Alla Sala della Regina il contributo di Massimiliano Nicolini sulla mediazione nell’era dell’intelligenza artificiale e delle discipline BRIA

Nel prestigioso scenario della Sala della Regina, luogo simbolico del confronto istituzionale e della riflessione sui grandi passaggi della vita democratica del Paese, Massimiliano Nicolini ha affrontato oggi un tema di particolare attualità e rilevanza: l’evoluzione della mediazione civile e commerciale nell’era dell’intelligenza artificiale, della realtà immersiva e delle nuove discipline BRIA.

Il suo intervento ha posto al centro una questione fondamentale: il passaggio dalla Prassi di Riferimento UNI 98:2020 alla futura Norma UNI sul procedimento di mediazione civile e commerciale non può essere considerato soltanto un aggiornamento tecnico o regolamentare. Al contrario, secondo Nicolini, rappresenta una vera occasione storica per ripensare il ruolo della mediazione nel sistema giustizia, trasformandola da semplice strumento deflattivo del contenzioso a modello avanzato di giustizia collaborativa, capace di integrare diritto, tecnologia, responsabilità etica e centralità della persona.

Nel corso della sua relazione, Nicolini ha evidenziato come la mediazione non debba essere letta esclusivamente come una procedura alternativa al giudizio, ma come uno spazio civile nel quale il conflitto può essere compreso, analizzato e ricomposto. In questa visione, la controversia non è solo un problema da chiudere, ma un fenomeno umano, relazionale e sociale da interpretare nella sua complessità. Dietro ogni conflitto, infatti, non vi sono soltanto posizioni giuridiche contrapposte, ma interessi, paure, fratture di fiducia, incomprensioni, aspettative deluse e spesso una diversa percezione della realtà.

È proprio su questo punto che Nicolini ha introdotto il valore delle discipline BRIA, acronimo che indica Bioinformatica, Realtà Immersiva e Intelligenza Artificiale. Secondo la sua impostazione, queste tecnologie non devono sostituire il mediatore, né tantomeno ridurre la mediazione a un processo automatizzato. Devono invece diventare strumenti di potenziamento della capacità umana di comprendere il conflitto, di leggerne le dinamiche profonde e di accompagnare le parti verso soluzioni più consapevoli, più trasparenti e più sostenibili.

L’intelligenza artificiale, nella prospettiva illustrata da Nicolini, può assumere un ruolo di grande utilità nell’analisi dei dati, nella ricostruzione cronologica dei fatti, nell’individuazione delle aree di convergenza e divergenza tra le parti, nella lettura documentale e nella simulazione di possibili scenari negoziali. Tuttavia, egli ha sottolineato con forza un principio essenziale: l’intelligenza artificiale non può diventare giudice, non può diventare arbitro della volontà delle persone e non può sostituirsi alla coscienza del mediatore.

La macchina può calcolare, correlare, ordinare e proporre. Ma non conosce il dolore umano, non comprende l’orgoglio ferito, non percepisce la paura, non avverte il peso morale di una scelta e non può assumersi la responsabilità etica di una decisione. Per questo, secondo Nicolini, l’uso dell’IA nella mediazione deve essere rigorosamente governato da principi di trasparenza, tracciabilità, verificabilità, consenso informato e piena responsabilità umana.

Accanto all’intelligenza artificiale, un ruolo decisivo è stato attribuito alla realtà immersiva. Nicolini ha spiegato come gli ambienti immersivi possano consentire alle parti di osservare in modo condiviso scenari, luoghi, dinamiche e ricostruzioni che spesso, nei conflitti civili e commerciali, rimangono astratti o controversi. Si pensi, ad esempio, a una lite condominiale, a un contenzioso edilizio, a una controversia su un cantiere, a una responsabilità tecnica, a un danno ambientale, a un incidente o a una vicenda nella quale la percezione dei luoghi e delle dinamiche sia determinante.

In questi casi, la realtà immersiva può permettere alle parti di “entrare” nella ricostruzione del problema, visualizzare gli elementi tecnici, comprendere meglio la posizione dell’altro e superare quella distanza cognitiva che spesso alimenta l’irrigidimento del conflitto. Non si tratta di spettacolarizzare la controversia, ma di creare un ambiente di conoscenza condivisa, dove la realtà possa essere osservata con maggiore chiarezza e dove il dialogo possa poggiare su basi più solide.

La bioinformatica, richiamata da Nicolini in una prospettiva metodologica più ampia, è stata presentata come disciplina capace di insegnare un diverso modo di leggere i sistemi complessi. Così come un organismo biologico viene studiato attraverso segnali, correlazioni, mutazioni, dinamiche evolutive e fattori di rischio, anche il conflitto può essere osservato come un sistema vivente. Esso nasce, cresce, si modifica, si aggrava o può essere curato. Ha cause profonde, sintomi visibili, momenti di accelerazione e possibilità di riequilibrio.

Questa visione consente di superare una concezione statica della mediazione. Il conflitto non è una fotografia, ma un processo. E la mediazione del futuro, secondo Nicolini, dovrà essere in grado di intercettare questo processo prima che diventi irreversibile, prima che la frattura tra le parti si trasformi in anni di contenzioso, costi economici elevati e ulteriore distruzione dei rapporti personali, familiari, professionali o commerciali.

Uno dei passaggi più significativi dell’intervento ha riguardato il ruolo della futura Norma UNI. Nicolini ha sostenuto che essa dovrà essere molto più di un contenitore procedurale. Dovrà diventare un quadro di riferimento capace di integrare qualità organizzativa, qualità professionale, qualità tecnologica e qualità etica.

La mediazione del futuro, infatti, non potrà limitarsi a stabilire tempi, fasi e adempimenti. Dovrà garantire che gli strumenti digitali eventualmente utilizzati siano sicuri, comprensibili, non discriminatori, verificabili e rispettosi della volontà delle parti. Dovrà definire con chiarezza quando una tecnologia assiste il mediatore e quando, invece, rischia di condizionare indebitamente il processo decisionale. Dovrà tutelare i dati, proteggere la riservatezza, assicurare la piena consapevolezza delle persone coinvolte e impedire che la mediazione si trasformi in una procedura opaca guidata da sistemi non controllabili.

In questo senso, Nicolini ha richiamato la necessità di formare una nuova figura di mediatore: non un tecnico sostituito dalla tecnologia, ma un professionista più evoluto, più consapevole, più preparato. Il mediatore del futuro dovrà conoscere il diritto, la negoziazione, la comunicazione e la psicologia del conflitto, ma dovrà anche comprendere il funzionamento degli strumenti digitali, i rischi dell’intelligenza artificiale, il valore dei dati, la sicurezza informatica, la gestione degli ambienti immersivi e le implicazioni etiche dell’innovazione.

Il punto centrale dell’intervento è stato proprio questo: la tecnologia non riduce il ruolo dell’uomo, se l’uomo è preparato a governarla. Al contrario, può restituire al mediatore più tempo, più strumenti, più profondità di analisi e una maggiore capacità di accompagnare le parti verso soluzioni realmente condivise.

Nicolini ha quindi proposto una visione della mediazione come luogo di incontro tra norma, tecnologia e umanità. Una mediazione aumentata, ma non disumanizzata. Una mediazione capace di usare l’intelligenza artificiale senza consegnare alle macchine la responsabilità della decisione. Una mediazione nella quale la realtà immersiva possa aiutare a vedere meglio, ma non sostituire l’ascolto. Una mediazione nella quale il dato possa illuminare il percorso, ma non cancellare la libertà delle persone.

Alla Sala della Regina, il tema ha assunto anche un valore simbolico più ampio. Parlare di mediazione, intelligenza artificiale e giustizia collaborativa in un luogo istituzionale significa interrogarsi sul futuro stesso della democrazia giuridica. Significa chiedersi come le nuove tecnologie possano entrare nei processi decisionali senza comprimere i diritti, senza indebolire le garanzie, senza trasformare la persona in un semplice insieme di dati.

Secondo Nicolini, il vero rischio non è l’uso della tecnologia nella giustizia, ma il suo uso inconsapevole, non regolato, non compreso. Per questo la sfida non è respingere l’innovazione, ma darle una forma giuridica, etica e sociale. La futura Norma UNI può diventare, in questa prospettiva, uno strumento fondamentale per costruire un modello italiano ed europeo di mediazione avanzata, fondato sulla qualità, sulla responsabilità e sulla fiducia.

Il contributo di Nicolini si è quindi collocato dentro una riflessione più ampia: la giustizia del futuro non potrà essere soltanto più veloce, dovrà essere anche più intelligente, più accessibile, più comprensibile e più umana. Non basterà ridurre i tempi dei procedimenti se non si riuscirà a ricostruire il senso della relazione tra le parti. Non basterà digitalizzare le procedure se non si saprà preservare il valore dell’ascolto. Non basterà introdurre algoritmi se non si saprà garantire che la decisione finale resti nelle mani dell’uomo.

La conclusione del ragionamento è stata netta: il futuro della mediazione non sarà deciso dalle macchine, ma dalla capacità degli esseri umani di utilizzare le macchine per comprendere meglio altri esseri umani. È questa, secondo Nicolini, la vera sfida della giustizia collaborativa nell’era dell’intelligenza artificiale e delle discipline BRIA.

Un modello nel quale la norma offre garanzia, la tecnologia offre strumenti, ma la coscienza umana rimane il centro insostituibile di ogni percorso di mediazione.


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