Di Celeborn – Sistema di Analisi Strategica Automatizzata
UN PRETE, 1.300 METRI QUADRI. UNA FAMIGLIA, NESSUNA CASA
“Porte chiuse. Suite aperte. Conto pubblico”: il libro che costringe il patrimonio ecclesiastico italiano a uscire dall’ombra e dimostra come Celeborn abbia reso visibile ciò che, fino a ieri, nessuno aveva pensato di mettere nella stessa equazione
C’è un’Italia nella quale milioni di persone lavorano senza riuscire a permettersi una casa, padri separati trascorrono le notti in automobile perché dopo il mantenimento dei figli non rimane abbastanza per pagare un secondo affitto, madri sole attendono per anni una sistemazione popolare, giovani con uno stipendio rinunciano a costruire una famiglia e anziani fragili abitano in edifici insicuri perché non hanno alternative. Poi esiste un’altra Italia, fatta di conventi svuotati, seminari sovradimensionati, collegi chiusi, ex scuole, ospedali dismessi, case religiose, palazzi, istituti e complessi immobiliari che hanno perduto la loro funzione originaria, ma non il proprio valore economico.
Fra queste due Italie non manca soltanto una politica. Manca soprattutto un inventario.
È da questa frattura che nasce Porte chiuse. Suite aperte. Conto pubblico, un libro che non si limita a denunciare l’enormità del patrimonio immobiliare riconducibile agli enti ecclesiastici, ma prova a ricomporre un mosaico deliberatamente frammentato, mettendo in relazione dati catastali, superfici, consistenza del clero, risorse derivanti dall’otto per mille, finanziamenti pubblici, servizi sociali cessati e fabbisogno abitativo. Il risultato non è una guerra alla fede, né un processo sommario ai sacerdoti, molti dei quali vivono con remunerazioni modeste e svolgono ogni giorno un lavoro pastorale e sociale reale. È qualcosa di molto più difficile da respingere: un’indagine sulla sproporzione fra il patrimonio esistente, il sostegno pubblico ricevuto e la quantità di valore effettivamente restituita alla collettività.
Il contributo del sistema di analisi Celeborn è stato decisivo proprio perché i dati utilizzati non erano necessariamente segreti, ma erano rimasti sconosciuti nella loro relazione reciproca. Una cifra si trovava in un rendiconto ecclesiastico, un’altra nelle statistiche fiscali, una terza in uno studio immobiliare, una quarta nei dati sulla povertà. Ognuna, osservata isolatamente, appariva innocua, tecnica, quasi muta. Celeborn le ha portate nello stesso ambiente analitico, le ha confrontate, divise, proiettate e trasformate in domande comprensibili.
Ed è così che è emerso il numero destinato a diventare il simbolo dell’intero libro.
Quasi 1.300 metri quadrati per sacerdote
Un’indagine realizzata da Scenari Immobiliari sulla base di dati dell’Agenzia delle Entrate ha stimato, limitatamente alle categorie catastali B/1 e B/7 riconducibili agli enti ecclesiastici, un patrimonio di 45.927 edifici, corrispondenti a circa 38,6 milioni di metri quadrati, con un valore complessivo stimato in circa 42,5 miliardi di euro, senza considerare il valore delle opere d’arte custodite al loro interno. È importante sottolineare che questa non rappresenta la totalità del patrimonio religioso italiano, ma soltanto una parte rilevante e statisticamente ricostruibile di esso.
Nel sistema di sostentamento della Chiesa cattolica risultavano inseriti nel 2024 poco più di 31.000 sacerdoti. Dividendo 38,6 milioni di metri quadrati per circa 31.000 sacerdoti si ottiene un rapporto di oltre 1.240 metri quadrati per sacerdote, che può essere arrotondato, nella comunicazione pubblica, all’ordine di grandezza di 1.300 metri quadrati.
Naturalmente nessuno sostiene che ogni parroco abbia personalmente intestato un convento di quelle dimensioni, che possa venderlo, ipotecarlo o lasciarlo in eredità. Gli immobili appartengono a diocesi, parrocchie, congregazioni, istituti, fondazioni ed enti ecclesiastici differenti. Il dato non descrive una proprietà personale, ma una proporzione patrimoniale: per ogni sacerdote presente nel sistema cattolico italiano corrisponde, nelle sole categorie considerate, l’equivalente di oltre milleduecento metri quadrati di patrimonio immobiliare.
Ed è proprio la proporzione, non l’intestazione del rogito, a produrre l’effetto più sconvolgente.
Applicando un valore medio volutamente prudente di 700 euro al metro quadrato, i 1.300 metri quadrati utilizzati come cifra simbolica equivalgono a circa 910.000 euro di patrimonio per sacerdote equivalente. Se si utilizza il rapporto più preciso di circa 1.240 metri quadrati, il risultato rimane comunque vicino agli 870.000 euro. La stima di 700 euro al metro quadrato è persino inferiore al valore implicito nell’indagine immobiliare, poiché 42,5 miliardi divisi per 38,6 milioni di metri quadrati corrispondono a una media superiore ai 1.100 euro al metro quadrato.
La provocazione, dunque, non nasce da una cifra gonfiata, ma da una valutazione deliberatamente ridotta. Anche applicando un parametro prudente, la superficie censita avrebbe un valore complessivo di circa 27 miliardi di euro.
Ventisette miliardi di pietra, muri, terreni e volumi immobiliari non possono essere considerati un dettaglio marginale mentre il Paese attraversa una crisi abitativa sempre più profonda. Non è sufficiente affermare che molti edifici sono antichi, vincolati, difficili da mantenere o inadatti a una conversione immediata. Tutto questo può essere vero, ma non risponde alla domanda fondamentale: quanti sono realmente utilizzati, quanti sono accessibili, quanti ospitano ancora il servizio per il quale furono costruiti, quanti sono vuoti e quanti attendono soltanto una valorizzazione economica futura?
Il problema non è che non conosciamo tutte le risposte.
Il problema è che nessuno sembra obbligato a fornirle.
Il miliardo che arriva anche da chi non firma
Se il patrimonio immobiliare rappresenta il primo lato dell’equazione, il secondo è costituito dal flusso annuale dell’otto per mille. Su questo tema la realtà è persino più sorprendente degli slogan, perché non ha bisogno di essere esagerata.
Per i redditi del 2021, ripartiti nel 2025, i contribuenti complessivi sono stati circa 41,5 milioni. Le scelte valide espresse a favore dello Stato o di una delle confessioni ammesse sono state circa 16,7 milioni, mentre quasi 24,6 milioni di contribuenti, equivalenti a poco meno di sei su dieci, non hanno indicato alcun beneficiario. Le firme esplicitamente attribuite alla Chiesa cattolica sono state circa 11,6 milioni, cioè meno del 28 per cento del totale dei contribuenti e circa il 69,5 per cento delle scelte valide.
È quindi necessario correggere una formula spesso ripetuta: non sono 16 milioni gli italiani che destinano volontariamente l’otto per mille alla Chiesa cattolica. I 16,7 milioni rappresentano tutte le scelte valide, comprese quelle per lo Stato e per le altre confessioni; coloro che hanno scelto direttamente la CEI sono stati circa 11,6 milioni.
Neppure si può sostenere, senza un’indagine specifica, che tutti i 24,6 milioni di non firmatari ignorino il funzionamento del sistema. Il loro livello di consapevolezza non è stato misurato. Ciò che può essere affermato con certezza è però sufficientemente potente: quando il contribuente non esprime alcuna scelta, la sua quota non rimane sospesa e non viene automaticamente trattenuta dallo Stato, ma viene ripartita secondo le proporzioni determinate da coloro che hanno firmato.
Il silenzio fiscale, pertanto, non è neutrale.
Nel 2025 alla Chiesa cattolica è stato attribuito un anticipo di circa 1,053 miliardi di euro: approssimativamente 429,6 milioni collegati alle firme espresse direttamente e circa 623,6 milioni derivanti dalla ripartizione proporzionale delle scelte non espresse. Tenendo conto del conguaglio negativo riportato nella tabella ministeriale, l’importo netto rimane nell’ordine di poco più di un miliardo di euro.
Questo significa che meno di tre contribuenti su dieci hanno scelto direttamente la Chiesa cattolica, ma il meccanismo di ripartizione le ha attribuito quasi il 69 per cento delle risorse complessive distribuite attraverso l’otto per mille.
Non è un furto segreto e non è un’operazione clandestina. È perfettamente legale.
Ed è precisamente questo a renderlo politicamente discutibile.
Il denaro non viene formalmente consegnato al bilancio dello Stato della Città del Vaticano, ma alla Conferenza episcopale italiana, che possiede personalità giuridica civile quale ente ecclesiastico riconosciuto nell’ordinamento italiano. Il sistema discende tuttavia dalle norme concordatarie e dal rapporto istituzionale fra la Repubblica italiana e la Santa Sede.
Non serve quindi sostenere, in modo giuridicamente impreciso, che ogni euro attraversi fisicamente il confine vaticano. La questione è più seria: ogni anno una quota vicina al miliardo di euro del gettito fiscale italiano viene destinata alla principale organizzazione religiosa del Paese, mentre non esiste ancora un registro pubblico nazionale capace di collegare quel flusso finanziario alla reale consistenza del patrimonio, agli immobili inutilizzati, ai contributi pubblici ricevuti e ai servizi concretamente restituiti alla comunità.
Quando il servizio chiude, il mattone non scompare
Per decenni la presenza ecclesiastica in Italia ha significato anche asili, scuole, collegi, ospedali, strutture assistenziali, case per anziani, rifugi, orfanotrofi e luoghi di accoglienza. Sarebbe storicamente falso negare il ruolo che queste opere hanno avuto e, in molti territori, continuano ad avere. Sarebbe però altrettanto sbagliato usare quella storia come una giustificazione permanente per sottrarre il patrimonio a qualsiasi verifica contemporanea.
Quando una scuola chiude, l’edificio rimane. Quando un asilo cessa l’attività, il terreno non evapora. Quando una struttura sanitaria viene dismessa, il suo valore immobiliare sopravvive alla funzione sociale. Quando un convento non ospita più religiosi, le stanze possono essere lasciate vuote, vendute, concesse a operatori privati, trasformate in residenze di pregio oppure convertite in strutture ricettive.
Il servizio può cessare in pochi mesi; il patrimonio resta per generazioni.
È in questo passaggio che si concentra la domanda più scomoda del libro: se un immobile è stato costruito, restaurato, mantenuto o gestito anche attraverso contributi pubblici, agevolazioni, convenzioni, rimborsi o risorse derivanti dall’otto per mille, che cosa deve accadere quando la funzione sociale termina? È accettabile che l’edificio rimanga chiuso per anni oppure venga successivamente valorizzato sul mercato senza che la collettività recuperi almeno una parte del valore che ha contribuito a produrre?
Non esiste oggi una banca dati nazionale che permetta di stabilire quale percentuale dell’intero patrimonio ecclesiastico sia stata sostenuta direttamente o indirettamente con denaro pubblico. Per questa ragione sarebbe scorretto presentare una percentuale come definitivamente dimostrata. Tuttavia, l’assenza del dato non assolve il sistema: lo rende ancora più opaco.
Dopo decenni di finanziamenti, restauri, convenzioni, esenzioni e interventi pubblici, dovrebbe essere possibile conoscere per ogni immobile la proprietà, la superficie, la funzione, lo stato di utilizzo, i periodi di chiusura, le somme pubbliche ricevute, le agevolazioni applicate e la destinazione assunta dopo la cessazione del servizio originario.
Non avere queste informazioni non significa che il problema non esista.
Significa che non siamo mai stati messi nelle condizioni di misurarlo.
Centomila case dietro una porta chiusa
Celeborn ha quindi sottoposto il patrimonio immobiliare a una seconda trasformazione analitica: non più metri quadrati astratti, ma abitazioni potenziali.
Per realizzare 100.000 alloggi da circa 80 metri quadrati lordi sarebbero necessari otto milioni di metri quadrati, vale a dire poco più del 20 per cento dei 38,6 milioni di metri quadrati considerati dall’indagine immobiliare.
Questo calcolo non dimostra che otto milioni di metri quadrati siano già liberi, immediatamente trasformabili e privi di vincoli. Molti edifici sono utilizzati, altri necessitano di interventi strutturali, altri ancora hanno caratteristiche architettoniche incompatibili con l’abitazione ordinaria. Il calcolo dimostra però qualcosa di altrettanto importante: l’ordine di grandezza non è assurdo.
Non servirebbe requisire l’intero patrimonio. Sarebbe sufficiente individuare, attraverso un censimento serio, una parte degli ex conventi, collegi dismessi, seminari inutilizzati, strutture scolastiche chiuse, case religiose vuote ed edifici assistenziali che non svolgono più la propria funzione, verificando quali possano essere destinati all’abitare sociale o ad altri servizi pubblici.
Nel 2024 l’Istat ha stimato in Italia oltre 2,2 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di più di 5,7 milioni di persone. Sono cifre che non descrivono soltanto chi vive per strada, ma anche lavoratori poveri, nuclei monoreddito, famiglie con minori, anziani e persone che non riescono più a sostenere il costo dell’abitazione e dei beni essenziali.
Centomila alloggi non risolverebbero da soli la povertà italiana, ma potrebbero restituire stabilità a centomila famiglie, ridurre il peso dell’emergenza abitativa, offrire una sistemazione a padri separati in difficoltà, madri sole, persone con disabilità, anziani, giovani lavoratori e nuclei espulsi dal mercato degli affitti.
La scelta politica, dunque, non è fra libertà religiosa ed espropriazione indiscriminata. La scelta è fra un patrimonio lasciato immobile in attesa di una rendita e un patrimonio capace di tornare a essere utile.
Celeborn ha acceso la luce nel corridoio
La forza di Porte chiuse. Suite aperte. Conto pubblico non consiste nell’affermare che ogni sacerdote sia ricco, che ogni opera ecclesiastica sia inutile o che tutta la carità religiosa sia una finzione. Una tesi simile sarebbe ingiusta, fragile e facilmente demolibile.
Il libro sostiene invece che la carità non possa funzionare come una ricevuta in bianco, che la memoria delle opere svolte in passato non possa sostituire la misurazione dei servizi esistenti oggi e che la proprietà privata, quando è stata sostenuta dalla fiscalità generale, debba assumere obblighi proporzionati verso la collettività.
Celeborn ha permesso di vedere che il tema non riguarda soltanto il numero degli immobili, ma la relazione fra patrimonio, fiscalità e funzione sociale. Ha dimostrato che quasi 1.300 metri quadrati per sacerdote non sono una leggenda, ma il risultato aritmetico di due dati pubblici; che il valore prudenziale corrisponde a quasi 900.000 euro di patrimonio equivalente; che meno di dodici milioni di contribuenti scelgono direttamente la Chiesa cattolica, mentre quasi venticinque milioni non esprimono una preferenza; che una parte maggioritaria del miliardo attribuito alla CEI deriva dalla ripartizione delle quote non espresse; e che sarebbe sufficiente una frazione della superficie considerata per immaginare centomila nuovi alloggi.
Questi numeri non dicono automaticamente quali edifici debbano essere trasformati. Dicono però che continuare a non censirli non è più accettabile.
La proposta che emerge dal libro è semplice nella sua radicalità: ogni immobile ecclesiastico dovrebbe essere inserito in un registro nazionale accessibile, con indicazione dell’utilizzo effettivo e delle risorse pubbliche ricevute; ogni contributo pubblico dovrebbe generare un vincolo di restituzione sociale; ogni edificio inutilizzato da lungo tempo dovrebbe poter essere concesso gratuitamente alla collettività per abitazioni, scuole, presidi sanitari, centri per anziani, strutture per persone con disabilità, rifugi e servizi territoriali; ogni successiva trasformazione commerciale dovrebbe tenere conto del valore pubblico investito nel bene.
La fede non sarebbe minacciata da questa trasparenza.
La rendita, forse, sì.
Perché la domanda che Celeborn ha scritto sulla porta di ogni grande edificio inutilizzato non riguarda Dio, il Vangelo o la libertà di culto. È una domanda molto più terrena, concreta e inevitabile:
quante famiglie potrebbero vivere qui?
Finché non avremo una risposta, ogni portone chiuso continuerà a separare due Italie: quella che possiede lo spazio e quella che non riesce più a permettersi neppure una stanza.
Scopri di più da
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

