Di Geo Ceccarelli
Ho iniziato a lavorare in comunicazione a metà degli anni ’90, come art director. La passione è nata per caso: una campagna stampa su una rivista internazionale. Un’immagine e un titolo. Due elementi che insieme raccontavano una storia più potente di molte parole. Lì ho capito che la pubblicità non era solo persuasione. Era linguaggio. Era emozione. Parlava alla pancia, non alla testa.
Da allora, ho attraversato il settore in lungo e in largo: agenzie, clienti, board internazionali. Sempre con un occhio curioso per ciò che cambia – e per ciò che resiste.
Nel 2009 ho cominciato a interessarmi alle tecnologie emergenti nel nostro mestiere. Poi è arrivata l’AI. Il primo vero impatto è stato nel 2018: in un team martech, abbiamo sviluppato Aylin, un sistema capace di analizzare migliaia di conversazioni social e generare contenuti autonomamente. Era ancora grezzo, ma già sorprendente. Ho iniziato a parlare di Intelligenza Aumentata, non artificiale. Al centro non la macchina, ma l’uomo. L’AI è, prima di tutto, un acceleratore di pensiero. Ma devi avere un pensiero da accelerare.
Quello che continuo ad apprezzare è il suo cinismo funzionale: taglia il superfluo, va dritta al punto. È un ottimo sparring partner per chi sa pensare. E un’arma pericolosa per chi non lo sa fare. Oggi l’AI non è più avanguardia, è mainstream. Molti la temono. Io no. Per me è una rivoluzione epocale, come quella industriale. E come tutte le rivoluzioni, non fa sconti.
Due ambiti, due impatti
Nel mondo della comunicazione, l’AI generativa ha acceso una nuova ondata creativa. Sì, perché le cose belle costano, e per anni i tagli ai budget hanno sterilizzato la creatività. Oggi, con gli strumenti giusti e le menti giuste, il bello torna ad essere possibile. Ma non basta lo strumento. Serve chi lo guida.
“Con l’AI puoi fare tutto”: lo sento dire spesso. Ed è vero. Ma è una mezza verità. La differenza tra un contenuto qualsiasi e uno memorabile sta nella sensibilità umana. Quella capacità – squisitamente nostra – di giudicare, scegliere, comporre. Nel marketing e nel media, invece, l’AI sta lavorando più in profondità. Publicis e Omnicom, per esempio, non si presentano più come agenzie, ma come piattaforme. Leona e Omni sono i loro tool proprietari: generano messaggi personalizzati e li distribuiscono su 2,3 miliardi di IP.
Non si parla più a target. Si parla a individui.
O meglio: così ci dicono.
In realtà è una giostra automatizzata, una raffica di contenuti ottimizzati per generare reazioni. Il rischio? Che il marketing perda la sua anima, diventando una macchina da clic, priva di strategia e visione.
La domanda che (non) ci stiamo facendo
Se le agenzie non vendono più creatività ma tecnologia…
l’offerta diventa indistinta. Allora cosa resta? Cosa possiamo offrire che le piattaforme non possono replicare?
La risposta è: pensiero strategico. Branding. Identità.
Lì, per ora, le macchine arrancano. Perché non basta prevedere cosa funzionerà. Bisogna decidere cosa vale la pena fare, anche se non funziona subito.
E questo è un atto umano, culturale, quasi spirituale.
Il paradosso è che l’AI, proprio lei, potrebbe riportarci lì.
In un’epoca in cui tutti hanno gli stessi strumenti, tornerà a contare chi ha la visione. Chi sa perché fa le cose.
E non solo come farle.
Potremmo vivere un nuovo Rinascimento. Ma ci serve il coraggio di rimettere al centro le idee. E di farci una domanda semplice ma scomoda:
che tipo di pensiero stiamo allenando, mentre deleghiamo tutto il fare?
Di Geo Ceccarelli
Ho iniziato a lavorare in comunicazione a metà degli anni ’90, come art director. La passione è nata per caso: una campagna stampa su una rivista internazionale. Un’immagine e un titolo. Due elementi che insieme raccontavano una storia più potente di molte parole. Lì ho capito che la pubblicità non era solo persuasione. Era linguaggio. Era emozione. Parlava alla pancia, non alla testa.
Da allora, ho attraversato il settore in lungo e in largo: agenzie, clienti, board internazionali. Sempre con un occhio curioso per ciò che cambia – e per ciò che resiste.
Nel 2009 ho cominciato a interessarmi alle tecnologie emergenti nel nostro mestiere. Poi è arrivata l’AI. Il primo vero impatto è stato nel 2018: in un team martech, abbiamo sviluppato Aylin, un sistema capace di analizzare migliaia di conversazioni social e generare contenuti autonomamente. Era ancora grezzo, ma già sorprendente. Ho iniziato a parlare di Intelligenza Aumentata, non artificiale. Al centro non la macchina, ma l’uomo. L’AI è, prima di tutto, un acceleratore di pensiero. Ma devi avere un pensiero da accelerare.
Quello che continuo ad apprezzare è il suo cinismo funzionale: taglia il superfluo, va dritta al punto. È un ottimo sparring partner per chi sa pensare. E un’arma pericolosa per chi non lo sa fare. Oggi l’AI non è più avanguardia, è mainstream. Molti la temono. Io no. Per me è una rivoluzione epocale, come quella industriale. E come tutte le rivoluzioni, non fa sconti.
Due ambiti, due impatti
Nel mondo della comunicazione, l’AI generativa ha acceso una nuova ondata creativa. Sì, perché le cose belle costano, e per anni i tagli ai budget hanno sterilizzato la creatività. Oggi, con gli strumenti giusti e le menti giuste, il bello torna ad essere possibile. Ma non basta lo strumento. Serve chi lo guida.
“Con l’AI puoi fare tutto”: lo sento dire spesso. Ed è vero. Ma è una mezza verità. La differenza tra un contenuto qualsiasi e uno memorabile sta nella sensibilità umana. Quella capacità – squisitamente nostra – di giudicare, scegliere, comporre. Nel marketing e nel media, invece, l’AI sta lavorando più in profondità. Publicis e Omnicom, per esempio, non si presentano più come agenzie, ma come piattaforme. Leona e Omni sono i loro tool proprietari: generano messaggi personalizzati e li distribuiscono su 2,3 miliardi di IP.
Non si parla più a target. Si parla a individui.
O meglio: così ci dicono.
In realtà è una giostra automatizzata, una raffica di contenuti ottimizzati per generare reazioni. Il rischio? Che il marketing perda la sua anima, diventando una macchina da clic, priva di strategia e visione.
La domanda che (non) ci stiamo facendo
Se le agenzie non vendono più creatività ma tecnologia…
l’offerta diventa indistinta. Allora cosa resta? Cosa possiamo offrire che le piattaforme non possono replicare?
La risposta è: pensiero strategico. Branding. Identità.
Lì, per ora, le macchine arrancano. Perché non basta prevedere cosa funzionerà. Bisogna decidere cosa vale la pena fare, anche se non funziona subito.
E questo è un atto umano, culturale, quasi spirituale.
Il paradosso è che l’AI, proprio lei, potrebbe riportarci lì.
In un’epoca in cui tutti hanno gli stessi strumenti, tornerà a contare chi ha la visione. Chi sa perché fa le cose.
E non solo come farle.
Potremmo vivere un nuovo Rinascimento. Ma ci serve il coraggio di rimettere al centro le idee. E di farci una domanda semplice ma scomoda:
che tipo di pensiero stiamo allenando, mentre deleghiamo tutto il fare?