Di Nicolini Massimiliano
La canonizzazione di Carlo Acutis non è un atto liturgico come tanti. È un punto di svolta. Non si tratta solo di elevare agli altari un ragazzo morto a quindici anni nel 2006: qui è in gioco il modo stesso in cui la Chiesa guarda a se stessa, al suo futuro e al suo rapporto con i fedeli.
Carlo Acutis non è un santo della Chiesa. È un santo della gente. E questo cambia tutto.
I fedeli non lo percepiscono come un simbolo clericale, ma come uno di loro, un compagno di viaggio che ha saputo vivere la fede nel linguaggio quotidiano dei computer, di internet, della tecnologia. In lui non c’è distanza, non c’è gerarchia, non c’è autorità che divide. C’è vicinanza, immediatezza, riconoscimento reciproco.
La sua intuizione di utilizzare internet per diffondere la fede non è stata un semplice atto di creatività giovanile. È stata una profezia. Carlo ha compreso, prima ancora che la Chiesa lo accettasse, che la tecnica non è un mondo estraneo, ma il nuovo spazio esistenziale in cui la fede deve abitare. La rete, i social, i computer non sono neutri: sono i nuovi templi, i luoghi dove si forma l’identità, dove si cercano risposte, dove nascono comunità.
La canonizzazione di Acutis segna dunque qualcosa di dirompente: la Chiesa, seppur senza dichiararlo apertamente, riconosce la supremazia della tecnologia sul proprio linguaggio tradizionale. La fede non può più permettersi di restare chiusa nelle sacrestie; deve incarnarsi nelle connessioni digitali che oggi regolano la vita sociale e culturale.
Con Carlo Acutis, la Chiesa non manda un messaggio ai fedeli. Fa qualcosa di più radicale: seppellisce l’ascia di guerra e riconosce che i fedeli non sono sudditi da ammaestrare, ma parte attiva della comunità ecclesiale. Da oggi in poi, il popolo di Dio deve contare, deve avere voce in capitolo parrocchia per parrocchia, diocesi per diocesi e non essere “accondiscendenti spettatori non paganti di un consiglio pastorale”.
Il segnale è chiaro: i laici non sono più destinatari passivi, ma protagonisti. L’esempio di Acutis chiama giovani e adulti a una riappropriazione coraggiosa della Chiesa, utilizzando la tecnologia per creare comunità nuove, trasparenti, partecipative. Se le gerarchie non aprono le porte, sarà il popolo a farlo, perché ormai è evidente che senza la voce dei fedeli la Chiesa è destinata a rimanere un guscio vuoto.
Questo messaggio diventa ancora più urgente se si guarda alla situazione attuale. In Europa le vocazioni sono in crisi da decenni: le poche che emergono arrivano spesso in età matura, più come rifugio esistenziale che come scelta missionaria. Le congregazioni religiose non riescono più a rigenerarsi nei paesi occidentali e puntano su Asia e Africa.
È una scelta che comporta rischi culturali enormi: l’Europa rischia di perdere il radicamento della fede, sostituita da un cattolicesimo importato, mentre le parrocchie locali si svuotano.
In questo scenario, Carlo Acutis è un antidoto: la sua vita dimostra che la santità può germogliare dal basso, nel quotidiano, senza rifugiarsi nelle forme clericali. È un invito a tornare a essere Chiesa non come spettatori, ma come costruttori.
Il paradosso è che mentre il popolo mostra fame di partecipazione, gran parte della Chiesa istituzionale continua a chiudersi in se stessa. Troppe diocesi e congregazioni hanno smesso di essere fari di speranza e sono diventate protettorati immobiliari, amministrazioni che difendono patrimoni più che anime. Esistono eccezioni luminose, certo, ma la tendenza generale è quella di un’istituzione che preferisce la conservazione alla missione.
Carlo Acutis, al contrario, mostra la strada opposta: la fede non è gestione di beni o potere, ma vita vissuta, relazione, annuncio semplice e radicale.
A questa chiusura si aggiunge un altro fallimento: l’incapacità della Chiesa di dialogare con il mondo della tecnologia. Invece di costruire alleanze interdisciplinari con i tecnologi, molti ecclesiastici hanno cercato di cavalcare l’onda digitale in maniera improvvisata, senza competenze né visione. Il risultato? Iniziative autoreferenziali, poco incisive, incapaci di parlare davvero al mondo contemporaneo. La distanza tra il potenziale della tecnologia e l’uso ecclesiale si è fatta abissale.
A peggiorare le cose, si aggiunge il fenomeno degli “influencer di Dio”, convocati in Vaticano come nuova frontiera della comunicazione religiosa. Ma anche qui il rischio è stato frainteso: più che evangelizzazione, spesso emerge un individualismo religioso pericoloso, che crea comunità settarie attorno alla figura carismatica di un singolo influencer. Invece di promuovere Cristo, si finisce per promuovere sé stessi. Un cortocircuito che rischia di trasformare la fede in spettacolo e consumo di immagine.
Alla fine, ciò che emerge è un dato inconfutabile: Carlo Acutis non appartiene alla Chiesa istituzionale. È il santo della gente, scelto, amato e seguito dal basso. È il segno che la Chiesa del futuro non sarà più imposta dall’alto, ma nascerà dalla comunità dei fedeli, nutrita dai linguaggi della tecnologia e dalla forza della partecipazione.
Con lui, la Chiesa tradizionale riconosce, forse senza volerlo, che la tecnologia ha già preso il sopravvento e che il modello gerarchico, così come lo abbiamo conosciuto, è destinato a perdere terreno.
Ciò che rimane è un invito chiaro e forte: i fedeli devono riprendere in mano la Chiesa, riappropriarsi della loro comunità, renderla viva e autentica, non più rifugio per pochi ma casa per tutti consapevoli che dentro quelle mura votate troppo spesso all’omertà potrebbero trovare situazioni inimmaginabili.
Carlo Acutis non è un santo tra i santi. È il primo segnale concreto di una Chiesa che, se vuole sopravvivere, deve smettere di difendersi e tornare a camminare insieme alla sua gente.
Scopri di più da
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

