proteggono lo stesso principio, ossia il diritto di ogni persona a non essere dominata da un potere che la giudichi sulla base della sua appartenenza.
Un’etica islamico-europea dell’intelligenza artificiale
L’incontro tra Islam e cultura costituzionale europea non deve necessariamente produrre uno scontro. Potrebbe generare un modello etico capace di unire responsabilità spirituale e garanzie democratiche.
Un simile modello dovrebbe partire dalla permanenza della responsabilità umana. Nessun algoritmo potrebbe essere considerato autore morale di una decisione. Le istituzioni dovrebbero mantenere una catena documentata di responsabilità, dal dato originario fino all’uso finale.
Dovrebbe poi essere esclusa ogni autorità religiosa automatizzata. I sistemi potrebbero assistere studiosi e comunità, ma non sostituire il discernimento umano, imporre una scuola giuridica o trasformare una risposta generativa in norma vincolante.
La libertà della ricerca dovrebbe essere riconosciuta come condizione non negoziabile. Una società può ispirarsi religiosamente senza impedire agli scienziati di studiare l’evoluzione, la cosmologia, la genetica, la coscienza, la storia delle religioni o le strutture sociali. La fede che necessita della censura per sopravvivere non viene protetta: viene resa dipendente dal potere.
L’accesso alla formazione dovrebbe essere universale. L’esclusione delle donne, delle minoranze religiose o dei non credenti non sarebbe soltanto una violazione morale, ma un’automutilazione scientifica. Nessun ecosistema di ricerca può aspirare all’eccellenza eliminando una parte consistente dei propri talenti.
La tutela dei dati dovrebbe comprendere il divieto di profilazione religiosa, l’uso di tecniche di minimizzazione, registri di accesso, valutazioni d’impatto, verifica indipendente e reali possibilità di ricorso. In un ambiente religioso pluralista, i dataset destinati a modelli culturali dovrebbero documentare la provenienza delle fonti, distinguere scuole e contesti, rappresentare opinioni minoritarie e impedire che il disaccordo venga automaticamente classificato come devianza.
Infine, l’etica dovrebbe includere l’ambiente. Se il sapere è una custodia, anche il costo energetico e materiale dei grandi sistemi deve essere valutato. La costruzione indiscriminata di modelli sempre più estesi, senza rapporto proporzionato tra utilità sociale e consumo di risorse, entrerebbe in tensione con un’etica islamica della moderazione e con l’etica europea della sostenibilità.
Verdetto finale: un mondo dominato dall’Islam potrebbe continuare la ricerca scientifica?
La risposta dipende da che cosa si intende per “dominato”.
Se si intende un mondo nel quale la maggioranza della popolazione professa l’Islam, le tradizioni islamiche influenzano la cultura pubblica e l’etica religiosa partecipa al dibattito democratico, allora la risposta è sì. La storia dimostra che civiltà islamiche hanno prodotto scienza di altissimo livello, e il pensiero islamico possiede concetti capaci di sostenere responsabilità, giustizia, tutela della vita, conoscenza e custodia del creato.
Se si intende un mondo governato da Stati autoritari che utilizzano l’Islam come legittimazione, la risposta diventa più complessa. Tali sistemi potrebbero sviluppare tecnologie avanzate e ottenere eccellenze circoscritte, ma la loro capacità scientifica sarebbe limitata dalla censura, dalla dipendenza politica delle università, dalla fuga dei talenti e dall’assenza di critica.
Se infine si intende un mondo sottoposto a una interpretazione islamista estrema, totalizzante e teocratica, la risposta è sostanzialmente no, almeno per quanto riguarda una scienza pienamente aperta, cumulativa e autocorrettiva. Un simile regime potrebbe continuare a costruire armi, sistemi di sorveglianza, modelli propagandistici e tecnologie utili al potere. Potrebbe essere tecnicamente pericoloso e persino sofisticato. Ma non riuscirebbe facilmente a mantenere quella civiltà della conoscenza nella quale ogni autorità può essere interrogata, ogni teoria può essere confutata e ogni persona qualificata può partecipare alla ricerca indipendentemente dal sesso, dalla religione o dalle convinzioni.
La distinzione conclusiva è quindi questa:
una teocrazia può possedere tecnologia senza possedere libertà scientifica; può addestrare algoritmi senza coltivare conoscenza; può automatizzare il potere senza comprendere l’essere umano.
L’Islam non è destinato a essere nemico dell’intelligenza artificiale. Può offrirle una critica morale profonda, ricordando che la capacità di calcolare non coincide con la saggezza e che il potere tecnico non cancella la responsabilità. Diventa invece un ostacolo alla ricerca quando una sua interpretazione viene trasformata in autorità politica incontestabile.
La vera linea di separazione non passa dunque tra Islam ed Europa, né tra credenti e non credenti. Passa tra due concezioni della verità: da una parte la verità cercata attraverso il confronto, l’esperimento, la coscienza e la libertà; dall’altra la verità amministrata dal potere e protetta dalla paura.
In un’Europa fedele ai propri principi, l’Islam può contribuire alla costruzione di un’intelligenza artificiale più giusta e umana. Un Islam estremista che pretendesse invece di dominare lo Stato finirebbe probabilmente per trasformare l’IA in una macchina di ortodossia, producendo una società forse capace di calcolare tutto, ma non più libera di domandare nulla.
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