Il mestiere cambia: più giudizio, forse, e meno copia-incolla. E per chi entra oggi nel Public Affairs può essere una grande occasione.
Di Edgardo A.L. Ferrati
C’è un momento, mentre provo a scrivere questo articolo, in cui rischio di fare l’ennesimo errore. Sto per iniziare così: “L’intelligenza artificiale rappresenta una sfida e un’opportunità per il mondo delle relazioni istituzionali, aprendo nuovi scenari per una professione sempre più strategica, data-driven ed evidence-based…”.
Si capisce il senso, no?
Tutto vero. Tutto corretto. Ma anche il solito articolo solenne, un po’ egoriferito, con l’aria di chi ha appena scoperto il futuro e vuole spiegarlo agli altri. Inoltre, probabilmente, tutto già sentito in almeno trenta panel, qualche webinar e diversi fantomatici white paper.
Poi alzo lo sguardo.
Mio figlio, quasi sei anni, sta giocando con un piccolo flipper “coding”. Mani concentrate, occhi fissi, logica binaria incorporata nel gioco. È pensato per bambini più grandi. Lui lo risolve in pochi minuti.
È un genio? Assolutamente no. È sveglio, certo, molto arguto, ma in linea con i suoi compagni. È dentro una generazione che cresce in un ambiente diverso dal nostro.
Per lui non è tecnologia. È semplicemente un oggetto. Come per noi lo erano il telecomando, il Game Boy o il Nokia indistruttibile.
Solo che qui c’è una differenza: non parliamo più soltanto di nuovi strumenti, ma di sistemi che generano linguaggio, producono soluzioni e iniziano a stare dentro le nostre decisioni. Noi possiamo scrivere le regole, ma non sempre riusciamo a immaginare come verranno abitate da chi non ha conosciuto il “prima”.
E allora forse il punto non è spiegare ai giovani che “arriva il futuro”. Il futuro, per loro, non arriva. C’è già. Non bussa, non chiede permesso mandando una PEC.
Per questo, se parliamo di intelligenza artificiale e relazioni istituzionali, dobbiamo smettere di trattarla come l’ennesimo software da imparare.
Non è Google con la parlantina, ma soprattutto non è lo stagista perfetto che non dorme mai e non chiede il rimborso taxi.
È qualcosa di più profondo: cambia il modo in cui raccogliamo informazioni, leggiamo dossier, prepariamo posizioni, analizziamo interlocutori, anticipiamo rischi, misuriamo impatti. Insomma: cambia il mestiere.
Ma forse, prima di dire come cambia, vale la pena dirci che mestiere è.
Perché “lobbista”, in Italia, è ancora una parola che molti pronunciano abbassando la voce, come se stessero confessando un vizio privato o un reato minore. In realtà, nella sua forma sana, questo lavoro è molto meno cinematografico e molto più concreto: significa rappresentare interessi legittimi davanti ai decisori pubblici, portando dati, analisi, proposte e conseguenze pratiche delle norme o delle proiezioni, calate nella realtà, che queste genereranno.
Non è il signore nell’ombra con il sigaro.
È, o dovrebbe essere invece, qualcuno che aiuta il decisore a capire meglio cosa produce una scelta pubblica nel mondo reale. Anche il Registro europeo per la trasparenza descrive le attività di rappresentanza di interessi come “attività orientate a influenzare politiche, legislazione o processi decisionali delle istituzioni europee: una parte legittima del confronto democratico, purché sia trasparente”.
Ieri, semplificando, era soprattutto accesso, esperienza, agenda, lettura politica, reputazione personale. Sapere chi chiamare, quando farlo, con quale tono, con quale documento e con quale pazienza.
Oggi tutto questo resta ancora, ma non basta più.
Oggi è anche capacità di leggere molti dati, seguire dossier complessi, anticipare scenari regolatori, distinguere una fonte solida da una suggestione ben confezionata, trasformare informazioni disperse in una posizione chiara.
Meno “conosco qualcuno”, più “porto qualcosa che vale”. Meno relazione come scorciatoia, più relazione come responsabilità.
E qui arriva l’AI.
Ma non nel modo più banale, quello del “ci sostituirà tutti”. Questa è la paura forse più pigra e banale.
La domanda vera è un’altra: se l’AI può fare in pochi minuti una parte del lavoro che prima richiedeva ore, che cosa resta davvero del professionista delle relazioni istituzionali? La risposta è semplice, e anche un po’ scomoda: resta la parte più difficile.
Resta il giudizio. Un giudizio maggiormente analitico.
Resta la capacità di capire quando una norma è solo una norma e quando invece è il segnale di un cambio politico. Resta l’intuizione su chi chiamare, quando farlo, con quali parole e con quale prudenza. Resta la sensibilità di leggere una stanza, una riunione, una resistenza non dichiarata.
Resta, soprattutto, la mediazione: tenere insieme interessi diversi, tradurre linguaggi che non si parlano e trovare un punto di equilibrio tra impresa, istituzioni e interesse pubblico.
L’AI può sintetizzare un decreto. Può confrontare emendamenti. Può preparare una nota in tre versioni: tecnica, politica e comprensibile anche a chi non ha gli strumenti per comprendere. Ma non capisce il non detto.
E nelle relazioni istituzionali, spesso, il non detto è il luogo in cui accadono le cose importanti. Non interpreta un “ci aggiorniamo” che in certi casi significa davvero “ci aggiorniamo”, e in altri significa “non mi chiamare mai più, grazie”. Non legge il sopracciglio. Non percepisce quella micro-pausa che ti fa capire se puoi spingere o se è meglio fermarti.
Questo non vuol dire che l’AI sia marginale. Al contrario.
Per chi fa Public Affairs, l’intelligenza artificiale può diventare un acceleratore potentissimo. Può aiutare nel monitoraggio normativo, nella lettura di grandi quantità di documenti, nella costruzione di scenari, nella verifica dei messaggi, nella preparazione di briefing, Q&A, position paper e contributi a consultazioni pubbliche.
Può ridurre tempi morti, duplicazioni, copia-incolla e riunioni convocate solo per decidere quando fare un’altra riunione.
Occhio però: qui entrano in gioco due altre variabili fondamentali:
1. saper fare le domande giuste;
2. saper fornire al proprio “referente” le informazioni e i dati corretti, schermati, analizzati e soprattutto filtrati.
Il punto non è produrre cinquanta pagine entro sera. Anche perché, diciamolo, molte di quelle pagine nessuno le ha mai lette davvero. Nemmeno chi le ha chieste.
Il punto è portare dentro il processo decisionale informazioni solide, argomenti comprensibili, evidenze verificabili, proposte che reggano alla prova della realtà.
Qui l’AI diventa interessante. Non perché sostituisce il professionista, ma perché gli toglie alcuni alibi integrandolo.
Se una macchina può fare la prima sintesi, allora il valore umano non sta più nel riassunto. Sta nell’interpretazione.
Il rischio non è che l’AI pensi al posto nostro; il rischio è che noi smettiamo di pensare perché lei scrive bene.
Per chi oggi entra o sta crescendo in questo mestiere, questa trasformazione è una sfida enorme, ma anche una grande occasione.
La partita vera è diventare professionisti ibridi: persone capaci di tenere insieme policy, tecnologia, comunicazione, dati, reputazione, etica e relazioni umane.
Il giovane public affairs manager non potrà più limitarsi a essere “bravo a scrivere note”. Dovrà saper interrogare un sistema, verificare una fonte, riconoscere un errore elegante, smontare una risposta apparentemente perfetta ma sostanzialmente falsa.
Perché l’AI ha un talento pericoloso: rende credibili anche gli errori.
Le relazioni istituzionali non sono pubblicità con la cravatta. Sono un pezzo del dialogo democratico tra interessi, istituzioni, imprese, territori, associazioni, cittadini.
Se l’AI serve ad alzare la qualità delle informazioni, bene. Se aiuta a rendere più chiari i dossier, meglio. Se riduce rumore, tempi morti e documenti inutilmente opachi, benissimo.
Ma se diventa una fabbrica di pressione automatizzata, contenuti opachi, messaggi manipolativi e micro-targeting istituzionale, allora non stiamo innovando. Stiamo solo rendendo più efficiente il peggio.
Il Public Affairs del futuro non sarà quello che usa più tool. Sarà quello che sa quando affidarsi all’analisi automatizzata e quando spegnere tutto e andare a parlare con una persona. Quello che non confonde mai il dato con la realtà.
Perché alla fine la relazione resta una cosa profondamente umana. L’AI non renderà tutti strategici. Renderà solo più visibile chi non lo è mai stato.
E allora forse la domanda da farsi non è: “Che cosa farà l’intelligenza artificiale al nostro lavoro?” La domanda giusta è: “Che cosa resterà del nostro lavoro quando l’intelligenza artificiale avrà tolto gli alibi?”
Resteranno le relazioni.
Resteranno le istituzioni.
Resterà la responsabilità di portare interessi legittimi dentro un confronto pubblico più informato. E resterà una cosa che nessun algoritmo, almeno per ora, sa fare davvero: capire quando una parola può aprire una porta, e quando invece è meglio tacere.
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