Da Artigas in Italia otto giovani uruguaiani verso il percorso Magellano

La visita del vescovo di Salto apre una collaborazione educativa tra la Fondazione OLITEC e il nord uruguaiano

Ci sono visite istituzionali che si esauriscono nel protocollo e altre che servono a mettere in fila date, responsabilità e persone. L’incontro del 13 settembre 2026 tra la Fondazione OLITEC e monsignor Arturo Eduardo Fajardo Bustamante, vescovo della Diocesi di Salto, appartiene alla seconda categoria. Al termine del confronto, un’intenzione ha assunto la forma di un impegno operativo: individuare entro la fine dell’anno otto giovani uruguaiani e accoglierli in Italia nel gennaio 2027 per iniziare il percorso di addestramento Magellano.

La visita è stata positiva per l’entusiasmo condiviso e, soprattutto, perché ha chiarito il metodo. La selezione partirà da Artigas e potrà poi estendersi al resto della diocesi. I candidati dovranno avere tra i 18 e i 30 anni e aver completato la scuola secondaria. Non saranno necessarie competenze informatiche pregresse: conteranno capacità di apprendere, serietà personale, disponibilità alla vita comunitaria e determinazione. I colloqui potranno svolgersi online, soluzione concreta in un territorio dove le distanze fra città e comunità incidono sulla vita quotidiana.

Il punto di partenza è preciso. La tecnologia viene proposta come una competenza da acquisire, condividere e riportare nel territorio. Il viaggio in Italia costituisce la prima tappa di un progetto che guarda all’Uruguay.

Un piccolo Paese con una forte geografia interiore

Per comprendere il significato dell’iniziativa bisogna guardare alla geografia dell’Uruguay. Il Paese si trova tra due giganti sudamericani, Argentina e Brasile, affacciato sull’Atlantico e sul Río de la Plata. Il Censimento 2023 dell’Instituto Nacional de Estadística conta 3.499.451 abitanti. Una parte rilevante della popolazione e dei servizi si concentra nell’area di Montevideo, mentre l’interno è formato da città, centri minori e campagne separati da distanze che, pur in un Paese relativamente compatto, possono tradursi in ore di viaggio.

Questa struttura rende decisivi gli strumenti capaci di superare la distanza senza cancellare i territori. L’Uruguay ha costruito negli anni una riconoscibile esperienza nell’incontro fra istruzione pubblica e accesso digitale. Nel 2026 il Ministero dell’Educazione e della Cultura e Ceibal hanno annunciato nuovi spazi tecnologici nei 22 centri CECAP del Paese, dedicati anche a programmazione, robotica, stampa 3D ed elettronica. È un contesto che aiuta a leggere il progetto Magellano non come un corpo estraneo, ma come un ulteriore tassello: una formazione intensiva, residenziale e internazionale che possa poi dialogare con le reti educative locali.

La Diocesi di Salto con quattro dipartimenti e una presenza capillare

La Diocesi di Salto è una delle grandi circoscrizioni ecclesiali dell’interno uruguaiano. Eretta il 14 aprile 1897 durante il pontificato di Leone XIII, comprende i dipartimenti civili di Artigas, Salto, Paysandú e Río Negro. Sommando i dati definitivi del Censimento 2023, in questi quattro dipartimenti vivono 392.861 persone: 77.487 ad Artigas, 136.197 a Salto, 121.843 a Paysandú e 57.334 a Río Negro. Non si tratta quindi di un’unica città raccolta attorno alla cattedrale, ma di un territorio plurale, attraversato da identità locali e da realtà urbane e rurali molto diverse.

Monsignor Arturo Eduardo Fajardo Bustamante guida la diocesi dal 2020. La sua presenza alla Fondazione attribuisce alla collaborazione un valore pastorale oltre che istituzionale: l’individuazione dei giovani non può ridursi a una selezione tecnica, perché dovrà tenere insieme talento, maturità, affidabilità e legame con le comunità di provenienza. La rete diocesana può raggiungere persone che spesso non entrano nei circuiti più visibili dell’orientamento e può accompagnarle prima della partenza e dopo il ritorno.

È qui che il progetto acquista profondità. Una borsa o un corso all’estero possono cambiare una biografia; un percorso costruito insieme a un territorio può generare una responsabilità condivisa. La Diocesi di Salto porta la conoscenza delle famiglie, delle parrocchie e delle necessità locali. La Fondazione porta un ambiente formativo specialistico e una comunità residenziale. L’incontro fra le due competenze può ridurre la distanza tra una buona occasione e la possibilità reale di sostenerla fino in fondo.

Artigas una frontiera che collega due Paesi

La decisione di iniziare da Artigas non è un dettaglio organizzativo. La città si trova nell’estremo nord dell’Uruguay, sulle rive del fiume Cuareim, di fronte alla brasiliana Quaraí. Qui il confine non è soltanto una linea amministrativa: è un’esperienza quotidiana fatta di scambi, famiglie, commercio, lingue e abitudini che si incontrano. Il nome della città richiama José Gervasio Artigas, figura fondativa della storia uruguaiana; la sua collocazione racconta invece un presente naturalmente aperto oltre il limite nazionale.

Anche la storia ecclesiale locale testimonia radicamento e continuità. La parrocchia di San Eugenio del Cuareim, indicata dalla Conferenza Episcopale dell’Uruguay come fondata nel 1853, collega la città a una trama di cappelle e comunità urbane e rurali. Questo tessuto può offrire al progetto qualcosa che nessuna piattaforma di candidatura produce da sola: prossimità, conoscenza delle persone e capacità di accompagnamento.

Partire da Artigas significa inoltre correggere una tendenza frequente nei programmi internazionali: cercare i candidati soltanto nei luoghi già più vicini alle opportunità. Qui, al contrario, il punto iniziale è una città di frontiera lontana dalla capitale. La scelta afferma che il talento non coincide con la centralità geografica e che la formazione può partire dai margini senza considerarli periferici.

Magellano e BRIA per imparare da zero e vivere insieme

Il percorso Magellano offrirà agli otto giovani un addestramento collegato al programma BRIA — bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale. Sono ambiti avanzati, spesso raccontati attraverso parole che possono apparire lontane dall’esperienza di chi non ha frequentato un laboratorio o un corso universitario. La scelta di non richiedere conoscenze informatiche pregresse sposta il baricentro: non si seleziona chi ha già avuto tutto, ma chi dimostra di poter apprendere e di voler trasformare l’occasione in disciplina quotidiana.

L’addestramento sarà residenziale. I partecipanti vivranno nella comunità internazionale della Fondazione, condividendo non soltanto lezioni ed esercitazioni, ma anche tempi, compiti e responsabilità. Vitto, alloggio e vestiario saranno a carico della Fondazione. Questo sostegno materiale è parte del disegno educativo: rimuove alcuni degli ostacoli economici più immediati e crea le condizioni perché la permanenza sia realmente dedicata alla formazione.

Vivere insieme aggiunge una competenza che non compare nei programmi didattici: imparare a lavorare con persone di culture diverse, affrontare la fatica, chiedere aiuto, rispettare regole comuni e rendere il proprio talento utile a un gruppo. Nelle discipline tecnologiche, dove la qualità dei risultati dipende quasi sempre dalla collaborazione, questa dimensione non è un contorno. È parte dell’addestramento.

Formare per il ritorno e la diffusione delle competenze

Il passaggio più delicato riguarda ciò che avverrà dopo. La prospettiva discussa durante la visita è che una parte dei giovani possa tornare in Uruguay e mettere le competenze acquisite al servizio di nuove attività formative. In questo senso, il progetto prova a evitare la logica della sottrazione — prendere le persone più promettenti da un territorio e trattenerle altrove — per costruire invece una circolazione delle competenze.

L’ipotesi di un futuro centro collegato alla diocesi appartiene a questa visione, ma deve essere raccontata con precisione: oggi è una prospettiva, non una struttura già deliberata. Richiederà una verifica delle sedi disponibili, delle risorse, dei modelli didattici e degli accordi istituzionali. Proprio questa prudenza ne rafforza la credibilità. Prima viene il gruppo di otto giovani; poi la qualità del loro percorso; soltanto su risultati concreti potrà crescere un presidio stabile in Uruguay.

La lista degli idonei potrà servire oltre la prima partenza. Se il percorso si consoliderà, le persone valutate potranno alimentare ulteriori edizioni o attività locali. La selezione non è soltanto una porta stretta per otto posti: può diventare una prima mappa delle energie giovanili presenti nella diocesi.

Otto giovani e un progetto misurabile

Il numero otto tiene insieme ambizione e misura. È abbastanza grande da creare un gruppo capace di sostenersi, ma abbastanza contenuto da permettere un accompagnamento attento. Dietro il dato ci saranno otto famiglie, otto partenze, otto adattamenti a una lingua e a una comunità nuove. Per questo i mesi che precedono gennaio 2027 dovranno essere dedicati non solo alle prove di selezione, ma anche alla preparazione personale, documentale e culturale.

Il successo non potrà essere misurato unicamente dalla partenza o dal completamento di un corso. Dovrà vedersi nella capacità dei giovani di usare con competenza e responsabilità ciò che avranno imparato; nella continuità del rapporto con la diocesi; nell’apertura di opportunità per altri; e, se le condizioni lo consentiranno, nella nascita di un’attività formativa radicata nel nord dell’Uruguay.

La visita del vescovo di Salto lascia dunque una notizia semplice e una domanda più grande. La notizia è che otto giovani sono attesi in Italia a gennaio per il percorso Magellano. La domanda è come trasformare quell’esperienza in un bene che torni ad Artigas e agli altri territori della diocesi. È su questa seconda parte — meno immediata, ma decisiva — che si misurerà la profondità del ponte appena avviato.


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