Analisi critica di “Magnifica Humanitas”: quando la custodia dell’umano rischia di trasformarsi in una presa di posizione istituzionale sul nuovo potere tecnologico, mentre poveri, deboli e lavoratori restano sullo sfondo della narrazione.
Abstract
Il documento Magnifica Humanitas si presenta come una grande riflessione ecclesiale sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il testo ha l’ambizione di collocare l’IA dentro la tradizione della Dottrina sociale della Chiesa, richiamando dignità, lavoro, bene comune, giustizia sociale, pace e responsabilità. Tuttavia, un’analisi critica più severa mostra una tensione profonda: la Chiesa sembra voler entrare nel dibattito sull’intelligenza artificiale non soltanto per difendere l’uomo, ma anche per riaffermare una propria centralità simbolica nel nuovo spazio del potere globale. Il rischio è evidente: mentre la Chiesa parla di algoritmi, dati, robotica, transumanesimo, potere digitale e governance tecnologica, il suo sguardo sembra progressivamente allontanarsi dalla concretezza primaria del Vangelo, cioè i poveri, gli esclusi, i malati, i migranti, i lavoratori sfruttati, le famiglie fragili e i deboli reali. L’enciclica non è priva di valore, ma appare sospesa tra profezia e posizionamento istituzionale. Ha senso nel contesto moderno solo se viene letta come invito a orientare il progresso, non come tentativo di fermarlo. Diventa invece problematica quando sembra voler occupare un terreno tecnico che non appartiene propriamente alla missione ecclesiale e sul quale la Chiesa non mostra una competenza proporzionata.
Introduzione
Ogni epoca ha il proprio linguaggio del potere. Nel XIX secolo era la fabbrica. Nel XX secolo erano la nazione industriale, la finanza, l’energia, la guerra meccanizzata, la produzione di massa. Nel XXI secolo il potere ha assunto una forma nuova: dati, calcolo, piattaforme, algoritmi, modelli predittivi, infrastrutture cloud, intelligenza artificiale, robotica, sorveglianza digitale, capacità computazionale.
È dentro questo scenario che si colloca Magnifica Humanitas, documento dedicato alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Già l’indice del testo mostra l’ambizione dell’opera: l’IA non viene trattata come tema settoriale, ma come questione complessiva che attraversa Dottrina sociale della Chiesa, tecnica, dominio, verità, lavoro, libertà, guerra, pace e civiltà dell’amore.
La domanda critica, però, è inevitabile: la Chiesa sta davvero parlando dell’uomo davanti all’IA, oppure sta cercando di riaffermare una propria presenza in uno dei nuovi luoghi del potere mondiale?
La differenza è sostanziale. Se la Chiesa parla dell’IA per difendere chi rischia di essere escluso dalla trasformazione tecnologica, allora il suo intervento è necessario. Se invece parla dell’IA per inserirsi nel grande discorso globale dei decisori, dei regolatori, delle élite accademiche, delle piattaforme, dei governi e delle imprese tecnologiche, allora il rischio è che il Vangelo venga usato come linguaggio nobile per partecipare a una nuova partita di potere.
È qui che il documento mostra la sua ambivalenza. Da un lato denuncia rischi reali: decisioni automatizzate, perdita di lavoro, concentrazione tecnologica, disuguaglianze, manipolazione dell’informazione, impatto ambientale, guerra automatizzata. Dall’altro lato sembra assumere un ruolo che non è pienamente suo: entrare nel governo concettuale dell’intelligenza artificiale senza disporre della grammatica tecnica necessaria e, soprattutto, senza mantenere davvero al centro la carne viva dei poveri.
Il punto critico non è che la Chiesa parli di IA. Il punto critico è come ne parla e da quale posizione. La Chiesa ha titolo per parlare dell’umano, della dignità, della povertà, dello sfruttamento, della giustizia, del lavoro e della pace. Ma quando tenta di parlare della tecnica come se potesse collocarsi sullo stesso piano dei regolatori, degli ingegneri, degli scienziati e dei decisori industriali, rischia di apparire fuori asse: troppo generale per essere tecnica, troppo istituzionale per essere profetica, troppo preoccupata di presidiare il futuro per restare fedele alla semplicità radicale degli ultimi.
Una domanda scomoda: è ancora il Vangelo dei poveri o è la Chiesa che cerca posto nel nuovo potere?
Il cristianesimo nasce nella marginalità. Nasce in una mangiatoia, non in un centro dati. Nasce tra pescatori, malati, vedove, lebbrosi, pubblicani, peccatori, poveri e perseguitati. La sua forza originaria non è stata quella di governare il discorso del potere, ma di rovesciarlo. Il Vangelo non nasce per sedersi ai tavoli dove si decide il dominio del mondo, ma per ricordare che l’uomo non vale per la sua potenza, per la sua produzione, per la sua funzione o per la sua ricchezza.
Per questo un’enciclica sull’intelligenza artificiale pone un problema ecclesiale profondo. Certamente l’IA incide sulla vita dei poveri. Incide sul lavoro, sull’accesso ai servizi, sulla sanità, sull’educazione, sulla comunicazione, sulla libertà. Quindi la Chiesa non può ignorarla. Ma c’è una differenza tra parlare dell’IA a partire dai poveri e parlare dei poveri a partire dall’IA.
Nel primo caso, il centro resta l’uomo ferito. Nel secondo, il centro diventa la tecnologia, e i poveri vengono richiamati come argomento morale a sostegno di un discorso già costruito altrove.
Questo è il grande rischio di Magnifica Humanitas: l’enciclica dice di voler custodire l’umano, ma spesso sembra più interessata a interpretare il potere dell’IA che a raccontare la sofferenza concreta di chi vive ai margini della trasformazione digitale. I poveri ci sono, certo. Il documento li nomina. Nella parte introduttiva richiama “i poveri, i malati, i migranti, i piccoli” come pietre scartate chiamate a diventare testata d’angolo. Ma questa evocazione resta in larga parte simbolica. I poveri sono presenti come categoria teologica, non come soggetti storici reali.
Manca la domanda brutale: quanti poveri non hanno accesso alla rete? Quanti anziani non sanno usare i servizi digitali? Quanti lavoratori saranno espulsi dal mercato senza formazione? Quanti migranti saranno profilati da sistemi automatici? Quanti malati saranno valutati da piattaforme sanitarie opache? Quanti bambini saranno educati da strumenti commerciali costruiti per raccogliere dati? Quante famiglie non avranno gli strumenti per distinguere verità e manipolazione?
Se la Chiesa vuole parlare di IA da una posizione evangelica, deve partire da queste domande. Non dal transumanesimo. Non dal postumanesimo. Non dalla grande architettura del potere digitale. Non dal desiderio di mostrare di essere culturalmente presente nel dibattito mondiale. Deve partire dalla vita concreta degli ultimi.
La Chiesa si occupa di temi non suoi?
La risposta va articolata. In senso assoluto, no: la Chiesa non si occupa di un tema “non suo” quando parla dell’impatto umano dell’intelligenza artificiale. Ogni trasformazione che tocca la dignità della persona, il lavoro, la giustizia, la pace, la libertà e la verità rientra legittimamente nel campo della Dottrina sociale. Il documento stesso richiama questa tradizione, sostenendo che la Chiesa ha il compito di discernere le trasformazioni storiche alla luce del Vangelo.
Ma in senso concreto, il rischio esiste. La Chiesa si occupa di un tema non suo quando passa dall’annuncio morale alla pretesa implicita di interpretare la tecnica senza possederne la competenza profonda. Può dire che un sistema non deve scartare i deboli. Può dire che il lavoro va difeso. Può dire che la guerra non deve essere delegata alle macchine. Può dire che l’uomo non è riducibile a dato. Tutto questo è pienamente suo.
Ma quando il discorso sembra voler giudicare l’intero processo tecnologico senza distinguere tra architetture, sistemi, livelli di rischio, infrastrutture, modelli, dati, validazioni, audit, sicurezza, interoperabilità e responsabilità operative, allora la Chiesa entra in un terreno che non domina. E quando non si domina un terreno, si rischia di trasformare il giudizio morale in retorica.
Il documento, per esempio, afferma che l’IA è presente nei processi decisionali in molti ambiti e che decisioni delicate su lavoro, credito, accesso ai servizi e reputazione rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati. Questa affermazione è corretta. Ma non basta. Bisognerebbe distinguere tra sistemi di supporto decisionale, automazione completa, scoring probabilistico, classificazione, raccomandazione, predizione, filtro, ranking, profilazione e decisione amministrativa finale.
Senza questa distinzione, “l’algoritmo” diventa quasi un personaggio morale, un nuovo Leviatano digitale. Ma nella realtà tecnica l’algoritmo è solo una parte di una filiera molto più ampia: dataset, progettisti, fornitori, committenti, deployer, operatori, policy, soglie decisionali, interfacce, procedure di ricorso, autorità di controllo. Il male non sta semplicemente “nell’algoritmo”. Sta nella catena umana che costruisce, usa e nasconde il potere dietro l’apparenza della neutralità tecnica.
La Chiesa, dunque, non sbaglia a occuparsi dell’impatto dell’IA. Sbaglia quando sembra voler occupare il discorso sull’IA senza accettare il proprio limite: essa non è un’autorità tecnica. È un’autorità morale. Quando confonde questi due piani, indebolisce proprio la forza morale che vorrebbe esercitare.
Il sospetto politico: l’enciclica come presa di posizione nel nuovo ordine dell’IA
Il documento riconosce che oggi il potere tecnologico è sempre più nelle mani di attori privati transnazionali, dotati di risorse spesso superiori a quelle di molti governi. Questa osservazione è una delle più lucide dell’intero testo. Tuttavia essa apre anche un sospetto: se l’IA è il nuovo potere globale, la Chiesa sta parlando dell’uomo o sta cercando di essere riconosciuta come interlocutore di quel potere?
È una domanda dura, ma necessaria.
Ogni istituzione storica, davanti a una nuova configurazione del potere, cerca di ridefinire il proprio ruolo. Gli Stati cercano sovranità digitale. Le imprese cercano mercato. Le università cercano centralità scientifica. Le organizzazioni internazionali cercano regolazione. Le fondazioni cercano influenza. Anche la Chiesa, inevitabilmente, rischia di cercare una posizione.
In questo senso Magnifica Humanitas può essere letta anche come un atto di posizionamento istituzionale: la Chiesa dice al mondo dell’IA che non può essere esclusa dal tavolo dove si decide il futuro dell’uomo. È una rivendicazione comprensibile. Ma il rischio è che, nel tentativo di sedersi a quel tavolo, la Chiesa perda il proprio posto originario: non accanto ai potenti della tecnica, ma accanto a chi non ha voce dentro la trasformazione tecnica.
Il problema non è dialogare con il potere. Il problema è assumerne il linguaggio. Quando la Chiesa parla di IA, data center, algoritmi, transumanesimo, governance, regolazione e potere digitale, rischia di essere attratta dalla grammatica delle élite. Il risultato può essere un documento molto alto, molto ordinato, molto istituzionale, ma poco evangelicamente scandaloso.
Dov’è lo scandalo cristiano? Dov’è la denuncia concreta dei poveri digitali? Dov’è il grido contro le scuole senza laboratori, contro gli anziani esclusi dalla sanità digitale, contro i lavoratori sostituiti senza formazione, contro i bambini trasformati in utenti profilabili, contro i popoli ridotti a miniere di dati, contro le periferie senza competenze, contro le famiglie lasciate sole davanti a piattaforme che educano, manipolano e monetizzano?
Il documento parla di tutto questo, ma spesso in forma mediata, dottrinale, generale. Non lo fa con il linguaggio tagliente di chi entra nel tempio e rovescia i banchi. Lo fa con il linguaggio di chi vuole essere ascoltato nei consessi del mondo.
Il paradosso dei poveri: nominati, ma non davvero al centro
Uno dei passaggi più problematici riguarda il modo in cui il documento tratta i poveri. Da un lato li richiama frequentemente come criterio morale. Dall’altro, però, il centro narrativo non sembra essere la loro condizione concreta. Il centro è l’IA come sfida epocale.
Nella parte sul lavoro, il testo riconosce che gli aiuti economici ai poveri sono talvolta necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta, perché l’obiettivo è mettere ciascuno nelle condizioni di vivere dignitosamente attraverso il proprio lavoro. Questo è un principio condivisibile. Ma anche qui manca una radicalità sociale concreta: chi garantirà questa formazione? Chi pagherà la transizione? Chi accompagnerà i lavoratori adulti? Chi proteggerà chi non potrà riqualificarsi? Chi impedirà che l’IA aumenti il divario tra chi possiede competenze e chi resta escluso?
Il documento dice che l’automazione e l’IA stanno trasformando la struttura del lavoro, che i lavoratori rischiano di adattarsi alla velocità delle macchine, di essere dequalificati, sorvegliati automaticamente e relegati a funzioni rigide e ripetitive. È un’analisi corretta. Ma non basta denunciare la dequalificazione. Bisogna proporre una politica delle competenze, una pedagogia tecnica, un patto tra imprese, scuole, fondazioni, ITS, università, sindacati, territori e Stati.
Il documento riconosce anche che l’innovazione viene spesso accolta in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti, generando il rischio di contrazione dei posti disponibili, precarietà e disuguaglianza. Ma, ancora una volta, il povero appare come conseguenza della trasformazione, non come punto di partenza della riflessione.
Una vera enciclica evangelica sull’IA avrebbe potuto partire da una scena concreta: un operaio espulso dalla fabbrica automatizzata; una madre che non riesce ad accedere a un servizio sanitario digitale; un anziano escluso perché non possiede strumenti; un giovane povero senza accesso a una formazione tecnica; un migrante profilato da un sistema di controllo; un bambino educato da piattaforme opache; una comunità rurale tagliata fuori dalla connettività; un disabile reso più autonomo dalla tecnologia o, al contrario, escluso da interfacce non accessibili.
Partire da lì avrebbe dato al documento un altro peso. Invece il testo parte dalla grande architettura dottrinale, dal rapporto tra tecnica e dominio, dalla storia del magistero, dal transumanesimo, dalla civiltà dell’amore. Tutto nobile. Ma forse troppo alto. Troppo lontano dalla polvere della strada.
Il documento contro il progresso inevitabile: limite o necessità?
L’intelligenza artificiale non si fermerà. Nessuna enciclica, nessuna legge, nessun appello morale potrà fermarla. Essa continuerà a svilupparsi perché produce vantaggio competitivo, efficienza, potere militare, capacità economica, velocità industriale, precisione diagnostica, riduzione dei costi, automazione, controllo e profitto.
Il punto non è più se l’IA entrerà nella vita umana. È già entrata. La domanda è chi ne controllerà la direzione.
Qui l’enciclica ha senso. Non se viene letta come tentativo di frenare il progresso, ma se viene letta come tentativo di contendere il suo significato. Tuttavia il documento rischia di sembrare difensivo, perché parla spesso dell’IA come minaccia da contenere più che come realtà da abitare con competenza.
Il progresso tecnologico non è un fiume che si arresta con le parole. È una struttura materiale fatta di investimenti, brevetti, chip, data center, università, eserciti, capitali, piattaforme, energia, reti, ricerca, startup, normative, domanda di mercato. Per incidere davvero su questo mondo, non basta un richiamo alla dignità. Serve capacità tecnica.
La Chiesa può dire: “l’uomo non deve essere ridotto a dato”. Ma chi costruisce i sistemi di data governance? Può dire: “serve trasparenza”. Ma chi definisce le metriche di trasparenza? Può dire: “serve responsabilità”. Ma chi progetta la catena di responsabilità tra sviluppatore, deployer e utilizzatore? Può dire: “il lavoro va tutelato”. Ma chi forma i lavoratori? Può dire: “la guerra non deve essere automatizzata”. Ma chi distingue tecnicamente tra supporto decisionale, targeting assistito e ingaggio autonomo?
Se la Chiesa non risponde a queste domande, il rischio è che il suo intervento resti un gesto simbolico. Alto, nobile, ma incapace di incidere realmente.
La tecnica come nuovo spazio di evangelizzazione o come tentazione di potere?
È possibile leggere l’enciclica in due modi.
La prima lettura è positiva: la Chiesa riconosce che l’IA è uno dei grandi luoghi dove oggi si decide il destino della persona umana, e per questo interviene per difendere dignità, giustizia, lavoro, verità e pace.
La seconda lettura è più critica: la Chiesa avverte che il centro del potere mondiale si sta spostando verso la tecnologia e cerca di non restarne esclusa. In questo caso l’enciclica diventa anche un atto di presenza: una dichiarazione con cui l’istituzione ecclesiale dice di voler essere parte della conversazione globale sull’IA.
Il problema è che queste due letture non si escludono. Possono essere vere entrambe. La Chiesa può essere sinceramente preoccupata per l’uomo e, contemporaneamente, interessata a conservare una propria rilevanza nel nuovo ordine tecnologico.
Questa ambiguità è il cuore critico del documento.
Il cristianesimo è credibile quando non cerca potere, ma verità. È credibile quando non chiede di essere ammesso nei luoghi dove si decide il mondo, ma quando porta in quei luoghi il grido di chi ne resta fuori. Se invece la Chiesa parla di IA per dimostrare di essere aggiornata, moderna, presente, influente, allora il rischio è che l’enciclica diventi meno profetica e più istituzionale.
La domanda decisiva allora è: questo documento disturba davvero i potenti della tecnologia, o li invita semplicemente a riconoscere la Chiesa come interlocutore morale?
Un testo profetico dovrebbe disturbare. Dovrebbe dire chiaramente che i poveri non possono essere trasformati in dati, che la sanità digitale non può escludere chi non ha competenze, che le scuole dei territori fragili devono ricevere tecnologia prima delle università d’élite, che le imprese non possono licenziare in nome dell’efficienza algoritmica senza finanziare la riqualificazione, che i bambini non possono essere addestrati da piattaforme commerciali, che i sistemi automatizzati usati contro migranti, detenuti, poveri e lavoratori devono essere sottoposti a controlli radicali.
Il documento lo suggerisce. Ma non lo grida abbastanza.
Una critica tecnica più severa: l’enciclica non conosce abbastanza la macchina di cui parla
Dal punto di vista tecnico, Magnifica Humanitas resta debole. Non perché dica cose false, ma perché dice cose troppo generali.
Parla di IA, ma non distingue tra IA predittiva, generativa, simbolica, statistica, agentica, embedded, robotica, autonoma, assistiva. Parla di algoritmi, ma non distingue tra modello, dataset, pipeline, interfaccia, soglia decisionale, deployment, monitoraggio e audit. Parla di trasparenza, ma non distingue tra spiegabilità, documentazione, tracciabilità, contestabilità, comprensibilità e responsabilità. Parla di impatto ambientale, ma non distingue tra addestramento, inferenza, edge computing, data center, energia rinnovabile, consumo idrico, efficienza hardware, compressione dei modelli. Parla di lavoro, ma non costruisce un modello serio di formazione, certificazione e transizione professionale.
Il documento afferma che gli attuali sistemi di IA richiedono grandi quantità di energia e acqua, incidono sulle emissioni e si appoggiano a infrastrutture energivore. Vero. Ma la realtà è più complessa: non tutti i sistemi di IA sono uguali, non tutti hanno lo stesso impatto, e alcuni possono ridurre sprechi energetici, ottimizzare reti, migliorare logistica, sanità, manutenzione, agricoltura e gestione urbana.
L’enciclica afferma che decisioni delicate rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati. Vero. Ma non distingue abbastanza tra decisione completamente automatica e decisione assistita, tra output probabilistico e atto amministrativo, tra rischio tecnico e abuso organizzativo.
Questa genericità indebolisce il documento. La Chiesa parla della tecnica come categoria morale, ma la tecnica è fatta di architetture. E chi non conosce le architetture rischia di denunciare il palazzo senza sapere dove siano le fondamenta, i pilastri, gli impianti e le vie di fuga.
Il vero scandalo: mentre si parla di IA, la povertà reale resta amministrata, non liberata
La critica più dura è questa: la Chiesa rischia di parlare molto del futuro e troppo poco del presente. L’IA è certamente una questione decisiva, ma il mondo è già pieno di poveri reali, non algoritmici. Persone senza casa, senza lavoro, senza cure, senza istruzione, senza reti familiari, senza documenti, senza voce. Persone che non temono il transumanesimo, ma la bolletta. Non temono il postumanesimo, ma lo sfratto. Non temono l’algoritmo, ma la solitudine. Non temono il data center, ma il frigorifero vuoto.
Questo non significa che l’IA non li riguardi. Li riguarda eccome. Ma una Chiesa veramente radicata negli ultimi dovrebbe parlare dell’IA partendo da loro, non usando loro come prova morale di un discorso sull’IA.
C’è una differenza enorme tra dire: “l’IA può creare nuovi esclusi” e dire: “questi esclusi hanno nomi, volti, territori, bisogni, corpi, fame, malattia, paura, desideri, dignità”. Nel documento prevale la prima forma. La seconda resta debole.
La Chiesa, se vuole restare fedele a se stessa, deve evitare di trasformare i poveri in una categoria retorica. I poveri non sono un argomento. Sono il giudizio vivente sulla credibilità dell’istituzione ecclesiale.
Che cosa avrebbe dovuto dire con più coraggio
Un documento davvero radicale avrebbe dovuto dire che ogni sistema di IA usato nei servizi pubblici deve essere giudicato anzitutto dal suo impatto sugli ultimi. Non sull’efficienza amministrativa. Non sul risparmio di costo. Non sull’innovazione dichiarata. Ma sugli ultimi.
Avrebbe dovuto dire che nessuna sanità digitale è giusta se esclude anziani, disabili, poveri, persone sole e cittadini senza competenze digitali.
Avrebbe dovuto dire che nessuna scuola può adottare l’IA senza garantire pari accesso ai ragazzi poveri.
Avrebbe dovuto dire che ogni impresa che introduce automazione sostitutiva deve finanziare formazione, riqualificazione e transizione dei lavoratori.
Avrebbe dovuto dire che i dati dei poveri, dei migranti, dei malati e dei minori non possono diventare materia prima per economie predittive private.
Avrebbe dovuto dire che ogni algoritmo pubblico deve essere verificabile, contestabile e spiegabile almeno nei suoi effetti.
Avrebbe dovuto dire che la Chiesa stessa deve investire meno in dichiarazioni e più in scuole tecniche, laboratori, formazione gratuita, alfabetizzazione digitale, sportelli per anziani, reti educative per periferie, percorsi professionali per giovani vulnerabili.
Avrebbe dovuto dire che la vera risposta cristiana all’IA non è solo un’enciclica sull’IA, ma una presenza concreta dove l’IA rischia di aumentare la distanza tra chi può e chi non può.
Una enciclica necessaria, ma non innocente
Magnifica Humanitas è un documento necessario, ma non innocente. È necessario perché il potere tecnologico deve essere interrogato moralmente. È necessario perché l’intelligenza artificiale non può essere lasciata alla sola logica del mercato, della guerra, della produttività e della competizione geopolitica. È necessario perché la persona umana rischia davvero di essere ridotta a dato, profilo, punteggio, previsione, rendimento o costo.
Ma non è innocente perché manifesta anche la volontà della Chiesa di occupare uno spazio nel nuovo ordine simbolico del potere. L’IA è il grande tema del presente e del futuro; parlarne significa entrare nella stanza in cui si ridefinisce l’autorità culturale del XXI secolo. La Chiesa lo sa. E infatti vi entra.
La domanda è se vi entra come profeta degli ultimi o come istituzione che cerca riconoscimento.
Il documento oscilla tra queste due posture. Quando difende il lavoro, la dignità, la libertà e la pace, parla con forza. Quando denuncia la neutralità apparente dell’algoritmo, coglie un punto reale. Quando richiama il rischio di nuove disuguaglianze, è nel cuore della Dottrina sociale. Ma quando si allontana dalla carne dei poveri per parlare in modo astratto di tecnica, transumanesimo, potere digitale e civiltà dell’amore, rischia di perdere il contatto con il suo fondamento evangelico.
Il progresso tecnologico non si fermerà. L’IA non arretrerà. I data center cresceranno. Gli algoritmi entreranno in sanità, scuola, lavoro, difesa, giustizia, comunicazione. Nessuna enciclica fermerà questo processo. Ma una voce morale può ancora fare qualcosa di decisivo: impedire che il progresso venga scambiato automaticamente per bene.
Per riuscirci, però, la Chiesa deve scegliere da che parte stare. Non basta dire “l’uomo al centro”. Bisogna mettere al centro l’uomo che non conta: il povero, il fragile, il lavoratore sostituito, il ragazzo senza competenze, l’anziano escluso, il migrante profilato, il malato digitalmente invisibile, il bambino trasformato in dato.
La vera domanda non è se la Chiesa debba parlare di intelligenza artificiale. La vera domanda è se, parlando di intelligenza artificiale, ricordi ancora il Vangelo.
E il Vangelo non nasce nel cloud.
Nasce in una mangiatoia.
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