
Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
All’interno del forum troverete topic dedicati ad argomenti specifici su cui potrete approfondire informazioni relative al ruolo, al processo di selezione e alla cultura aziendale della Fondazione Olitec. Inoltre, avrete la possibilità di caricare le vostre domande e consultare le risposte fornite ad altri quesiti posti dai candidati, creando così una rete di informazioni condivisa e trasparente.
Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
La Realtà Mista come Nuovo Linguaggio: l’esperienza di Metagate
Cita da Samina Sayeda su 4 Febbraio 2026, 11:18 amDi Marco Pizzini
Mi chiamo Marco Pizzini e sono CEO e founder di Metagate, una startup italiana che progetta e sviluppa esperienze immersive per industrie, eventi, cultura e formazione, con un focus su Realtà Mista e integrazione di Intelligenza Artificiale (ma anche blockchain e IOT). In Metagate lavoriamo per trasformare contenuti e processi, spesso complessi o difficili da comunicare, in esperienze spaziali più immediate, accessibili e coinvolgenti: dalle demo e installazioni per eventi, ai percorsi educativi, fino a format interattivi per musei e istituzioni.
Il mio percorso non nasce dall’ingegneria o programmazione, ma dall’economia e dalla consulenza: questo mi ha portato fin dall’inizio a osservare la tecnologia non solo per ciò che può fare, ma per come viene compresa, adottata e vissuta dalle persone. Lavorando sul campo con pubblici diversi e in contesti reali, ho imparato che il punto non è “aggiungere tecnologia”, ma semplificarla costruendo nuove interfacce che aiutino le persone a orientarsi tra informazioni, luoghi e relazioni.
Il cambiamento in atto: quando il device cambia il comportamento
Nel mio ambito, l’ingresso delle tecnologie BRIA sta trasformando soprattutto il modo in cui le persone accedono alle informazioni e si relazionano ai contenuti. Finora abbiamo comunicato quasi tutto attraverso schermi, slide, video e pagine web: strumenti efficaci, ma che spesso richiedono attenzione continua e competenze pregresse. Le tecnologie immersive spostano l’esperienza su un piano diverso: non chiedono solo di “guardare”, ma di abitare un contenuto, esplorarlo nello spazio e comprenderlo attraverso il corpo e la presenza.
Questa trasformazione porta opportunità molto concrete. La prima è l’accessibilità cognitiva: concetti complessi diventano più comprensibili quando possono essere osservati, manipolati e contestualizzati nello spazio. La seconda è l’ingaggio: in contesti come eventi e musei, dove il tempo di attenzione è limitato, l’esperienza immersiva può creare un livello di concentrazione e curiosità difficile da ottenere con strumenti tradizionali; e ciò stimola enormemente la memoria. La terza opportunità è l’ibridazione: fisico e digitale non competono più, ma collaborano, alleggerendo logistiche, materiali e barriere linguistiche e riducendo, rischi, costi e impatti ambientali.
Accanto alle opportunità, incontriamo resistenze reali. Alcune sono culturali: la paura che l’immersivo “isoli”, che sia un gadget o che renda l’esperienza meno autentica. Altre sono organizzative: costi percepiti, timore della complessità tecnica, mancanza di competenze interne. A queste si aggiunge la resistenza legata alla fiducia, soprattutto quando entra in gioco l’Intelligenza Artificiale. È qui che vedo la direzione più interessante: l’AI, dentro esperienze immersive, non dovrebbe “fare al posto delle persone”, ma facilitare. Può diventare una guida contestuale, un interprete, un supporto alla navigazione di contenuti complessi, mantenendo trasparenza e limiti chiari. In altre parole, le tecnologie BRIA stanno spingendo il settore verso una nuova idea di interfaccia, in cui l’obiettivo non è aggiungere effetti, ma costruire ambienti comprensibili, inclusivi e memorabili.
Uno sguardo al futuro: interfacce, AI e spazio come linguaggio
Quando si parla di futuro delle tecnologie immersive, l’attenzione tende a concentrarsi sui dispositivi: visori oggi, occhiali domani. In realtà, al momento non è il device ad essere centrale, ma il linguaggio che stiamo costruendo. I visori di Mixed Reality sono importanti perché rappresentano il contesto in cui stiamo imparando a progettare interfacce spaziali e a capire come le persone si orientano, comprendono e ricordano quando il digitale entra nello spazio fisico.
Questa fase di sperimentazione sta facendo emergere una trasformazione più profonda: il passaggio da interfacce bidimensionali, basate su menu e flussi, ad ambienti informativi tridimensionali, in cui dati, contenuti e relazioni assumono una posizione, una scala e una persistenza. In questo scenario, la Realtà Immersiva non è solo un mezzo espressivo, ma una struttura cognitiva. L’Intelligenza Artificiale giocherà un ruolo decisivo in questa evoluzione, non tanto come generatore automatico di contenuti, quanto come sistema di mediazione: capace di adattare le informazioni al contesto, al luogo, al tempo e alla persona. Questo richiede un cambio di approccio: progettare AI che sappiano anche non intervenire e rispettare i limiti. Accanto ad AI e immersione, un altro elemento chiave sarà la crescente importanza dei dati spaziali: mappature 3D, ancoraggi, memorie di luogo (persistenza). Spazi fisici che “ricordano” contenuti e processi aprono scenari nuovi per la cultura e l’educazione, ma pongono anche domande cruciali su privacy, controllo e proprietà del dato.
Conclusione
Lavorare con Realtà Immersiva e Intelligenza Artificiale significa trovarsi in una fase ancora aperta, in cui le scelte contano più degli standard. Abbiamo la possibilità di costruire interfacce che riducano la complessità invece di aumentarla. La mia esperienza mi ha insegnato che la Mixed Reality funziona davvero quando mette al centro l’umano, non la tecnologia. Se vogliamo che le tecnologie BRIA abbiano un impatto positivo, dobbiamo in primis provarle per capirle. Una volta capito il potenziale, declinarle nel proprio ambito viene poi spontaneo.
Di Marco Pizzini
Mi chiamo Marco Pizzini e sono CEO e founder di Metagate, una startup italiana che progetta e sviluppa esperienze immersive per industrie, eventi, cultura e formazione, con un focus su Realtà Mista e integrazione di Intelligenza Artificiale (ma anche blockchain e IOT). In Metagate lavoriamo per trasformare contenuti e processi, spesso complessi o difficili da comunicare, in esperienze spaziali più immediate, accessibili e coinvolgenti: dalle demo e installazioni per eventi, ai percorsi educativi, fino a format interattivi per musei e istituzioni.
Il mio percorso non nasce dall’ingegneria o programmazione, ma dall’economia e dalla consulenza: questo mi ha portato fin dall’inizio a osservare la tecnologia non solo per ciò che può fare, ma per come viene compresa, adottata e vissuta dalle persone. Lavorando sul campo con pubblici diversi e in contesti reali, ho imparato che il punto non è “aggiungere tecnologia”, ma semplificarla costruendo nuove interfacce che aiutino le persone a orientarsi tra informazioni, luoghi e relazioni.
Il cambiamento in atto: quando il device cambia il comportamento
Nel mio ambito, l’ingresso delle tecnologie BRIA sta trasformando soprattutto il modo in cui le persone accedono alle informazioni e si relazionano ai contenuti. Finora abbiamo comunicato quasi tutto attraverso schermi, slide, video e pagine web: strumenti efficaci, ma che spesso richiedono attenzione continua e competenze pregresse. Le tecnologie immersive spostano l’esperienza su un piano diverso: non chiedono solo di “guardare”, ma di abitare un contenuto, esplorarlo nello spazio e comprenderlo attraverso il corpo e la presenza.
Questa trasformazione porta opportunità molto concrete. La prima è l’accessibilità cognitiva: concetti complessi diventano più comprensibili quando possono essere osservati, manipolati e contestualizzati nello spazio. La seconda è l’ingaggio: in contesti come eventi e musei, dove il tempo di attenzione è limitato, l’esperienza immersiva può creare un livello di concentrazione e curiosità difficile da ottenere con strumenti tradizionali; e ciò stimola enormemente la memoria. La terza opportunità è l’ibridazione: fisico e digitale non competono più, ma collaborano, alleggerendo logistiche, materiali e barriere linguistiche e riducendo, rischi, costi e impatti ambientali.
Accanto alle opportunità, incontriamo resistenze reali. Alcune sono culturali: la paura che l’immersivo “isoli”, che sia un gadget o che renda l’esperienza meno autentica. Altre sono organizzative: costi percepiti, timore della complessità tecnica, mancanza di competenze interne. A queste si aggiunge la resistenza legata alla fiducia, soprattutto quando entra in gioco l’Intelligenza Artificiale. È qui che vedo la direzione più interessante: l’AI, dentro esperienze immersive, non dovrebbe “fare al posto delle persone”, ma facilitare. Può diventare una guida contestuale, un interprete, un supporto alla navigazione di contenuti complessi, mantenendo trasparenza e limiti chiari. In altre parole, le tecnologie BRIA stanno spingendo il settore verso una nuova idea di interfaccia, in cui l’obiettivo non è aggiungere effetti, ma costruire ambienti comprensibili, inclusivi e memorabili.
Uno sguardo al futuro: interfacce, AI e spazio come linguaggio
Quando si parla di futuro delle tecnologie immersive, l’attenzione tende a concentrarsi sui dispositivi: visori oggi, occhiali domani. In realtà, al momento non è il device ad essere centrale, ma il linguaggio che stiamo costruendo. I visori di Mixed Reality sono importanti perché rappresentano il contesto in cui stiamo imparando a progettare interfacce spaziali e a capire come le persone si orientano, comprendono e ricordano quando il digitale entra nello spazio fisico.
Questa fase di sperimentazione sta facendo emergere una trasformazione più profonda: il passaggio da interfacce bidimensionali, basate su menu e flussi, ad ambienti informativi tridimensionali, in cui dati, contenuti e relazioni assumono una posizione, una scala e una persistenza. In questo scenario, la Realtà Immersiva non è solo un mezzo espressivo, ma una struttura cognitiva. L’Intelligenza Artificiale giocherà un ruolo decisivo in questa evoluzione, non tanto come generatore automatico di contenuti, quanto come sistema di mediazione: capace di adattare le informazioni al contesto, al luogo, al tempo e alla persona. Questo richiede un cambio di approccio: progettare AI che sappiano anche non intervenire e rispettare i limiti. Accanto ad AI e immersione, un altro elemento chiave sarà la crescente importanza dei dati spaziali: mappature 3D, ancoraggi, memorie di luogo (persistenza). Spazi fisici che “ricordano” contenuti e processi aprono scenari nuovi per la cultura e l’educazione, ma pongono anche domande cruciali su privacy, controllo e proprietà del dato.
Conclusione
Lavorare con Realtà Immersiva e Intelligenza Artificiale significa trovarsi in una fase ancora aperta, in cui le scelte contano più degli standard. Abbiamo la possibilità di costruire interfacce che riducano la complessità invece di aumentarla. La mia esperienza mi ha insegnato che la Mixed Reality funziona davvero quando mette al centro l’umano, non la tecnologia. Se vogliamo che le tecnologie BRIA abbiano un impatto positivo, dobbiamo in primis provarle per capirle. Una volta capito il potenziale, declinarle nel proprio ambito viene poi spontaneo.

