Con ITACA il futuro non è una “TERRA PROMESSA”. Tradurre le tecnologie è il primo passo verso un cambiamento condiviso  

Di Imma Stizzo

Ho 42 anni, sono napoletana e credo profondamente nel valore delle origini: rappresentano quel  “luogo” che orienta ogni scelta. La mia formazione classica e la laurea in Filologia, Letterature e Civiltà  del Mondo Antico non mi hanno tenuta lontana dal digitale, anzi. Quei saperi sono stati la base per  dare vita a Itaca, startup pioniera nella formazione immersiva. 

Un nome ispirato al celebre poema di  Costantino Kavafis: Itaca non è solo una meta, ma il simbolo di un viaggio trasformativo, in cui la  conoscenza e l’esperienza acquisiscono valore lungo il cammino. Spesso mi ritorna in mente  l’incipit: 

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca, devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in  avventure e in esperienze”, e ritrovo il senso del mio percorso e di ciò che sto vivendo, non solo da  CEO, ma anche da persona che, di fatto, ha scelto di attraversare le trasformazioni del suo tempo. 

Dopo anni di esperienza nella progettazione di percorsi formativi e nella gestione di attività didattiche,  ho colto la sfida di trasformare il modo di insegnare e apprendere, ben oltre i confini della  scuola. Itaca sviluppa modelli di apprendimento immersivo che superano la didattica tradizionale,  coinvolge studenti, docenti, imprenditori e lavoratori. Propone esperienze intense, partecipate,  trasformative. Questa visione ci è valsa la selezione per la campagna NextGenerationEU “Il futuro  diventa realtà”, promossa dalla Commissione Europea. 

Nel percorrere la mia strada ho ricoperto ruoli di responsabilità che mi hanno permesso di leggere con occhi sempre nuovi il settore della formazione: vicepresidente di Federformazione, consigliera AIF Campania e oggi presidente del Centro Studi Formazione e Lavoro ETS, associazione che unisce enti  privati impegnati nella formazione continua, nel lavoro e nell’istruzione. 

Infine, sono approdata al mondo dell’Edutech. Cos’è? Cosa significa? Portare tecnologie avanzate come l’immersività e l’intelligenza artificiale nel mondo della formazione. Il primo passo? Tradurle. Per chi le sviluppa, per chi le insegna e per chi le utilizza. È una triplice operazione: tecnica, didattica e culturale. Lavoriamo ogni giorno per colmare il divario tra sviluppatori e formatori, facilitando  l’introduzione di strumenti immersivi nella didattica. 

È una vera e propria mediazione metodologica: mostriamo come utilizzare questi strumenti,  rendendoli accessibili; costruiamo modelli che aiutano educatori e professionisti a integrarli in tempi  rapidi e con efficacia. I nostri percorsi formativi rendono chiaro che ciò che appare distante come  l’uso di un visore o di un avatar può diventare concreto, quotidiano, potente. 

Le resistenze non mancano. Come in ogni rivoluzione dai cellulari a Internet la diffidenza iniziale è fisiologica. Ma basta superare la prima barriera per vedere quanto queste tecnologie aumentino  l’ingaggio, spingano sulla motivazione e facilitino l’apprendimento. La vera posta in gioco è il tempo: oggi dobbiamo imparare più velocemente di ieri. L’obsolescenza delle competenze è accelerata, e la  formazione immersiva ci aiuta a tenere il passo senza perdere di vista le persone e il loro incredibile  portato valoriale. 

Immagino un futuro in cui la formazione assuma sempre più i connotati di un’esperienza intensiva, personalizzata, continua. Visori, avatar, micro-pillole, webinar: tutto integrato in un ecosistema formativo ibrido blended, come si usa dire in gergo dove il reale resta un imprescindibile punto di  partenza, ma non l’unico spazio di apprendimento. Le nuove generazioni ci stanno già mostrando la  via. Osserviamoli: apprendono per immagini, attraverso esperienze visive e coinvolgenti. La soglia di  attenzione è più bassa, sì, ma anche più selettiva. Occorre parlare il loro linguaggio.

Con gli adulti funziona il learning by doing: l’apprendimento che avviene nel fare. Ecco perché  l’immersività funziona. Quando si indossa un visore, l’atteggiamento cambia: si abbassano le difese,  si attiva la curiosità, ci si mette in gioco. È lì che la formazione deve inserirsi, diventando trasformativa. 

Abbiamo sperimentato, ad esempio, un modulo immersivo sull’arte, pensato per le scuole e adattato  anche per adulti. In aula, chi indossava il visore doveva comunicare agli altri cosa stava osservando.  Un esercizio potentissimo di comunicazione e collaborazione. Lo stesso contenuto, in contesti diversi,  permette di raggiungere risultati diversi. È la moltiplicazione delle esperienze. Cogliere queste  opportunità consente di comprendere appieno le potenzialità degli strumenti che abbiamo a nostra  disposizione. 

Se dovessi sintetizzare tutto questo con un’immagine, direi che i formatori oggi devono essere  orchestratori di esperienze, facilitatori del cambiamento. La tecnologia immersiva è una leva  straordinaria che rende la formazione efficace, accessibile e umana. Quest’ultimo passaggio potrebbe  sembrare dissonante, ma, se ci riflettiamo bene, non lo è affatto. Intorno a noi ci sono ancora timori, è  vero, ma anche tanta curiosità. L’importante è saper accogliere il cambiamento, prima di tutto per sé  stessi. 

Come dice Guido Mammoliti, service specialist di Itaca, “l’unico limite è la nostra fantasia”. E allora il  mio invito è questo: apriamoci al possibile, tracciamo insieme nuove rotte, lasciamoci affascinare da  ciò che ancora non conosciamo. Il futuro non è una “terra promessa”. È un’esperienza da vivere  insieme.


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