Di Federico Fontana
Nel mio lavoro di psicologo e formatore mi confronto sempre più spesso con una domanda che raramente viene espressa in modo diretto, ma che attraversa molte persone che incontro: “In questo scenario, che ruolo avrò?” Non è una domanda tecnica. Non riguarda semplicemente le competenze o l'aggiornamento professionale. È una domanda che tocca l'identità, il senso di utilità, il valore personale. Ed è da qui che, a mio avviso, bisogna partire per comprendere davvero l'impatto delle tecnologie BRIA (bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale). Il cambiamento in atto non è solo tecnologico. È profondamente umano.
Nella mia esperienza professionale, l'utilizzo dell'intelligenza artificiale si è rivelato uno strumento estremamente efficace. Mi ha consentito di ottimizzare i tempi, di organizzare meglio il lavoro, di ampliare rapidamente l'accesso alle informazioni. In ambito formativo, in particolare, rappresenta una risorsa concreta: permette di costruire contenuti con maggiore rapidità e di avere a disposizione stimoli e prospettive che arricchiscono il lavoro quotidiano. Sarebbe riduttivo non riconoscerne il valore.
Allo stesso tempo, proprio perché potente, richiede una posizione chiara. La tecnologia, di per sé, non è né positiva né negativa: lo diventa in base a come viene utilizzato ea ciò che attiva nelle persone. Ed è qui che emerge un passaggio cruciale.
Accanto ai benefici, esiste un rischio più sottile, che come psicologo, osservo sempre più spesso: la tendenza alla delega. Quando uno strumento diventa estremamente efficace, il confine tra utilizzo e dipendenza può assorbirsi. Il rischio non è soltanto operativo, ma mentale: ridurre lo spazio del pensiero, della riflessione, della costruzione personale. Nel lavoro clinico e formativo, questo si traduce in una possibile perdita di spontaneità e di creatività. Se tutto è immediatamente disponibile, si rischia di rinunciare al tempo necessario per elaborare, per dubitare, per costruire un proprio punto di vista. Eppure, è proprio in quel tempo che si genera il valore. La tecnologia può supportare, ma non può sostituire il processo umano che dà senso alle cose.
Per questo, più che chiederci se queste tecnologie siano utili o meno perché lo sono diventa necessario interrogarci su come le utilizziamo.
Dobbiamo essere noi a utilizzare la tecnologia, e non il contrario. Questo significa conoscerne le potenzialità, ma anche i limiti. Significa sfruttarne l'efficacia senza rinunciare alla propria capacità critica, alla propria responsabilità, alla propria creatività. Significa, in altre parole, non delegare ciò che definisce il nostro modo di pensare, di scegliere, di relazionarci.
Le tecnologie BRIA stanno ridefinendo molti aspetti del nostro modo di lavorare e di conoscere. Ma proprio per questo rendono ancora più centrali quelle competenze che non possono essere automatizzate: la consapevolezza di sé, la capacità di stare nella relazione, la gestione delle emozioni, il senso critico. Paradossalmente, più il mondo diventa digitale, più diventa necessario restare umani. La vera discriminante, nei prossimi anni, non sarà tra chi utilizza o meno queste tecnologie, ma tra chi le utilizza in modo consapevole e chi ne viene guidato. Non si tratta di opporsi al cambiamento, ma di non subirlo. Le tecnologie BRIA rappresentano una straordinaria opportunità. Ma come ogni strumento potente, richiede una direzione. E questa direzione, ancora una volta, non può che essere umana.
Federico Fontana - Formatore e Psicologo Clinico e del lavoro
Di Federico Fontana
Nel mio lavoro di psicologo e formatore mi confronto sempre più spesso con una domanda che raramente viene espressa in modo diretto, ma che attraversa molte persone che incontro: “In questo scenario, che ruolo avrò?” Non è una domanda tecnica. Non riguarda semplicemente le competenze o l'aggiornamento professionale. È una domanda che tocca l'identità, il senso di utilità, il valore personale. Ed è da qui che, a mio avviso, bisogna partire per comprendere davvero l'impatto delle tecnologie BRIA (bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale). Il cambiamento in atto non è solo tecnologico. È profondamente umano.
Nella mia esperienza professionale, l'utilizzo dell'intelligenza artificiale si è rivelato uno strumento estremamente efficace. Mi ha consentito di ottimizzare i tempi, di organizzare meglio il lavoro, di ampliare rapidamente l'accesso alle informazioni. In ambito formativo, in particolare, rappresenta una risorsa concreta: permette di costruire contenuti con maggiore rapidità e di avere a disposizione stimoli e prospettive che arricchiscono il lavoro quotidiano. Sarebbe riduttivo non riconoscerne il valore.
Allo stesso tempo, proprio perché potente, richiede una posizione chiara. La tecnologia, di per sé, non è né positiva né negativa: lo diventa in base a come viene utilizzato ea ciò che attiva nelle persone. Ed è qui che emerge un passaggio cruciale.
Accanto ai benefici, esiste un rischio più sottile, che come psicologo, osservo sempre più spesso: la tendenza alla delega. Quando uno strumento diventa estremamente efficace, il confine tra utilizzo e dipendenza può assorbirsi. Il rischio non è soltanto operativo, ma mentale: ridurre lo spazio del pensiero, della riflessione, della costruzione personale. Nel lavoro clinico e formativo, questo si traduce in una possibile perdita di spontaneità e di creatività. Se tutto è immediatamente disponibile, si rischia di rinunciare al tempo necessario per elaborare, per dubitare, per costruire un proprio punto di vista. Eppure, è proprio in quel tempo che si genera il valore. La tecnologia può supportare, ma non può sostituire il processo umano che dà senso alle cose.
Per questo, più che chiederci se queste tecnologie siano utili o meno perché lo sono diventa necessario interrogarci su come le utilizziamo.
Dobbiamo essere noi a utilizzare la tecnologia, e non il contrario. Questo significa conoscerne le potenzialità, ma anche i limiti. Significa sfruttarne l'efficacia senza rinunciare alla propria capacità critica, alla propria responsabilità, alla propria creatività. Significa, in altre parole, non delegare ciò che definisce il nostro modo di pensare, di scegliere, di relazionarci.
Le tecnologie BRIA stanno ridefinendo molti aspetti del nostro modo di lavorare e di conoscere. Ma proprio per questo rendono ancora più centrali quelle competenze che non possono essere automatizzate: la consapevolezza di sé, la capacità di stare nella relazione, la gestione delle emozioni, il senso critico. Paradossalmente, più il mondo diventa digitale, più diventa necessario restare umani. La vera discriminante, nei prossimi anni, non sarà tra chi utilizza o meno queste tecnologie, ma tra chi le utilizza in modo consapevole e chi ne viene guidato. Non si tratta di opporsi al cambiamento, ma di non subirlo. Le tecnologie BRIA rappresentano una straordinaria opportunità. Ma come ogni strumento potente, richiede una direzione. E questa direzione, ancora una volta, non può che essere umana.
Federico Fontana - Formatore e Psicologo Clinico e del lavoro