Di Redazione
La proposta italiana sul peso fisico equivalente del bit entra nella dimensione istituzionale statunitense. Un passaggio che rafforza la paternità e la tracciabilità internazionale dell’opera, ma che deve essere distinto con precisione dalla validazione scientifica e da un’eventuale deliberazione del Congresso degli Stati Uniti.
Può un bit, l’unità elementare dell’informazione digitale, possedere un corrispettivo fisico misurabile? È da questa domanda, solo apparentemente teorica, che prende forma il Teorema di Assisi: una proposta di ricerca italiana che prova a ricondurre il mondo digitale alla materia, all’energia e alle conseguenze ambientali ed economiche dei processi informatici.
L’informazione viene normalmente descritta come qualcosa di immateriale. I dati attraversano le reti, vengono elaborati dagli algoritmi, conservati nei data center e riprodotti sui dispositivi elettronici senza che l’utente percepisca il costo fisico di tali operazioni. Eppure ogni bit deve essere rappresentato da uno stato reale, memorizzato in un supporto, trasmesso mediante un segnale e modificato attraverso un processo che richiede energia. Il Teorema di Assisi nasce precisamente dal tentativo di rendere visibile questa dimensione nascosta del digitale.
Il bit che pesa: la storia italiana del Teorema di Assisi arriva negli Stati Uniti
Dopo un percorso iniziato nel gennaio 2025, il 29 luglio 2026 lo U.S. Copyright Office ha concluso la registrazione dell’opera “Il teorema di Assisi”, firmata da Massimiliano Nicolini. Dietro il numero TX 9-620-587 non c’è soltanto un certificato: c’è una domanda capace di cambiare il modo in cui guardiamo al mondo digitale.
Appeso a una parete, dentro una grande cornice dorata, c’è un documento che a prima vista potrebbe sembrare soltanto il punto d’arrivo di una pratica amministrativa. In alto compare il sigillo dello United States Copyright Office. Poco più in basso si legge un numero: TX 9-620-587. Poi il titolo dell’opera: “Il teorema di Assisi”.
Ma ciò che quel foglio racconta non comincia negli Stati Uniti e non nasce dentro un ufficio.
Comincia in Italia, con una domanda apparentemente semplice: quanto pesa un bit?
È una domanda che può far sorridere. Il bit è lo zero o l’uno che sta alla base di ogni sistema informatico. È il mattone invisibile con cui vengono costruiti messaggi, immagini, video, applicazioni, transazioni bancarie, modelli di intelligenza artificiale e interi mondi virtuali. Siamo abituati a pensarlo come qualcosa di completamente immateriale, una presenza che attraversa lo schermo senza lasciare traccia.
Eppure il bit non vive nel vuoto.
Per essere scritto ha bisogno di una memoria. Per essere trasmesso ha bisogno di un segnale. Per essere elaborato deve attraversare processori e circuiti. Per essere conservato richiede dischi, server, reti, elettricità e sistemi di raffreddamento. Ogni volta che inviamo una fotografia, apriamo una pagina, chiediamo una risposta a un’intelligenza artificiale o archiviamo un documento nel cloud, da qualche parte una macchina si accende, consuma energia e produce calore.
Il Teorema di Assisi nasce precisamente da questa intuizione: il digitale sembra immateriale, ma non lo è.
La ricerca venne sviluppata da Massimiliano Nicolini nel 2024, con l’obiettivo di mettere in relazione l’informazione digitale con l’energia necessaria per produrla, muoverla e conservarla. Nei documenti originari il lavoro viene fatto risalire al 7 luglio 2024 ed è presentato come uno studio dedicato al peso del binary digit e all’efficienza dei sistemi complessi.
L’idea non consiste nel sostenere che il bit sia una minuscola particella nascosta dentro il computer, come un granello di polvere digitale. Il passaggio è più sottile e, proprio per questo, più interessante: se per far esistere e azionare un bit serve energia, e se energia e massa sono legate tra loro, allora è possibile attribuire a quell’energia una massa equivalente.
Nicolini prende così una delle formule più famose della storia della fisica, E = mc², e la porta dentro il mondo dell’informatica. Riscritta per ricavare la massa, la relazione diventa:
m = E / c²
Nel modello del Teorema di Assisi viene considerata, come riferimento, un’energia di circa 10 picojoule per l’azionamento di un bit. Applicando la relazione tra energia e massa, il risultato ottenuto è:
m(bit) ≈ 1,11 × 10⁻²⁵ g
In forma numerica estesa:
m(bit) ≈ 0,000000000000000000000000111 g
Una quantità quasi impossibile da immaginare. Infinitesimale, certamente, ma non uguale a zero. La documentazione ricava questo valore partendo dall’energia presa come riferimento e trasformandola nella sua massa equivalente.
È qui che il Teorema di Assisi cambia prospettiva.
Il punto non è mettere un singolo bit su una bilancia. Il punto è comprendere che dietro ogni informazione esiste un costo fisico. Un costo che, moltiplicato per miliardi e miliardi di operazioni, smette di essere invisibile e diventa consumo energetico, calore, emissioni, infrastrutture e denaro.
Un singolo bit pesa quasi nulla. Ma il mondo digitale non produce un solo bit.
Produce quantità sterminate di dati ogni secondo. Li copia, li conserva, li trasmette, li comprime, li ricostruisce e spesso li duplica. Un servizio di streaming invia continuamente immagini e suoni. Un sistema di videosorveglianza registra senza interruzione. Una piattaforma cloud conserva copie di sicurezza. Un modello di intelligenza artificiale elabora enormi volumi di informazione durante l’addestramento e ogni volta che risponde a una domanda.
È in questa moltiplicazione che il Teorema smette di essere una curiosità e diventa una proposta industriale.
Oggi siamo abituati a valutare un software per ciò che riesce a fare. Guardiamo la velocità, la sicurezza, l’affidabilità, la facilità d’uso. Molto più raramente ci chiediamo quanta energia abbia impiegato per arrivare a quel risultato, quanti dati abbia prodotto inutilmente o quante volte abbia ripetuto la stessa operazione.
Due programmi possono svolgere esattamente lo stesso compito e avere un peso completamente diverso sul sistema che li ospita. Uno può essere essenziale, ben progettato e capace di ottenere il risultato con poche operazioni. L’altro può generare registri interminabili, copie ridondanti, richieste continue alla rete e calcoli che non aggiungono alcun valore.
Visti dall’esterno, i due software funzionano entrambi.
Visti attraverso il costo del bit, raccontano due storie opposte.
È da questa differenza che nasce la Scala NIC, lo strumento operativo collegato al Teorema di Assisi. La sua funzione è rendere comprensibile qualcosa che fino a oggi è rimasto nascosto dentro le macchine: il costo reale dell’informazione.
La domanda non è più soltanto: “Quanto consuma questo data center?”. Diventa: “Quanto costa produrre un singolo bit utile dentro questo sistema?”.
Il modello osserva l’energia necessaria per bit, le emissioni generate per bit e il costo economico per bit. Queste tre dimensioni vengono riunite in una scala da 1 a 15, pensata per permettere anche a un decisore non tecnico di distinguere un sistema inefficiente da uno progettato in maniera responsabile.
È un po’ come passare dalla bolletta complessiva di un edificio al consumo reale di ogni attività svolta al suo interno.
Un data center può essere moderno, ben costruito e alimentato con impianti efficienti. Ma se il software che gira su quei server spreca dati, replica informazioni inutili o utilizza un modello di intelligenza artificiale sproporzionato rispetto al compito, una parte importante dell’inefficienza rimane nascosta.
Il Teorema di Assisi prova a guardare proprio lì, nella distanza tra l’energia assorbita e l’informazione realmente utile prodotta.
È questa la differenza rispetto a molti strumenti tradizionali. Le norme esistenti osservano soprattutto il “contenitore”: l’edificio, i server, la gestione dell’energia, la sicurezza e l’organizzazione. Il Teorema e la Scala NIC vogliono osservare anche ciò che accade dentro il contenitore, misurando la resa informazionale del sistema.
Nei documenti comparativi della Fondazione questa idea viene descritta come un ribaltamento della prospettiva: non più soltanto quanta energia consuma l’infrastruttura, ma quanta energia costa l’unità minima di informazione che quell’infrastruttura genera e muove. Lo stesso testo richiama fenomeni molto concreti, come telemetrie ridondanti, modelli di intelligenza artificiale sovradimensionati, copie inutili e conservazioni di dati prive di reale necessità.
È facile intuire perché una simile domanda sia diventata urgente proprio adesso.
L’intelligenza artificiale sta entrando nelle scuole, negli ospedali, nelle imprese, nei servizi pubblici e nei telefoni. I dati crescono a una velocità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata inconcepibile. Le nostre fotografie non rimangono più soltanto nel dispositivo: vengono sincronizzate, analizzate, duplicate e conservate in più luoghi. Ogni messaggio vocale attraversa reti, server e sistemi di elaborazione. Ogni richiesta a un modello generativo mette in moto una catena di calcoli.
Il digitale ci appare leggero perché non vediamo ciò che accade dietro lo schermo.
Non vediamo i server. Non sentiamo il rumore degli impianti di raffreddamento. Non percepiamo il calore prodotto dai processori. Non osserviamo direttamente l’energia necessaria per conservare per anni milioni di contenuti che forse non verranno mai più aperti.
Il Teorema di Assisi tenta di restituire visibilità a tutto questo.
Dire che il bit ha un peso significa ricordare che anche l’informazione ha bisogno del mondo fisico. Ha bisogno di materiali, energia, spazio, reti e manutenzione. Non nasce dal nulla e non scompare senza conseguenze.
Dopo la formulazione del 2024, l’opera ha iniziato il proprio percorso internazionale. Il fascicolo è entrato in esame nel gennaio 2025. Il certificato americano indica il 1° gennaio 2025 come data della prima pubblicazione in Italia, l’8 gennaio 2026 come data effettiva della registrazione e il 29 luglio 2026 come data della decisione finale.
Con quella decisione, lo United States Copyright Office ha registrato l’opera “Il teorema di Assisi” con il numero TX 9-620-587, riconoscendo Massimiliano Nicolini come autore e titolare della rivendicazione di copyright.
È un passaggio importante, ma va compreso per ciò che rappresenta davvero.
Il certificato americano non è una votazione del Congresso e non sostituisce la verifica scientifica delle formule. Non è neppure un brevetto. La registrazione non dichiara concluso il dibattito sulla fisica dell’informazione.
Fa però qualcosa di essenziale: dà all’opera una precisa identità internazionale. Ne fissa il titolo, la paternità, la cronologia e l’esistenza documentale all’interno del sistema statunitense del copyright.
In altre parole, stabilisce che quella ricerca italiana esiste, che è stata presentata in quella forma e che porta il nome del suo autore.
La scienza dovrà poi fare il resto.
Dovrà misurare il comportamento di hardware differenti, confrontare sistemi reali, stabilire protocolli condivisi e verificare quanto la Scala NIC riesca a distinguere davvero un software efficiente da uno sprecone. Dovrà capire come applicare la metrica ai data center, ai dispositivi mobili, alle reti, ai satelliti e alle intelligenze artificiali.
Ma la registrazione del 29 luglio 2026 segna comunque un momento preciso: il giorno in cui una domanda nata in Italia è entrata ufficialmente in un grande archivio internazionale.
E forse il valore più forte del Teorema di Assisi si trova proprio nella semplicità di quella domanda.
Quanto pesa un bit?
Preso da solo, quasi nulla.
Moltiplicato per l’intera civiltà digitale, abbastanza da costringerci a ripensare il modo in cui programmiamo, conserviamo, trasmettiamo e consumiamo informazione.
La cornice dorata appesa alla parete custodisce un certificato. Ma dietro quel vetro c’è soprattutto un invito a guardare diversamente il mondo che abbiamo costruito.
Un mondo che ci appare senza peso soltanto perché le sue macchine lavorano lontano dai nostri occhi.
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