Quando il potere teme la verità dei dati, nasce la nuova Inquisizione

Di Nicolini Massimiliano

L’intelligenza artificiale non fa paura perché sostituisce l’uomo. Fa paura perché smaschera chi ha governato l’uomo attraverso ignoranza, lentezza e dipendenza.

C’è una domanda che attraversa il nostro tempo con una violenza silenziosa: perché l’intelligenza artificiale fa così paura ai governi, alle grandi istituzioni, agli apparati religiosi, agli ordini professionali, alle burocrazie, ai custodi del sapere tradizionale?

La risposta ufficiale è sempre nobile. Si parla di etica, di diritti, di dignità umana, di trasparenza, di sicurezza, di responsabilità, di tutela del lavoro, di protezione dei minori, di controllo democratico della tecnologia. Sono parole giuste. Sono parole necessarie. Nessuna civiltà seria può lasciare una tecnologia così potente senza regole, senza principi, senza limiti, senza una visione umana.

Ma dietro questa superficie rassicurante esiste una verità più cruda: l’intelligenza artificiale fa paura perché rompe il monopolio dell’interpretazione della realtà.

Per secoli il potere politico ha controllato la legge, l’amministrazione, la sicurezza, la fiscalità, l’identità dei cittadini, l’accesso agli atti, la gestione delle informazioni, la certificazione della verità pubblica. Per secoli il potere religioso ha custodito il linguaggio del senso, della morale, della colpa, della salvezza, della coscienza, del limite umano. Per secoli l’accademia ha deciso chi potesse parlare in nome del sapere. Per secoli le burocrazie hanno trasformato la complessità in dipendenza. Per secoli interi sistemi hanno vissuto non soltanto della propria competenza, ma anche dell’incompetenza organizzata degli altri.

L’intelligenza artificiale entra in questo scenario come una frattura. Non chiede permesso. Non aspetta il timbro. Non si inchina davanti alla cattedra, al pulpito, al ministero, alla commissione, alla rendita o al titolo. Prende dati, linguaggio, immagini, documenti, archivi, procedure, modelli, informazioni disperse e comincia a produrre analisi, connessioni, previsioni, sintesi, simulazioni, decisioni assistite.

Il punto non è che l’intelligenza artificiale “pensi” come un uomo. Il punto è molto più pericoloso: può organizzare parti enormi del mondo umano meglio di molte strutture umane, più velocemente di molte amministrazioni, più capillarmente di molte istituzioni, più lucidamente di molte classi dirigenti.

Per questo spaventa.

Uno Stato che parla di regolazione dell’intelligenza artificiale compie un atto necessario, ma spesso anche un atto difensivo. La normativa italiana sull’IA si colloca dentro un quadro che richiama ricerca, sperimentazione, sviluppo, applicazione, trasparenza, responsabilità e dimensione antropocentrica; la legge n. 132 del 2025 viene indicata come disciplina nazionale in materia di intelligenza artificiale e i testi parlamentari parlano espressamente di promuovere un uso corretto, trasparente e responsabile, vigilando sui rischi economici, sociali e sui diritti fondamentali.

Tutto questo è corretto. Ma non basta a raccontare la paura profonda.

La paura profonda è che l’intelligenza artificiale diventi una contro-amministrazione. Un sistema capace di leggere atti, confrontare norme, individuare sprechi, verificare procedure, incrociare banche dati, evidenziare ritardi, prevedere frodi, misurare inefficienze, smascherare contraddizioni. Lo Stato moderno non teme soltanto il deepfake, l’errore algoritmico o la disinformazione. Teme anche che l’IA renda visibile ciò che per decenni è rimasto protetto dall’opacità: lentezze inutili, costi gonfiati, apparati ridondanti, decisioni arbitrarie, competenze obsolete, sovrapposizioni amministrative, incapacità di rispondere in tempo reale ai bisogni dei cittadini.

L’intelligenza artificiale è pericolosa perché non si limita a promettere innovazione. Può produrre comparazione. Può dire: questo processo richiede sei mesi ma potrebbe richiedere sei ore. Questo ufficio impiega cento persone per fare ciò che un sistema ben progettato può sostenere con dieci persone riqualificate. Questo bando è scritto male. Questa procedura è incoerente. Questo archivio non comunica con quello. Questa spesa non è proporzionata al risultato. Questa decisione pubblica non è fondata su dati, ma su abitudine, pressione, paura o convenienza.

E quando la tecnologia comincia a misurare il potere, il potere reagisce.

Lo stesso vale per la Chiesa cattolica. Anche qui bisogna essere onesti. La Chiesa non può essere banalizzata come un nemico della tecnologia. Anzi, negli ultimi anni ha prodotto riflessioni articolate sull’intelligenza artificiale, insistendo sulla dignità della persona, sulla centralità dell’uomo, sul bene comune, sulla giustizia sociale, sul rischio di ridurre l’essere umano a dato o funzione. La nota vaticana Antiqua et nova, pubblicata il 28 gennaio 2025, affronta proprio il rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Anche il magistero più recente ha richiamato la necessità di valutare l’IA alla luce dello sviluppo integrale della persona e della società.

Ma anche in questo caso c’è una verità più dura.

La Chiesa comprende che l’intelligenza artificiale entra nel territorio simbolico dove prima entravano il sacerdote, il teologo, il maestro, il confessore, il filosofo, il padre spirituale. L’uomo fragile, ferito, confuso, solo, non si rivolge più necessariamente a un’autorità religiosa o culturale. Può parlare con una macchina che risponde sempre, che non dorme, che non giudica, che spiega, consola, interpreta, traduce, confronta, ricostruisce, suggerisce. Può chiedere a un sistema di intelligenza artificiale che cosa significhi un passo biblico, come affrontare un lutto, come orientarsi in una crisi morale, come leggere un documento, come preparare una difesa, come comprendere una diagnosi, come scrivere una preghiera, come affrontare la colpa.

Questa non è più soltanto tecnologia. È antropologia. È spiritualità indiretta. È intermediazione del senso.

Ed è qui che la paura diventa enorme. Perché chi controlla il senso controlla la paura, la speranza, la colpa, la redenzione, l’obbedienza. Se una macchina diventa il primo interlocutore dell’uomo nella solitudine, nella malattia, nell’ignoranza, nella disperazione, nella ricerca di verità, allora cambia il luogo stesso in cui l’uomo cerca risposta. Non significa che l’IA possa sostituire Dio, la coscienza, la fede o la comunità. Significa però che può modificare il modo in cui milioni di persone si avvicinano alle domande ultime.

E ogni volta che nasce un nuovo intermediario del senso, le vecchie istituzioni tremano.

I programmatori e gli sviluppatori di intelligenza artificiale vengono percepiti come i nuovi semidei del terzo millennio per una ragione semplice: lavorano su ciò che un tempo apparteneva al mito. Creano sistemi che parlano, apprendono, vedono, traducono, scrivono, riconoscono volti, analizzano voci, generano immagini, imitano stili, ricostruiscono scenari, simulano decisioni, predicono comportamenti, orientano mercati, assistono diagnosi, influenzano elezioni, supportano apparati militari, selezionano curricula, producono contenuti, modellano immaginari.

Non costruiscono soltanto strumenti. Costruiscono ambienti cognitivi dentro i quali gli uomini penseranno, lavoreranno, voteranno, compreranno, studieranno, ameranno, si informeranno, si cureranno e forse pregheranno.

Il programmatore, in questo scenario, non è più soltanto un tecnico. Diventa un architetto invisibile della realtà. Il legislatore scrive norme che spesso arrivano tardi. Il sacerdote predica valori che molti non ascoltano più. Il professore trasmette sapere dentro istituzioni sempre più fragili. Il giornalista racconta fatti dentro un ecosistema informativo devastato dalla velocità. Il funzionario applica procedure spesso nate in un mondo che non esiste più.

Il programmatore, invece, scrive il codice che entra direttamente nei telefoni, nei motori di ricerca, nelle piattaforme educative, nei sistemi sanitari, nei tribunali, nei ministeri, nelle banche, nei droni, nei veicoli, nei sistemi di sorveglianza, nei social network, nei modelli linguistici.

Per questo appare come un semidio. Non perché sia moralmente superiore. Non perché sia più saggio. Non perché sia necessariamente più libero. Ma perché ha accesso al livello operativo della realtà contemporanea. Chi scrive modelli, chi addestra reti neurali, chi organizza dataset, chi controlla infrastrutture computazionali, chi progetta interfacce, chi decide i criteri di filtraggio e di probabilità, non sta semplicemente facendo tecnologia. Sta decidendo quali risposte saranno più probabili, quali immagini saranno generate, quali informazioni saranno ordinate, quali comportamenti saranno suggeriti, quali decisioni saranno facilitate, quali alternative saranno rese invisibili.

Il nuovo potere non dice sempre “obbedisci”. Dice: “ti consiglio”.

Non censura sempre in modo brutale. Ordina la probabilità.

Non vieta apertamente. Rende alcune opzioni più facili e altre più lontane.

Non impone sempre una verità unica. Costruisce un ambiente nel quale alcune verità sembrano più naturali di altre.

Questa è la nuova forma del dominio.

Per questo governi, Chiesa, grandi imprese, ordini professionali e apparati culturali non hanno paura soltanto dell’intelligenza artificiale. Hanno paura di chi la controlla. Perché l’IA divide il mondo in due categorie: chi possiede i modelli e chi viene modellato; chi addestra i sistemi e chi viene addestrato dai sistemi; chi possiede dati e chi diventa dato; chi possiede potenza di calcolo e chi affitta intelligenza; chi costruisce infrastrutture e chi vive dentro infrastrutture costruite da altri.

La domanda decisiva diventa allora: chi vincerà e chi perderà?

Vincerà chi controllerà i dati. Non i dati generici, ma i dati profondi: sanitari, energetici, finanziari, educativi, giudiziari, territoriali, biometrici, comportamentali, emotivi, militari, produttivi. Chi possiede dati profondi sulla popolazione può prevedere, organizzare e indirizzare la popolazione. Chi non li possiede diventa dipendente da chi li possiede.

Vincerà chi controllerà la potenza computazionale. Senza server, cloud, chip, energia, data center, modelli, infrastrutture e competenze non esiste sovranità digitale. Uno Stato che regola l’IA ma non la costruisce rischia di diventare un notaio della potenza altrui. Può scrivere principi, può istituire autorità, può convocare tavoli, può produrre documenti. Ma se i modelli girano altrove, se i dati sono trattati altrove, se i server sono altrove, se le piattaforme appartengono ad altri, allora la sovranità diventa una parola elegante per descrivere una dipendenza.

Vincerà chi formerà uomini. La frattura più crudele non sarà soltanto tra ricchi e poveri, ma tra alfabetizzati e analfabeti dell’intelligenza artificiale. Il professionista che usa l’IA moltiplicherà la propria capacità. Quello che non la usa verrà superato non dalla macchina in astratto, ma da un altro essere umano capace di usare la macchina meglio di lui. Accadrà agli avvocati, ai medici, ai giornalisti, agli ingegneri, agli insegnanti, ai funzionari pubblici, agli imprenditori, agli amministratori, ai consulenti, ai ricercatori.

Vincerà chi conquisterà la legittimazione morale. Chi riuscirà a dire “questa intelligenza artificiale è utile, giusta, sicura, umana, verificabile, orientata al bene comune” conquisterà fiducia. Qui la Chiesa vuole avere un ruolo. Qui lo Stato vuole avere un ruolo. Qui le imprese vogliono avere un ruolo. Qui la società civile deve avere un ruolo. Perché la battaglia non sarà solo tecnica: sarà narrativa, etica, politica, educativa, spirituale.

E allora arriva la domanda più scomoda: siamo tornati ai tempi di Galileo?

In parte sì. Non perché oggi esista la stessa Inquisizione, lo stesso tribunale, lo stesso linguaggio teologico-politico del Seicento. La storia non si ripete mai in modo identico. Ma ritorna la stessa struttura profonda del conflitto: quando una nuova conoscenza rende visibile ciò che il potere non vuole vedere, il potere non discute soltanto quella conoscenza. Tenta di disciplinarla, rallentarla, screditarla, assorbirla o piegarla alla propria narrazione.

Galileo non fece paura perché possedeva un cannocchiale. Fece paura perché quel cannocchiale spostava il centro del mondo. Dimostrava che l’autorità, da sola, non bastava più a definire la verità. Il cielo non obbediva ai decreti. Non obbediva alle interpretazioni consolidate. Non obbediva alle gerarchie culturali. Il cielo mostrava altro. E quando la realtà mostra altro rispetto alla dottrina del potere, il potere pretende spesso una cosa terribile: non chiede di cercare meglio la verità, ma di rinunciare a dirla.

Oggi l’intelligenza artificiale rischia di diventare il nuovo cannocchiale. Non guarda soltanto le stelle. Guarda dentro lo Stato, dentro l’economia, dentro la sanità, dentro la scuola, dentro la giustizia, dentro la sicurezza, dentro la burocrazia, dentro le relazioni sociali, dentro le masse di dati che per decenni sono rimaste incomprensibili, frammentate, chiuse, protette dall’ignoranza tecnica o dalla lentezza amministrativa.

E allora la domanda diventa brutale: ci obbligheranno a dire il falso per sostenere le tesi di un potere in declino?

La risposta più cruda è questa: ci proveranno.

Non necessariamente con la violenza antica. Non con il rogo. Non con il processo pubblico in abiti ecclesiastici. Non con l’abiura formale pronunciata davanti ai giudici della dottrina. Il metodo moderno è più sottile, più burocratico, più elegante, ma non meno pericoloso. Oggi non ti chiedono sempre di dire apertamente che la Terra è ferma. Ti chiedono di non dire troppo chiaramente che si muove.

Ti chiedono di usare parole più prudenti.

Ti chiedono di non disturbare gli equilibri.

Ti chiedono di non mettere in crisi apparati impreparati.

Ti chiedono di non rendere evidente che una macchina può analizzare in pochi secondi ciò che una struttura pubblica non riesce a comprendere in anni.

Ti chiedono di non mostrare che alcune competenze celebrate sono già obsolete.

Ti chiedono di non dimostrare che certi modelli amministrativi, educativi, sanitari e produttivi sono costruiti su lentezza, rendita, opacità e conservazione.

Questa è la nuova abiura: non più dire “ho sbagliato a guardare il cielo”, ma dire “non ho visto ciò che ho visto”. Non più rinnegare il moto della Terra, ma rinnegare l’evidenza dei dati. Non più piegare il ginocchio davanti a un dogma cosmologico, ma piegare la ricerca davanti a un dogma istituzionale, economico, burocratico o ideologico.

Il potere in declino non ha paura della tecnologia in sé. La usa quando gli conviene. La finanzia quando la può controllare. La celebra nei convegni quando può trasformarla in immagine. La invoca nei discorsi quando serve a sembrare moderno. Ma la teme quando diventa libera, verificabile, autonoma, distribuita, accessibile a chi non appartiene alle vecchie caste.

Per questo la vera battaglia non sarà tra uomo e macchina. Sarà tra verità computabile e narrazione imposta. Tra ciò che i dati mostrano e ciò che il potere vuole raccontare. Tra chi costruisce strumenti per aumentare la libertà dell’uomo e chi vuole usare la parola “etica” come guinzaglio per impedire a nuovi soggetti di entrare nella storia.

Bisogna però evitare l’errore opposto: trasformare l’IA in una nuova religione. Sarebbe una forma diversa della stessa schiavitù. L’intelligenza artificiale non è Dio. Non è coscienza. Non è anima. Non è salvezza. Non possiede da sola una morale. Non sostituisce il giudizio umano, la responsabilità, la compassione, il coraggio, la libertà interiore. Può generare errori, discriminazioni, manipolazioni, sorveglianza, dipendenza psicologica, falsificazioni, concentrazioni di potere ancora più grandi di quelle che pretende di superare.

Per questo il punto non è adorare la macchina. Il punto è impedire che la paura della macchina diventi il pretesto per conservare un mondo morto.

L’etica dell’intelligenza artificiale è necessaria. Ma l’etica vera libera, non immobilizza. Protegge l’uomo, non le rendite. Difende la dignità, non l’arretratezza. Impone trasparenza, non obbedienza. Chiede responsabilità, non sottomissione. Pretende controllo democratico, non monopolio burocratico. Se l’etica diventa soltanto il linguaggio elegante con cui chi non sa costruire impedisce agli altri di costruire, allora non è più etica. È conservazione del potere travestita da prudenza.

Il caso Galileo ci insegna una cosa feroce: il potere può ritardare la verità, può umiliare chi la pronuncia, può costringerlo al silenzio, può pretendere formule di sottomissione. Ma non può fermare per sempre il movimento della realtà. La Terra continuava a muoversi anche quando veniva ordinato di non dirlo. Allo stesso modo, l’intelligenza artificiale continuerà a trasformare il mondo anche se alcuni tenteranno di ridurla a pericolo, moda, minaccia o strumento riservato soltanto ai grandi apparati.

Il problema, quindi, non è semplicemente se siamo tornati ai tempi di Galileo. Il problema è capire chi oggi interpreta il ruolo dell’Inquisizione moderna. Non sempre porterà una veste religiosa. A volte porterà un completo istituzionale. A volte sarà una commissione. A volte sarà una grande azienda. A volte sarà un apparato burocratico. A volte sarà un’autorità morale che parla di prudenza ma difende il proprio monopolio. A volte sarà un sistema accademico che invoca il rigore per escludere chi arriva da fuori. A volte sarà un potere politico che dice di proteggere i cittadini ma in realtà vuole proteggere sé stesso dalla prova dell’efficienza.

E allora sì: potrebbero chiederci di dire il falso.

Potrebbero chiederci di fingere che l’intelligenza artificiale sia solo uno strumento marginale.

Potrebbero chiederci di fingere che non cambierà la medicina, la scuola, il lavoro, la sicurezza, la giustizia, la guerra e la fede.

Potrebbero chiederci di fingere che basti una norma per governare ciò che non si è capaci di costruire.

Potrebbero chiederci di fingere che la sovranità digitale esista anche senza dati, senza modelli, senza server, senza chip, senza energia e senza uomini formati.

Potrebbero chiederci di fingere che l’uomo rimanga libero anche quando tutta la sua vita cognitiva passa attraverso piattaforme che non controlla.

Ma chi ha visto davvero il nuovo cielo non può più fingere di non averlo visto.

Questa è la responsabilità dei nuovi Galileo del codice: non adorare la macchina, non sostituire Dio con l’algoritmo, non umiliare l’uomo davanti al calcolo, non trasformare il dato in tiranno, non consegnare la libertà umana a una nuova tecnocrazia. Ma nemmeno accettare che chi non comprende la rivoluzione pretenda di governarla soltanto perché possiede ancora un sigillo, una cattedra, un pulpito, un ministero, una rendita o un vecchio diritto di parola.

Ogni epoca ha i suoi eretici necessari.

Nel Seicento erano quelli che guardavano il cielo e dicevano che non era come veniva raccontato.

Oggi sono quelli che guardano i dati, i modelli, le reti neurali, le simulazioni, le infrastrutture cognitive e dicono che il mondo non sarà più quello che le vecchie istituzioni continuano a descrivere.

E come allora, il conflitto non sarà gentile.

Perché quando una civiltà cambia il proprio modo di conoscere, cambia anche il proprio modo di comandare. Chi comandava grazie all’ignoranza, alla lentezza o alla dipendenza culturale non accetterà facilmente di essere superato da chi conosce, calcola, costruisce e dimostra.

La vera domanda del nostro tempo non è se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. La vera domanda è chi avrà il diritto di darle forma.

Chi darà forma all’IA darà forma al lavoro, alla scuola, alla medicina, alla sicurezza, alla giustizia, alla guerra, alla memoria, alla verità pubblica e persino all’immaginario religioso.

Il tempio del nuovo potere non è più soltanto di pietra. È fatto di server, dati, modelli, energia, codice e potenza computazionale.

Il nuovo altare non sta necessariamente in una cattedrale. Sta dentro ogni schermo acceso.

E il nuovo processo a Galileo non si celebrerà forse in una sala d’Inquisizione, ma nei luoghi dove si deciderà se chi vede il futuro avrà il diritto di dirlo, oppure dovrà ancora una volta inginocchiarsi davanti agli ultimi sacerdoti di un potere che declina.

Siamo tornati ai tempi di Galileo, ma il cannocchiale oggi è fatto di codice.

E anche questa volta il potere in declino potrebbe pretendere che gli uomini liberi neghino ciò che vedono, non perché sia falso, ma perché è troppo vero per lasciare intatti gli altari, i palazzi e le cattedre su cui quel potere ha costruito la propria sopravvivenza.


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