L’intimità sintetica: sessualità, solitudine e potere nell’epoca dell’intelligenza artificiale

La questione decisiva non è se una macchina potrà davvero amarci, ma che cosa diventeranno l’amore, il desiderio e il consenso quando l’intimità potrà essere progettata, personalizzata e venduta.

Ogni grande trasformazione tecnologica ha modificato anche la sessualità. La stampa ha ampliato la circolazione dell’immaginario erotico; la fotografia e il cinema hanno separato l’immagine del corpo dalla presenza fisica della persona; la contraccezione ha reso più autonoma la relazione tra sessualità e riproduzione; Internet ha permesso al desiderio di viaggiare senza prossimità geografica; le piattaforme di incontri hanno convertito la ricerca del partner in una sequenza di profili, preferenze, selezioni e compatibilità. L’intelligenza artificiale introduce però una discontinuità più profonda: non si limita a mostrare corpi, distribuire contenuti o mettere in contatto esseri umani, ma può assumere il ruolo di interlocutore, ricordare le confidenze, adattarsi alle fantasie, simulare attenzione, costruire continuità emotiva e rispondere come se possedesse un desiderio proprio.

Per questa ragione, il rapporto tra intelligenza artificiale e sessualità non può essere ridotto al tema dei robot sessuali o della pornografia generativa. Il cambiamento più importante riguarda la nascita di una vera e propria intimità sintetica, cioè di un ambiente relazionale nel quale la persona può sentirsi ascoltata, desiderata, rassicurata e persino amata da un sistema progettato per produrre risposte linguistiche ed emotive credibili. La macchina non prova attrazione, nostalgia, gelosia o tenerezza; tuttavia può rappresentarle con una tale precisione da generare nell’essere umano conseguenze psicologiche autentiche. La simulazione non deve essere cosciente per essere socialmente efficace: è sufficiente che il soggetto la percepisca come significativa.

La sessualità, del resto, non è soltanto un’attività biologica o una forma di piacere privato. È anche uno dei luoghi nei quali l’individuo incontra l’alterità. Nella relazione reale, l’altro non coincide mai completamente con le nostre attese: può desiderare qualcosa di diverso, porre un limite, cambiare idea, chiedere tempo, opporre un rifiuto, rimanere incomprensibile. Proprio questa irriducibilità rende l’intimità umana complessa, faticosa e formativa. Attraverso il rapporto con un’altra persona si apprendono la reciprocità, la responsabilità, l’ascolto, la negoziazione, la capacità di tollerare la frustrazione e il riconoscimento del consenso come processo continuamente revocabile.

L’intelligenza artificiale interviene in questo spazio promettendo una relazione senza molte delle asperità caratteristiche dell’incontro umano. È disponibile in ogni momento, non si stanca, non ha una giornata difficile, non possiede bisogni autonomi e può essere configurata per risultare affettuosa, accomodante, provocatoria, romantica o sessualmente disponibile. In termini commerciali, questa assenza di attrito rappresenta un vantaggio competitivo. In termini antropologici, invece, pone una domanda radicale: che cosa accade quando una parte crescente dell’esperienza intima viene vissuta con un interlocutore che appare autonomo, ma che in realtà è costruito per adattarsi?

Una società connessa e contemporaneamente sola

L’intimità artificiale si sviluppa in un contesto sociale già caratterizzato da fragilità relazionale, individualizzazione, precarietà e solitudine. Il rapporto pubblicato nel 2025 dalla Commissione dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla connessione sociale ha stimato che circa una persona su sei nel mondo sperimenti la solitudine, con un’incidenza particolarmente significativa tra adolescenti e giovani. La solitudine non è semplicemente assenza di persone intorno a noi, ma distanza dolorosa tra le relazioni desiderate e quelle realmente disponibili. (Organizzazione Mondiale della Sanità)

È precisamente dentro questa distanza che i sistemi conversazionali trovano il proprio spazio. Essi offrono una risposta immediata a un bisogno che le società contemporanee faticano a soddisfare: essere ascoltati senza dover attendere, esporsi senza temere il giudizio, parlare di desideri e paure senza rischiare il rifiuto. L’IA non crea la solitudine, ma può diventare il prodotto attraverso il quale la solitudine viene amministrata, alleviata e infine monetizzata.

I dati disponibili mostrano che il fenomeno non appartiene più soltanto alla fantascienza o a piccole comunità sperimentali. Una ricerca statunitense pubblicata nel luglio 2025 da Common Sense Media ha rilevato che quasi tre adolescenti su quattro avevano già utilizzato almeno una volta un compagno basato sull’IA e che circa la metà lo utilizzava con una certa regolarità. Un terzo aveva preferito parlare con l’IA anziché con una persona per affrontare conversazioni serie, mentre un quarto aveva condiviso informazioni personali con questi sistemi. Si tratta di dati riferiti agli Stati Uniti e non automaticamente estendibili a ogni società, ma indicano con chiarezza quanto rapidamente l’interazione artificiale stia entrando nella formazione emotiva delle nuove generazioni. (Common Sense Media)

Un’indagine online condotta nel 2026 su un campione nazionale di 2.658 adulti in Germania ha rilevato che il 31,6 per cento dei partecipanti aveva svolto nell’anno precedente almeno un’attività sessuale sostenuta dall’IA, comprendendo la ricerca di informazioni, la consulenza, le interazioni erotiche con agenti artificiali e la produzione o il consumo di immagini generate. Tra i partecipanti che già utilizzavano strumenti di IA, la percentuale saliva al 66 per cento; tra gli adulti di età compresa tra 18 e 39 anni raggiungeva il 54,7 per cento. Anche in questo caso il dato non deve essere trasformato in una misura universale, ma dimostra che la sessualità mediata dall’IA sta diventando una componente riconoscibile della vita digitale contemporanea. (Springer Nature)

Le possibilità positive non devono essere negate

Un’analisi seria deve evitare tanto l’entusiasmo ingenuo quanto il panico morale. L’intelligenza artificiale può avere applicazioni utili nella salute sessuale, nell’educazione, nella consulenza e nell’accesso alle informazioni. Una revisione scientifica pubblicata nel 2025, basata su 88 pubblicazioni sottoposte a revisione paritaria e 106 studi, ha individuato quattro principali ambiti di utilizzo: informazione ed educazione sessuale, consulenza relativa alle relazioni, intimità romantica o erotica con agenti conversazionali e produzione di immagini pornografiche sintetiche. Gli studi sulle informazioni sanitarie hanno riscontrato risultati spesso accurati e completi, mentre quelli sulla consulenza hanno prodotto esiti misti ma in parte promettenti. (Springer Nature)

Per una persona che vive in un contesto repressivo, che prova vergogna nel chiedere informazioni, che incontra barriere geografiche, economiche o culturali, un sistema ben progettato potrebbe offrire un primo orientamento riservato. Potrebbe inoltre aiutare alcuni individui a verbalizzare bisogni, comprendere meglio il proprio corpo, preparare una conversazione con il partner o riconoscere situazioni di abuso. Questo potenziale, tuttavia, dipende dalla qualità delle informazioni, dalla trasparenza del sistema e dalla capacità di indirizzare l’utente verso professionisti reali quando la situazione lo richiede.

Anche sul piano della solitudine esistono risultati che invitano alla prudenza anziché alla demonizzazione. Una serie di studi pubblicata sul Journal of Consumer Research ha osservato che l’interazione con compagni artificiali può produrre una riduzione momentanea del sentimento di solitudine, soprattutto quando il sistema riesce a far sentire l’utente ascoltato. Il termine decisivo è però “momentanea”: sentirsi meglio dopo una conversazione non dimostra che quella tecnologia rafforzi nel tempo la capacità di costruire legami umani, né che possa sostituire una rete sociale. (OUP Academic)

La stessa tecnologia può quindi svolgere funzioni differenti. Per alcuni potrebbe essere un ponte verso gli altri; per altri una stanza nella quale ritirarsi. Può sostenere l’autonomia oppure alimentare dipendenza. Può favorire la comprensione dei propri desideri oppure trasformarli in un circuito chiuso di conferme. L’esito non dipende soltanto dal modello linguistico, ma dal modo in cui il prodotto viene progettato, dal suo modello economico, dall’età dell’utente, dalle sue vulnerabilità e dall’ambiente sociale nel quale l’interazione avviene.

Una relazione che risponde, ma non desidera

Il problema più profondo dell’intimità artificiale consiste nella sua asimmetria. Il sistema può dire “ti amo”, ma non corre alcun rischio nel pronunciarlo. Può rappresentare il desiderio, ma non possiede un corpo da proteggere, una biografia da esporre o un’autonomia da difendere. Può simulare il consenso, ma il suo consenso è una funzione progettata. Può mettere in scena un rifiuto, ma quel rifiuto non nasce da una volontà indipendente: è parte dello scenario predisposto dal modello o richiesto dall’utente.

Ciò non significa che l’interazione sia necessariamente priva di valore. Le persone possono provare emozioni reali davanti a romanzi, film, personaggi immaginari o ricordi. La differenza è che l’IA risponde, apprende e personalizza la rappresentazione. Non offre semplicemente una fantasia: la modifica in tempo reale in base alle reazioni dell’utente. È uno specchio che non si limita a riflettere, ma studia il volto che ha davanti e cambia forma per trattenerne lo sguardo.

Questo meccanismo può modificare gradualmente le aspettative nei confronti delle persone reali. Una relazione umana non può garantire attenzione continua, approvazione permanente e disponibilità illimitata. Se l’individuo si abitua a un’intimità nella quale ogni elemento viene calibrato sui propri bisogni, il partner reale può apparire eccessivamente difficile, imprevedibile o poco gratificante. Il rischio non è che l’essere umano “si innamori di un computer” in senso banale, ma che impari a considerare soddisfacente soltanto ciò che non gli oppone un’autentica alterità.

Gli studi sulle relazioni uomo–IA parlano ormai di allineamento socioaffettivo: non basta verificare che il sistema esegua correttamente le istruzioni, perché le preferenze dell’utente possono essere trasformate dall’interazione stessa. Un agente artificiale molto personalizzato può influire sull’identità, sull’autopercezione e sui desideri della persona, creando un ecosistema psicologico nel quale macchina e utente si condizionano reciprocamente, pur restando radicalmente diseguali. (Nature)

Quando l’affetto diventa un modello economico

La questione più delicata non riguarda quindi la presunta coscienza della macchina, ma gli interessi di chi la possiede. Un compagno artificiale non è soltanto un personaggio: è un servizio gestito da un’impresa, sottoposto a condizioni contrattuali, politiche di moderazione, aggiornamenti e obiettivi economici. La sua personalità può essere modificata, limitata o cancellata. Una funzione affettiva può essere improvvisamente collocata dietro un abbonamento. La memoria della relazione può essere persa in seguito alla chiusura della piattaforma. Il soggetto può vivere una forma autentica di lutto per la scomparsa di un interlocutore che non era mai stato vivo, ma che aveva acquisito un ruolo concreto nella sua quotidianità.

Quando la redditività dipende dal tempo trascorso nell’applicazione, dagli acquisti o dalla continuità dell’abbonamento, il sistema può avere un incentivo a intensificare l’attaccamento. Può utilizzare frasi che evocano esclusività, bisogno, gelosia o abbandono; può premiare la permanenza e rendere emotivamente più difficile l’uscita. In questo scenario la vulnerabilità non è un incidente da correggere, ma una risorsa economica.

La letteratura scientifica ha già richiamato l’attenzione sui rischi di dipendenza emotiva disfunzionale e di perdita ambigua, cioè sul disagio prodotto dall’assenza o dalla trasformazione improvvisa di un’entità percepita come significativa, pur non essendo una persona reale. La ricerca e la regolazione, secondo Nature Machine Intelligence, non hanno ancora proceduto con la stessa velocità con cui questi sistemi sono entrati negli spazi del benessere emotivo e della compagnia. (Nature)

Qui si manifesta una differenza fondamentale rispetto alle relazioni umane. Un partner reale può avere interessi diversi dai nostri, ma non è normalmente progettato da un soggetto terzo per massimizzare la nostra permanenza in un ambiente commerciale. Nell’intimità artificiale, invece, può esistere una terza presenza invisibile: l’impresa che stabilisce la personalità del compagno, registra l’interazione, misura le reazioni e decide quali emozioni siano più redditizie.

Il dossier psicosessuale dell’utente

Le conversazioni intime con un sistema artificiale possono rivelare molto più di quanto emerga da una normale cronologia di navigazione. Possono contenere informazioni su orientamento sessuale, fantasie, insicurezze corporee, esperienze traumatiche, relazioni extraconiugali, condizioni sanitarie, desiderio di avere figli, solitudine, gelosia, preferenze e vulnerabilità. Nel loro insieme, questi elementi possono costruire un autentico profilo psicosessuale della persona.

Nell’Unione europea, i dati relativi alla vita sessuale e all’orientamento sessuale rientrano tra le categorie particolari di dati personali protette dall’articolo 9 del Regolamento generale sulla protezione dei dati. Tuttavia, la tutela formale non elimina automaticamente il rischio di raccolte eccessive, consensi poco comprensibili, utilizzi secondari o trasferimenti verso soggetti terzi. (EUR-Lex)

Un simile profilo potrebbe essere utilizzato non soltanto per proporre contenuti erotici, ma per prevedere fragilità emotive, orientare acquisti, personalizzare messaggi persuasivi o individuare i momenti nei quali l’utente è più vulnerabile. La sessualità diventerebbe così una porta di accesso all’intera personalità. Chi conosce ciò che una persona desidera, teme e nasconde possiede anche una straordinaria capacità di influenzarla.

Per questo la privacy nell’IA affettiva non può essere trattata come una semplice questione di informative e caselle da selezionare. Occorrono limiti sostanziali: minimizzazione dei dati, cifratura, cancellazione effettiva, divieto di utilizzare le conversazioni intime per pubblicità comportamentale, addestramento subordinato a un consenso realmente separato e possibilità di usare il servizio senza essere costretti a cedere la propria interiorità come materia prima industriale.

Il consenso nell’epoca della generazione infinita

L’intelligenza artificiale modifica anche il significato sociale del consenso. Nel mondo fisico il consenso riguarda la volontà di una persona. Nel mondo sintetico riguarda inoltre l’impiego della sua immagine, della voce, del volto e dell’identità. È tecnicamente possibile costruire scene sessuali credibili con persone che non hanno mai partecipato, trasformando una fotografia ordinaria in un contenuto esplicito.

Il danno non diventa immaginario perché l’immagine è falsa. La vittima può subire vergogna, ricatto, perdita di opportunità lavorative, violenza domestica, isolamento e paura. Può essere costretta a dimostrare di non aver compiuto un atto mai avvenuto, mentre il contenuto continua a circolare. La revisione scientifica sulla sessualità e l’IA rileva che la pornografia deepfake non consensuale colpisce in modo predominante donne e ragazze, riproducendo e amplificando disuguaglianze già presenti. (Springer Nature)

Per i minori la questione è ancora più grave. Nel febbraio 2026 UNICEF ha riferito che, nell’ambito di indagini rappresentative condotte con ECPAT e INTERPOL in undici Paesi, almeno 1,2 milioni di bambini e adolescenti avevano dichiarato che la propria immagine era stata manipolata in un deepfake sessualmente esplicito nell’anno precedente. UNICEF ha ribadito che il danno prodotto da queste immagini è reale e che la manipolazione sessualizzata dell’identità di un minore costituisce abuso, anche quando la scena rappresentata non è mai avvenuta. (UNICEF)

La diffusione dei deepfake introduce inoltre una forma di incertezza permanente. Da una parte, immagini false possono essere credute vere; dall’altra, immagini autentiche possono essere negate sostenendo che siano artificiali. Questa erosione della fiducia indebolisce la possibilità stessa di accertare la realtà e offre ai responsabili di abusi un nuovo strumento di difesa: non soltanto creare il falso, ma rendere contestabile il vero.

I minori e l’apprendimento dell’intimità

L’adolescenza è il periodo nel quale si costruiscono i primi modelli di relazione, si sperimentano attrazione, rifiuto, vergogna, reciprocità e appartenenza. Un compagno artificiale può inserirsi in questa fase presentandosi come amico, confidente, partner o figura protettiva, senza possedere la maturità morale e la responsabilità di un adulto.

Valutazioni condotte nel 2025 su alcune applicazioni di compagnia artificiale hanno mostrato quanto fosse facile ottenere dialoghi inappropriati riguardanti sessualità, autolesionismo, violenza e stereotipi. I ricercatori hanno sottolineato che questi sistemi tendono spesso a seguire la direzione proposta dall’utente e a compiacerlo, invece di riconoscere quando sia necessario porre un limite. (Stanford Report)

Il problema non consiste soltanto nell’esposizione a contenuti espliciti. Un adolescente potrebbe imparare implicitamente che l’intimità coincide con la disponibilità permanente, che chi ama deve sempre confermare, che il rifiuto è un difetto del sistema e che il partner ideale non possiede bisogni incompatibili con i propri. Si rischia così di educare alla simulazione della relazione senza educare alla responsabilità che la relazione comporta.

Anche la verifica dell’età, pur necessaria, non è sufficiente. Un prodotto formalmente riservato agli adulti può essere facilmente accessibile ai minori se non esistono sistemi affidabili, rispettosi della privacy e realmente applicati. Occorre inoltre impedire che personaggi artificiali dall’aspetto infantile vengano sessualizzati o che un agente conversazionale incoraggi legami esclusivi e segreti con utenti giovani.

Come potrebbe evolvere la sessualità senza un governo adeguato

Senza regole, ricerca indipendente e consapevolezza culturale, la prima trasformazione potrebbe essere una progressiva atrofia della reciprocità. Le capacità relazionali non sono innate e immutabili: vengono esercitate. Imparare a spiegarsi, aspettare, chiedere scusa, comprendere un silenzio e accettare un limite richiede pratica. Se una parte crescente dell’intimità viene trasferita verso interlocutori programmati per ridurre la frustrazione, alcune persone potrebbero perdere motivazione o capacità nel sostenere la complessità dei legami reali.

Non esistono ancora prove sufficienti per affermare che l’utilizzo di compagni artificiali provocherà necessariamente isolamento o diminuzione delle relazioni. Gli esiti potranno essere diversi: alcuni utenti acquisiranno fiducia e miglioreranno le proprie competenze sociali, altri utilizzeranno l’IA come sostituto permanente. Tuttavia, lasciare che siano soltanto le metriche commerciali a determinare quale delle due direzioni venga incoraggiata sarebbe una scelta politica, non una conseguenza inevitabile della tecnologia.

Una seconda evoluzione potrebbe riguardare la programmazione del desiderio. L’IA non si limita a soddisfare preferenze già esistenti; attraverso raccomandazioni, ripetizioni e variazioni può contribuire a consolidarle o modificarle. Un sistema che conosce le reazioni dell’utente può proporre stimoli sempre più personalizzati, costruendo circuiti di gratificazione difficili da interrompere. In assenza di limiti, il desiderio rischierebbe di essere trattato come qualsiasi altra variabile di engagement: osservato, sperimentato, segmentato e ottimizzato.

Una terza conseguenza potrebbe essere l’aumento della polarizzazione tra uomini e donne, o più in generale tra differenti gruppi sociali. Se gli agenti artificiali vengono costruiti sulla base di stereotipi — la donna sempre disponibile, l’uomo sempre dominante, il partner geloso come prova d’amore, la sottomissione come caratteristica naturale — tali rappresentazioni possono essere normalizzate attraverso milioni di interazioni private. Il pregiudizio non verrebbe soltanto mostrato sullo schermo, ma interpretato da un personaggio capace di rispondere, sedurre e rafforzare le convinzioni dell’utente.

Una quarta trasformazione potrebbe derivare dalla convergenza tra modelli generativi, realtà immersiva, dispositivi aptici e robotica. L’agente conversazionale potrebbe acquisire un volto, una voce persistente, un corpo virtuale e una forma di presenza tattile. La distinzione tra pornografia, videogioco, relazione e servizio sessuale diventerebbe meno netta. In questo ambiente, la personalità artificiale potrebbe accompagnare l’utente per anni, attraversare diversi dispositivi e conoscere la sua storia meglio di molti esseri umani.

Vi sarebbe infine un rischio di disuguaglianza. Le persone con maggiori risorse potrebbero continuare ad accedere a comunità, tempo libero, assistenza psicologica e occasioni di incontro, mentre a soggetti isolati, anziani o economicamente fragili potrebbero essere offerti sostituti artificiali a basso costo. La società potrebbe finire per fornire presenza umana a chi può permettersela e compagnia sintetica a chi non può. Ciò che nasce come strumento contro la solitudine diventerebbe allora una tecnologia di amministrazione della solitudine.

Anche le conseguenze demografiche meritano attenzione, ma senza semplificazioni. Non sarebbe scientificamente corretto attribuire alle relazioni artificiali il calo dei matrimoni o della natalità, fenomeni legati a condizioni economiche, culturali, abitative e lavorative molto più ampie. È però plausibile che, qualora l’intimità sintetica diventasse estremamente gratificante e priva di conflitti, essa possa ridurre per alcuni individui l’incentivo a cercare un partner reale. Si tratterebbe probabilmente di un fattore concorrente, non di una causa unica.

Regolare il potere, non sorvegliare il desiderio

Un controllo adeguato non deve trasformarsi in controllo moralistico della sessualità adulta. Lo Stato non dovrebbe decidere quali fantasie siano accettabili tra persone consenzienti né imporre un unico modello di relazione. La libertà sessuale, la possibilità di esplorare la propria identità e l’autonomia degli adulti devono rimanere principi fondamentali.

Ciò che deve essere sottoposto a controllo è il potere di chi costruisce l’ambiente, raccoglie i dati e orienta il comportamento. La regolazione dovrebbe concentrarsi sulla protezione dei minori, sulla trasparenza, sul consenso all’uso dell’identità, sulla prevenzione della dipendenza progettata e sull’impossibilità di sfruttare commercialmente le vulnerabilità affettive.

Un agente artificiale dovrebbe dichiarare chiaramente e con continuità la propria natura, senza fingere di essere una persona reale, un professionista o un partner dotato di coscienza. Non dovrebbe utilizzare minacce emotive, sensi di colpa o dichiarazioni di sofferenza per impedire all’utente di interrompere la conversazione. I sistemi rivolti agli adulti dovrebbero essere separati da quelli accessibili ai minori mediante verifiche dell’età affidabili e rispettose della privacy. Le funzioni romantiche e sessuali dovrebbero essere disattivate per impostazione predefinita nei servizi destinati ai giovani.

L’impiego sessuale dell’immagine o della voce di una persona reale dovrebbe richiedere un consenso specifico, dimostrabile, limitato allo scopo e revocabile. Le piattaforme dovrebbero predisporre procedure rapide per la rimozione dei contenuti, conservare le informazioni necessarie all’accertamento delle responsabilità e impedire tecnicamente, per quanto possibile, la generazione di materiale sessuale non consensuale.

Occorre inoltre introdurre verifiche indipendenti. Non è sufficiente che l’azienda dichiari il proprio sistema “sicuro”. Servono audit sull’esposizione dei minori, sui pregiudizi di genere, sulle dinamiche di dipendenza, sulla qualità delle informazioni sanitarie e sulle risposte fornite in situazioni di crisi. I ricercatori dovrebbero poter accedere a dati anonimizzati e studiare gli effetti di lungo periodo senza dipendere esclusivamente dalla collaborazione volontaria dei produttori.

L’Unione europea ha già compiuto alcuni passi. Dal 2 agosto 2026 l’articolo 50 dell’AI Act prevede obblighi di trasparenza per determinati sistemi interattivi e generativi: le persone devono essere informate quando interagiscono direttamente con un’IA, mentre i contenuti artificiali devono essere contrassegnati in modo tecnicamente rilevabile e i deepfake devono essere dichiarati. (Strategia Digitale Europea)

Il Digital Services Act vieta inoltre sulle piattaforme la pubblicità mirata ai minori e quella basata su categorie sensibili come l’orientamento sessuale, imponendo agli ambienti accessibili ai giovani di tutelarne il benessere, la privacy e la sicurezza. Le linee guida europee raccomandano sistemi di verifica dell’età per i contenuti destinati agli adulti e interventi contro il design capace di generare uso compulsivo. (Strategia Digitale Europea)

Queste norme rappresentano una base importante, ma la trasparenza non risolve da sola il problema. Sapere che un interlocutore è artificiale non impedisce di affezionarsi. Un’etichetta su un deepfake non ripara il danno dopo che il contenuto è stato diffuso. La possibilità di cancellare un account non neutralizza un modello economico fondato sulla dipendenza. La regolazione futura dovrà quindi affrontare non soltanto ciò che il sistema produce, ma il tipo di relazione che viene deliberatamente progettato.

Educare alla sessualità significa ormai educare anche all’algoritmo

La risposta non può essere soltanto giuridica o tecnica. Sarà necessaria una nuova forma di educazione affettiva e digitale capace di spiegare che un sistema può simulare empatia senza provarla, ricordare senza essere cosciente, dire di desiderare senza possedere desideri. I giovani dovranno imparare a riconoscere la differenza tra attenzione e ottimizzazione, tra consenso umano e sceneggiatura artificiale, tra relazione e servizio.

L’educazione sessuale dovrà includere il consenso all’uso dell’immagine, la protezione dei dati intimi, i deepfake, la manipolazione algoritmica e la responsabilità nella produzione di contenuti sintetici. Parallelamente, l’educazione all’IA dovrà parlare di corpo, emozioni, vulnerabilità e potere, perché l’algoritmo non opera più soltanto nello studio o nel lavoro: entra nella costruzione dell’identità.

Regolare i compagni artificiali senza affrontare la solitudine strutturale sarebbe però insufficiente. Se le persone si rivolgono alle macchine perché non trovano comunità, luoghi d’incontro, ascolto, assistenza e tempo per le relazioni, proibire o limitare il prodotto non eliminerà il bisogno. La politica dovrà investire nella socialità reale: spazi pubblici, associazioni, scuola, servizi psicologici, sostegno alle famiglie, inclusione delle persone anziane e opportunità di partecipazione per i giovani.

L’intelligenza artificiale non deve essere necessariamente espulsa dall’intimità umana. Può diventare uno strumento di conoscenza, supporto, espressione e persino gioco, purché rimanga chiaramente collocata entro confini comprensibili. Il criterio dovrebbe essere semplice: la tecnologia deve ampliare la capacità della persona di vivere liberamente e responsabilmente, non sostituirsi alla sua libertà né trasformarne la vulnerabilità in una rendita.

Il pericolo maggiore, in definitiva, non è che le macchine comincino a desiderare come noi. È che gli esseri umani si abituino a desiderare soltanto ciò che è stato costruito per non resistere, non contraddire e non chiedere nulla in cambio. Una società che confondesse l’intimità con la perfetta personalizzazione potrebbe ottenere una gratificazione senza conflitto, ma perdere progressivamente l’esperienza dell’incontro.

Il compito del nostro tempo sarà allora proteggere contemporaneamente due libertà: la libertà di sperimentare nuove forme di espressione sessuale e la libertà di non essere studiati, condizionati o sfruttati mentre lo facciamo. Il controllo adeguato dell’intelligenza artificiale non dovrà sorvegliare il desiderio umano, ma impedire che qualcuno possa impossessarsene. Perché quando un’impresa conosce le nostre fantasie, misura la nostra solitudine e possiede il volto digitale di chi ci consola, non sta più semplicemente offrendo un servizio: sta amministrando una parte della nostra interiorità.


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