
Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
All’interno del forum troverete topic dedicati ad argomenti specifici su cui potrete approfondire informazioni relative al ruolo, al processo di selezione e alla cultura aziendale della Fondazione Olitec. Inoltre, avrete la possibilità di caricare le vostre domande e consultare le risposte fornite ad altri quesiti posti dai candidati, creando così una rete di informazioni condivisa e trasparente.
Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
La civiltà si misura nei luoghi difficile : la fondazione dona biancheria da bagno al penitenziario di Rebibbia
Cita da Fondazione Olitec su 5 Gennaio 2026, 5:38 pmSe dovessimo nominare il reato più grande del nostro tempo, quello che attraversa ogni confine, ogni ceto, ogni territorio e corrode la vita delle persone senza fare rumore, molti penserebbero subito alla violenza, alla corruzione, al cinismo che cresce. Eppure ce n’è uno, più subdolo e più onnipresente, che spesso non compare nei titoli e quasi mai viene trattato come una colpa collettiva: la povertà.
Povertà non è solo mancanza di denaro. È mancanza di possibilità. È assenza di alternative. È la condizione che riduce l’essere umano a un “caso”, a un numero, a una pratica. È la madre di molte fragilità e spesso anche la matrice di scelte sbagliate, di cadute, di percorsi che finiscono nel punto più buio: la reclusione. Non perché chi è povero sia “destinato” a sbagliare, ma perché la povertà logora la stabilità, abbassa le difese, rende più facile l’errore e più difficile il riscatto.
È dentro questa prospettiva che va letto il gesto della Fondazione Olitec, che ha effettuato la donazione di biancheria da bagno a 100 detenuti del carcere romano di Rebibbia. Un gesto essenziale, concreto, apparentemente “minimo” nella forma — asciugamani, teli, dotazioni di base — ma enorme nella sostanza. Perché riguarda una cosa che la povertà colpisce sempre per prima: la dignità quotidiana.
La povertà: la colpa che la società finge di non avere
La povertà, oggi, è il grande paradosso: viene considerata una sfortuna privata, qualcosa da sopportare in silenzio, un fallimento individuale. E invece, in moltissimi casi, è un fatto sistemico: nasce da contesti, da storie, da assenze, da disuguaglianze che si accumulano. È un “reato sociale” perché produce conseguenze sociali, sanitarie, educative, perfino di sicurezza. E lo fa con una potenza che, se fosse visibile come un incendio, costringerebbe tutti a correre con l’acqua in mano.
Nel carcere, questa verità appare in modo ancora più duro: perché lì la povertà non è solo ciò che può stare a monte della storia di una persona, ma è anche ciò che continua a esistere dentro, nel quotidiano della detenzione. È la povertà materiale delle cose essenziali. È la povertà di strumenti, di tempo, di spazi. È la povertà che si manifesta quando perfino una dotazione igienica adeguata smette di essere scontata e diventa una conquista.
E c’è una povertà ancora più pesante: quella relazionale, quella dell’abbandono. Il carcere può essere affollato, eppure pieno di solitudini. E quando la solitudine incontra il bisogno, la dignità diventa fragile. È lì che un gesto esterno può fare la differenza: perché non porta solo oggetti, porta una parola non detta ma chiarissima — non sei invisibile.
Rebibbia e il sovraffollamento: quando l’essenziale diventa emergenza
In un contesto di sovraffollamento, tutto ciò che altrove è “normale” diventa complicato: docce, turni, spazi, igiene, lavanderia, dotazioni personali. E l’igiene, in particolare, non è un dettaglio: è salute, prevenzione, tutela collettiva.
Quando molte persone convivono in spazi ridotti, la cura del corpo non è solo una questione individuale: diventa una questione di equilibrio generale. Una biancheria da bagno adeguata significa ridurre promiscuità di materiali personali, prevenire situazioni degradanti, limitare rischi, sostenere un minimo di ordine. Ma significa anche una cosa che nessuna statistica misura: la possibilità di non sentirsi umiliati ogni giorno.
L’umiliazione continua è una forma di violenza silenziosa. E la povertà, quando entra nella vita quotidiana della detenzione, può trasformare la pena in qualcosa che va oltre la pena: un logoramento inutile, che non educa e non migliora nessuno, né “dentro” né “fuori”.
Suor Lorena: vent’anni contro la povertà più feroce, quella che toglie il volto
Questa iniziativa è stata possibile grazie al legame di affetto e stima che unisce la Fondazione Olitec a Suor Lorena, suora bresciana che da vent’anni trascorre le sue giornate tra le mura del carcere. La sua presenza è una risposta radicale alla povertà nella sua forma più dura: la povertà di ascolto, la povertà di contatto umano, la povertà di riconoscimento.
Suor Lorena entra dove tanti preferiscono non entrare. Non perché ignori la complessità della giustizia, ma perché conosce una verità ancora più profonda: la pena può essere giusta, la colpa può essere reale — e tuttavia la persona resta persona. E lei porta sollievo a chi sta scontando una pena giusta o meno che sia, perché la sua missione non è giudicare la sentenza: è evitare che la condizione umana venga cancellata.
Vent’anni così non sono “volontariato” nel senso comune del termine. Sono un patto quotidiano con la realtà. Sono la scelta di non arretrare davanti al dolore altrui. Sono la fede che diventa pratica, e la pratica che diventa argine contro l’abisso.
È proprio da figure come lei che si comprende la differenza tra “carità” e “responsabilità”: la carità può essere episodica, la responsabilità è costante. Suor Lorena è costante. E quando una presenza così segnala un bisogno concreto, chi la stima davvero non risponde con parole, ma con azioni.
Olitec: quando l’innovazione non dimentica l’essenziale
La Fondazione Olitec lavora su innovazione, tecnologia, formazione, futuro. Ma questo gesto dimostra un principio decisivo: il futuro non si costruisce soltanto con i dispositivi, i progetti, i sistemi; si costruisce anche con l’attenzione verso chi non ha l’essenziale.
La povertà è il “reato” del nostro tempo perché viene tollerata come se fosse naturale. E invece non lo è. È una ferita sociale. E ogni ferita sociale, se ignorata, diventa una crisi più grande: sanitaria, educativa, culturale, perfino di sicurezza.
Aiutare l’ambito igienico in un contesto di sovraffollamento non è un gesto marginale: è un gesto intelligente, civile, pragmatico. Perché tutela la salute, riduce il degrado, sostiene la stabilità, restituisce un minimo di ordine e di rispetto.
E restituisce, soprattutto, un messaggio fondamentale: la pena priva della libertà, non della dignità.
La verità scomoda: nessuno si riscatta nella vergogna
C’è una convinzione che ogni società dovrebbe fissare come regola morale: nessuno migliora quando viene schiacciato dalla vergogna e dall’abbandono. Se l’obiettivo della pena è anche rieducare e reinserire, allora dobbiamo riconoscere che la dignità non è un premio, è un prerequisito.
La povertà, dentro e fuori dal carcere, lavora al contrario: consuma l’autostima, spegne l’idea di futuro, spinge a sopravvivere invece che a vivere. E per questo è il “reato” più grande: perché crea altre colpe e altre sofferenze, e poi finge di non esserne la causa.
Un asciugamano può sembrare nulla. Ma in un ambiente dove tutto è difficile, può essere un punto di ripartenza: mi lavo, mi asciugo, mi prendo cura di me. E se mi prendo cura di me, posso ancora credere che la mia storia non finisca qui.
Combattere la povertà significa difendere la civiltà
La donazione di biancheria da bagno a 100 detenuti di Rebibbia, resa possibile anche dal legame con Suor Lorena, dice una cosa molto semplice e molto potente: la civiltà si misura nei luoghi dove è più facile dimenticare l’umanità.
Se la povertà è il reato più grande del nostro tempo, allora ogni azione che restituisce essenziale, igiene, dignità, cura, è un atto di giustizia sociale prima ancora che di solidarietà. Perché non aggiunge sofferenza inutile. Non trasforma la pena in degrado. Non alimenta la disumanità.
E soprattutto ricorda a tutti noi, fuori da quelle mura, che il futuro che diciamo di voler costruire ha senso solo se non lascia indietro nessuno — nemmeno chi ha sbagliato, nemmeno chi è caduto, nemmeno chi vive in un luogo dove anche un asciugamano può diventare speranza.
Se dovessimo nominare il reato più grande del nostro tempo, quello che attraversa ogni confine, ogni ceto, ogni territorio e corrode la vita delle persone senza fare rumore, molti penserebbero subito alla violenza, alla corruzione, al cinismo che cresce. Eppure ce n’è uno, più subdolo e più onnipresente, che spesso non compare nei titoli e quasi mai viene trattato come una colpa collettiva: la povertà.
Povertà non è solo mancanza di denaro. È mancanza di possibilità. È assenza di alternative. È la condizione che riduce l’essere umano a un “caso”, a un numero, a una pratica. È la madre di molte fragilità e spesso anche la matrice di scelte sbagliate, di cadute, di percorsi che finiscono nel punto più buio: la reclusione. Non perché chi è povero sia “destinato” a sbagliare, ma perché la povertà logora la stabilità, abbassa le difese, rende più facile l’errore e più difficile il riscatto.
È dentro questa prospettiva che va letto il gesto della Fondazione Olitec, che ha effettuato la donazione di biancheria da bagno a 100 detenuti del carcere romano di Rebibbia. Un gesto essenziale, concreto, apparentemente “minimo” nella forma — asciugamani, teli, dotazioni di base — ma enorme nella sostanza. Perché riguarda una cosa che la povertà colpisce sempre per prima: la dignità quotidiana.
La povertà: la colpa che la società finge di non avere
La povertà, oggi, è il grande paradosso: viene considerata una sfortuna privata, qualcosa da sopportare in silenzio, un fallimento individuale. E invece, in moltissimi casi, è un fatto sistemico: nasce da contesti, da storie, da assenze, da disuguaglianze che si accumulano. È un “reato sociale” perché produce conseguenze sociali, sanitarie, educative, perfino di sicurezza. E lo fa con una potenza che, se fosse visibile come un incendio, costringerebbe tutti a correre con l’acqua in mano.
Nel carcere, questa verità appare in modo ancora più duro: perché lì la povertà non è solo ciò che può stare a monte della storia di una persona, ma è anche ciò che continua a esistere dentro, nel quotidiano della detenzione. È la povertà materiale delle cose essenziali. È la povertà di strumenti, di tempo, di spazi. È la povertà che si manifesta quando perfino una dotazione igienica adeguata smette di essere scontata e diventa una conquista.
E c’è una povertà ancora più pesante: quella relazionale, quella dell’abbandono. Il carcere può essere affollato, eppure pieno di solitudini. E quando la solitudine incontra il bisogno, la dignità diventa fragile. È lì che un gesto esterno può fare la differenza: perché non porta solo oggetti, porta una parola non detta ma chiarissima — non sei invisibile.
Rebibbia e il sovraffollamento: quando l’essenziale diventa emergenza
In un contesto di sovraffollamento, tutto ciò che altrove è “normale” diventa complicato: docce, turni, spazi, igiene, lavanderia, dotazioni personali. E l’igiene, in particolare, non è un dettaglio: è salute, prevenzione, tutela collettiva.
Quando molte persone convivono in spazi ridotti, la cura del corpo non è solo una questione individuale: diventa una questione di equilibrio generale. Una biancheria da bagno adeguata significa ridurre promiscuità di materiali personali, prevenire situazioni degradanti, limitare rischi, sostenere un minimo di ordine. Ma significa anche una cosa che nessuna statistica misura: la possibilità di non sentirsi umiliati ogni giorno.
L’umiliazione continua è una forma di violenza silenziosa. E la povertà, quando entra nella vita quotidiana della detenzione, può trasformare la pena in qualcosa che va oltre la pena: un logoramento inutile, che non educa e non migliora nessuno, né “dentro” né “fuori”.
Suor Lorena: vent’anni contro la povertà più feroce, quella che toglie il volto
Questa iniziativa è stata possibile grazie al legame di affetto e stima che unisce la Fondazione Olitec a Suor Lorena, suora bresciana che da vent’anni trascorre le sue giornate tra le mura del carcere. La sua presenza è una risposta radicale alla povertà nella sua forma più dura: la povertà di ascolto, la povertà di contatto umano, la povertà di riconoscimento.
Suor Lorena entra dove tanti preferiscono non entrare. Non perché ignori la complessità della giustizia, ma perché conosce una verità ancora più profonda: la pena può essere giusta, la colpa può essere reale — e tuttavia la persona resta persona. E lei porta sollievo a chi sta scontando una pena giusta o meno che sia, perché la sua missione non è giudicare la sentenza: è evitare che la condizione umana venga cancellata.
Vent’anni così non sono “volontariato” nel senso comune del termine. Sono un patto quotidiano con la realtà. Sono la scelta di non arretrare davanti al dolore altrui. Sono la fede che diventa pratica, e la pratica che diventa argine contro l’abisso.
È proprio da figure come lei che si comprende la differenza tra “carità” e “responsabilità”: la carità può essere episodica, la responsabilità è costante. Suor Lorena è costante. E quando una presenza così segnala un bisogno concreto, chi la stima davvero non risponde con parole, ma con azioni.
Olitec: quando l’innovazione non dimentica l’essenziale
La Fondazione Olitec lavora su innovazione, tecnologia, formazione, futuro. Ma questo gesto dimostra un principio decisivo: il futuro non si costruisce soltanto con i dispositivi, i progetti, i sistemi; si costruisce anche con l’attenzione verso chi non ha l’essenziale.
La povertà è il “reato” del nostro tempo perché viene tollerata come se fosse naturale. E invece non lo è. È una ferita sociale. E ogni ferita sociale, se ignorata, diventa una crisi più grande: sanitaria, educativa, culturale, perfino di sicurezza.
Aiutare l’ambito igienico in un contesto di sovraffollamento non è un gesto marginale: è un gesto intelligente, civile, pragmatico. Perché tutela la salute, riduce il degrado, sostiene la stabilità, restituisce un minimo di ordine e di rispetto.
E restituisce, soprattutto, un messaggio fondamentale: la pena priva della libertà, non della dignità.
La verità scomoda: nessuno si riscatta nella vergogna
C’è una convinzione che ogni società dovrebbe fissare come regola morale: nessuno migliora quando viene schiacciato dalla vergogna e dall’abbandono. Se l’obiettivo della pena è anche rieducare e reinserire, allora dobbiamo riconoscere che la dignità non è un premio, è un prerequisito.
La povertà, dentro e fuori dal carcere, lavora al contrario: consuma l’autostima, spegne l’idea di futuro, spinge a sopravvivere invece che a vivere. E per questo è il “reato” più grande: perché crea altre colpe e altre sofferenze, e poi finge di non esserne la causa.
Un asciugamano può sembrare nulla. Ma in un ambiente dove tutto è difficile, può essere un punto di ripartenza: mi lavo, mi asciugo, mi prendo cura di me. E se mi prendo cura di me, posso ancora credere che la mia storia non finisca qui.
Combattere la povertà significa difendere la civiltà
La donazione di biancheria da bagno a 100 detenuti di Rebibbia, resa possibile anche dal legame con Suor Lorena, dice una cosa molto semplice e molto potente: la civiltà si misura nei luoghi dove è più facile dimenticare l’umanità.
Se la povertà è il reato più grande del nostro tempo, allora ogni azione che restituisce essenziale, igiene, dignità, cura, è un atto di giustizia sociale prima ancora che di solidarietà. Perché non aggiunge sofferenza inutile. Non trasforma la pena in degrado. Non alimenta la disumanità.
E soprattutto ricorda a tutti noi, fuori da quelle mura, che il futuro che diciamo di voler costruire ha senso solo se non lascia indietro nessuno — nemmeno chi ha sbagliato, nemmeno chi è caduto, nemmeno chi vive in un luogo dove anche un asciugamano può diventare speranza.

