Di Vincenzo Ambriola
«Credo che il tentativo di realizzare una macchina pensante ci aiuterà molto a scoprire il modo in cui pensiamo». Con questa affermazione carica di ottimismo Alan Mathison Turing chiuse la trasmissione radiofonica Can Digital Computers Think? (I calcolatori digitali possono pensare?) mandata in onda dalla BBC nel maggio 1951. Da tre anni Turing stava affrontando il tema delle macchine pensanti, fermamente convinto che fosse conveniente spostare la riflessione da un approccio introspettivo (cosa significa pensare) a uno empirico e osservabile (come si comporta un’entità pensante). Intuì che per costruire una macchina intelligente sarebbe stato necessario seguire un processo basato sull’apprendimento. Motivò questa idea, innovativa per i suoi tempi, sull’osservazione oggettiva che nell’uomo la capacità di pensare non è innata ma viene acquisita mediante interazioni con altri esseri umani e con l’ambiente fisico.

Nel 1936, Turing definì in termini formali la Logical Computing Machine (Macchina calcolatrice logica), che l’anno successivo Alonzo Church chiamò Macchina di Turing, in grado di eseguire qualsiasi algoritmo usando un semplice nastro di carta (anche se di dimensioni illimitate). In un rapporto tecnico scritto nell’estate 1948, intitolato Intelligent Machinery (Macchine intelligenti), e pubblicato postumo solo nel 1969, Turing citò più volte la paper machine (macchina di carta), una macchina calcolatrice costituita da un computer umano (sì, proprio un uomo) che, per eseguire i calcoli, usava esclusivamente carta e matita. Nel febbraio 1952 il sogno, e l’obiettivo, di automatizzare il calcolo diventò realtà: Turing fece eseguire i suoi algoritmi dal Ferranti Mark I, un calcolatore elettronico realizzato nel Computing Machine Laboratory dell’Università di Manchester.
Spesso citato come padre fondatore dell’informatica e ispiratore visionario dell’intelligenza artificiale, Turing aveva una visione etica delle macchine? Nei suoi scritti non ci sono riferimenti espliciti a questo tema, ma da alcune sue frasi si può provare a ricostruirne il pensiero.
Se le macchine esibiranno un comportamento intelligente ci sarà «una riluttanza ad ammettere la possibilità che l’umanità possa avere rivali in termini di potere intellettuale». Turing liquidò questa obiezione affermando che «ciò accade tanto tra le persone intellettuali quanto tra gli altri: hanno più da perdere». Negli anni Cinquanta il processo di alfabetizzazione era ancora agli inizi e gran parte della popolazione svolgeva lavori manuali. Nel famoso articolo del 1950 la sua posizione sugli effetti della sostituzione degli uomini con le macchine diventò ancora più radicale «possiamo sperare che le macchine alla fine possano competere con gli uomini in tutti i settori puramente intellettuali». Questo ottimismo era motivato dall’obiettivo, a quel tempo ampiamente condiviso, di liberare l’umanità dalla schiavitù dei lavori noiosi e ripetitivi, compresi quelli necessari per svolgere i complessi calcoli richiesti dalle tecnologie allora emergenti.
Turing anticipò un altro tema etico, la trasparenza e la possibilità di spiegare il comportamento delle macchine. L’idea, ampiamente ripetuta nei suoi scritti, era di partire da una “macchina infantile” e di educarla con un processo simile a quello usato da un maestro nei confronti dell’allievo. Consapevole delle particolari caratteristiche di questo metodo, aveva però intuito che «l’insegnante [della macchina] spesso ignora completamente ciò che accade al suo interno, sebbene possa comunque essere in grado di prevedere in una certa misura il comportamento del suo allievo». A differenza delle macchine programmate per svolgere un determinato compito, quelle che apprendono costruiscono nel loro “spazio latente” rappresentazioni matematiche dei dati di addestramento, ancora difficilmente decifrabili.
Sulle “allucinazioni”, una definizione metaforica moderna, mantenne una posizione che lui stesso considerava “eretica”. Per esibire un comportamento intelligente riteneva che la macchina dovesse essere in grado di sbagliare, perché solo così l’errore avrebbe attivato un ciclo di correzione e di sviluppo verso un livello più evoluto di intelligenza. Basandosi su un teorema che aveva dimostrato nel 1936, contemporaneamente ad Alonzo Church, affermò l’impossibilità di realizzare una macchina perfetta, che non sbaglia mai. Secondo Turing, tale macchina sarebbe stata inutile, perché prevedibile e poco creativa. Sosteneva, infatti, che l’intelligenza si manifesta proprio quando si sbaglia, come l’allievo che dai suoi errori e dalle correzioni del maestro impara e accresce la sua conoscenza.
Su molti altri temi etici, tra cui la dipendenza emotiva con le macchine, Turing non si pronunciò, soprattutto perché non poteva anticipare un futuro, il nostro presente, che gli sarebbe sembrato distopico e fantascientifico. In un’altra trasmissione radiofonica della BBC, Can Automatic Calculating Machines Be Said To Think? (Si può dire che le macchine calcolatrici automatiche pensino?) andata in onda il 10 gennaio 1952, discusse le implicazioni dell’intelligenza delle macchine con il filosofo morale Richard Braithwaite, il neurochirurgo Geoffrey Jefferson e il matematico Max Newman. I tre scienziati incalzarono Turing, che ribadì con fermezza le sue tesi.
Il filosofo difese gli umani dicendo che «la parte più importante dell’apprendimento umano è imparare dall’esperienza», che «i suoi interessi sono determinati, in larga misura, dai suoi appetititi, desideri, pulsioni, istinti». Newman insistette sul fatto che «ci stiamo allontanando parecchio dalle macchine di calcolo così come esistono oggi». Turing ammise che «creare una macchina pensante significa crearne una che fa cose interessanti senza che noi comprendiamo veramente come vengano fatte». Infine, il filosofo arrivò agli aspetti strettamente morali della discussione affermando che «non dobbiamo dare alla macchina un senso del dovere o qualcosa che corrisponda a una volontà».
Perché rileggere gli scritti di Alan Turing a più di settant’anni dalla sua prematura scomparsa? Perché cercare riflessioni etiche in un contesto storico così diverso da quello attuale? La prima risposta si basa sul principio, universalmente condiviso, che per conoscere il futuro si deve studiare il passato. La seconda affonda le radici nell’incredibile capacità di Turing di leggere e interpretare la realtà, di avere una visione razionale delle potenzialità dell’uomo e delle macchine, di sfidare il pensiero dominante e di proporci, grazie al coraggio della sua eresia, intuizioni illuminanti.
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