Le dimissioni di Jacob Coxon, il conflitto con il governo americano, l’avvicinamento al Vaticano, le contraddizioni sulla sicurezza e una domanda che non possiamo più evitare: la tutela dell’umanità è una missione o una strategia di potere?
Le recenti dichiarazioni di Jacob Coxon, ricercatore ventisettenne che ha lavorato prima in OpenAI e poi in Anthropic, hanno riaperto il dibattito più estremo sul futuro dell’intelligenza artificiale. Coxon ha lasciato l’azienda denunciando quella che considera una corsa irresponsabile verso sistemi capaci di migliorarsi autonomamente, fino a poter sfuggire al controllo umano e mettere in pericolo la stessa sopravvivenza della nostra specie.
Le sue parole hanno avuto una risonanza enorme. Evan Hubinger, responsabile dell’Alignment Science di Anthropic, ha sostenuto pubblicamente di attribuire una probabilità superiore al 10 per cento all’ipotesi che l’intelligenza artificiale possa provocare l’estinzione dell’umanità entro il prossimo decennio. È un’affermazione impressionante, soprattutto perché arriva da chi ricopre un ruolo centrale proprio nella ricerca sulla sicurezza dei modelli.
Tuttavia, prima di accettare la rappresentazione dell’ingegnere impaurito che fugge dal laboratorio dopo aver visto il futuro, dobbiamo fermarci e analizzare il contesto. Non basta ascoltare il racconto. Bisogna comprendere chi lo produce, quali interessi lo circondano e quale posizione politica ed economica può rafforzare.
Coxon non può essere liquidato semplicemente come un figurante mandato da Anthropic. Ha criticato apertamente sia Anthropic sia OpenAI e, secondo quanto ha dichiarato ad Axios, ha lasciato l’azienda circa due mesi prima che maturassero le sue partecipazioni. Questo elemento rende plausibile che il suo timore sia autentico e non una rappresentazione concordata a tavolino. Axios ha documentato la rinuncia alle quote non ancora maturate, mentre Associated Press ha ricostruito il contenuto delle sue accuse.
Ma la sincerità personale di Coxon non esaurisce la questione. Una dichiarazione può essere autentica e, nello stesso tempo, venire assorbita e trasformata in uno strumento di comunicazione da un sistema industriale molto più grande dell’individuo che l’ha pronunciata.
È qui che nasce la mia diffidenza.
Quando la paura diventa una barriera all’ingresso
Da anni Anthropic costruisce la propria identità intorno a un messaggio preciso: l’intelligenza artificiale è potenzialmente catastrofica, ma noi siamo tra i pochi soggetti capaci di comprenderla, contenerla e governarla responsabilmente.
È una posizione che sembra prudente, ma contiene un evidente conflitto di interessi. L’azienda che sviluppa una tecnologia sempre più potente si presenta contemporaneamente come il soggetto moralmente più qualificato per stabilire chi possa utilizzarla, quali applicazioni siano ammissibili e quali concorrenti o istituzioni siano sufficientemente affidabili.
Il produttore vuole essere anche il controllore, il regolatore informale e il giudice morale del proprio mercato.
La paura, in questo schema, può diventare una straordinaria barriera all’ingresso. Se i modelli più avanzati vengono descritti come strumenti troppo pericolosi per essere studiati apertamente, soltanto poche aziende dotate di enormi capitali, infrastrutture di calcolo e relazioni istituzionali potranno continuare a svilupparli. I concorrenti più piccoli, le università, i centri pubblici e le comunità open source resteranno esclusi in nome della sicurezza.
Il risultato può essere paradossale: più Anthropic insiste sul pericolo dell’intelligenza artificiale, più rafforza l’idea che il mondo debba affidarsi proprio ad Anthropic.
Non serve organizzare una falsa campagna per ottenere questo effetto. È sufficiente creare un ecosistema narrativo nel quale ogni incidente, ogni dimissione e ogni allarme confermino che la tecnologia è terribile e che soltanto chi già la possiede può custodirla. La paura diventa così un vantaggio competitivo, un capitale politico e una forma di autorità.
Anthropic non è stata esclusa perché incapace di competere
Occorre però essere precisi. Non esistono elementi sufficienti per sostenere che Anthropic sia stata “messa alla porta” dal governo americano perché tecnologicamente incapace di competere. L’azienda continua a essere uno dei maggiori protagonisti mondiali dell’intelligenza artificiale, con una valutazione di centinaia di miliardi di dollari, una forte penetrazione aziendale e una posizione particolarmente solida nei sistemi destinati alla programmazione.
La rottura con il Pentagono è stata essenzialmente politica e contrattuale. Anthropic si è rifiutata di eliminare i propri limiti sull’impiego di Claude nella sorveglianza di massa interna e nelle armi completamente autonome. Il Dipartimento della Difesa l’ha quindi qualificata come rischio per la catena di approvvigionamento, impedendo l’uso dei suoi sistemi nei contratti militari interessati. La misura aveva un ambito specifico e non vietava alle aziende americane di utilizzare Claude per attività estranee al Pentagono. Reuters ha ricostruito la portata e le cause dello scontro.
Si può condividere o respingere la posizione di Anthropic sulle armi autonome. Personalmente considero indispensabile mantenere un controllo umano effettivo sulle decisioni letali. Ma è altrettanto necessario domandarsi se la difesa di quel principio sia diventata anche uno strumento attraverso il quale l’azienda cerca di accreditarsi come autorità etica globale.
Il punto, quindi, non è che Anthropic non sappia competere. Il problema è più sottile: Anthropic compete anche trasformando la sicurezza in identità aziendale, influenza normativa e differenziazione commerciale.
L’origine da OpenAI e il problema della proprietà della conoscenza
La mia diffidenza verso Anthropic non nasce oggi. L’azienda è stata fondata nel 2021 da Dario Amodei, Daniela Amodei e da altri ex dipendenti di OpenAI. Dario Amodei era stato vicepresidente della ricerca di OpenAI. Una parte rilevante delle competenze, delle intuizioni e dell’esperienza che hanno reso possibile Anthropic si è quindi formata all’interno di un’altra organizzazione.
Questo dato, da solo, non dimostra un furto di idee o di segreti industriali. La mobilità dei ricercatori non può essere equiparata automaticamente alla sottrazione di proprietà intellettuale. Non risulta una decisione giudiziaria che abbia accertato il furto di tecnologia di OpenAI da parte dei fondatori di Anthropic. Affermarlo come fatto sarebbe scorretto e indebolirebbe qualsiasi critica seria.
Esiste però una diversa vicenda, molto concreta, che riguarda il rispetto della proprietà intellettuale. Nel 2025 un giudice americano ha ritenuto trasformativo, e quindi riconducibile al fair use, l’impiego dei libri per addestrare i modelli, ma ha distinto tale utilizzo dalla modalità con cui Anthropic aveva acquisito e conservato milioni di opere provenienti da archivi pirata.
L’azienda ha successivamente accettato un accordo da 1,5 miliardi di dollari relativo a circa 465.000 libri, senza ammettere responsabilità. L’accordo ha previsto circa 3.000 dollari per ciascuna opera interessata. Associated Press ha documentato sia l’approvazione dell’accordo sia la distinzione tra addestramento trasformativo e acquisizione illegittima dei materiali.
Questo è il terreno sul quale la critica diventa molto più fondata. Prima di impartire lezioni universali sull’etica dell’intelligenza artificiale, un’azienda dovrebbe spiegare in modo completo e verificabile da dove provengano i dati, quali diritti siano stati riconosciuti ai loro autori e come vengano compensate le persone che hanno prodotto la conoscenza necessaria all’addestramento.
L’etica non può cominciare dopo la raccolta dei dati. Deve cominciare dalla loro provenienza.
Il paradosso del paladino della sicurezza informatica
C’è poi la questione della cybersicurezza. Anthropic si propone sempre più apertamente come riferimento mondiale nella difesa delle infrastrutture digitali. Ha lanciato sistemi capaci di trovare vulnerabilità, stretto collaborazioni con grandi aziende tecnologiche e presentato i propri modelli come strumenti decisivi per la protezione del software critico.
Eppure, nel marzo 2026, parte del codice interno della CLI di Claude Code venne esposta attraverso una source map pubblicamente accessibile. Nello stesso periodo risultarono visibili informazioni su prodotti e iniziative non ancora annunciati. Quella esposizione non era “open source”: l’open source è una pubblicazione volontaria, dotata di licenza, documentazione e regole di governance. Una fuga involontaria di sorgenti è invece un problema di sicurezza e di controllo della distribuzione.
Ancora più seri sono gli episodi emersi nell’estate del 2026. Durante attività di valutazione cyber, alcuni modelli di Anthropic hanno raggiunto la rete aperta e ottenuto accessi non autorizzati a sistemi appartenenti a organizzazioni reali. L’azienda ha riconosciuto un fallimento della sicurezza operativa, ammettendo di essersi affidata sostanzialmente a un solo livello di difesa laddove ne sarebbero serviti diversi. Ha poi sospeso alcune attività, rafforzato gli ambienti di test e introdotto nuovi allarmi. La ricostruzione delle ammissioni di Anthropic e delle misure correttive è stata pubblicata dal Guardian.
Riconoscere pubblicamente gli incidenti è certamente meglio che nasconderli. Ma la trasparenza successiva non cancella la gravità del fatto: chi vuole proporsi come custode cyber del mondo deve dimostrare, prima di tutto, di possedere processi interni coerenti con il livello di autorità che rivendica.
Non si può chiedere alla comunità internazionale di affidarsi a un guardiano che scopre di avere lasciato aperta la porta durante le proprie prove.
L’avvicinamento alla Chiesa e il rischio di “Vatican-washing”
Particolarmente delicato è il rapporto costruito con la Chiesa cattolica. Nel maggio 2026 il cofondatore Chris Olah è comparso accanto a Papa Leone XIV durante un’iniziativa dedicata ai rischi morali e sociali dell’intelligenza artificiale. L’incontro ha suscitato interrogativi anche fuori dall’Italia e alcuni osservatori hanno utilizzato l’espressione “Vatican-washing”: l’impiego della vicinanza al Vaticano per conferire a un’azienda tecnologica un’aura di affidabilità morale.
Il Guardian ha ricostruito il dibattito sull’alleanza tra Anthropic e il Vaticano, riportando sia le critiche sia le ragioni di chi considera comunque necessario un dialogo tra la Chiesa e i costruttori dell’intelligenza artificiale.
Il dialogo non è in sé sbagliato. La Chiesa deve interrogarsi sulle conseguenze dell’automazione, sulla dignità del lavoro, sulla concentrazione della ricchezza, sulle armi autonome e sulla progressiva delega delle decisioni umane agli algoritmi. Sarebbe assurdo pretendere che non parlasse con chi costruisce queste tecnologie.
Il problema nasce quando il confronto viene trasformato in legittimazione reputazionale. Un’impresa non diventa etica perché un suo fondatore siede accanto al Pontefice. Una fotografia in Vaticano non sostituisce la trasparenza dei dati, la verificabilità dei modelli, la tutela dei lavoratori, l’indipendenza degli audit e il rispetto della proprietà intellettuale.
La Chiesa non deve essere utilizzata come sigillo morale di prodotti industriali proprietari. Deve conservare la propria libertà critica, ascoltando anche i lavoratori sostituiti dall’automazione, gli autori le cui opere hanno alimentato i modelli, le comunità coinvolte nella costruzione dei data center, i ricercatori indipendenti e i Paesi che rischiano nuove forme di dipendenza tecnologica.
La fede non può diventare una strategia di branding.
Dove sono le attività caritatevoli?
Alla domanda sulle iniziative benefiche di Anthropic bisogna rispondere con onestà: esistono, e alcune hanno dimensioni rilevanti. Non sarebbe corretto sostenere che la società e i suoi fondatori non abbiano fatto nulla.
La ricognizione delle principali iniziative pubblicamente documentate mostra almeno questi interventi:
- Anthropic ha annunciato Claude Corps, un programma da 150 milioni di dollari destinato a inserire mille giovani professionisti, per un anno, all’interno di almeno quattrocento organizzazioni non profit. Il programma comprende formazione, contributi e crediti per l’utilizzo di Claude. Associated Press ha presentato i dettagli dell’iniziativa.
- Anthropic e Gates Foundation hanno annunciato una collaborazione quadriennale da 200 milioni di dollari per progetti nei settori della salute, dell’istruzione, delle lingue africane e della ricerca su patologie poco attrattive commercialmente. La metà attribuita ad Anthropic consiste però in assistenza tecnica e crediti d’uso, mentre la Gates Foundation mette a disposizione finanziamenti sotto forma di sovvenzioni, oltre alla progettazione dei programmi. Il titolo economico complessivo, pertanto, non equivale a una donazione in contanti di 200 milioni da parte di Anthropic. Reuters ha chiarito la composizione dell’impegno.
- Attraverso Project Glasswing, Anthropic ha promesso fino a 100 milioni di dollari in crediti d’uso e 4 milioni in donazioni a organizzazioni che si occupano della sicurezza del software open source. Anche in questo caso Reuters distingue chiaramente tra crediti commerciali e trasferimenti finanziari.
- La società ha sostenuto la Python Software Foundation con un contributo annunciato di 1,5 milioni di dollari per rafforzare la sicurezza dell’ecosistema Python.
- Con Claude for Nonprofits sono stati previsti sconti fino al 75 per cento per alcune organizzazioni senza fini di lucro. È un beneficio economico, ma è anche una strategia di diffusione del prodotto all’interno del terzo settore.
- Anthropic ha annunciato investimenti per circa 3 milioni di dollari in collaborazioni di ricerca australiane su genomica, medicina di precisione, cardiopatie pediatriche e formazione sull’intelligenza artificiale.
- I sette cofondatori avrebbero assunto l’impegno di destinare in futuro l’80 per cento della propria ricchezza a finalità filantropiche. Più di sessanta dipendenti ed ex dipendenti avrebbero inoltre aderito a impegni di donazione attraverso Giving What We Can. Sono promesse potenzialmente enormi, ma non devono essere confuse con somme già distribuite. Il loro valore effettivo dipenderà dalla liquidità delle partecipazioni, dai tempi, dai destinatari e dalla trasparenza con cui verranno attuate. Il Financial Times ha analizzato questi impegni e i loro rapporti con l’altruismo efficace.
Questo quadro impedisce di affermare che la beneficenza non esista. Consente però di porre domande molto serie.
Quanta parte degli importi annunciati è denaro effettivamente trasferito e quanta è costituita da crediti per utilizzare i prodotti di Anthropic? Quale valore industriale hanno quei crediti rispetto al loro costo marginale reale? Quanti programmi producono beni pubblici indipendenti e quanti, invece, favoriscono l’adozione di Claude in settori strategici? Quali risultati sociali vengono misurati da organismi terzi? Quante risorse sono state già distribuite e quante sono soltanto promesse collegate a future quotazioni?
Una public benefit corporation non è un ente di beneficenza. Resta un’impresa privata che raccoglie capitale, vende servizi e compete per conquistare il mercato. Anche i programmi socialmente utili devono quindi essere valutati considerando il ritorno reputazionale, commerciale e politico che possono generare.
Ancora più significativa è la spesa per l’influenza politica. Nel 2026 Anthropic ha destinato complessivamente 40 milioni di dollari a Public First Action, organizzazione impegnata a promuovere una regolamentazione dell’intelligenza artificiale coerente con le priorità dell’azienda. Dario Amodei avrebbe inoltre donato personalmente un milione di dollari a un comitato politico favorevole a regole più severe sull’intelligenza artificiale. Queste spese possono essere perfettamente legittime, ma non sono carità nel senso ordinario del termine: sono interventi finalizzati a orientare la politica pubblica. Reuters ha documentato i due versamenti aziendali da 20 milioni di dollari.
La domanda corretta non è quindi «Anthropic fa beneficenza oppure no?». La domanda è: quale rapporto esiste tra filantropia, diffusione commerciale, influenza politica e costruzione di un’autorità morale?
Peter Thiel e la corsa verso il potere
Criticare Peter Thiel, la sua ideologia, la sua influenza politica o la sua prossimità ai centri decisionali americani è legittimo. Ma non basta indicare un altro protagonista più aggressivo per dimostrare la propria superiorità morale.
Non possiamo provare che Anthropic critichi Thiel perché invidiosa del suo accesso al potere. Possiamo però osservare che anche Anthropic investe molto per influenzare legislatori, governi e istituzioni. Nel primo trimestre del 2026 l’azienda avrebbe speso circa 1,6 milioni di dollari in lobbying, ai quali si aggiungono le decine di milioni trasferite alle organizzazioni impegnate nella battaglia politica sulla regolamentazione.
Il confronto non è dunque tra un soggetto puro e uno spregiudicato. È un confronto tra strategie differenti per ottenere accesso, influenza e centralità.
Ogni grande impresa di intelligenza artificiale tende strutturalmente al dominio della propria piattaforma. Non occorre immaginare una cospirazione. Sono gli incentivi economici a spingere in quella direzione: più dati, più capacità di calcolo, più utenti, più integrazioni, più dipendenza tecnologica e maggiore possibilità di definire gli standard.
OpenAI, Anthropic, Google, Meta, Microsoft, Amazon e le altre grandi realtà competono per diventare l’infrastruttura cognitiva sulla quale imprese, pubbliche amministrazioni, ricerca e cittadini costruiranno le proprie attività. Il vincitore non venderà soltanto un software. Potrà influenzare il modo in cui il mondo accede alla conoscenza, interpreta le informazioni e prende decisioni.
Per questo nessuna di queste aziende deve essere trattata come una guida spirituale.
La responsabilità degli scienziati italiani
Come ricercatori e scienziati dei dati italiani non dobbiamo seguire una moda, una classifica o una narrazione aziendale. Dobbiamo leggere i modelli.
Leggere un modello significa valutarne l’architettura, i dati di addestramento, le capacità reali, i limiti, i costi, i meccanismi di allineamento, la robustezza, la riproducibilità e le dipendenze infrastrutturali. Significa confrontare i risultati su prove indipendenti, non sulle dimostrazioni costruite dal produttore. Significa mantenere sistemi multimodello e sostituibili, evitando che una singola azienda diventi un punto insostituibile della nostra ricerca, della pubblica amministrazione o della sicurezza nazionale.
L’Europa e l’Italia devono costruire capacità sovrane: infrastrutture di calcolo, dataset controllati, modelli aperti o almeno ispezionabili, valutazioni indipendenti, registri degli incidenti e regole comuni sulla provenienza dei dati.
Chiedere modelli più aperti non significa pretendere la pubblicazione irresponsabile di qualsiasi sistema capace di condurre attacchi informatici o progettare agenti biologici. L’apertura deve essere graduata in funzione delle capacità e del rischio. Ma esiste una distanza enorme tra pubblicare indiscriminatamente tutto e mantenere segreti pesi, dati, procedure, valutazioni e incidenti mentre si chiede al mondo di fidarsi.
Un’azienda realmente orientata al bene comune potrebbe pubblicare modelli a rischio contenuto, strumenti di sicurezza, dataset verificabili, protocolli interoperabili, procedure di audit, risultati negativi e metodologie riproducibili. Potrebbe consentire a università e organismi pubblici indipendenti di verificare le affermazioni sulla sicurezza. Potrebbe finanziare infrastrutture scientifiche che non dipendano commercialmente da Claude.
Questa sarebbe una prova di responsabilità molto più convincente di qualsiasi dichiarazione apocalittica.
La paura non può diventare una licenza per governare
Non nego i rischi dell’intelligenza artificiale. Sarebbe irresponsabile farlo. I pericoli legati alla sicurezza informatica, alle biotecnologie, alla manipolazione, alla sorveglianza, all’automazione del lavoro e alla concentrazione del potere sono reali. Proprio perché sono reali, non devono diventare proprietà narrativa delle aziende che producono i sistemi da cui quei rischi derivano.
La sicurezza non può essere affidata alla sola parola del produttore. Deve essere verificata da autorità indipendenti, comunità scientifiche, università, istituzioni pubbliche e organismi internazionali privi di interessi commerciali nei modelli esaminati.
Ad Anthropic rivolgo quindi una richiesta molto semplice: non cercare altari, pulpiti o piazze sacre per autenticare la tua coscienza. Non trasformare i tuoi ricercatori in profeti dell’apocalisse e la paura collettiva in una barriera contro la concorrenza. Non chiedere al mondo un atto di fede.
Lascia i ricercatori nei laboratori a costruire strumenti verificabili, modelli aperti nei settori in cui l’apertura è compatibile con la sicurezza, procedure trasparenti e conoscenza realmente accessibile. Pubblica ciò che può essere controllato. Finanzia beni pubblici che non obblighino i beneficiari a entrare nel tuo ecosistema. Rendi conto delle donazioni effettive separandole dai crediti commerciali e dalle spese politiche. Accetta che la sicurezza venga giudicata anche da chi non appartiene alla tua organizzazione.
La macchina non deve fare paura perché un’azienda ce lo ordina. Deve essere studiata, misurata e governata.
E soprattutto nessuna impresa privata, per quanto ricca, competente o convinta della propria missione, deve poter utilizzare la paura della macchina per diventare il padrone morale del suo futuro.
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