
Benvenuti nel Forum della Fondazione Olitec. Questo spazio è stato creato per promuovere la trasparenza e facilitare la comunicazione tra la Fondazione Olitec e tutti coloro che desiderano entrare a far parte del nostro team, in particolare per il ruolo di Sales. Il nostro forum è uno strumento di dialogo aperto e costruttivo dove i candidati possono porre domande, condividere esperienze e ottenere risposte dirette sui vari aspetti del processo di selezione e sulle opportunità di carriera offerte dalla Fondazione.
All’interno del forum troverete topic dedicati ad argomenti specifici su cui potrete approfondire informazioni relative al ruolo, al processo di selezione e alla cultura aziendale della Fondazione Olitec. Inoltre, avrete la possibilità di caricare le vostre domande e consultare le risposte fornite ad altri quesiti posti dai candidati, creando così una rete di informazioni condivisa e trasparente.
Questo spazio è pensato anche per favorire la condivisione delle esperienze personali: potrete raccontare il vostro percorso e scoprire come altri candidati stanno affrontando questa opportunità. Vi invitiamo a partecipare attivamente, a rispettare gli altri membri della community e a mantenere un tono di dialogo collaborativo e positivo.
Casa famiglia dopo i 18 anni, Olitec apre le sue porte
Cita da Fondazione Olitec su 3 Febbraio 2026, 4:30 pmC’è un compleanno che, per molti ragazzi, non assomiglia a una festa ma a un bivio. Il diciottesimo anno, che per tanti coetanei è un passaggio graduale dentro l’età adulta (con famiglie che continuano a sostenere, errori “perdonabili”, un tetto stabile e una rete che ammortizza le cadute), per chi è cresciuto in casa famiglia o in comunità può diventare una soglia improvvisa: un “prima” fatto di tutela, accompagnamento e riferimenti educativi, e un “dopo” dove la continuità non è garantita e la traiettoria rischia di spezzarsi proprio quando servirebbe più stabilità.
I numeri aiutano a capire che non stiamo parlando di un fenomeno marginale. Nel Quaderno della Ricerca Sociale n. 61 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, basato sulle rilevazioni SIOSS, nel 2023 gli Ambiti territoriali sociali segnalano 42.002 minorenni presi in carico perché fuori dalla famiglia di origine, includendo i minori stranieri non accompagnati; al netto dei MSNA il totale indicato è 33.310.
Dentro questo quadro, l’accoglienza in strutture residenziali è una componente importante: i dati integrativi riportano 18.304 minorenni accolti nei servizi residenziali al netto dei MSNA e indicano che, a livello nazionale, la quota di MSNA tra i minorenni accolti nei servizi residenziali è pari al 29,6% (in crescita rispetto all’anno precedente).
A fianco dei dati “di tutela fuori famiglia”, c’è un’altra fotografia, più ampia, che viene dalle statistiche sui presìdi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari. Nel report del ISTAT sulle strutture residenziali al 1° gennaio 2024, si legge un dato che colpisce: sono quasi 22 mila gli ospiti minorenni complessivamente accolti nelle strutture residenziali (circa 2 per 1.000 della popolazione minorenne), e oltre 10 mila sono minori stranieri. Nello stesso documento emerge anche un passaggio cruciale per il tema del “dopo”: nel corso del 2023 sono stati dimessi oltre 13 mila minori e poco più di 1.500 giovani, avendo raggiunto la maggiore età, risultano introdotti in percorsi di inserimento lavorativo e di vita indipendente. È una traccia concreta: la transizione esiste, ma non è mai “automatica” e non sempre è sufficientemente solida.
Quando poi si guarda ai minori stranieri non accompagnati, la pressione sulla transizione all’età adulta diventa ancora più evidente. Il rapporto semestrale pubblicato sul portale ufficiale Integrazione Migranti indica che al 31 dicembre 2023 i MSNA censiti in Italia sono 23.226; sono in prevalenza maschi (88,4%) e concentrati soprattutto nelle età 16–17.
Questo dato non serve per “mescolare” categorie diverse, ma per capire perché alcuni territori vivano una domanda di presa in carico molto intensa e perché, senza strumenti omogenei, la continuità oltre i 18 anni rischi di dipendere più dal codice di avviamento postale che dai bisogni reali.Ed è qui che il tema diventa sociologico, prima ancora che amministrativo. Il problema non è soltanto la disponibilità di posti o risorse: è la diseguaglianza di capitale sociale, di capitale culturale, di reti affidabili. Per un ragazzo cresciuto fuori famiglia, la rete adulta spesso non è “naturale”: va costruita. Se a 18 anni viene meno la cornice di protezione, non cade solo un supporto logistico; spesso si indeboliscono insieme routine, fiducia, possibilità di chiedere aiuto, capacità di reggere un lavoro, tenuta emotiva nelle frustrazioni, e persino l’immagine che il ragazzo ha di sé (“io posso farcela” oppure “sono destinato a perdere”). Lo stigma, anche quando non è esplicito, pesa: la storia personale può diventare un’etichetta che condiziona colloqui di lavoro, relazioni, accesso a un affitto, perfino la percezione di credibilità.
In Italia esistono strumenti pensati proprio per non trasformare i 18 anni in un “precipizio”, ma la loro applicazione non è uniforme. L’Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, in un documento dedicato alla tutela dei minorenni in comunità, evidenzia differenze rilevanti nelle prassi sul prosieguo amministrativo tra diversi tribunali per i minorenni (con realtà in cui l’istituto risulta utilizzato molto e altre in cui risulta assente).
Questa disomogeneità è un punto chiave: significa che, a parità di fragilità e potenziale, il destino di un ragazzo può cambiare in base al territorio, e questo non è un dettaglio tecnico ma una questione di equità.Per provare a dare una cornice comune, sono state adottate Linee di indirizzo nazionali: le “Linee di indirizzo per l’accoglienza nei Servizi residenziali per minorenni”, approvate in Conferenza Unificata il 14 dicembre 2017, proprio con l’obiettivo di orientare e armonizzare il sistema.
Sono strumenti importanti, ma non bastano se la “filiera” della transizione (casa, formazione, lavoro, accompagnamento, salute, documenti, mobilità) non è sostenuta in modo concreto.Un indicatore molto utile, perché descrive bisogni reali e non teorie, arriva dalla Sperimentazione nazionale Care Leavers. Nel Report 2025 (secondo ciclo), gli “obiettivi specifici” più frequenti nei progetti per l’autonomia dicono molto su ciò che serve davvero: al primo posto c’è l’acquisizione/potenziamento dell’autonomia personale e della capacità di fronteggiare situazioni problematiche (42,6%), poi la patente di guida (39,8%), quindi ottenere un lavoro (37,6%) e conseguire un titolo di studio (35,1%). E quando si entra nel concreto della vita quotidiana, emergono criticità economiche molto pratiche: difficoltà sulle spese legate all’istruzione (47,3%), ai trasporti e alle spese mediche straordinarie (circa 46%), e sull’affitto (43,6%).
In poche righe: questi ragazzi chiedono soprattutto continuità, competenze e una base materiale minima per non essere costretti a scegliere tra sopravvivenza immediata e futuro.Dentro questa cornice, ha senso parlare anche dell’impatto sociale più ampio. In Italia, già per i giovani nel complesso, il contesto è difficile: nel 2024 la quota di NEET 15–29 anni è stimata al 15,2%.
A livello UE il tasso complessivo è più basso (Eurostat riporta per il 2024 un NEET rate UE intorno all’11%).
Questo non significa che i care leavers siano “destinati” a diventare NEET; significa però che entrano in un mercato sociale già fragile, dove senza rete e senza qualifiche spendibili il rischio di scivolare in lavori poveri, discontinui o in inattività aumenta. Il risultato, se la transizione fallisce, non è solo un problema individuale: diventa costo sociale, sanitario, giudiziario, assistenziale. Se invece la transizione riesce, l’effetto è opposto: mobilità sociale, competenze, cittadinanza attiva, riduzione della marginalità.E allora la domanda operativa è inevitabile: che cosa rende “solida” una transizione dopo una casa famiglia? La risposta più onesta è che non esiste una leva unica. Serve un pacchetto integrato, semplice da dire ma impegnativo da realizzare: un tetto stabile, un percorso formativo serio, tutoraggio continuo, una rete adulta affidabile, una traiettoria verso il lavoro, e un sistema di verifiche che intercetti i segnali di crisi prima che diventino rotture.
In questo senso, la proposta di inserire un gruppo selezionato di ragazzi (ad esempio 12) in un percorso formativo interno a una fondazione — chiamalo “laurea interna” o, più pragmaticamente, percorso ad alta intensità verso competenze professionalizzanti — può diventare un modello replicabile se costruito con alcune scelte molto concrete.
La prima scelta è evitare l’assistenzialismo e puntare a un patto chiaro: “ti offro continuità e strumenti, tu ti impegni su frequenza, regole, obiettivi”. Questo è importante anche sociologicamente: sposta l’identità del ragazzo dal ruolo di “beneficiario” a quello di “allievo” e “professionista in formazione”, cioè un’identità che produce autostima e futuro. La seconda scelta è la spendibilità: competenze certificabili, moduli progressivi, verifiche reali, e — quando possibile — raccordi con canali formativi riconosciuti, perché il valore sociale del titolo e delle competenze passa anche dalla loro leggibilità fuori dalla fondazione. La terza scelta è il tutoraggio: non un tutor “ogni tanto”, ma una regia quotidiana (studio, metodo, gestione del tempo, capacità di tenuta nei conflitti, alfabetizzazione economica, documenti, salute). La quarta scelta è l’uscita: il programma deve nascere già con aziende, tirocini, apprendistati e sbocchi verificabili, perché il “dopo” non può essere lasciato alla fortuna.
Se poi si vuole davvero parlare di impatto, bisogna misurarlo con indicatori semplici e difendibili: permanenza nel programma a 3/6/12 mesi, certificazioni ottenute, avanzamento scolastico, stabilità abitativa, qualità dell’inserimento lavorativo (non solo “trovato lavoro”, ma continuità e sostenibilità), e qualità della rete adulta costruita (quante figure stabili restano nella vita del ragazzo dopo l’uscita). Senza misurazione, anche il progetto più bello rischia di restare un racconto; con la misurazione, può diventare un modello nazionale che le istituzioni riconoscono e adottano.
Alla fine, il nodo è tutto qui: la maggiore età non dovrebbe essere una ghigliottina amministrativa, ma un passaggio accompagnato. I dati dicono che i numeri sono grandi, che la transizione esiste ma è disomogenea, e che i bisogni più frequenti sono sorprendentemente “normali”: studiare, lavorare, muoversi, abitare, reggere le difficoltà senza crollare.
Se una collaborazione nazionale tra fondazioni, case famiglia, servizi sociali e istituzioni riesce a trasformare quel compleanno da “fine tutela” a “inizio autonomia”, il risultato non è solo salvare qualcuno da una caduta: è mettere un pezzo di futuro in carreggiata, con benefici che durano decenni.
C’è un compleanno che, per molti ragazzi, non assomiglia a una festa ma a un bivio. Il diciottesimo anno, che per tanti coetanei è un passaggio graduale dentro l’età adulta (con famiglie che continuano a sostenere, errori “perdonabili”, un tetto stabile e una rete che ammortizza le cadute), per chi è cresciuto in casa famiglia o in comunità può diventare una soglia improvvisa: un “prima” fatto di tutela, accompagnamento e riferimenti educativi, e un “dopo” dove la continuità non è garantita e la traiettoria rischia di spezzarsi proprio quando servirebbe più stabilità.
I numeri aiutano a capire che non stiamo parlando di un fenomeno marginale. Nel Quaderno della Ricerca Sociale n. 61 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, basato sulle rilevazioni SIOSS, nel 2023 gli Ambiti territoriali sociali segnalano 42.002 minorenni presi in carico perché fuori dalla famiglia di origine, includendo i minori stranieri non accompagnati; al netto dei MSNA il totale indicato è 33.310.
Dentro questo quadro, l’accoglienza in strutture residenziali è una componente importante: i dati integrativi riportano 18.304 minorenni accolti nei servizi residenziali al netto dei MSNA e indicano che, a livello nazionale, la quota di MSNA tra i minorenni accolti nei servizi residenziali è pari al 29,6% (in crescita rispetto all’anno precedente).
A fianco dei dati “di tutela fuori famiglia”, c’è un’altra fotografia, più ampia, che viene dalle statistiche sui presìdi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari. Nel report del ISTAT sulle strutture residenziali al 1° gennaio 2024, si legge un dato che colpisce: sono quasi 22 mila gli ospiti minorenni complessivamente accolti nelle strutture residenziali (circa 2 per 1.000 della popolazione minorenne), e oltre 10 mila sono minori stranieri. Nello stesso documento emerge anche un passaggio cruciale per il tema del “dopo”: nel corso del 2023 sono stati dimessi oltre 13 mila minori e poco più di 1.500 giovani, avendo raggiunto la maggiore età, risultano introdotti in percorsi di inserimento lavorativo e di vita indipendente. È una traccia concreta: la transizione esiste, ma non è mai “automatica” e non sempre è sufficientemente solida.
Quando poi si guarda ai minori stranieri non accompagnati, la pressione sulla transizione all’età adulta diventa ancora più evidente. Il rapporto semestrale pubblicato sul portale ufficiale Integrazione Migranti indica che al 31 dicembre 2023 i MSNA censiti in Italia sono 23.226; sono in prevalenza maschi (88,4%) e concentrati soprattutto nelle età 16–17.
Questo dato non serve per “mescolare” categorie diverse, ma per capire perché alcuni territori vivano una domanda di presa in carico molto intensa e perché, senza strumenti omogenei, la continuità oltre i 18 anni rischi di dipendere più dal codice di avviamento postale che dai bisogni reali.
Ed è qui che il tema diventa sociologico, prima ancora che amministrativo. Il problema non è soltanto la disponibilità di posti o risorse: è la diseguaglianza di capitale sociale, di capitale culturale, di reti affidabili. Per un ragazzo cresciuto fuori famiglia, la rete adulta spesso non è “naturale”: va costruita. Se a 18 anni viene meno la cornice di protezione, non cade solo un supporto logistico; spesso si indeboliscono insieme routine, fiducia, possibilità di chiedere aiuto, capacità di reggere un lavoro, tenuta emotiva nelle frustrazioni, e persino l’immagine che il ragazzo ha di sé (“io posso farcela” oppure “sono destinato a perdere”). Lo stigma, anche quando non è esplicito, pesa: la storia personale può diventare un’etichetta che condiziona colloqui di lavoro, relazioni, accesso a un affitto, perfino la percezione di credibilità.
In Italia esistono strumenti pensati proprio per non trasformare i 18 anni in un “precipizio”, ma la loro applicazione non è uniforme. L’Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, in un documento dedicato alla tutela dei minorenni in comunità, evidenzia differenze rilevanti nelle prassi sul prosieguo amministrativo tra diversi tribunali per i minorenni (con realtà in cui l’istituto risulta utilizzato molto e altre in cui risulta assente).
Questa disomogeneità è un punto chiave: significa che, a parità di fragilità e potenziale, il destino di un ragazzo può cambiare in base al territorio, e questo non è un dettaglio tecnico ma una questione di equità.
Per provare a dare una cornice comune, sono state adottate Linee di indirizzo nazionali: le “Linee di indirizzo per l’accoglienza nei Servizi residenziali per minorenni”, approvate in Conferenza Unificata il 14 dicembre 2017, proprio con l’obiettivo di orientare e armonizzare il sistema.
Sono strumenti importanti, ma non bastano se la “filiera” della transizione (casa, formazione, lavoro, accompagnamento, salute, documenti, mobilità) non è sostenuta in modo concreto.
Un indicatore molto utile, perché descrive bisogni reali e non teorie, arriva dalla Sperimentazione nazionale Care Leavers. Nel Report 2025 (secondo ciclo), gli “obiettivi specifici” più frequenti nei progetti per l’autonomia dicono molto su ciò che serve davvero: al primo posto c’è l’acquisizione/potenziamento dell’autonomia personale e della capacità di fronteggiare situazioni problematiche (42,6%), poi la patente di guida (39,8%), quindi ottenere un lavoro (37,6%) e conseguire un titolo di studio (35,1%). E quando si entra nel concreto della vita quotidiana, emergono criticità economiche molto pratiche: difficoltà sulle spese legate all’istruzione (47,3%), ai trasporti e alle spese mediche straordinarie (circa 46%), e sull’affitto (43,6%).
In poche righe: questi ragazzi chiedono soprattutto continuità, competenze e una base materiale minima per non essere costretti a scegliere tra sopravvivenza immediata e futuro.
Dentro questa cornice, ha senso parlare anche dell’impatto sociale più ampio. In Italia, già per i giovani nel complesso, il contesto è difficile: nel 2024 la quota di NEET 15–29 anni è stimata al 15,2%.
A livello UE il tasso complessivo è più basso (Eurostat riporta per il 2024 un NEET rate UE intorno all’11%).
Questo non significa che i care leavers siano “destinati” a diventare NEET; significa però che entrano in un mercato sociale già fragile, dove senza rete e senza qualifiche spendibili il rischio di scivolare in lavori poveri, discontinui o in inattività aumenta. Il risultato, se la transizione fallisce, non è solo un problema individuale: diventa costo sociale, sanitario, giudiziario, assistenziale. Se invece la transizione riesce, l’effetto è opposto: mobilità sociale, competenze, cittadinanza attiva, riduzione della marginalità.
E allora la domanda operativa è inevitabile: che cosa rende “solida” una transizione dopo una casa famiglia? La risposta più onesta è che non esiste una leva unica. Serve un pacchetto integrato, semplice da dire ma impegnativo da realizzare: un tetto stabile, un percorso formativo serio, tutoraggio continuo, una rete adulta affidabile, una traiettoria verso il lavoro, e un sistema di verifiche che intercetti i segnali di crisi prima che diventino rotture.
In questo senso, la proposta di inserire un gruppo selezionato di ragazzi (ad esempio 12) in un percorso formativo interno a una fondazione — chiamalo “laurea interna” o, più pragmaticamente, percorso ad alta intensità verso competenze professionalizzanti — può diventare un modello replicabile se costruito con alcune scelte molto concrete.
La prima scelta è evitare l’assistenzialismo e puntare a un patto chiaro: “ti offro continuità e strumenti, tu ti impegni su frequenza, regole, obiettivi”. Questo è importante anche sociologicamente: sposta l’identità del ragazzo dal ruolo di “beneficiario” a quello di “allievo” e “professionista in formazione”, cioè un’identità che produce autostima e futuro. La seconda scelta è la spendibilità: competenze certificabili, moduli progressivi, verifiche reali, e — quando possibile — raccordi con canali formativi riconosciuti, perché il valore sociale del titolo e delle competenze passa anche dalla loro leggibilità fuori dalla fondazione. La terza scelta è il tutoraggio: non un tutor “ogni tanto”, ma una regia quotidiana (studio, metodo, gestione del tempo, capacità di tenuta nei conflitti, alfabetizzazione economica, documenti, salute). La quarta scelta è l’uscita: il programma deve nascere già con aziende, tirocini, apprendistati e sbocchi verificabili, perché il “dopo” non può essere lasciato alla fortuna.
Se poi si vuole davvero parlare di impatto, bisogna misurarlo con indicatori semplici e difendibili: permanenza nel programma a 3/6/12 mesi, certificazioni ottenute, avanzamento scolastico, stabilità abitativa, qualità dell’inserimento lavorativo (non solo “trovato lavoro”, ma continuità e sostenibilità), e qualità della rete adulta costruita (quante figure stabili restano nella vita del ragazzo dopo l’uscita). Senza misurazione, anche il progetto più bello rischia di restare un racconto; con la misurazione, può diventare un modello nazionale che le istituzioni riconoscono e adottano.
Alla fine, il nodo è tutto qui: la maggiore età non dovrebbe essere una ghigliottina amministrativa, ma un passaggio accompagnato. I dati dicono che i numeri sono grandi, che la transizione esiste ma è disomogenea, e che i bisogni più frequenti sono sorprendentemente “normali”: studiare, lavorare, muoversi, abitare, reggere le difficoltà senza crollare.
Se una collaborazione nazionale tra fondazioni, case famiglia, servizi sociali e istituzioni riesce a trasformare quel compleanno da “fine tutela” a “inizio autonomia”, il risultato non è solo salvare qualcuno da una caduta: è mettere un pezzo di futuro in carreggiata, con benefici che durano decenni.

