
Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
All’interno del forum troverete topic dedicati ad argomenti specifici su cui potrete approfondire informazioni relative al ruolo, al processo di selezione e alla cultura aziendale della Fondazione Olitec. Inoltre, avrete la possibilità di caricare le vostre domande e consultare le risposte fornite ad altri quesiti posti dai candidati, creando così una rete di informazioni condivisa e trasparente.
Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
Sintonizzati sul futuro
Cita da Samina Sayeda su 7 Gennaio 2026, 12:06 pmdi Massimo Cerofolini
La luce rossa dello studio si accende e mi ritrovo a parlare con il pubblico di un mondo che cambia a velocità vertiginosa. In quei secondi di silenzio prima di iniziare, mi rendo conto che anche il mio mestiere di giornalista radiofonico stia vivendo una trasformazione senza precedenti. Quando ho cominciato, internet e gli algoritmi generativi non esistevano e, anche dopo, a lungo sono rimasti temi di nicchia. Oggi sono al centro delle nostre vite. E così, in questo passaggio, ho capito che la tecnologia non era più un argomento per addetti ai lavori: stava diventando il nuovo grande racconto della società. Così, quindici anni fa, è nato Eta Beta, il programma dedicato all'innovazione su Radio1 Rai, una scommessa in un periodo di fermento digitale dove personalmente ritrovavo quello spirito creativo con cui nel decennio precedente avevo svolto l’attività di sceneggiatore di serie tv per Rai1. Ora, all’alba del 2026, vedo diverse frontiere tecnologiche, a diversi gradi di maturità, che stanno ridefinendo il panorama: bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale. Nel mio lavoro quotidiano cerco di prepararmi al loro impatto, per raccontarle e sperimentarle, oscillando tra entusiasmo e dubbi sui loro effetti.
La bioinformatica porta la rivoluzione dei dati nel regno della vita. Significa leggere il codice genetico come un testo, incrociare immense banche dati mediche per trovare cure e tracciare epidemie attraverso il Dna. Per noi giornalisti, questo scenario pone sfide inedite: come raccontare al pubblico scoperte così complesse senza perdersi nei tecnicismi? Penso ai mesi durissimi della pandemia, quando termini come sequenziamento genomico sono entrati nei notiziari. In radio ho dovuto maneggiare grafici e statistiche, ma riportando tutto all'esperienza umana: non i soli numeri dei contagi, bensì le vite e le voci dietro quei numeri, le speranze legate a un vaccino, l’inevitabile gestione delle polemiche e degli attacchi di chi avversava le soluzioni adottate. Forse perchè di formazione umanistica e con il tarlo delle buone storie, applico la stessa impostazione quando parlo di una ricerca genetica o di un algoritmo medico: prima tendo a raccontare le persone coinvolte – il paziente in attesa di diagnosi, il medico, il ricercatore – e solo dopo spiego la tecnologia. Così la tecnica diventa un filo conduttore per parlare di ciò che ci tocca da vicino: la salute, la qualità della vita, le scelte etiche che il progresso ci impone. Ma anche la speranza e la fatica dei tanti che l’innovazione la fanno sul serio, nei laboratori o nei più svariati posti di lavoro.
La realtà immersiva (virtuale o aumentata) promette poi di cambiare il modo in cui si racconta. Ho visto i primi esperimenti di notizie in VR, quelli che portano il pubblico dentro la storia, con un impatto realistico sorprendente. Ci si prova da anni, anche se mi sembra che si sia ancora agli albori. Troppi gli ostacoli tecnici ed economici. Ma con l’arrivo degli occhiali intelligenti di Meta, Google e altri attori, qualcosa da quest’anno potrebbe cambiare. In realtà, traslocare chi ci segue dentro mondi lontani è quello che cerchiamo ogni giorno di fare in radio con la prima tecnologia inventata da noi sapiens: le parole, il linguaggio articolato. E cioè creare empatia, far sì che chi ascolta senta le storie come parte della propria vita.
La radio non ha immagini, ma è comunque un mezzo intimo e immersivo. È un dialogo sussurrato all’orecchio che entra nelle cucine, nelle auto, nelle cuffie di chi corre. Con parole e suoni possiamo costruire ambienti nella mente di chi ascolta. A Eta Beta parto spesso da scene concrete: un agricoltore che controlla i campi via tablet, un medico che affianca l'AI in corsia, uno studente che segue la lezione con un visore VR. E poi, soprattutto nei podcast originali che firmo per Rai Play Sound (come Il senso del futuro, Fattore K, Angelo Dalle Molle - Il genio dimenticato, Singapore - Futuro anteriore o Giappone 5.0), con le atmosfere sonore l'ascoltatore può chiudere gli occhi e vedere quella scena. Il confine tra media tradizionali e nuovi si assottiglia. Già oggi la tecnologia ci permette di affiancare alla diretta radiofonica podcast arricchiti di ulteriori elementi, come clip video, e di adattare i contenuti per pubblici diversi. Forse un domani avremo trasmissioni con componenti di realtà aumentata o ambienti virtuali dove approfondire le notizie. Ma non dobbiamo farci abbagliare dagli effetti speciali: anche nell'era di visori e smart glasses, la qualità della storia e la chiarezza nel raccontarla restano al centro.
Nessuna innovazione oggi suscita infine speranze e timori nel giornalismo quanto l'intelligenza artificiale (Ai). In redazione l'Ai è già tra noi: algoritmi aiutano a trovare notizie, software sbobinano interviste in pochi istanti, sistemi generativi correggono testi o imitano la voce. All'inizio l'idea mi preoccupava: ci chiedevamo se l'Ai avrebbe soppiantato noi giornalisti o se sarebbe rimasta un semplice strumento. La risposta, credo, dipende da come verrà usata e regolamentata. Da parte mia, ho scelto di esplorare l'AI senza troppi timori. Ogni giorno, nella rubrica Pillole di Eta Beta, conduco insieme a "Beta", un'intelligenza artificiale che interviene a braccio per mostrare con ironia che il futuro va svelato dall’interno. Eppure, per quanto sia potente la tecnologia, l’atto del narrare resta un mestiere umano. Ho avuto una prova concreta due anni fa, in una puntata speciale di Eta Beta, quando abbiamo affidato parte della conduzione a un'Ai. Ho clonato la mia voce con un software, creando un avatar vocale quasi identico all'originale, e quel “doppio” artificiale dialogava con me, producendo in autonomia i suoi contenuti: un esperimento per mostrare fin dove può arrivare la tecnologia e al tempo stesso per evidenziarne limiti, rischi ed effetti sul lavoro, mettendo in scena il futuro per capirlo insieme al pubblico.
L'Ai, alla luce di quello che sto sperimentando, può essere un formidabile amplificatore: ci libera da compiti ripetitivi (come trascrivere ore di audio), fornisce spunti, produce quantità enormi di fonti da verificare e aiuta a scoprire nei dati schemi che da soli non vedremmo. Ma conosco anche i suoi limiti: un modello generativo sa scrivere, anche benino, ma non ha senso critico; accumula informazioni, ma non verifica i fatti sul campo. Usa formule accattivanti, mutuate dal marketing, ma ormai diventate clichè e impronte digitali di un lavoro fatto in fretta e senza cuore. Delegare troppo alle macchine rischia di farci perdere pezzi della nostra identità professionale. Di indebolire quella capacità di analisi, sintesi e direzione di cui non possiamo mai fare a meno. E dovremo essere trasparenti: dichiarare sempre ciò che è prodotto dall'Ai e assumerci, come peraltro prevede la legge, la responsabilità dei suoi errori.
Oggi la tecnologia ci offre possibilità straordinarie per informare, ma all'orizzonte vedo anche nodi cruciali da sciogliere. Quattro in particolare: le sfide di governance, trasparenza e impatto su lavoro e democrazia degli algoritmi; l’incognita se queste tecnologie ci aiuteranno a ridurre i consumi o diventeranno energivore come una piccola nazione; la privacy e la protezione della nostra vita dalla sorveglianza e dal controllo invasivi; la disuguaglianza digitale, perché non basta dare internet a tutti, ma servono competenze e strumenti affinché la tecnologia sia strumento di emancipazione. E per i prossimi mesi e anni cosa ci aspetta? Qui le nuove tecnologie giocano una partita decisiva, perché il futuro della radio non è un futuro contro la radio. È un futuro in cui la radio si espande. Io la immagino meno lineare e più a grappolo: la diretta resta il cuore, ma attorno crescono podcast, videoclip, contenuti social, newsletter, percorsi personalizzati che l’ascoltatore compone quasi come una playlist del sapere.
L’intelligenza artificiale, in questo scenario, è un acceleratore di accessibilità. Può aiutare a trascrivere e tradurre un programma, suggerire contenuti affini, creare versioni diverse dello stesso racconto per pubblici diversi. E poi c’è un passaggio che fino a poco fa sembrava fantascienza di servizio e oggi è già sul tavolo: con un clic, generare una versione video di Eta Beta, con durate differenti per piattaforme diverse e perfino remix tematici, una specie di montaggio intelligente di tutte le puntate su un argomento, dal quantum computing alla scuola digitale.
Questo apre possibilità editoriali enormi. La radio diventa archivio vivo, non solo flusso. Diventa un sistema che permette di riascoltare il passato per capire il presente, e di mettere in ordine il futuro senza farlo sembrare una valanga. Ma proprio perché tutto può essere automatico, diventa ancora più centrale il ruolo umano: scegliere gli argomenti, dare contesto, evitare l’effetto slot machine della curiosità infinita, tenere insieme responsabilità editoriale ed empatia con chi ascolta. Ovviamente però nel futuro si alza l’esigenza dell’accuratezza. In radio l’empatia non può diventare complicità con l’errore. Verificare le fonti, dichiarare i limiti, distinguere dati e scenari non è burocrazia, è manutenzione della fiducia. La promessa dell’Ai è efficienza. La responsabilità del giornalismo resta la stessa: capire, scegliere, fare domande scomode. Quando spengo il microfono, la domanda non dovrebbe mai essere “che novità abbiamo raccontato”, ma “che strumenti abbiamo lasciato a chi ascolta”. Perché alla fine, in qualunque era, la buona informazione serve a una cosa molto semplice e antica: aiutare a scegliere con la propria testa.
di Massimo Cerofolini
La luce rossa dello studio si accende e mi ritrovo a parlare con il pubblico di un mondo che cambia a velocità vertiginosa. In quei secondi di silenzio prima di iniziare, mi rendo conto che anche il mio mestiere di giornalista radiofonico stia vivendo una trasformazione senza precedenti. Quando ho cominciato, internet e gli algoritmi generativi non esistevano e, anche dopo, a lungo sono rimasti temi di nicchia. Oggi sono al centro delle nostre vite. E così, in questo passaggio, ho capito che la tecnologia non era più un argomento per addetti ai lavori: stava diventando il nuovo grande racconto della società. Così, quindici anni fa, è nato Eta Beta, il programma dedicato all'innovazione su Radio1 Rai, una scommessa in un periodo di fermento digitale dove personalmente ritrovavo quello spirito creativo con cui nel decennio precedente avevo svolto l’attività di sceneggiatore di serie tv per Rai1. Ora, all’alba del 2026, vedo diverse frontiere tecnologiche, a diversi gradi di maturità, che stanno ridefinendo il panorama: bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale. Nel mio lavoro quotidiano cerco di prepararmi al loro impatto, per raccontarle e sperimentarle, oscillando tra entusiasmo e dubbi sui loro effetti.
La bioinformatica porta la rivoluzione dei dati nel regno della vita. Significa leggere il codice genetico come un testo, incrociare immense banche dati mediche per trovare cure e tracciare epidemie attraverso il Dna. Per noi giornalisti, questo scenario pone sfide inedite: come raccontare al pubblico scoperte così complesse senza perdersi nei tecnicismi? Penso ai mesi durissimi della pandemia, quando termini come sequenziamento genomico sono entrati nei notiziari. In radio ho dovuto maneggiare grafici e statistiche, ma riportando tutto all'esperienza umana: non i soli numeri dei contagi, bensì le vite e le voci dietro quei numeri, le speranze legate a un vaccino, l’inevitabile gestione delle polemiche e degli attacchi di chi avversava le soluzioni adottate. Forse perchè di formazione umanistica e con il tarlo delle buone storie, applico la stessa impostazione quando parlo di una ricerca genetica o di un algoritmo medico: prima tendo a raccontare le persone coinvolte – il paziente in attesa di diagnosi, il medico, il ricercatore – e solo dopo spiego la tecnologia. Così la tecnica diventa un filo conduttore per parlare di ciò che ci tocca da vicino: la salute, la qualità della vita, le scelte etiche che il progresso ci impone. Ma anche la speranza e la fatica dei tanti che l’innovazione la fanno sul serio, nei laboratori o nei più svariati posti di lavoro.
La realtà immersiva (virtuale o aumentata) promette poi di cambiare il modo in cui si racconta. Ho visto i primi esperimenti di notizie in VR, quelli che portano il pubblico dentro la storia, con un impatto realistico sorprendente. Ci si prova da anni, anche se mi sembra che si sia ancora agli albori. Troppi gli ostacoli tecnici ed economici. Ma con l’arrivo degli occhiali intelligenti di Meta, Google e altri attori, qualcosa da quest’anno potrebbe cambiare. In realtà, traslocare chi ci segue dentro mondi lontani è quello che cerchiamo ogni giorno di fare in radio con la prima tecnologia inventata da noi sapiens: le parole, il linguaggio articolato. E cioè creare empatia, far sì che chi ascolta senta le storie come parte della propria vita.
La radio non ha immagini, ma è comunque un mezzo intimo e immersivo. È un dialogo sussurrato all’orecchio che entra nelle cucine, nelle auto, nelle cuffie di chi corre. Con parole e suoni possiamo costruire ambienti nella mente di chi ascolta. A Eta Beta parto spesso da scene concrete: un agricoltore che controlla i campi via tablet, un medico che affianca l'AI in corsia, uno studente che segue la lezione con un visore VR. E poi, soprattutto nei podcast originali che firmo per Rai Play Sound (come Il senso del futuro, Fattore K, Angelo Dalle Molle - Il genio dimenticato, Singapore - Futuro anteriore o Giappone 5.0), con le atmosfere sonore l'ascoltatore può chiudere gli occhi e vedere quella scena. Il confine tra media tradizionali e nuovi si assottiglia. Già oggi la tecnologia ci permette di affiancare alla diretta radiofonica podcast arricchiti di ulteriori elementi, come clip video, e di adattare i contenuti per pubblici diversi. Forse un domani avremo trasmissioni con componenti di realtà aumentata o ambienti virtuali dove approfondire le notizie. Ma non dobbiamo farci abbagliare dagli effetti speciali: anche nell'era di visori e smart glasses, la qualità della storia e la chiarezza nel raccontarla restano al centro.
Nessuna innovazione oggi suscita infine speranze e timori nel giornalismo quanto l'intelligenza artificiale (Ai). In redazione l'Ai è già tra noi: algoritmi aiutano a trovare notizie, software sbobinano interviste in pochi istanti, sistemi generativi correggono testi o imitano la voce. All'inizio l'idea mi preoccupava: ci chiedevamo se l'Ai avrebbe soppiantato noi giornalisti o se sarebbe rimasta un semplice strumento. La risposta, credo, dipende da come verrà usata e regolamentata. Da parte mia, ho scelto di esplorare l'AI senza troppi timori. Ogni giorno, nella rubrica Pillole di Eta Beta, conduco insieme a "Beta", un'intelligenza artificiale che interviene a braccio per mostrare con ironia che il futuro va svelato dall’interno. Eppure, per quanto sia potente la tecnologia, l’atto del narrare resta un mestiere umano. Ho avuto una prova concreta due anni fa, in una puntata speciale di Eta Beta, quando abbiamo affidato parte della conduzione a un'Ai. Ho clonato la mia voce con un software, creando un avatar vocale quasi identico all'originale, e quel “doppio” artificiale dialogava con me, producendo in autonomia i suoi contenuti: un esperimento per mostrare fin dove può arrivare la tecnologia e al tempo stesso per evidenziarne limiti, rischi ed effetti sul lavoro, mettendo in scena il futuro per capirlo insieme al pubblico.
L'Ai, alla luce di quello che sto sperimentando, può essere un formidabile amplificatore: ci libera da compiti ripetitivi (come trascrivere ore di audio), fornisce spunti, produce quantità enormi di fonti da verificare e aiuta a scoprire nei dati schemi che da soli non vedremmo. Ma conosco anche i suoi limiti: un modello generativo sa scrivere, anche benino, ma non ha senso critico; accumula informazioni, ma non verifica i fatti sul campo. Usa formule accattivanti, mutuate dal marketing, ma ormai diventate clichè e impronte digitali di un lavoro fatto in fretta e senza cuore. Delegare troppo alle macchine rischia di farci perdere pezzi della nostra identità professionale. Di indebolire quella capacità di analisi, sintesi e direzione di cui non possiamo mai fare a meno. E dovremo essere trasparenti: dichiarare sempre ciò che è prodotto dall'Ai e assumerci, come peraltro prevede la legge, la responsabilità dei suoi errori.
Oggi la tecnologia ci offre possibilità straordinarie per informare, ma all'orizzonte vedo anche nodi cruciali da sciogliere. Quattro in particolare: le sfide di governance, trasparenza e impatto su lavoro e democrazia degli algoritmi; l’incognita se queste tecnologie ci aiuteranno a ridurre i consumi o diventeranno energivore come una piccola nazione; la privacy e la protezione della nostra vita dalla sorveglianza e dal controllo invasivi; la disuguaglianza digitale, perché non basta dare internet a tutti, ma servono competenze e strumenti affinché la tecnologia sia strumento di emancipazione. E per i prossimi mesi e anni cosa ci aspetta? Qui le nuove tecnologie giocano una partita decisiva, perché il futuro della radio non è un futuro contro la radio. È un futuro in cui la radio si espande. Io la immagino meno lineare e più a grappolo: la diretta resta il cuore, ma attorno crescono podcast, videoclip, contenuti social, newsletter, percorsi personalizzati che l’ascoltatore compone quasi come una playlist del sapere.
L’intelligenza artificiale, in questo scenario, è un acceleratore di accessibilità. Può aiutare a trascrivere e tradurre un programma, suggerire contenuti affini, creare versioni diverse dello stesso racconto per pubblici diversi. E poi c’è un passaggio che fino a poco fa sembrava fantascienza di servizio e oggi è già sul tavolo: con un clic, generare una versione video di Eta Beta, con durate differenti per piattaforme diverse e perfino remix tematici, una specie di montaggio intelligente di tutte le puntate su un argomento, dal quantum computing alla scuola digitale.
Questo apre possibilità editoriali enormi. La radio diventa archivio vivo, non solo flusso. Diventa un sistema che permette di riascoltare il passato per capire il presente, e di mettere in ordine il futuro senza farlo sembrare una valanga. Ma proprio perché tutto può essere automatico, diventa ancora più centrale il ruolo umano: scegliere gli argomenti, dare contesto, evitare l’effetto slot machine della curiosità infinita, tenere insieme responsabilità editoriale ed empatia con chi ascolta. Ovviamente però nel futuro si alza l’esigenza dell’accuratezza. In radio l’empatia non può diventare complicità con l’errore. Verificare le fonti, dichiarare i limiti, distinguere dati e scenari non è burocrazia, è manutenzione della fiducia. La promessa dell’Ai è efficienza. La responsabilità del giornalismo resta la stessa: capire, scegliere, fare domande scomode. Quando spengo il microfono, la domanda non dovrebbe mai essere “che novità abbiamo raccontato”, ma “che strumenti abbiamo lasciato a chi ascolta”. Perché alla fine, in qualunque era, la buona informazione serve a una cosa molto semplice e antica: aiutare a scegliere con la propria testa.

