Di Nicolini Massimiliano
La prossima grande minaccia alla sicurezza nazionale potrebbe non manifestarsi con l’occupazione di un territorio, con l’interruzione di una rete elettrica o con il blocco di un’infrastruttura informatica. Potrebbe non produrre esplosioni visibili, non lasciare macerie e non essere immediatamente riconosciuta come un’aggressione. Potrebbe agire lentamente e in modo distribuito sulla capacità delle persone di comprendere ciò che accade, distinguere una fonte autentica da una costruzione artificiale, attribuire fiducia alle istituzioni, valutare razionalmente le informazioni e assumere decisioni realmente libere. La guerra cognitiva nasce precisamente in questo spazio: non considera più soltanto i sistemi militari, le reti digitali o gli apparati produttivi come obiettivi strategici, ma individua nella mente umana e nei processi collettivi di formazione della realtà un nuovo dominio operativo. Il bersaglio non è necessariamente ciò che una persona pensa in un determinato momento, ma il metodo attraverso il quale arriva a pensarlo; non è soltanto l’opinione finale, ma il percorso percettivo, emotivo e informativo che conduce a quella conclusione. In questo scenario, la capacità di una comunità di riconoscere i fatti, confrontare le fonti, conservare memoria degli eventi e partecipare consapevolmente alla vita pubblica diventa un’infrastruttura critica tanto importante quanto una rete energetica o un sistema di comunicazioni. Il documento istitutivo elaborato dalla Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca osserva che la convergenza tra intelligenza artificiale generativa, profilazione, automazione comunicativa, piattaforme digitali, contenuti sintetici e ambienti immersivi rende ormai possibile intervenire non soltanto sulle informazioni disponibili, ma sui processi attraverso i quali le persone percepiscono la realtà, attribuiscono credibilità, maturano un giudizio e orientano le proprie decisioni.
Parlare di armi cognitive non significa sostenere che qualsiasi strumento di comunicazione, piattaforma sociale, modello di intelligenza artificiale o sistema di analisi dei dati sia automaticamente pericoloso. Una tecnologia non diventa un’arma per la sua semplice esistenza, così come un algoritmo di raccomandazione, un ambiente di realtà virtuale o un assistente conversazionale non sono necessariamente strumenti offensivi. La trasformazione avviene attraverso l’impiego concreto, l’intenzionalità, il contesto, la modalità di distribuzione, il livello di occultamento e il danno prodotto o ragionevolmente prevedibile. Un’arma cognitiva può essere quindi un sistema, un’applicazione, un contenuto, un’interfaccia o un processo uomo-macchina utilizzato in modo intenzionale o funzionalmente adattato per alterare, frammentare o sfruttare la percezione, l’attenzione, la memoria, l’emozione, l’identità, il giudizio, la fiducia o la capacità decisionale. Ciò che conta non è soltanto la presenza di una comunicazione persuasiva, elemento naturale della vita politica, commerciale e sociale, ma il ricorso a tecniche ingannevoli, occulte, coercitive, discriminatorie o sproporzionate, spesso combinate con l’analisi delle vulnerabilità individuali e collettive. Il documento dell’Osservatorio distingue infatti tra la semplice capacità tecnologica, il legittimo utilizzo duale e la trasformazione offensiva di uno strumento, sottolineando che la qualificazione deve dipendere dall’impiego effettivo e non dalla tecnologia considerata isolatamente.
Le armi cognitive contemporanee non coincidono con un’unica tecnologia, ma derivano dalla combinazione di capacità diverse che, interagendo fra loro, possono moltiplicare l’efficacia dell’operazione. La produzione di testi sintetici, immagini artificiali, filmati manipolati, documenti contraffatti e cloni vocali consente di generare contenuti credibili in tempi estremamente ridotti, adattandoli alla lingua, alla cultura, alla sensibilità e alle aspettative del destinatario. Le reti automatizzate di profili, i sistemi di pubblicità segmentata, le tecniche di amplificazione artificiale e la manipolazione dei meccanismi di ricerca e raccomandazione permettono poi di far apparire una determinata informazione più diffusa, autorevole o condivisa di quanto sia realmente. Il micro-targeting consente di indirizzare messaggi differenti a gruppi diversi, sfruttando paure, fragilità, risentimenti, bisogni di appartenenza o condizioni temporanee di stress. Le interfacce persuasive possono modificare il comportamento senza formulare un ordine esplicito, semplicemente rendendo più facile una scelta e più difficile l’alternativa, aumentando il sovraccarico informativo, utilizzando ricompense variabili o introducendo ostacoli artificiali al rifiuto. Gli ambienti immersivi aggiungono una dimensione ulteriore perché la persuasione non passa più soltanto attraverso una frase o un’immagine, ma attraverso la simulazione della presenza, dello spazio, della prossimità e dell’autorità. Un avatar può assumere il volto di una persona conosciuta, la voce di un familiare o l’aspetto di un professionista, adattando il proprio comportamento alle reazioni dell’interlocutore e creando una relazione apparentemente personale, continuativa ed emotivamente significativa.
La frontiera più delicata è rappresentata dalla convergenza tra biometria, dati fisiologici, inferenze comportamentali e agenti autonomi. L’analisi della voce, dello sguardo, della postura, dei tempi di risposta, della frequenza delle interazioni e delle variazioni emotive può permettere a un sistema di stimare esitazione, attenzione, stress, coinvolgimento o vulnerabilità. Un agente artificiale dotato di memoria può ricordare le preferenze, le paure e i momenti di debolezza del proprio interlocutore, sperimentare differenti argomentazioni, misurare le reazioni e modificare progressivamente la strategia persuasiva. Il salto qualitativo non consiste quindi soltanto nella generazione automatica di un messaggio, ma nella possibilità di realizzare milioni di interazioni individualizzate, ciascuna adattata in tempo reale alla persona che la riceve. In passato, una campagna di propaganda doveva parlare contemporaneamente a un pubblico vasto; oggi un sistema può rivolgersi a ogni individuo con linguaggio, ritmo, tono e contenuti differenti, costruendo l’impressione di un dialogo spontaneo mentre applica una strategia definita attraverso dati e modelli predittivi. Il programma dell’ONPAC-OLITEC include, tra le aree da osservare, i contenuti sintetici, le reti automatizzate, il micro-targeting, la profilazione delle vulnerabilità, le interfacce persuasive, gli ambienti immersivi, l’impiego di dati biometrici e fisiologici, gli agenti autonomi e le operazioni cyber-cognitive.
Ridurre la guerra cognitiva al fenomeno delle notizie false sarebbe tuttavia un errore grave. Un’operazione cognitiva può essere efficace anche utilizzando esclusivamente informazioni autentiche, selezionate, decontestualizzate e distribuite nel momento più favorevole. Un documento reale può essere sottratto e pubblicato senza gli elementi necessari a comprenderlo; una dichiarazione corretta può essere ripetuta fino a farla apparire rappresentativa di una situazione generale; un episodio circoscritto può essere amplificato attraverso migliaia di interazioni coordinate, mentre fatti contrari vengono sistematicamente esclusi dal campo visivo del pubblico. L’attacco può quindi utilizzare la verità come materiale grezzo, alterandone il significato mediante omissioni, accostamenti emotivi, falsi segnali di consenso e manipolazione della visibilità. In altri casi, materiali autentici possono essere mescolati con elementi falsificati per rendere più difficile la verifica, oppure una fuga di informazioni può essere preparata in modo da coincidere con un’elezione, una crisi sanitaria, una trattativa economica o una decisione strategica. L’obiettivo non deve necessariamente essere quello di convincere tutti della stessa versione dei fatti. Può essere sufficiente generare un livello di confusione tale da rendere impossibile una risposta comune, alimentare la convinzione che ogni fonte sia inaffidabile, moltiplicare interpretazioni incompatibili e trasformare la sfiducia in una condizione permanente. Quando una società non possiede più criteri condivisi per distinguere il vero dal costruito, anche la smentita più corretta rischia di diventare soltanto una voce tra le altre.
Una campagna cognitiva complessa può essere preparata molto prima che il pubblico ne percepisca la presenza. La prima fase consiste generalmente nello studio dell’ambiente: vengono analizzate le tensioni sociali, le divisioni territoriali, le paure collettive, gli argomenti capaci di generare maggiore reazione, le personalità più influenti e gli eventi futuri che potrebbero aumentare la sensibilità dell’opinione pubblica. Successivamente vengono creati o acquisiti profili, siti, domini, gruppi e identità digitali apparentemente indipendenti, alcuni dei quali possono rimanere attivi per mesi costruendo reputazione e relazioni. Le narrative vengono quindi differenziate: lo stesso obiettivo strategico può essere presentato come problema economico a un determinato pubblico, come minaccia sanitaria a un altro, come questione morale o identitaria a un terzo. La disseminazione avviene attraverso una combinazione di canali pubblici e privati, reti automatizzate, comunicazioni sponsorizzate, influencer, strumenti di messaggistica, motori di ricerca e sistemi di raccomandazione. La campagna viene infine adattata osservando le reazioni: gli argomenti più efficaci vengono rafforzati, quelli meno produttivi abbandonati, mentre le smentite possono essere reinterpretate come prova di censura o di complotto. L’operazione non procede quindi in modo statico, ma assume una forma evolutiva, capace di apprendere dal comportamento del pubblico e di modificarsi in funzione degli effetti ottenuti.
È proprio rispetto a questa trasformazione che l’Italia si trova oggi in una posizione di relativa debolezza. Tale valutazione non significa che il Paese sia privo di istituzioni, competenze scientifiche, strutture di sicurezza o professionalità specializzate. L’Italia dispone di autorità, forze di polizia, apparati di intelligence, università, centri di ricerca e soggetti regolatori che operano nei rispettivi ambiti. La vulnerabilità nasce piuttosto dalla distanza tra la velocità con cui le tecnologie cognitive stanno proliferando e la capacità del sistema nazionale di osservarle in modo integrato, collegare segnali provenienti da settori differenti e trasformare l’analisi in una risposta coordinata. La sicurezza cognitiva si trova infatti all’intersezione tra cybersicurezza, informazione, protezione dei dati, istruzione, salute pubblica, comunicazione politica, tutela dei minori, intelligenza artificiale, difesa, economia e regolazione delle piattaforme. Ciascuna istituzione possiede legittimamente un mandato specifico, ma una campagna cognitiva può attraversare contemporaneamente tutti questi domini senza rientrare integralmente nella competenza di uno solo. Può non configurare immediatamente un attacco informatico, non contenere un illecito evidente, non produrre un danno fisico diretto e tuttavia indebolire in profondità la fiducia, la coesione sociale e la capacità decisionale del Paese.
A questa frammentazione si aggiunge una dipendenza crescente da ecosistemi digitali globali, governati da infrastrutture, algoritmi e modelli commerciali che spesso non sono controllati a livello nazionale. Gran parte dell’informazione, delle relazioni sociali, della pubblicità e del dibattito pubblico passa attraverso piattaforme che selezionano e ordinano i contenuti sulla base di metriche di coinvolgimento, profilazione e personalizzazione. Il cittadino vede il risultato finale della selezione, ma generalmente non conosce i criteri attraverso i quali un messaggio è stato mostrato, un altro escluso e un terzo riproposto più volte. Questa opacità crea uno spazio nel quale la manipolazione può confondersi con il normale funzionamento della piattaforma e nel quale la crescita artificiale di una narrativa può essere scambiata per consenso spontaneo. La debolezza italiana è accentuata dalle differenze generazionali e territoriali nelle competenze digitali, dalla presenza di fasce di popolazione maggiormente esposte a truffe persuasive e impersonificazioni, dalla velocità con cui i contenuti sintetici possono circolare e dalla difficoltà di realizzare verifiche tempestive e comprensibili. La capacità di utilizzare uno smartphone o accedere a un social network non equivale infatti alla capacità di riconoscere un’operazione coordinata, comprendere un sistema di raccomandazione, verificare la provenienza di un video o individuare una strategia di pressione emotiva.
L’asimmetria tra chi conduce un attacco cognitivo e chi deve difendersi rende il problema ancora più complesso. Generare un contenuto falso o manipolato può richiedere pochi minuti, mentre verificarne autenticità, provenienza, contesto e rete di distribuzione può richiedere giorni. Creare migliaia di profili coordinati può avere un costo relativamente contenuto, ma dimostrarne la connessione richiede strumenti di analisi, conservazione delle prove, competenze multidisciplinari e accesso a dati distribuiti tra piattaforme differenti. L’aggressore può operare senza rispettare privacy, proporzionalità, diritto di replica o tutela della reputazione; una struttura democratica deve invece fondare ogni conclusione su elementi verificabili, evitare accuse non sostenute, proteggere le persone coinvolte e distinguere con precisione il rischio dalla responsabilità accertata. Questo produce uno svantaggio temporale e operativo che può essere ridotto soltanto attraverso preparazione, monitoraggio continuativo, procedure condivise, formazione e cooperazione. In assenza di tali strumenti, la risposta rischia di arrivare quando la campagna ha già raggiunto il proprio obiettivo, perché nel dominio cognitivo la correzione successiva non elimina necessariamente l’effetto iniziale: una falsità può essere smentita, ma la sfiducia, la paura o il sospetto generati possono permanere molto più a lungo.
Le conseguenze di una vulnerabilità cognitiva non riguardano soltanto la politica. Un attacco può influenzare comportamenti sanitari, alimentare il rifiuto di cure, generare panico durante un’emergenza, orientare decisioni economiche, provocare corse agli acquisti, danneggiare imprese attraverso falsificazioni reputazionali, compromettere la fiducia nei sistemi bancari o interferire con la continuità dei servizi pubblici. In ambito industriale, una campagna può essere utilizzata per indebolire un concorrente, delegittimare una tecnologia, influenzare una trattativa o alterare la percezione di un mercato. In ambito militare e strategico, la manipolazione può mirare a ridurre la fiducia nelle istituzioni di difesa, creare divisioni tra alleati, diffondere false comunicazioni operative o condizionare l’accettazione pubblica di determinate decisioni. Durante un’elezione, l’obiettivo può essere la delegittimazione dell’intero processo più che il sostegno a un singolo candidato. In una crisi, può consistere nel saturare lo spazio informativo con versioni incompatibili, rallentando la capacità delle istituzioni di comunicare e dei cittadini di reagire. La guerra cognitiva non deve necessariamente ottenere una vittoria immediata; può perseguire un progressivo deterioramento del sistema, consumando nel tempo fiducia, attenzione, capacità critica e disponibilità alla cooperazione.
Particolarmente delicata è la condizione dei giovani, che rappresentano la prima generazione cresciuta in un ambiente nel quale voci, immagini, identità e relazioni possono essere generate artificialmente con un livello crescente di realismo. Gli assistenti digitali possono accompagnare lo studio, il lavoro, la socialità e la costruzione dell’identità; i sistemi di raccomandazione selezionano continuamente ciò che viene visto; gli ambienti immersivi possono rendere indistinguibile la presenza fisica da quella simulata; gli agenti conversazionali possono diventare interlocutori costanti e apparentemente empatici. Queste tecnologie offrono opportunità straordinarie, ma introducono anche forme nuove di dipendenza, isolamento, pressione emotiva, manipolazione dell’autostima, grooming e sfruttamento delle fragilità. Proteggere i giovani non significa impedire loro di utilizzare la tecnologia o ridurre la libertà di esplorazione, ma fornire strumenti adeguati per riconoscere la provenienza dei contenuti, comprendere gli incentivi delle piattaforme, difendere l’attenzione, verificare le fonti e individuare il momento in cui una relazione digitale cerca di trasformarsi in un condizionamento. La futura alfabetizzazione non potrà quindi essere soltanto informatica: dovrà diventare alfabetizzazione cognitiva, cioè capacità di comprendere come e perché un sistema stia cercando di orientare una scelta.
È in questo quadro che la Fondazione Olivetti Tecnologia e Ricerca – OLITEC inaugurerà nell’ottobre 2026 l’Osservatorio Nazionale sulla Proliferazione delle Armi Cognitive, denominato ONPAC-OLITEC. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di creare un presidio civile, scientifico e indipendente capace di osservare la diffusione delle capacità cognitive, documentarne gli impieghi rilevati nel contesto italiano, valutare vulnerabilità e possibili contromisure e produrre strumenti utili alle istituzioni, alle imprese, alla scuola, all’università, ai mezzi di informazione e alla cittadinanza. La qualificazione “nazionale” indicherà il perimetro territoriale e conoscitivo dell’attività, senza attribuire all’Osservatorio natura pubblica, poteri investigativi, funzioni militari, competenze di intelligence o capacità sanzionatorie. Le sue conclusioni avranno natura scientifica e documentale e non sostituiranno le valutazioni delle autorità competenti o dell’autorità giudiziaria. Questa delimitazione sarà essenziale per impedire che il concetto di sicurezza cognitiva venga trasformato in un pretesto per controllare il dissenso, classificare le opinioni o stabilire quali idee siano ammissibili. Il programma istitutivo chiarisce infatti che l’Osservatorio dovrà concentrarsi sui comportamenti, sulle tecniche, sull’inganno, sul coordinamento, sull’automazione e sugli effetti, senza assumere la funzione di arbitro del dibattito politico, culturale o religioso.
Il lavoro dell’ONPAC-OLITEC si svilupperà attraverso un sistema permanente di osservazione e analisi. Verrà creato un repertorio aggiornato delle tecnologie e delle capacità rilevanti, nel quale saranno documentati livelli di accessibilità, costi, competenze necessarie, scalabilità, autonomia, precisione del targeting, capacità di occultamento e disponibilità commerciale o open source. La presenza di un prodotto o di un sistema nel repertorio non implicherà un giudizio di illegalità, ma servirà a comprendere in quale misura una capacità possa essere diffusa, automatizzata o adattata a impieghi dannosi. Parallelamente sarà istituito un registro dei segnali, degli incidenti e delle campagne, nel quale ogni caso verrà analizzato attraverso fonti tracciate, cronologie, materiali originali, metadati, ipotesi alternative, valutazioni del rischio e livelli separati di confidenza. Un singolo rilevatore automatico non potrà mai costituire da solo una prova sufficiente; l’analisi di immagini, audio e video dovrà integrare provenienza, confronto con gli originali, metadati, verifiche forensi, contesto di pubblicazione e comportamento della rete di diffusione.
L’Osservatorio dovrà inoltre costruire una mappa nazionale delle vulnerabilità e della resilienza, articolata per settori, territori e tipologie di rischio, senza elaborare profili ideologici delle persone o classificazioni politiche delle comunità. Verranno osservati i settori maggiormente esposti, come processi democratici, salute, economia, istruzione, sicurezza, informazione, minori e servizi pubblici. I segnali saranno sottoposti a un triage iniziale per verificare il collegamento con l’Italia, la presenza di un obiettivo cognitivo, gli indicatori di inganno o coordinamento, la possibile gravità del danno, l’urgenza e la liceità della raccolta. I casi più rilevanti saranno trasformati in fascicoli strutturati, sottoposti a doppia revisione e controllo giuridico ed etico. Il rischio verrà misurato considerando gravità, portata, vulnerabilità del bersaglio, intensità manipolativa, automazione, persistenza e sensibilità strategica del momento, mentre la solidità delle prove sarà indicata separatamente. Questa distinzione permetterà di evitare uno degli errori più pericolosi: confondere un evento potenzialmente grave con un fatto già dimostrato o trasformare un sospetto iniziale in un’accusa pubblica.
Uno dei risultati centrali dell’iniziativa sarà il White Paper annuale intitolato “Armi cognitive in Italia: sistemi, impieghi, incidenti e resilienza”, destinato a raccogliere il panorama delle capacità osservate, gli usi legittimi e duali, gli incidenti documentati, le vulnerabilità settoriali, le risposte adottate e le raccomandazioni operative. Il rapporto sarà sottoposto a revisione scientifica esterna, controllo legale ed etico, verifica delle fonti e diritto di replica dei soggetti eventualmente coinvolti. Dovrà indicare con chiarezza i limiti della raccolta, distinguere i dati rappresentativi dai semplici segnali osservativi, rendicontare i casi non corroborati e pubblicare le correzioni. Non verranno prodotte liste nere, graduatorie ideologiche o punteggi di affidabilità delle persone. L’obiettivo non sarà aumentare il numero delle segnalazioni, ma migliorare la qualità della conoscenza, ridurre i falsi positivi e costruire una base comparabile nel tempo.
La credibilità dell’Osservatorio dipenderà soprattutto dalle garanzie poste intorno al suo funzionamento. L’ONPAC-OLITEC non dovrà svolgere sorveglianza generalizzata, intercettare comunicazioni private, accedere abusivamente a sistemi, acquisire credenziali, utilizzare dati illeciti, effettuare riconoscimento biometrico di massa o costruire profili psicologici e ideologici individuali. Non potrà classificare automaticamente come arma cognitiva la propaganda, il marketing, la comunicazione politica, la satira, la moderazione dei contenuti, l’intelligenza artificiale generativa o gli ambienti immersivi. Ogni inquadramento richiederà indicatori contestuali, prove verificabili e valutazioni proporzionate. Le attività sperimentali dovranno essere esclusivamente difensive e svolgersi in ambienti controllati, utilizzando scenari sintetici o partecipanti informati, con supervisione etica, sistemi di interruzione e misure capaci di impedire una diffusione involontaria. Codici, procedure o dataset che possano ridurre le barriere all’abuso non verranno pubblicati in forma operativa.
La struttura sarà necessariamente interdisciplinare, perché nessuna competenza isolata può comprendere la complessità delle armi cognitive. Saranno necessarie conoscenze di intelligenza artificiale, data science, cybersecurity, analisi delle reti, OSINT, psicologia cognitiva, neuroscienze, sociologia, scienza politica, diritto, protezione dei dati, media, comunicazione, realtà immersiva e interazione uomo-macchina. La raccolta delle informazioni dovrà essere separata dalla valutazione, così come l’analisi tecnica dovrà essere sottoposta a revisione indipendente prima di qualsiasi pubblicazione. La governance prevista comprende organismi scientifici, tecnici ed etici, una direzione responsabile della gestione operativa, analisti specializzati, referenti legali e un sistema di controllo dei conflitti di interesse. La decisione finale non sarà delegata agli algoritmi, soprattutto quando potrebbero derivarne conseguenze reputazionali, sociali o giuridiche. Gli strumenti automatici serviranno a individuare segnali, correlazioni e anomalie, ma ogni conclusione dovrà essere motivata e assunta da persone identificabili e responsabili.
L’avvio dell’Osservatorio rappresenterà quindi non la nascita di una nuova autorità, ma la costruzione di un’infrastruttura civile della conoscenza. Il primo anno sarà dedicato alla definizione della governance, delle regole privacy, della tassonomia, dei metodi di prova, dei criteri di rischio, dell’infrastruttura tecnica e della formazione degli analisti. Seguiranno esercitazioni su casi sintetici, una fase pilota limitata a settori selezionati, verifiche di sicurezza, audit metodologici e la progressiva attivazione di partnership con università, centri di ricerca, professionisti, mezzi di informazione, organizzazioni civiche e soggetti istituzionali. Al termine del ciclo iniziale verrà prodotto un “Rapporto zero”, destinato a spiegare non soltanto ciò che è stato osservato, ma anche ciò che non è stato possibile misurare, gli errori emersi e le modifiche necessarie alla metodologia. Il documento di avvio prevede infatti una crescita graduale, accompagnata da controlli, calibrazioni e verifiche indipendenti, evitando di dichiarare una copertura nazionale piena prima che essa sia realmente sostenibile.
L’Italia non è condannata a rimanere vulnerabile nel dominio cognitivo. Possiede una tradizione culturale, scientifica e democratica sufficientemente forte per costruire una risposta avanzata, ma deve riconoscere che la protezione della mente collettiva non può essere affidata soltanto alle smentite occasionali o alle reazioni successive alle crisi. Occorre passare dalla verifica del singolo contenuto all’analisi delle campagne, dalla protezione del dispositivo alla tutela del processo decisionale, dalla generica educazione digitale alla formazione di una vera resilienza cognitiva. Difendere l’integrità cognitiva non significa stabilire che cosa i cittadini debbano pensare, né proteggere le istituzioni dalla critica. Significa garantire che ogni persona possa formare il proprio giudizio senza essere segretamente profilata, ingannata, impersonificata o sottoposta a pressioni automatiche costruite sulle sue fragilità.
L’Osservatorio che la Fondazione OLITEC inaugurerà nell’ottobre 2026 nascerà da questa consapevolezza. Non pretenderà di risolvere da solo una minaccia globale, né di sostituirsi alle competenze dello Stato, ma potrà contribuire a creare un metodo, un linguaggio comune e una base di conoscenza verificabile. Potrà collegare ricerca tecnologica, lettura sociale, analisi giuridica, formazione e cooperazione istituzionale; trasformare segnali dispersi in evidenze strutturate; distinguere il rischio dall’allarme e la capacità tecnologica dal suo impiego offensivo. In una fase storica nella quale la realtà può essere generata, modificata e personalizzata con una velocità senza precedenti, proteggere la libertà mentale significa proteggere la qualità stessa della democrazia. La vera sicurezza nazionale comincia infatti dalla possibilità, per ogni cittadino, di comprendere ciò che vede, sapere da dove proviene, riconoscere chi sta cercando di influenzarlo e decidere consapevolmente quale realtà considerare credibile.
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