Di Alessandra Monaco
Sono Alessandra Monaco e sono la fondatrice di una boutique di consulenza indipendente specializzata in sostenibilità d’impresa.
Portare la sostenibilità nelle aziende significa per me promuoverne la prosperità, ricercando l’equilibrio tra persone, ambiente e economia indicato dalla Triple Bottom Line.
Propongo alle organizzazioni la sostenibilità non solo come un sistema valoriale orientato a “fare del bene”, ma anche come un modo di operare che prevede il “fare bene” e che si inserisce nel concetto di una buona governance.
La sostenibilità è infatti un approccio strategico che guida le aziende verso conformità, competitività e continuità, che non prescinde però da un comportamento ambientalmente responsabile e da una transizione giusta.
L’etica è per questo alla base del mio lavoro.
In questo contesto guardo con attenzione all’evoluzione delle tecnologie BRIA, in particolare l’intelligenza artificiale (IA), e ne riconosco l’enorme potenziale per lo sviluppo sostenibile.
Nel mio campo, la capacità dell’IA di elaborare grandi volumi di dati in tempi rapidi può consentire analisi avanzate come quelle sull’esposizione ai rischi climatici, integrando dati aziendali con fonti scientifiche per sviluppare strategie di mitigazione e adattamento.
Inoltre, l’IA abbinata all’Internet delle Cose apre soluzioni a problemi ancora irrisolti con metodi tradizionali: nel tessile, ad esempio, sensori ottici intelligenti migliorano il riconoscimento di materiali e colori negli scarti, potenziando così l’efficienza del riciclo e promuovendo modelli circolari. Sono progressi reali e promettenti.
Tuttavia, noto anche limiti e confusione.
Innanzitutto, la logica del “garbage in, garbage out” è più attuale che mai: se i dati iniziali sono di bassa qualità, i risultati saranno imprecisi o fuorvianti. Lo vediamo con i bias cognitivi presenti nei dati di addestramento, che possono generare risultati distorti e discriminatori, e con le “allucinazioni”, che possono compromettere l’affidabilità dell’IA se assunte acriticamente.

La spinta poi a digitalizzare a ogni costo, anche in organizzazioni dove manca un’adeguata alfabetizzazione digitale e una visione sistemica, rischia di far perdere sia la capacità di controllo dell’output che le competenze e l’engagement del personale.
Emerge anche il tema dell’automazione della rendicontazione di sostenibilità: collegare i database aziendali a un’interfaccia intelligente per generare documenti può certamente aumentare l’efficienza, ma rischia di ridurre il bilancio a un mero esercizio di conformità, svuotandolo del suo valore strategico.
Infine, c’è un aspetto delicato: la materialità del digitale. L’IA, per quanto “invisibile”, ha un impatto tangibile e le operazioni di calcolo richiedono oggi enormi quantità di energia e risorse idriche. Forse un domani sarà proprio l’IA a trovare un rimedio, ma oggi resta un nodo critico da affrontare con responsabilità.
Dove si colloca quindi questo tassello tecnologico rispetto all’equilibrio tra persone, ambiente e profitto?
Per poter essere considerata sostenibile, l’intelligenza artificiale dovrà garantire:
- spiegabilità e tracciabilità, per comprendere risultati indesiderati o pericolosi;
- responsabilità, per individuare chi risponde delle conseguenze;
- equità, per rendere accessibile questa tecnologia senza pregiudizi e senza che nessuno venga lasciato indietro;
- gestione del rischio, per prevenire problemi da progettazione errata o uso improprio.
Nel mio lavoro, la scelta e l’uso dell’IA si basa pertanto su un approccio critico e sistemico, capace di cogliere complessità e contraddizioni.
Come professionista della sostenibilità ritengo che sì, sia cruciale adottare queste nuove tecnologie, ma sia anche necessario orientarle al bene comune e quindi chiedersi: cosa succederebbe se in un certo contesto decidessi di introdurre l’intelligenza artificiale? Quali meccanismi si innescherebbero? Quali gli impatti, i rischi, le opportunità?
Le tecnologie BRIA lavoreranno per il benessere collettivo solo se saremo consapevoli che gli strumenti non sono buoni o cattivi in sé, ma lo diventano in rapporto all’uso che ne facciamo. Starà a noi trovare il giusto equilibrio.
Come?
Una possibile direzione è offerta dal paradigma dell’Industria 5.0, che pone l’essere umano al centro dell’innovazione tecnologica e promuove una collaborazione etica, resiliente e sostenibile tra persone e macchine intelligenti.
Mettere l’uomo al centro significa sviluppare conoscenza, consapevolezza e competenze trasversali. Non basta infatti sapere “come funziona” una tecnologia: serve comprenderne le implicazioni sistemiche, i potenziali effetti collaterali e il valore che può generare per le persone e il pianeta.
Per questo è fondamentale promuovere una formazione che sviluppi profili T-shaped, cioè persone con una solida competenza verticale in un ambito specifico, ma capaci di dialogare e interagire con altri ambiti grazie a competenze orizzontali come il pensiero critico, la sostenibilità, l’etica e la comunicazione. O ancor più, far emergere profili V-shaped, che aggiungono alla competenza tecnica e all’apertura interdisciplinare anche una profonda consapevolezza di sé, del proprio ruolo e delle dinamiche relazionali. È l’intelligenza umana che può guidare quella artificiale verso un futuro più giusto e sostenibile.
La sostenibilità delle tecnologie BRIA non può prescindere da una riflessione profonda su come e da chi vengono progettate, applicate e governate. Non basta che siano potenti o performanti: devono essere giuste, trasparenti e orientate al bene comune.
Ciò che serve non è un futuro dominato da un’algocrazia, ma l’affermazione di una vera algoretica: un’etica degli algoritmi, capace di guidarne l’uso in modo responsabile, equo e inclusivo.
Solo così potremo assicurarci che l’IA e le tecnologie emergenti non siano strumenti di esclusione o automatismi ciechi, ma leve consapevoli per rigenerare il rapporto tra persone, pianeta e profitto.
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