Forum

Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.

All’interno del forum troverete topic dedicati ad argomenti specifici su cui potrete approfondire informazioni relative al ruolo, al processo di selezione e alla cultura aziendale della Fondazione Olitec. Inoltre, avrete la possibilità di caricare le vostre domande e consultare le risposte fornite ad altri quesiti posti dai candidati, creando così una rete di informazioni condivisa e trasparente.

Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.

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Guardare dall’alto: l’architettura nell’era dei mondi digitali

Di Silvia Motori

«Chiunque osservi la crescita delle piante vedrà facilmente che certe parti esterne talvolta si trasformano e passano in altre forme, simili ma differenti…Tutti gli organi della pianta sono foglie trasformate.»

Durante il viaggio in Italia, questa intuizione condusse Goethe all’idea della Urpflanze: un principio nascosto capace di unire e dare senso alla complessità delle forme. Quell’immagine mi torna spesso in mente nel mio lavoro. Mi piace pensare al progetto come a un organismo: ogni parte ha senso nell’insieme, e l’insieme vive nella parte.

Mi chiamo Silvia e da oltre vent’anni, come ingegnere ed architetto, accompagno l’edilizia attraverso tutte le sue forme. Nel mio percorso ho attraversato molti territori: progettazione, cantiere, due diligence tecnico-finanziaria. Poi però il viaggio mi ha portato altrove, verso luoghi che fino a poco tempo fa sembravano lontani dall’architettura: digital twin, metaverso, tokenizzazione.
Ricordo la prima volta che ho esplorato virtualmente uno spazio prima ancora che esistesse. Da lì nacque poi un progetto sperimentale con una start-up, in cui la realtà immersiva non serviva solo a far “vedere prima” gli immobili, ma permetteva di seguire passo dopo passo la costruzione, i materiali e ogni dettaglio; la tokenizzazione dell’asset, infine, apriva nuove possibilità di gestione e valorizzazione digitale. Era come guardare il progetto dall’interno e dall’alto nello stesso momento.
In quel momento, non senza una profonda crisi di identità professionale, ho capito che il mio mestiere stava cambiando, mentre l’Architettura rimaneva lì, immutata nelle sue leggi, forte di quell’utilitas di vitruviana memoria, a ricordarmi che costruire significa prima di tutto prendersi cura della vita delle persone nello spazio.

In questa tensione tra principi immutabili, crisi di identità e strumenti nuovi ho cominciato a osservare il mio lavoro con occhi diversi. Ho visto chi esita a partire, paralizzato dalla paura di mettere in discussione sé stesso, e chi invece si lancia con entusiasmo, affidandosi agli algoritmi come se potessero risolvere ogni problema. Ma ugualmente tutti rimaniamo un po’ sospesi tra chi eravamo, chi siamo e chi vogliamo diventare nel nostro lavoro. E il punto di vista diventa non tanto e non solo gestire consapevolmente i nuovi strumenti, ma ripensare la professione, senza negarla, sminuirla o banalizzarla e senza la paura di perderne i riferimenti principali.

Prendiamo gli strumenti generativi: possono aprire possibilità creative straordinarie. Ma senza l’esperienza e la competenza (sul campo, non solo dell’algoritmo) producono spesso immagini suggestive ma prive di senso progettuale Quando però queste tecnologie vengono integrate con competenze tecniche, l’universo generativo torna a essere un luogo di sperimentazione. Non sarebbe la prima volta, del resto, che l’architettura immagina forme prima ancora che la tecnica sappia costruirle.

Le possibilità sono molte, tante ancora da esplorare. Possiamo immaginare un edificio dentro un ambiente virtuale e testarne il comportamento prima, durante e dopo la costruzione, individuando criticità e ottimizzando soluzioni ancora prima che prendano forma nello spazio reale. Possiamo simulare l’evoluzione di un quartiere nel tempo, osservare come cambiano i flussi delle persone, come mutano i bisogni di chi abita quei luoghi o vedere come un intervento architettonico si innesta nell’equilibrio urbano nel corso degli anni. Possiamo prevedere il ciclo di vita degli edifici, anticipare interventi di manutenzione, tracciare e certificare materiali e componenti, affinchè possano essere verificati o sostituiti nel tempo. Oppure usare l’intelligenza artificiale per orientarci tra apparati normativi e burocratici sempre più complessi, lasciando finalmente più spazio al pensiero progettuale. Possiamo anche immaginare spazi capaci di conservare la memoria: edifici che raccontano le trasformazioni che hanno attraversato, o le vite di chi li ha abitati. 

Le tecnologie ridisegnano il paesaggio, modificano codici etici e pratiche professionali consolidati da anni e, insieme a loro, cambiano anche i confini della nostra professione. Esplorare queste possibilità significa scegliere di partire, accettando un territorio fatto di rischi, errori inevitabili e correzioni, che cambia mentre lo percorriamo.

Io ho scelto di partire.

La vera sfida sarà, penso, la nostra capacità di mantenere uno sguardo d’insieme. Uno sguardo “a volo d’uccello”, capace di collegare dati, competenze tecniche, comprensione del contesto urbano, sociale ed economico. Uno sguardo che tenga insieme esperienza e coscienza professionale. Se vogliamo usare questi strumenti in modo consapevole, dovremo usare ancora di più la nostra intelligenza umana e la nostra sensibilità. 

Forse servirà una nuova generazione di professionisti capaci di muoversi tra discipline artistiche, tecniche, sociali ed economiche. Un po’ come era per gli architetti rinascimentali, anche se il mondo di oggi è molto più complesso e specializzato, il bisogno di una sintesi umana resta centrale. Chissà: forse sarà proprio un nuovo umanesimo a guidarci nell’uso consapevole di questi strumenti, in un’architettura che “nasce da molte discipline e si adorna di molte conoscenze”.

Perché il cambiamento non va letto solo come una sfida tecnologica, ma anche come un’occasione per riscoprirci ancora più umani, con quel senso di meraviglia e di intima connessione con il mondo reale che Goethe colse durante il suo viaggio, non a caso in Italia, e che oggi può ancora guidarci nel progettare il futuro delle nostre città.