Corpi in vetrina, potere in scena: il prezzo delle scorciatoie nell’era digitale

Di Redazione

Nell’era digitale la connessione non si limita più a mettere in rapporto le persone: ordina i desideri, stabilisce ciò che merita attenzione e trasforma quella stessa attenzione in denaro, influenza e reputazione. È in questo spazio che due fenomeni solo apparentemente lontani finiscono per assomigliarsi: la monetizzazione dell’intimità sessualizzata attraverso piattaforme come OnlyFans e la spettacolarizzazione della prossimità personale al potere politico. Nel primo caso si vende l’accesso al corpo, all’immagine o a una simulazione di intimità; nel secondo si rende spendibile l’accesso a una persona potente, ai luoghi istituzionali, alle fotografie riservate, alle confidenze, ai viaggi e alla promessa, reale o soltanto esibita, di un ruolo pubblico. In entrambi i casi viene trasmesso un messaggio molto semplice e altrettanto pericoloso: per avanzare nella società non sarebbe necessario costruire lentamente competenza, credibilità e autonomia, perché potrebbe bastare rendersi desiderabili, visibili o funzionali alla narrazione di qualcuno più potente.

Il primo errore da evitare consiste nel confondere la frequenza con cui questi modelli appaiono nei media con la loro effettiva rappresentatività sociale. Le figure che dominano i feed, le trasmissioni televisive e le pagine di cronaca non costituiscono il ritratto delle donne italiane: costituiscono un prodotto ad alta redditività narrativa. La realtà ordinaria è molto diversa e assai meno rumorosa. Nel 2025 le donne hanno rappresentato il 59,6 per cento delle persone laureate censite da AlmaLaurea; l’Istat rileva inoltre che, per le donne, il tasso di occupazione delle laureate è di 18,5 punti percentuali superiore a quello delle diplomate e che il divario occupazionale rispetto agli uomini si riduce sensibilmente al crescere del livello di istruzione. Questi dati descrivono un universo femminile fatto di studio, professioni, impresa, ricerca, sanità, scuola, amministrazione, lavoro tecnico, responsabilità familiare e impegno civile, che riceve però una visibilità molto inferiore rispetto alla storia eccezionale, scandalosa o sessualizzata. (AlmaLaurea)

La ragione è strutturale. Il sistema dell’attenzione non premia ciò che è più rappresentativo, utile o meritevole, ma ciò che riesce a interrompere lo scorrimento dello schermo. Un percorso di dieci anni che conduce una giovane donna a diventare ingegnera, medico, magistrata, ricercatrice, tecnica informatica o imprenditrice non possiede la stessa immediatezza visiva della fotografia provocatoria, del guadagno apparentemente ottenuto in poche settimane o della confidenza pubblicata con un personaggio politico. La competenza ha tempi lunghi, richiede spiegazioni e non produce necessariamente scandalo; la sessualità, il conflitto, il denaro improvviso e l’intimità del potere si comprendono invece in pochi secondi. Gli algoritmi non si chiedono quale comportamento possa contribuire alla maturazione di una ragazza: misurano la probabilità che quel contenuto venga aperto, commentato, condiviso o contestato.

Si determina così una grave distorsione percettiva. La giovane che osserva migliaia di contenuti non vede la distribuzione reale dei risultati, ma soltanto i casi selezionati dal successo o dallo scandalo. Vede la creatrice che dichiara entrate enormi, non le migliaia di persone che guadagnano poco, abbandonano il progetto o devono aumentare continuamente il livello di esposizione per conservare gli abbonati. Vede la donna fotografata nei corridoi del potere, non le centinaia di funzionarie, consulenti, ricercatrici e dirigenti che hanno costruito il proprio ruolo attraverso concorsi, pubblicazioni, studio ed esperienza. È il cosiddetto errore del sopravvissuto: si giudica un percorso osservando soltanto chi è emerso, mentre restano invisibili tutti coloro che hanno sostenuto i medesimi rischi senza ottenere il medesimo risultato.

Il fenomeno delle piattaforme a contenuto erotico deve essere affrontato senza ipocrisie e senza trasformare le donne che vi lavorano in colpevoli. Alcune persone adulte vi entrano consapevolmente, vi trovano una fonte di reddito e possono percepire un maggiore controllo rispetto ad altre forme di lavoro sessuale. Negare questa realtà significherebbe sostituire l’analisi con il moralismo. Il problema sociologico, tuttavia, non è la nudità in sé e neppure la libertà individuale di un adulto: è la trasformazione di una possibilità personale in una promessa collettiva di mobilità sociale, rivolta soprattutto a ragazze molto giovani, economicamente fragili o prive di alternative credibili. Una scelta compiuta disponendo di molte opportunità non è sociologicamente equivalente a una decisione assunta sotto la pressione di debiti, precarietà, disoccupazione, solitudine, bisogno di approvazione o assenza di prospettive.

La narrazione pubblicitaria tende a rappresentare questo lavoro come semplice, domestico e quasi privo di costi: si apre un profilo, si pubblicano alcune immagini e si ottiene rapidamente un reddito elevato. Uno studio del 2025 sulla promozione delle piattaforme erotiche nei social osserva invece che OnlyFans non rende disponibili statistiche ufficiali complete sui guadagni dei creator e richiama stime medie comprese tra 150 e 200 dollari mensili, assai lontane dalla rappresentazione del guadagno facile. La stessa ricerca rileva una dinamica particolarmente delicata: per aumentare significativamente i ricavi può emergere una pressione progressiva a mostrare di più, a rendere l’interazione più intima o a superare limiti inizialmente considerati invalicabili. Non si tratta necessariamente di una costrizione diretta, ma di una pressione economica costruita dalle aspettative del pubblico e dalla concorrenza tra creator. (Springer Nature)

La sproporzione tra il potere della piattaforma e quello della singola persona è evidente. Nel 2024 OnlyFans contava circa 4,6 milioni di account creator e tratteneva il 20 per cento delle somme distribuite. Questo significa che la giovane non entra in uno spazio vuoto nel quale basta presentarsi per ottenere attenzione, ma in un mercato affollato, governato da regole, sistemi di pagamento, politiche di moderazione e meccanismi di visibilità che non controlla. Il profilo può essere limitato, segnalato, copiato o reso economicamente irrilevante da un cambiamento delle condizioni della piattaforma. Il capitale accumulato non coincide necessariamente con una competenza trasferibile: può dipendere dal mantenimento di una determinata immagine, dalla disponibilità del pubblico a pagare e dalla capacità di produrre continuamente novità. (The Guardian)

È qui che il presunto controllo sulla propria immagine mostra i suoi limiti. Una fotografia collocata dietro un abbonamento non cessa di essere tecnicamente riproducibile. Può essere registrata, fotografata, ricompressa, pubblicata in gruppi privati, associata al nome reale o impiegata per ricatti. Nel 2025 la Cassazione ha stabilito che la diffusione senza consenso di contenuti sessualmente espliciti provenienti da OnlyFans può rientrare nella fattispecie della diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti: il pagamento dà al destinatario il diritto di vedere il contenuto, non quello di redistribuirlo. Il principio è fondamentale perché conferma che il consenso alla pubblicazione in uno spazio circoscritto non equivale al consenso alla circolazione illimitata. (Corriere Roma)

La cronaca mostra inoltre che il rischio non è soltanto astratto. Nel dicembre 2025 il Resto del Carlino ha raccontato l’arresto di un giovane accusato di aver compromesso o fatto rimuovere profili social collegati a creator di OnlyFans, chiedendo poi denaro e altre prestazioni digitali per ripristinarli. Nel maggio 2026 la Repubblica ha riferito anche della messa in vendita di un presunto archivio costruito non attraverso una violazione diretta di OnlyFans, ma incrociando profili pubblici della piattaforma con dati sottratti in precedenti attacchi ad altri servizi. Quest’ultimo episodio è particolarmente istruttivo: la vulnerabilità non dipende soltanto da ciò che una piattaforma conserva, ma dalla possibilità di collegare frammenti dispersi della stessa identità digitale, ricostruendo nomi, profili social, indirizzi e contatti. (Il Resto del Carlino)

Quando si afferma che certe scelte possono essere pagate nel corso della vita, occorre però spiegare bene da dove provenga quel prezzo. Non si tratta di un debito morale e non sarebbe accettabile sostenere che una donna meriti molestie, discriminazioni o umiliazioni perché ha pubblicato immagini intime. La responsabilità di una diffusione illecita appartiene a chi viola il consenso; quella del ricatto appartiene al ricattatore; quella della discriminazione appartiene a chi discrimina. Il costo nasce dalla combinazione tra permanenza digitale, perdita di controllo, doppio standard sessuale, riconoscibilità, pregiudizio professionale e fragilità economica. Una donna viene spesso giudicata più duramente di un uomo per il medesimo comportamento e può trovarsi costretta a spiegare per anni una decisione assunta in un momento di difficoltà. La società prima incoraggia l’esposizione, la remunera e la trasforma in spettacolo; successivamente può punire la stessa persona per essersi conformata al modello che le era stato presentato come emancipatorio.

Il rischio riguarda anche chi non entra direttamente in queste piattaforme. L’esposizione continua a immagini sessualizzate può contribuire a modificare il modo in cui le adolescenti interpretano il proprio corpo, il successo e il valore personale. La ricerca psicologica ha documentato collegamenti tra la visione di immagini sessualizzate sui social, l’auto-oggettivazione, il confronto corporeo e l’insoddisfazione per il proprio aspetto; altri studi hanno esaminato come le adolescenti percepiscano l’impatto di tali immagini sul benessere mentale. Questo non significa che ogni ragazza esposta a un contenuto svilupperà automaticamente un disagio, ma che la ripetizione sistematica può rendere normale l’idea secondo cui il corpo femminile debba essere costantemente osservabile, valutabile e convertibile in attenzione. (PubMed)

Il risultato più profondo non è quindi soltanto la sessualizzazione, ma la riduzione delle possibilità identitarie. La ragazza non è più invitata a domandarsi che cosa sappia fare, quale problema possa risolvere, quale sapere possa acquisire o quale servizio possa rendere alla comunità. È indotta a chiedersi come appare, quanto coinvolgimento produce e quale parte di sé debba rendere accessibile per non scomparire. La validazione viene esternalizzata: il proprio valore dipende dai numeri, dai messaggi ricevuti, dagli abbonamenti e dal desiderio altrui. Anche quando il guadagno è reale, il centro di valutazione rimane fuori dalla persona.

La spettacolarizzazione delle cosiddette “arrampicatrici sociali” in ambito politico presenta una struttura analoga, sebbene la merce simbolica non sia soltanto il corpo ma la prossimità al potere. La relazione personale, la fotografia accanto a un ministro, l’ingresso in un palazzo istituzionale, la partecipazione a una missione o l’uso di una qualifica ambigua possono trasformarsi in strumenti di costruzione della reputazione. L’accesso viene mostrato come se fosse già competenza; la vicinanza viene convertita in autorevolezza; il rapporto privato diventa una credenziale sostitutiva. In questo modo il confine tra influenza sociale e funzione pubblica si indebolisce.

Il problema non è l’esistenza di relazioni sentimentali o personali tra adulti, che appartengono alla loro libertà privata. La questione nasce quando la relazione sembra aprire porte istituzionali, generare promesse di incarico, consentire l’accesso a informazioni, viaggi o sedi che dovrebbero essere regolati da procedure trasparenti. In quel momento non siamo più davanti a un semplice fatto privato, ma a un problema di amministrazione, responsabilità politica e credibilità delle istituzioni. Il danno maggiore non consiste nello scandalo sessuale, bensì nel sospetto che il capitale relazionale possa sostituire il capitale professionale.

Il caso Sangiuliano-Boccia del 2024, indipendentemente dalle valutazioni personali e dagli sviluppi giudiziari, è utile proprio per comprendere questa trasformazione comunicativa. La vicenda divenne pubblica a partire da un post su Instagram nel quale veniva annunciato un incarico di consigliera per i grandi eventi, seguito dalla smentita del Ministero della Cultura. Da quel momento fotografie, documenti, interviste, dichiarazioni televisive e contenuti social trasformarono una questione relativa a ruoli e accessi istituzionali in una narrazione seriale. La filosofa politica Giorgia Serughetti, intervistata dall’ANSA, sottolineò come la gestione diretta della propria versione attraverso i social avesse prodotto un effetto particolarmente rapido, senza la mediazione tradizionale di partiti, giornali o apparati. Citare questo caso non significa attribuire a una persona l’etichetta di “arrampicatrice”, ma osservare come oggi una relazione con il potere possa essere raccontata, documentata e trasformata in leva politica in tempo reale. (ANSA.it)

Una ricerca pubblicata nel 2024 dalla rivista italiana di sociologia “SocietàMutamentoPolitica” ha descritto proprio la crescente contaminazione tra la figura del politico-influencer e quella dell’influencer-politico. La perdita della distanza tra pubblico e privato trasforma l’intimità in contenuto, il cittadino in spettatore e la politica in rappresentazione personalizzata. Quando la piazza digitale diventa un mercato dell’attenzione, persino l’immagine dell’istituzione può essere utilizzata per rafforzare un marchio personale. Il politico non comunica più soltanto decisioni e programmi, ma mette in scena sé stesso; chi gli è vicino può a sua volta usare quella vicinanza come certificato di rilevanza.

Sarebbe tuttavia sociologicamente insufficiente, oltre che ingiusto, concentrare tutta la responsabilità sulla donna definita “arrampicatrice sociale”. Se una persona priva delle necessarie qualifiche riceve accessi, promesse o opportunità da un uomo investito di potere pubblico, la responsabilità primaria riguarda anche chi dispone di quel potere e il modo in cui lo esercita. L’archetipo dell’arrampicatrice non nasce nel vuoto: viene prodotto da sistemi di cooptazione opachi, vanità maschili, reti informali, debolezza dei controlli e disponibilità dei media a trasformare tutto in feuilleton. Colpevolizzare esclusivamente la donna può diventare un modo per lasciare sullo sfondo il comportamento dell’uomo potente e la permeabilità dell’istituzione.

Esiste, inoltre, un evidente doppio standard. L’uomo che frequenta una donna più giovane o le promette opportunità può essere descritto come ingenuo, sedotto o vittima della propria debolezza; la donna viene invece facilmente ridotta a manipolatrice, amante o opportunista. Questa asimmetria non deve impedire di criticare comportamenti opportunistici quando siano provati, ma impone di applicare lo stesso criterio morale e istituzionale a entrambi. L’uomo che utilizza una posizione pubblica per ottenere attenzione personale partecipa allo stesso scambio simbolico della donna che utilizza quella relazione per ottenere visibilità. Anzi, dispone normalmente di un potere contrattuale, economico e istituzionale assai maggiore.

La spettacolarizzazione produce un effetto educativo negativo non soltanto sulle ragazze, ma anche sui ragazzi. Alle prime comunica che la prossimità sentimentale a un uomo influente può essere un percorso di accesso; ai secondi insegna che il potere può essere convertito in disponibilità, ammirazione e relazioni asimmetriche. In entrambi i casi vengono indeboliti i principi di parità, responsabilità e selezione per competenza. La democrazia perde credibilità quando un titolo esibito sui social sembra valere quanto una procedura, e la formazione perde attrattiva quando una fotografia nel luogo giusto appare più efficace di anni di studio.

Questi modelli diventano particolarmente seducenti quando incontrano una condizione reale di disagio. Non si può chiedere alle giovani di ignorare le scorciatoie senza riconoscere la durezza del percorso ordinario. Nel 2025 il tasso di occupazione delle donne italiane tra i 25 e i 64 anni risultava pari al 60,8 per cento, contro l’80,9 per cento degli uomini. L’Istat ha inoltre rilevato che, tra le giovani donne residenti nel Mezzogiorno, lavorava poco più di una su quattro, con valori ancora più bassi tra quelle meno istruite. In un contesto nel quale il lavoro è scarso, i salari sono modesti, gli affitti elevati e le reti familiari determinano ancora molte opportunità, la promessa di un reddito immediato o di un accesso personale al potere può apparire razionale, soprattutto a chi non vede davanti a sé altre porte aperte. (ISTAT)

Per questa ragione non basta predicare il merito. Il merito privo di accesso alle opportunità rischia di diventare una formula usata dai privilegiati per giudicare chi parte da condizioni svantaggiate. Dire a una ragazza in difficoltà di “studiare e impegnarsi” ha senso soltanto se le vengono offerti tempo, strumenti, orientamento, sostegno economico, connessione, dispositivi, trasporti, sicurezza personale e possibilità reali di svolgere esperienze professionali. L’alternativa alla webcam non può essere una lezione sulla modestia; deve essere un percorso credibile verso l’autonomia.

Quando viene sostenuto da istituzioni serie, l’investimento nell’istruzione e nelle nuove tecnologie presenta però una differenza fondamentale rispetto alla vendita dell’intimità o alla ricerca di protezione personale: produce un capitale che tende ad accumularsi e a diventare trasferibile. Una competenza in intelligenza artificiale, analisi dei dati, cybersicurezza, sviluppo software, progettazione digitale, sanità connessa, comunicazione tecnologica, sistemi geografici, automazione, robotica o gestione di progetti non dipende necessariamente dall’approvazione di un singolo pubblico o dalla benevolenza di un uomo potente. Può essere dimostrata attraverso lavori, certificazioni, prototipi, portfolio, risultati e capacità di risolvere problemi.

I dati non garantiscono automaticamente il successo, ma mostrano una direzione concreta. Nel 2025 il tasso di occupazione delle persone con titolo terziario raggiungeva l’85,3 per cento; tra i laureati dell’area scientifica e tecnologica era pari all’86,5 per cento e arrivava al 90 per cento nell’area medico-sanitaria e farmaceutica. AlmaLaurea ha rilevato che le donne sono ormai la maggioranza dei laureati, ma rappresentano soltanto il 40,5 per cento delle persone laureate nelle discipline STEM e restano fortemente minoritarie nell’informatica, nelle tecnologie ICT e nell’ingegneria dell’informazione. Questa distanza non descrive un’incapacità femminile: indica uno spazio di crescita ancora largamente disponibile. (ISTAT)

La formazione tecnologica non richiede necessariamente che tutte diventino programmatrici. Il mondo digitale comprende progettazione dell’esperienza utente, gestione di dati, verifica delle fonti, etica dell’intelligenza artificiale, amministrazione di reti, sicurezza, gestione di piattaforme, comunicazione scientifica, produzione audiovisiva, marketing digitale, applicazioni per la salute, tecnologie educative e imprenditorialità. Una giovane può partire da un corso breve, costruire un progetto, partecipare a un laboratorio, affiancare un’impresa, ottenere una microcredenziale e proseguire gradualmente. La differenza decisiva è che ogni passaggio lascia qualcosa che rimane: una capacità, un’opera realizzata, una relazione professionale, una referenza, una maggiore forza contrattuale.

La Commissione europea, nel rapporto 2026 sul Decennio digitale relativo all’Italia, ha raccomandato di rafforzare sia la disponibilità di specialisti ICT sia le competenze digitali di base. Non è una richiesta astratta: significa che il sistema economico italiano necessita di persone capaci di comprendere e governare la trasformazione tecnologica. In Italia esistono già iniziative come “Donne in Digitale” e “Digit@Donna”, promosse attraverso il sistema camerale, che offrono percorsi gratuiti per consolidare competenze digitali e sviluppare idee imprenditoriali. Sono esempi ancora insufficienti rispetto alla dimensione del problema, ma mostrano come la connessione possa essere trasformata da strumento di esposizione in infrastruttura di apprendimento. (Strategia Digitale Europea)

Il valore di questo percorso non è soltanto economico. Imparare una tecnologia significa modificare la percezione di sé: non essere più soltanto osservata, ma diventare capace di osservare, comprendere, progettare e costruire. La soddisfazione deriva dal riconoscersi autrice di un risultato che prima non esisteva, dal risolvere un problema concreto, dal collaborare con persone che valutano ciò che si sa fare e non soltanto ciò che si rappresenta. È una forma di emancipazione meno immediata, ma più resistente, perché sposta il centro della validazione dall’esterno all’interno della persona.

Naturalmente non bisogna sostituire un’illusione con un’altra. Il settore tecnologico non è immune da discriminazioni, precarietà o divari retributivi. L’Istat rileva ancora uno svantaggio occupazionale femminile anche nelle discipline STEM, mentre AlmaLaurea segnala che le donne, pur avendo carriere universitarie mediamente migliori, continuano a essere meno valorizzate nel mercato del lavoro. La formazione aumenta le possibilità, ma non cancella automaticamente le disuguaglianze. Per questo il merito deve essere accompagnato da procedure trasparenti, tirocini retribuiti, selezioni verificabili, tutela della maternità, servizi per l’infanzia, contrasto alle discriminazioni e accesso alle reti professionali. (ISTAT)

La risposta culturale deve iniziare molto prima dell’ingresso nel lavoro. A scuola occorre insegnare che cosa fanno gli algoritmi, come vengono distribuiti i guadagni nelle piattaforme, quale differenza esiste tra fatturato e reddito netto, come funziona il consenso digitale, quanto sia difficile cancellare definitivamente un contenuto e quali responsabilità fiscali, contrattuali e legali accompagnino qualsiasi attività online. L’educazione digitale non può limitarsi all’uso degli strumenti: deve comprendere la capacità di riconoscere la manipolazione dell’attenzione, la falsa promessa del successo immediato e il valore commerciale attribuito alle insicurezze personali.

Anche l’orientamento deve cambiare. Non è sufficiente presentare alle ragazze una successione di corsi universitari; occorre far loro incontrare donne che progettano sistemi, dirigono laboratori, lavorano nella cybersicurezza, sviluppano applicazioni sanitarie, amministrano enti, costruiscono imprese e partecipano alla vita politica attraverso una preparazione reale. Il modello diventa credibile quando è visibile e vicino. Una giovane proveniente da un contesto difficile deve poter vedere non soltanto il risultato finale, ma anche le tappe, gli errori, le borse di studio, i lavori temporanei e le persone che hanno sostenuto quel percorso.

I media hanno una responsabilità altrettanto rilevante. Quando raccontano la creator che dichiara guadagni eccezionali, dovrebbero spiegare anche quante persone competono nello stesso mercato, quali siano i costi, i rischi e la distribuzione effettiva dei ricavi. Quando affrontano una vicenda politico-sentimentale, dovrebbero concentrarsi sulle procedure, sugli accessi, sugli incarichi e sull’eventuale uso del potere, invece di ridurre tutto all’abbigliamento, all’aspetto o alla moralità della donna coinvolta. Contestualizzare non significa censurare, ma impedire che l’eccezione venga venduta come regola e che lo scandalo diventi orientamento professionale.

Le ragazze che hanno già intrapreso un’attività di esposizione digitale non devono essere abbandonate o umiliate. Hanno bisogno di tutela legale, sicurezza informatica, supporto psicologico, educazione finanziaria e possibilità di trasferire le competenze acquisite verso altri settori. Molte creator sviluppano capacità di comunicazione, produzione audiovisiva, gestione del pubblico, negoziazione e marketing che possono essere riconvertite. La società responsabile non divide le donne tra rispettabili e irrecuperabili: protegge la dignità di tutte e amplia concretamente le possibilità di uscita da una condizione divenuta insostenibile.

Allo stesso modo, una donna coinvolta in una relazione con un uomo politico non perde il diritto alla dignità e alla tutela. Ciò non impedisce di valutare con severità qualsiasi tentativo di ottenere vantaggi impropri, ma il giudizio deve riguardare fatti documentati e responsabilità reciproche, non uno stereotipo sessista. La questione pubblica non è stabilire se una donna sia sufficientemente virtuosa, bensì verificare se una funzione, una risorsa o un’informazione istituzionale siano state gestite secondo legge, competenza e trasparenza.

Una società libera deve proteggere le scelte consensuali degli adulti, ma è anche legittimata a interrogarsi sui modelli che presenta ai minori e alle persone vulnerabili. Difendere la libertà di una donna di monetizzare la propria immagine non obbliga a descrivere quella scelta come la via più efficace verso l’emancipazione. Difendere la libertà privata di un politico non significa tollerare che relazioni personali interferiscano con gli incarichi pubblici. La libertà individuale e la responsabilità collettiva non sono principi opposti: la prima riguarda ciò che una persona può scegliere, la seconda riguarda le condizioni, le informazioni e le alternative dentro le quali quella scelta viene compiuta.

La vera emancipazione non consiste nel dimostrare che una donna può vendere il proprio corpo così come un uomo potente può spendere la propria posizione. Consiste nel fare in modo che nessuna ragazza si trovi costretta a considerare il corpo o la prossimità personale come gli unici capitali di cui dispone. Una società che rispetta davvero le donne non si limita a ripetere che sono libere di scegliere: costruisce per loro un numero di scelte sufficientemente ampio, accessibile e credibile.

Il digitale può essere una vetrina che consuma la persona oppure un laboratorio che la rende più capace. Può trasformare l’intimità in una merce esposta a tempo indeterminato, oppure mettere a disposizione conoscenza, formazione, relazioni professionali e strumenti di impresa. La differenza non è nella tecnologia in sé, ma nell’educazione, nelle istituzioni e nelle narrazioni che la accompagnano. Il futuro migliore non nasce dalla promessa di essere desiderate da molti o protette da uno; nasce dalla possibilità di diventare competenti, autonome, difficilmente sostituibili e libere di costruire il proprio ruolo senza dover consegnare ad altri il controllo della propria identità.


Scopri di più da

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere