Oggi la Fondazione ha vissuto una giornata intensa, significativa e profondamente rivelatrice. L’incontro con i ragazzi dell’ITS Olivetti, venuti a conoscere e valutare il loro possibile ingresso nei percorsi di addestramento della Fondazione, non è stato soltanto un momento di presentazione istituzionale o di orientamento formativo. È stato, soprattutto, un’occasione per guardare da vicino il futuro. Non un futuro astratto, raccontato nei convegni o descritto nei documenti strategici, ma un futuro concreto, fatto di volti, domande, attenzione, educazione, preparazione e desiderio di mettersi realmente alla prova.
Ci sono giornate che permettono di capire più di molte analisi. Ci sono incontri che rivelano, con immediatezza, quale sia la qualità di una generazione e quale responsabilità abbiano gli adulti, le istituzioni formative, le imprese e le fondazioni nel costruire per essa un percorso serio, credibile e all’altezza delle sfide che il mondo contemporaneo impone. L’incontro con i giovani dell’ITS Olivetti ha mostrato proprio questo: esiste una gioventù preparata, attenta, capace di ascoltare, capace di interrogarsi, capace di comprendere che il futuro non si eredita passivamente, ma si conquista attraverso studio, disciplina, sacrificio e visione.
La presenza dei ragazzi ha confermato una verità troppo spesso dimenticata nel dibattito pubblico: i giovani non sono il problema del Paese, ma una delle sue più grandi possibilità. Spesso vengono descritti come fragili, disorientati, distanti dal lavoro, incapaci di affrontare percorsi impegnativi o poco inclini alla responsabilità. Ma questa narrazione, quando viene assolutizzata, diventa ingiusta e profondamente sbagliata. Esistono giovani che chiedono strumenti, non scorciatoie; che cercano maestri, non slogan; che vogliono essere accompagnati, non semplicemente intrattenuti; che sono pronti a impegnarsi, purché davanti a loro vi sia un percorso vero, serio, riconoscibile e orientato a una reale crescita umana e professionale.
I ragazzi dell’ITS Olivetti hanno dimostrato proprio questo. Hanno dimostrato preparazione, perché le loro basi tecniche e culturali sono apparse solide. Hanno dimostrato attenzione, perché hanno seguito con serietà ciò che veniva presentato, senza superficialità e senza distrazione. Hanno dimostrato educazione, perché il loro atteggiamento ha restituito l’immagine di una formazione precedente fondata non soltanto sulle competenze, ma anche sul rispetto. Hanno dimostrato consapevolezza, perché hanno compreso che entrare in un percorso di addestramento della Fondazione non significa semplicemente frequentare un corso, ma accettare una sfida più ampia: quella di trasformare il proprio talento in una competenza strutturata, utile, spendibile e orientata al servizio del Paese.
Questo è il punto centrale. Il futuro dei giovani non può essere affidato a percorsi deboli, generici, improvvisati o costruiti soltanto per riempire calendari formativi. Il futuro dei giovani ha bisogno di luoghi in cui la formazione sia realmente esigente, in cui la tecnologia non venga insegnata come una moda del momento, ma come una disciplina da comprendere in profondità. Ha bisogno di ambienti nei quali si impari a lavorare, a rispettare i tempi, a collaborare, a sostenere la fatica, a riconoscere l’importanza del metodo, a sviluppare pensiero critico e a misurarsi con problemi reali.
La Fondazione intende costruire proprio questo tipo di spazio. Non un semplice contenitore didattico, ma un ambiente di addestramento, ricerca e responsabilità. La parola “addestramento” non viene scelta casualmente. Essa contiene un’idea più forte della semplice formazione. Formare significa trasmettere conoscenze; addestrare significa preparare una persona ad agire dentro la complessità, ad affrontare scenari difficili, a mantenere lucidità, metodo e disciplina quando la teoria incontra la realtà. In un mondo che cambia rapidamente, nel quale l’intelligenza artificiale, la bioinformatica, la realtà immersiva, la cybersicurezza, l’automazione e la gestione dei dati stanno trasformando ogni settore produttivo e sociale, non basta più sapere qualcosa. Occorre saper applicare, interpretare, correggere, decidere, collaborare e assumersi responsabilità.
In questo senso, l’incontro con i ragazzi dell’ITS Olivetti ha avuto un valore ancora più profondo. Ha mostrato che esiste una continuità possibile tra la migliore tradizione tecnica italiana e le nuove frontiere dell’innovazione. Il nome Olivetti non è un nome qualunque. Porta con sé una storia di intelligenza industriale, cultura tecnica, visione sociale, eleganza progettuale e capacità di immaginare il rapporto tra uomo, macchina e comunità in modo diverso rispetto a una visione puramente meccanica o produttivistica della tecnologia. Dietro il nome Olivetti c’è l’idea che l’impresa, la tecnica e la conoscenza possano diventare strumenti di crescita civile. C’è l’idea che il lavoro non sia soltanto produzione, ma anche dignità. C’è l’idea che l’innovazione non debba cancellare l’uomo, ma elevarlo.
Vedere giovani provenienti da quel mondo, capaci di incarnare serietà, curiosità e preparazione, significa riconoscere che quella eredità non è finita. È ancora viva quando diventa metodo educativo. È ancora viva quando si traduce in studenti capaci di stare dentro una giornata impegnativa con attenzione e rispetto. È ancora viva quando si manifesta in giovani che non si limitano a cercare un attestato, ma vogliono capire quale strada possano percorrere per diventare professionisti veri.
Il Paese ha bisogno esattamente di questo: giovani che non siano soltanto utenti della tecnologia, ma protagonisti della sua costruzione. Per troppi anni abbiamo assistito a una trasformazione digitale raccontata quasi sempre dal punto di vista degli strumenti: piattaforme, software, dispositivi, reti, applicazioni, automazioni, algoritmi. Ma la vera domanda non è soltanto quali tecnologie utilizzeremo. La vera domanda è chi sarà in grado di governarle. Chi saprà progettarle. Chi saprà valutarne le conseguenze. Chi saprà correggerne gli errori. Chi saprà utilizzarle per migliorare la vita delle persone, rafforzare le imprese, sostenere la sanità, proteggere i dati, rendere più efficiente la pubblica amministrazione, sviluppare nuove soluzioni per l’ambiente, per la sicurezza, per la formazione e per il lavoro.
Il futuro non sarà di chi saprà semplicemente premere un pulsante. Sarà di chi comprenderà cosa accade dietro quel pulsante. Sarà di chi saprà leggere un sistema, analizzare un dato, costruire un modello, interpretare una simulazione, valutare un rischio, governare un processo. Sarà di chi avrà competenze tecniche, ma anche responsabilità etica. Sarà di chi saprà unire intelligenza operativa e sensibilità umana.
Per questo i percorsi della Fondazione, fondati sulle discipline BRIA — bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale — non possono essere considerati semplicemente percorsi tecnologici. Essi rappresentano una visione più ampia della formazione contemporanea. La bioinformatica insegna a leggere la vita attraverso il linguaggio dei dati, dei processi biologici, della medicina predittiva, della ricerca scientifica e delle nuove frontiere della salute. La realtà immersiva permette di costruire ambienti di simulazione, addestramento, progettazione e apprendimento nei quali il sapere diventa esperienza. L’intelligenza artificiale, se conosciuta e governata realmente, consente di ampliare le capacità di analisi, previsione, automazione e decisione, ma richiede anche una profonda consapevolezza dei suoi limiti, dei suoi rischi e delle sue implicazioni.
Un giovane che entra in un percorso BRIA non viene quindi semplicemente avvicinato a tre tecnologie. Viene introdotto a un modo nuovo di pensare il rapporto tra scienza, informazione, corpo, ambiente, industria e società. Viene chiamato a comprendere che il mondo del lavoro dei prossimi anni non premierà la superficialità, ma la capacità di abitare competenze ibride, di muoversi tra settori diversi, di collegare discipline apparentemente lontane, di costruire soluzioni dove oggi esistono ancora problemi aperti.
In questa prospettiva, l’incontro con i ragazzi dell’ITS Olivetti assume il valore di un passaggio simbolico. Da una parte vi è una tradizione tecnica importante, radicata, riconoscibile; dall’altra vi è una Fondazione che lavora per proiettare quella preparazione dentro scenari più avanzati, nei quali il talento deve essere accompagnato da metodo, visione, responsabilità e capacità di operare in contesti reali. In mezzo ci sono i giovani, cioè il punto decisivo di ogni progetto nazionale serio.
Non esiste innovazione senza giovani preparati. Non esiste sovranità tecnologica senza nuove generazioni capaci di comprendere la tecnologia. Non esiste crescita industriale senza tecnici, ricercatori, sviluppatori, progettisti, analisti, operatori e professionisti formati con rigore. Non esiste futuro se una società non decide di investire realmente su chi quel futuro dovrà abitarlo.
La giornata ha dimostrato anche un altro aspetto fondamentale: i giovani rispondono quando percepiscono serietà. Quando vengono posti davanti a un percorso credibile, non scappano dalla difficoltà. Al contrario, la riconoscono come parte della crescita. Il problema non è chiedere molto ai giovani; il problema è chiedere molto senza offrire nulla di vero. Quando invece una proposta formativa è chiara, strutturata, esigente e orientata a un risultato concreto, i giovani migliori comprendono che quella fatica può diventare occasione, che quella disciplina può diventare libertà, che quel percorso può trasformarsi in una reale possibilità di vita.
Troppo spesso si è confusa l’inclusione con l’abbassamento dell’asticella. Ma includere non significa rendere tutto facile. Significa mettere le persone nella condizione di affrontare percorsi alti, dando strumenti, accompagnamento, metodo e fiducia. Significa credere che un giovane possa crescere, possa migliorare, possa superare i propri limiti, possa diventare più forte di quanto egli stesso immaginasse. La vera formazione non consola soltanto: sfida, orienta, sostiene e trasforma.
La Fondazione continuerà a lavorare in questa direzione. Continuerà a costruire percorsi nei quali tecnologia e responsabilità procedano insieme; nei quali la ricerca non sia separata dal lavoro; nei quali il talento non venga lasciato solo; nei quali i giovani possano trovare non soltanto un’aula, ma un ambiente capace di prepararli alla realtà. Perché la realtà, oggi, è complessa. È competitiva. È veloce. È spesso dura. Ma proprio per questo ha bisogno di persone formate non soltanto a sapere, ma a resistere, comprendere, decidere e costruire.
Il valore dei ragazzi incontrati oggi sta anche nella loro disponibilità a crescere. Non hanno dato l’impressione di cercare una scorciatoia. Hanno dato l’impressione di voler capire, di voler valutare seriamente, di voler misurare se stessi rispetto a un percorso importante. Questa è una qualità rara e preziosa. Perché la disponibilità a crescere è il primo segno dell’intelligenza. Chi crede di essere già arrivato non impara più. Chi invece sente di avere basi solide, ma anche strada davanti, può diventare davvero grande.
Ai ragazzi dell’ITS Olivetti va dunque un complimento sincero. Non un complimento di circostanza, ma un riconoscimento vero. Hanno dimostrato che la preparazione tecnica, quando è accompagnata da serietà personale, può diventare il punto di partenza per percorsi di grande valore. Hanno confermato che dietro il nome Olivetti continua a esserci una garanzia di qualità, cultura, metodo e risultati. Hanno mostrato, con il loro atteggiamento, che il futuro non è perduto, non è distante, non è soltanto minaccia o incertezza. Il futuro è già presente quando un giovane decide di ascoltare, imparare, impegnarsi e mettersi in cammino.
Questa è la responsabilità più grande che oggi abbiamo davanti: non disperdere quel potenziale. Ogni giovane preparato che non trova un percorso adeguato è una possibilità sprecata per il Paese. Ogni talento non accompagnato è un’occasione perduta. Ogni ragazzo lasciato solo davanti alla complessità del mondo del lavoro rappresenta una sconfitta collettiva. Al contrario, ogni giovane formato bene, seguito con serietà, orientato verso competenze reali e inserito in un ambiente capace di valorizzarlo diventa una risorsa per tutti.
Il futuro dei giovani non si costruisce con la retorica. Si costruisce con le scelte. Si costruisce con i luoghi. Si costruisce con i maestri. Si costruisce con i laboratori. Si costruisce con la disciplina. Si costruisce con la fiducia. Si costruisce con il coraggio di dire che il talento va riconosciuto, ma anche allenato; che la passione va incoraggiata, ma anche strutturata; che la tecnologia va studiata, ma anche governata; che il lavoro va cercato, ma anche meritato attraverso competenze autentiche.
La giornata con i ragazzi dell’ITS Olivetti ha ricordato tutto questo con grande forza. Ha ricordato che la formazione non è un passaggio burocratico tra scuola e lavoro, ma uno dei luoghi decisivi nei quali si decide il destino di una persona e, in parte, il destino di una nazione. Ha ricordato che la qualità di un Paese si misura anche dalla qualità delle opportunità che offre ai suoi giovani migliori. Ha ricordato che dietro ogni percorso di addestramento non ci sono soltanto programmi, moduli e certificazioni, ma vite, aspettative, famiglie, sogni, sacrifici e possibilità.
Per questo la Fondazione continuerà a investire nei giovani con convinzione, con rigore e con responsabilità. Continuerà a credere che l’innovazione abbia senso solo se genera futuro umano. Continuerà a lavorare perché i percorsi di addestramento diventino luoghi nei quali i ragazzi possano scoprire non soltanto ciò che sanno fare, ma ciò che possono diventare.
Il talento, da solo, non basta. La buona volontà, da sola, non basta. La tecnologia, da sola, non basta. Servono metodo, visione, disciplina, accompagnamento e una comunità capace di credere realmente nei giovani. Quando tutto questo si incontra, il futuro smette di essere una promessa generica e diventa un cammino possibile.
Oggi, nei ragazzi dell’ITS Olivetti, abbiamo visto proprio questo: un cammino possibile. Un cammino fatto di preparazione, serietà, educazione e desiderio di crescere. Un cammino che merita di essere sostenuto, valorizzato e accompagnato. Perché il futuro del Paese non nascerà soltanto dalle tecnologie che sapremo sviluppare, ma soprattutto dai giovani che sapremo formare.
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