Futuristic city with sports data hub, technology panels, and stadium at dusk

Dalla cultura del movimento alla cultura del dato: lo sport come infrastruttura delle città contemporanee.

Di Fabio Pagliara

C’è un momento, negli ultimi anni, in cui ho iniziato a rendermi conto che lo sport stava cambiando natura. 

Non più solo olimpismo, competizione, agonismo. Ma benessere, valori, inclusione, “società” .

Non è stato un passaggio improvviso, ma una progressiva evidenza: sempre meno confinato nei luoghi tradizionali, sempre più presente nella vita quotidiana, nello spazio pubblico, nei comportamenti delle persone.

Da presidente della Fondazione Sportcity ho avuto il privilegio di osservare questo cambiamento da una prospettiva concreta, fatta di città, amministrazioni, comunità. E ho capito che lo sport non è più soltanto pratica o competizione: è diventato una chiave di lettura della qualità urbana, un indicatore di benessere, una vera e propria infrastruttura sociale.

Che lo sforzo in innovazione non dovrebbe essere limitato ad aspetti performativi, ma anche ad aspetti sociologici e di qualità della vita.

I dati lo confermano. In Italia, secondo ISTAT, oltre un terzo della popolazione è sedentaria. Un numero che racconta molto più di una semplice abitudine: racconta città spesso poco progettate per il movimento, stili di vita frammentati, una distanza crescente tra salute e quotidianità. È dentro questa distanza che si inserisce la sfida, e insieme l’opportunità, delle tecnologie BRIA.

Intelligenza artificiale, realtà immersiva e bioinformatica stanno entrando anche nel mondo dello sport, ma ridurre questo passaggio a una questione tecnologica sarebbe un errore di prospettiva. In realtà, siamo di fronte a una ridefinizione più ampia del rapporto tra corpo, spazio e conoscenza.

L’intelligenza artificiale, ad esempio, ci permette oggi di leggere i comportamenti collettivi con una profondità prima impensabile. Non si tratta solo di dati, ma di tracce di vita: dove ci muoviamo, come utilizziamo gli spazi, quali abitudini costruiamo. Se utilizzate con intelligenza, queste informazioni possono orientare politiche pubbliche più efficaci, capaci di trasformare le città in ambienti che favoriscono il movimento anziché ostacolarlo.

La realtà immersiva, spesso interpretata come alternativa al mondo fisico, può invece diventare un ponte. Le nuove generazioni vivono naturalmente in una dimensione ibrida, e ignorarlo sarebbe miope. La sfida non è contrapporre reale e digitale, ma costruire esperienze che rendano il movimento più accessibile, più coinvolgente, più vicino ai linguaggi contemporanei.

La bioinformatica, infine, apre uno scenario ancora più avanzato, legato alla personalizzazione. In un Paese che invecchia e in cui le patologie croniche sono in aumento, la possibilità di costruire percorsi di attività fisica su misura rappresenta un passaggio strategico, non solo sanitario ma anche sociale.

Eppure, più cresce la potenza degli strumenti, più diventa evidente un punto: la tecnologia non sostituisce la visione.

Il rischio non è quello di innovare troppo, ma di farlo senza una direzione. Lo sport, nella sua dimensione più autentica, è relazione, presenza, condivisione dello spazio. È educazione implicita alla comunità. Se perdiamo questo elemento, ogni avanzamento tecnologico rischia di diventare una semplificazione, non un progresso.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inattività fisica è tra i principali fattori di rischio per la mortalità globale. Questo dato dovrebbe essere sufficiente a spostare il tema dello sport dal margine al centro delle politiche pubbliche. Non come settore, ma come leva trasversale che incide su salute, ambiente, coesione sociale.

In questa prospettiva, le tecnologie BRIA possono rappresentare un acceleratore straordinario. Ma solo a una condizione: che restino strumenti e non diventino fini. Che siano integrate in una visione che mette al centro la persona, il suo corpo, il suo diritto a vivere lo spazio urbano in modo attivo.

Immagino città in cui il movimento non sia un’opzione, ma una condizione naturale. Città in cui i dati aiutino a individuare i bisogni, ma non sostituiscano la responsabilità delle scelte. Città in cui il digitale accompagni l’esperienza fisica, senza impoverirla.

La partita che si sta giocando non è tra tecnologia e tradizione, ma tra modelli di società. Da una parte, un’idea di innovazione che tende a sostituire, semplificare, disintermediare. Dall’altra, una visione che utilizza la tecnologia per arricchire, connettere, rendere più accessibile ciò che già esiste.

Lo sport può stare da una parte o dall’altra.

La mia convinzione è che debba stare dalla parte della vita reale, delle città vissute, delle relazioni. E che proprio per questo possa diventare uno dei luoghi più efficaci in cui governare il cambiamento, anziché subirlo.

In fondo, ogni innovazione pone sempre la stessa domanda: non cosa possiamo fare, ma cosa vogliamo diventare.

Se sapremo utilizzare le tecnologie BRIA per rafforzare la cultura del movimento, allora non avremo solo città più intelligenti, ma città più vive. E una città viva è, prima di tutto, una città che si muove.


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