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Ipnosi e Intelligenza Artificiale: l’incontro tra “Coscienza e Conoscenza”

Di dr.Vincenzo D’Amato

Chi sono e da dove osservo questo cambiamento.

Da oltre vent’anni lavoro nel mondo dell’ipnosi, della formazione e dei processi di trasformazione personale. La mia più grande passione è sempre stata la conoscenza della mente umana ed ho iniziato il mio percorso con una immersione totale nello studio della comunicazione, per poi laurearmi in psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Il “salto quantico” è arrivato con la specializzazione all’estero in ipnosi e tecniche ipnotiche non convenzionali. Tante sono state le scelte difficili che hanno segnato il mio cammino e durante il mio percorso di studi, scelsi di uscire dall’Italia perché, in quegli anni, molte metodiche che oggi porto nei miei corsi erano considerate “assurde” o, semplicemente, estranee ai percorsi accademici, ma mi sono sempre spinto oltre, mosso dalla profonda voglia di conoscenza.

Da quel momento, ho effettuato migliaia di sessioni applicando metodologie e protocolli appresi in giro per il mondo, dalle quali ho raccolto dati, raggiungendo risultati ma soprattutto l’esperienza necessaria per capire cosa funziona e cosa invece va evitato, fino a formalizzare il Neuro Hypno Coaching, un metodo integrato che unisce modelli neuroscientifici, induzioni verbali e non verbali, fascinazione ipnotica, mesmerismus, PNL  e strumenti di comunicazione strategica. Ho allenato professionisti di ambito sanitario, nel mondo del business, dello sport e olistico, e oggi formo operatori che applicano l’ipnosi in terapia, in sala operatoria in sostituzione all’anestesia tradizionale, per la gestione del dolore, per il miglioramento delle performance di atleti d’élite e nel miglioramento dei processi decisionali di professionisti ed imprenditori.

Quando ho iniziato, il principale strumento utilizzato era la parola: non solo il contenuto, ma ritmo, pause, tono, presenza, ma presto mi si è aperto l’universo del non verbale: microsegnali di volto e corpo, coerenza tra ciò che si dice e ciò che si mostra. Tuttavia, il motore profondo di oltre il 97% delle nostre azioni resta l’inconscio: una parte a cui non accediamo con il linguaggio ordinario e che spesso non cotrolliamo ma ne veniamo controllati. Per me l’ipnosi è principalmente questo: un metodo fondamentale per creare un dialogo raffinato con l’inconscio, un’arte che intreccia conoscenza, sensibilità ed esperienza vissuta.

Oggi, accanto alla relazione umana, è arrivato un nuovo interlocutore: l’Intelligenza Artificiale. Non ha corpo né coscienza in senso umano, ma apprende, risponde, genera linguaggio, simula conversazioni complesse. Molti mi chiedono se sia una minaccia, una moda, o un’opportunità. La mia risposta è netta: un’estensione. Non sostituisce l’umano: lo amplifica. E, come ogni trasformazione rilevante, richiede comprensione prima del giudizio.

L’ipnosi insegna che temiamo ciò che non comprendiamo. Vale anche per l’IA.

Il cambiamento in atto

Due mondi diversi che parlano della stessa cosa: la mente.
A prima vista, ipnosi e IA sono mondi lontani: esperienza soggettiva e trance da una parte, dati e algoritmi dall’altra. In realtà entrambi modellano processi mentali. L’ipnosi osserva come una persona costruisce realtà interne, filtra stimoli, organizza convinzioni. L’IA analizza pattern linguistici, ricorrenze comportamentali, sequenze decisionali. Il centro, in entrambi, non è lo strumento ma il funzionamento della mente.

Per questo l’arrivo dell’IA non ha contraddetto il mio lavoro: lo ha specchiato e amplificato. Oggi, nelle aule e nei percorsi avanzati, utilizziamo strumenti capaci di:

  • supportare la scrittura di testi ipnotici personalizzati;
  • analizzare linguaggio verbale, para-verbale e non verbale;
  • generare esperienze immersive con voci sintetiche e paesaggi sonori dinamici;
  • simulare dialoghi per l’allenamento dei professionisti.

Ciò che una volta era affidato soltanto alla sensibilità del professionista, intuizioni, microsegnali, coerenza linguistica, oggi può essere osservato anche come dato. Non per sostituire l’intuito, ma per affinarlo.

Naturalmente emergono resistenze: il timore che l’IA riduca l’ipnosi a uno script ripetibile. Questa paura nasce da una visione riduttiva dell’ipnosi. Se fosse solo tecnica, sarebbe automatizzabile. Ma l’ipnosi che pratico e insegno, trasformativa, situazionale, profondamente relazionale, vive di presenza, adattamento, risonanza. Tecniche come fascinazione ipnotica, mesmerismus o pratiche di matrice sciamanica che attivano meccanismi ancestrali: non sono replicabili meccanicamente. Qui l’IA mostra i suoi limiti e, paradossalmente, il suo valore: ci costringe a riconoscere cosa è davvero professione e cosa è procedura.

La vera frattura

L’IA non mette in crisi i professionisti competenti: mette in crisi chi si ferma alla superficie. Automatizza ciò che è ripetitivo e prevedibile; non ciò che richiede percezione profonda, timing, responsabilità. Nel mio quotidiano la uso per strutturare materiali, esplorare modelli di comunicazione, simulare scenari formativi; ma il dato torna sempre lo stesso: l’esperienza vissuta non è delegabile. Un algoritmo può suggerire parole efficaci; non può sentire quando pronunciarle. Può descrivere la trance; non può accompagnare una persona attraverso la trance.

Prospettive future

Formazione e IA: sperimentazione sul campo.

Nel mio contesto formativo sto integrando l’IA non come sostituto del docente, ma come amplificatore dell’apprendimento. Dall’inizio del 2026 è partito un progetto per la mia accademia con una piattaforma dedicata: ogni corso viene riprodotto con avatar e ambienti simulati, per permettere allenamento continuo dopo l’aula, che resta il cardine per apprendere l’ipnosi.

Utilizziamo inoltre:

  • simulatori di dialogo per allenare le risposte;
  • chatbot didattici per esercitazioni autonome;
  • strumenti di analisi per verificare la coerenza del linguaggio induttivo.

L’effetto è chiaro: gli studenti arrivano prima alla tecnica e comprendono prima che la tecnica da sola non basta. L’IA accelera l’apprendimento, ma rende ancora più evidente il valore della presenza umana. In questo senso svolge una funzione quasi “iniziatica”: demistifica l’illusione del controllo e riporta il focus sulla relazione.

Collaborazione, non sostituzione.

Nei prossimi anni vedo assistenti digitali capaci di supportare la pratica quotidiana, monitorare parametri psicofisiologici e adattare le suggestioni in tempo reale allo stato della persona. Piattaforme intelligenti potranno generare programmi personalizzati integrando dimensioni emotive, cognitive e comportamentali.

Ho già sperimentato modelli in grado di decodificare microsegnali di volto e corpo e di adattare la comunicazione in funzione di questi segnali. Con formazione adeguata e dataset clinici ampi, potremo ricevere supporto anche in processi complessi come l’anestesia ipnotica in sala operatoria. Sarà una rivoluzione che sembra tecnologica, ma in realtà sarà culturale: ci obbligherà a ripensare a coscienza, identità eresponsabilità.

Dove finisce l’umano e inizia la macchina?

L’IA ci costringerà a chiederci quanto spesso anche noi funzioniamo in automatico. È un pungolo salutare: se l’algoritmo replica pattern, il professionista deve coltivare consapevolezza e intenzionalità. Qui rientra anche il tema BRIA (le tecnologie di nuova generazione cui appartiene l’IA): strumenti potenti che chiedono alfabetizzazione, governance e visione per orientare i benefici.

Etica e senso di responsabilità.

C’è un punto da non eludere. L’IA può suggerire ciò che funziona; solo l’essere umano può decidere ciò che ha senso. Nel lavoro con la mente questo confine è decisivo: l’efficacia senza etica è pericolosa, la suggestione senza responsabilità è manipolazione. L’IA non possiede valori: li riflette. Siamo noi a decidere quale coscienza vogliamo amplificare. In ogni tecnologia, la differenza la fa l’intenzione dell’operatore.

La più grande induzione collettiva.

Credo che l’ipnosi del futuro sarà non solo una tecnica di comunicazione profonda, ma un ponte fra mente biologica e mente digitale. Il professionista non scompare: si evolve. Diventa esploratore di coscienza assistito dalla tecnologia, interprete tra due intelligenze, presenza umana in un mondo sempre più artificiale. L’IA non toglierà l’arte dell’ipnosi: ci chiederà di portarla a un livello più alto, consapevole e responsabile.

Forse il vero cambiamento non riguarda gli strumenti, ma lo sguardo con cui li usiamo. Se l’ipnosi è l’arte di trasformare la percezione, allora questo tempo è la più grande induzione collettiva della nostra epoca: un invito a credere nel potere creativo della mente umana, prima di tutto.

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