
Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
All’interno del forum troverete topic dedicati ad argomenti specifici su cui potrete approfondire informazioni relative al ruolo, al processo di selezione e alla cultura aziendale della Fondazione Olitec. Inoltre, avrete la possibilità di caricare le vostre domande e consultare le risposte fornite ad altri quesiti posti dai candidati, creando così una rete di informazioni condivisa e trasparente.
Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
Tra innovazione e adattamento: il campo di lavoro nell’era delle nuove tecnologie
Cita da Samina Sayeda su 4 Febbraio 2026, 11:45 amDi Giulia Collico
Circa un anno fa mi sono laureata in Linguistic Computing, un percorso magistrale ancora poco conosciuto ma fortemente orientato al futuro. Si tratta di un ambito interdisciplinare che unisce linguistica, informatica e comunicazione digitale, integrando solide basi teoriche con competenze applicative sull’elaborazione del linguaggio naturale e sulle tecnologie digitali. È un tipo di formazione che nasce proprio dall’esigenza di comprendere come il linguaggio umano, i dati e le macchine possano dialogare tra loro. Questo percorso mi ha permesso di entrare nel mondo del lavoro con maggiore consapevolezza, in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale e l’uso massivo dei dati stanno trasformando profondamente il modo di lavorare, comunicare e prendere decisioni.
Dopo la laurea ho lavorato per circa un anno nel settore assicurativo, ricoprendo il ruolo di data analyst. È stato il mio primo vero contatto con il mondo aziendale e con l’applicazione concreta delle competenze acquisite durante il percorso di studi. Il mio lavoro si articolava in due fasi principali: una prima fase dedicata alla raccolta, selezione e pulizia dei dati, e una seconda fase incentrata sull’analisi e sull’interpretazione degli stessi. L’obiettivo non era semplicemente quello di produrre numeri o grafici, ma di estrarre informazioni significative (insights) utili a migliorare i processi interni e, soprattutto, l’esperienza del cliente. È stato proprio in questo contesto che ho potuto osservare da vicino come l’intelligenza artificiale stia iniziando a incidere in modo concreto sulle dinamiche aziendali, passando da concetto astratto a strumento operativo.
Oggi l’AI rappresenta uno dei principali fattori di cambiamento. Le realtà più piccole, spesso più flessibili e meno vincolate da strutture rigide, riescono ad adottare queste tecnologie con maggiore rapidità. Le grandi organizzazioni, invece, procedono più lentamente, frenate da complessità strutturali, normative e culturali. Nell’azienda in cui operavo, la trasformazione era solo all’inizio: l’analisi dei dati, supportata da strumenti innovativi, stava aprendo la strada a soluzioni sempre più personalizzate, capaci di adattarsi alle esigenze specifiche dei clienti. Questo processo comporta un cambio di paradigma profondo: si passa da un approccio centrato sul prodotto a uno realmente customer-oriented, in cui il cliente diventa il fulcro della strategia aziendale. I dati non sono più un semplice supporto, ma la base su cui costruire nuovi servizi su misura, dando vita a una vera e propria rivoluzione nel modo di fare business.
Di conseguenza, l’approccio da adottare è quello di accettare che la tecnologia e l’intelligenza artificiale facciano ormai parte della nostra quotidianità. Piuttosto che temerle, è necessario sviluppare una relazione uomo-macchina positiva, capace di valorizzare sia le competenze umane sia quelle tecnologiche. L’intelligenza artificiale può migliorare l’efficienza dei processi, supportare le decisioni e rendere i servizi più efficaci, ma non può e non deve sostituire il giudizio umano. Rimangono fondamentali il pensiero critico, l’interpretazione dei risultati e la responsabilità delle scelte. La tecnologia fornisce strumenti potenti, ma spetta alle persone decidere come utilizzarli e con quali obiettivi.
Guardando al futuro – un futuro ormai molto vicino – il tema centrale sarà quello dell’adattamento. Ci saranno persone e organizzazioni che vedranno il cambiamento come un’opportunità di crescita e innovazione, e altre che lo percepiranno come una minaccia, faticando ad accettarlo o rifiutandolo del tutto. Ma emerge anche una questione cruciale, spesso poco discussa: chi sarà realmente coinvolto da questa trasformazione? L’integrazione dell’intelligenza artificiale sarà accessibile a tutti o rischierà di accentuare le disuguaglianze sociali ed economiche già esistenti? In base al contesto di appartenenza, alle competenze e alle risorse disponibili, le esperienze offerte ai cittadini e ai consumatori potrebbero diventare sempre più diverse.
Inoltre si prevede una ridefinizione del lavoro, impattando significativamente le posizioni lavorative nelle quali il supporto dell’IA si presenta come potenzialmente (almeno parzialmente) sostitutivo dell’intervento umano, laddove sono in gioco competenze professionali e tecniche che si prestano meglio ad essere demandate – in toto o in parte - all’IA stessa.
Ciò presenta profili di natura sociale che chiederanno risposte da parte delle istituzioni e delle aziende, oltre che degli stessi lavoratori coinvolti, e pone sfide anche di natura culturale e formativa. In particolare, il passaggio preliminare per stadi progressivi di apprendimento e formazione di natura tecnica ha una valenza “propedeutica” alla complessiva crescita e maturazione umana e professionale, anche in vista dello sviluppo di capacità più manageriali e decisionali, via via arricchite da investimenti formativi ed esperienziali non solamente tecnici (e.g. i cd. “soft skill”): l’introduzione ed estensione di un utilizzo dell’IA che riduca e semplifichi eccessivamente tali percorsi formativi “propedeutici”, di fatto non più vissuti e interiorizzati nel tempo dai lavoratori ma rapidamente “esternalizzati” al supporto dell’IA, pone il tema dell’acquisizione e conservazione nel tempo di un adeguato e solido patrimonio di conoscenze e competenze sia umane che professionali, al fine sia di tutelare la dignità del lavoratore sia di garantire un’effettiva fruibilità e un adeguato controllo delle potenzialità dell’IA.
In conclusione, l’unione tra dati e intelligenza artificiale è oggi essenziale per le aziende che vogliono comprendere il cambiamento e orientare il proprio modello di business verso un approccio realmente orientato alle persone. Questa sinergia consente non solo di offrire esperienze più efficaci e personalizzate, ma anche di costruire relazioni più solide e durature con i clienti. Perché tutto questo accada, però, è necessario un approccio coraggioso, basato sui dati e su una collaborazione sempre più forte tra esseri umani e macchine, nel rispetto delle esigenze, della crescita e della dignità del lavoro umano.
La vera domanda, allora, non è se il cambiamento arriverà, ma se siamo pronti ad accettarlo e affrontarlo con consapevolezza di molte (se non tutte, oggi non interamente prevedibili) implicazioni.
Di Giulia Collico
Circa un anno fa mi sono laureata in Linguistic Computing, un percorso magistrale ancora poco conosciuto ma fortemente orientato al futuro. Si tratta di un ambito interdisciplinare che unisce linguistica, informatica e comunicazione digitale, integrando solide basi teoriche con competenze applicative sull’elaborazione del linguaggio naturale e sulle tecnologie digitali. È un tipo di formazione che nasce proprio dall’esigenza di comprendere come il linguaggio umano, i dati e le macchine possano dialogare tra loro. Questo percorso mi ha permesso di entrare nel mondo del lavoro con maggiore consapevolezza, in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale e l’uso massivo dei dati stanno trasformando profondamente il modo di lavorare, comunicare e prendere decisioni.
Dopo la laurea ho lavorato per circa un anno nel settore assicurativo, ricoprendo il ruolo di data analyst. È stato il mio primo vero contatto con il mondo aziendale e con l’applicazione concreta delle competenze acquisite durante il percorso di studi. Il mio lavoro si articolava in due fasi principali: una prima fase dedicata alla raccolta, selezione e pulizia dei dati, e una seconda fase incentrata sull’analisi e sull’interpretazione degli stessi. L’obiettivo non era semplicemente quello di produrre numeri o grafici, ma di estrarre informazioni significative (insights) utili a migliorare i processi interni e, soprattutto, l’esperienza del cliente. È stato proprio in questo contesto che ho potuto osservare da vicino come l’intelligenza artificiale stia iniziando a incidere in modo concreto sulle dinamiche aziendali, passando da concetto astratto a strumento operativo.
Oggi l’AI rappresenta uno dei principali fattori di cambiamento. Le realtà più piccole, spesso più flessibili e meno vincolate da strutture rigide, riescono ad adottare queste tecnologie con maggiore rapidità. Le grandi organizzazioni, invece, procedono più lentamente, frenate da complessità strutturali, normative e culturali. Nell’azienda in cui operavo, la trasformazione era solo all’inizio: l’analisi dei dati, supportata da strumenti innovativi, stava aprendo la strada a soluzioni sempre più personalizzate, capaci di adattarsi alle esigenze specifiche dei clienti. Questo processo comporta un cambio di paradigma profondo: si passa da un approccio centrato sul prodotto a uno realmente customer-oriented, in cui il cliente diventa il fulcro della strategia aziendale. I dati non sono più un semplice supporto, ma la base su cui costruire nuovi servizi su misura, dando vita a una vera e propria rivoluzione nel modo di fare business.
Di conseguenza, l’approccio da adottare è quello di accettare che la tecnologia e l’intelligenza artificiale facciano ormai parte della nostra quotidianità. Piuttosto che temerle, è necessario sviluppare una relazione uomo-macchina positiva, capace di valorizzare sia le competenze umane sia quelle tecnologiche. L’intelligenza artificiale può migliorare l’efficienza dei processi, supportare le decisioni e rendere i servizi più efficaci, ma non può e non deve sostituire il giudizio umano. Rimangono fondamentali il pensiero critico, l’interpretazione dei risultati e la responsabilità delle scelte. La tecnologia fornisce strumenti potenti, ma spetta alle persone decidere come utilizzarli e con quali obiettivi.
Guardando al futuro – un futuro ormai molto vicino – il tema centrale sarà quello dell’adattamento. Ci saranno persone e organizzazioni che vedranno il cambiamento come un’opportunità di crescita e innovazione, e altre che lo percepiranno come una minaccia, faticando ad accettarlo o rifiutandolo del tutto. Ma emerge anche una questione cruciale, spesso poco discussa: chi sarà realmente coinvolto da questa trasformazione? L’integrazione dell’intelligenza artificiale sarà accessibile a tutti o rischierà di accentuare le disuguaglianze sociali ed economiche già esistenti? In base al contesto di appartenenza, alle competenze e alle risorse disponibili, le esperienze offerte ai cittadini e ai consumatori potrebbero diventare sempre più diverse.
Inoltre si prevede una ridefinizione del lavoro, impattando significativamente le posizioni lavorative nelle quali il supporto dell’IA si presenta come potenzialmente (almeno parzialmente) sostitutivo dell’intervento umano, laddove sono in gioco competenze professionali e tecniche che si prestano meglio ad essere demandate – in toto o in parte - all’IA stessa.
Ciò presenta profili di natura sociale che chiederanno risposte da parte delle istituzioni e delle aziende, oltre che degli stessi lavoratori coinvolti, e pone sfide anche di natura culturale e formativa. In particolare, il passaggio preliminare per stadi progressivi di apprendimento e formazione di natura tecnica ha una valenza “propedeutica” alla complessiva crescita e maturazione umana e professionale, anche in vista dello sviluppo di capacità più manageriali e decisionali, via via arricchite da investimenti formativi ed esperienziali non solamente tecnici (e.g. i cd. “soft skill”): l’introduzione ed estensione di un utilizzo dell’IA che riduca e semplifichi eccessivamente tali percorsi formativi “propedeutici”, di fatto non più vissuti e interiorizzati nel tempo dai lavoratori ma rapidamente “esternalizzati” al supporto dell’IA, pone il tema dell’acquisizione e conservazione nel tempo di un adeguato e solido patrimonio di conoscenze e competenze sia umane che professionali, al fine sia di tutelare la dignità del lavoratore sia di garantire un’effettiva fruibilità e un adeguato controllo delle potenzialità dell’IA.
In conclusione, l’unione tra dati e intelligenza artificiale è oggi essenziale per le aziende che vogliono comprendere il cambiamento e orientare il proprio modello di business verso un approccio realmente orientato alle persone. Questa sinergia consente non solo di offrire esperienze più efficaci e personalizzate, ma anche di costruire relazioni più solide e durature con i clienti. Perché tutto questo accada, però, è necessario un approccio coraggioso, basato sui dati e su una collaborazione sempre più forte tra esseri umani e macchine, nel rispetto delle esigenze, della crescita e della dignità del lavoro umano.
La vera domanda, allora, non è se il cambiamento arriverà, ma se siamo pronti ad accettarlo e affrontarlo con consapevolezza di molte (se non tutte, oggi non interamente prevedibili) implicazioni.

