Il coraggio della sovranità digitale: un appello all’Italia che costruisce il futuro

Discorso di Nicolini Massimiliano in Senato del 24 marzo 2026

C’è un momento nella storia di ogni Paese in cui non è più possibile limitarsi a osservare, commentare, applaudire. È il momento in cui diventa necessario scegliere. Scegliere da che parte stare, scegliere se continuare a delegare oppure assumersi la responsabilità di costruire. Oggi, nel pieno della trasformazione tecnologica globale, quel momento coincide con un concetto tanto evocato quanto poco praticato: la sovranità digitale.

Parlare di sovranità digitale significa parlare, prima di tutto, di coraggio. Un coraggio concreto, operativo, non retorico. Il coraggio di mettere in discussione un sistema consolidato, dominato da fornitori esterni che, nel tempo, hanno costruito una dipendenza strutturale nei confronti del nostro Paese. Il coraggio di immaginare, e poi realizzare, un’alternativa nazionale. Il coraggio, persino, di dire: “Se necessario, spegniamo tutto e ricominciamo da noi”.

È una prospettiva estrema, certo. Ma è proprio nelle ipotesi estreme che si misura la reale autonomia di una nazione. E la verità è che oggi pochi sarebbero pronti a farlo. Non per mancanza di competenze, ma per assenza di una visione condivisa e, soprattutto, per la paura di rimanere soli.

Ed è qui che si inserisce il nodo centrale della questione: il coraggio non può essere individuale. Deve essere collettivo. Se resta confinato nei singoli interventi, nelle conferenze, nelle slide che scorrono e negli applausi finali, allora si dissolve nel momento stesso in cui si esce dalla sala. Serve invece una convergenza reale tra istituzioni, centri di ricerca, formazione e industria. Serve trasformare il confronto in organizzazione, e l’organizzazione in azione.

In questo senso, momenti di incontro come quelli promossi in ambito istituzionale rappresentano un punto di partenza, non di arrivo. Sono l’occasione per costruire un metodo: lavorare insieme, contaminare competenze diverse, superare la logica dei compartimenti stagni. Perché il rischio più grande oggi non è l’ignoranza, ma l’isolamento delle eccellenze.

Chi opera nella bioinformatica dialoga con pochi specialisti. Chi lavora nella quantistica vive in una solitudine quasi inevitabile, data la rarità delle competenze. Altri ambiti, come quello giuridico, sono numericamente più ampi ma spesso distanti dalle dimensioni tecnologiche più avanzate. Se queste realtà non si incontrano, non si integrano, non si contaminano, il risultato è una frammentazione sterile: un “club dei sapienti” incapace di incidere realmente sul sistema Paese.

La chiave di volta, allora, diventa la formazione. Non una formazione accessoria, ma strutturale. Non episodica, ma sistemica. Non limitata alle discipline tradizionali, ma proiettata verso quelle che definiranno il futuro.

In questa direzione si inserisce il disciplinare BRIA – Bioinformatica, Realtà Immersiva e Intelligenza Artificiale – concepito come evoluzione naturale delle STEM. Un modello formativo nato in Italia, applicato ancora in modo limitato sul territorio nazionale, ma già riconosciuto a livello internazionale, fino a essere inserito tra i testi protetti della Biblioteca del Congresso negli Stati Uniti.

Questo paradosso racconta molto del nostro Paese: una nazione capace di generare innovazione profonda, ma spesso incapace di valorizzarla pienamente al proprio interno. Eppure la storia italiana dimostra il contrario: dalle fondamenta dell’informatica alle telecomunicazioni, dalla filosofia del diritto alla progettazione industriale, l’Italia ha rappresentato per secoli un laboratorio di idee che il mondo ha poi adottato e sviluppato.

Recuperare questa consapevolezza non è un esercizio di nostalgia, ma un atto politico e culturale necessario. Significa riconoscere che abbiamo le competenze, la creatività e la capacità per essere protagonisti anche nella trasformazione digitale contemporanea.

Tuttavia, la formazione non è solo trasmissione di conoscenze. È anche condivisione. È superamento della paura che ciò che si insegna possa essere “portato via”. È comprensione che il valore non risiede nel trattenere il sapere, ma nel diffonderlo. Perché nessuno costruisce il futuro accumulando competenze in modo individuale. Il futuro si costruisce rendendo il sapere accessibile, replicabile, evolutivo.

Questa visione richiama direttamente l’eredità di Adriano Olivetti, che aveva compreso come la conoscenza dovesse essere messa a disposizione della comunità per generare progresso reale. Oggi, in un contesto tecnologico infinitamente più complesso, quel principio torna ad essere centrale.

E diventa ancora più urgente se si considera l’orizzonte temporale che abbiamo davanti. Il periodo tra il 2030 e il 2040 sarà caratterizzato da un cambiamento di paradigma globale: nuove infrastrutture, nuove forme di energia, nuovi modelli di comunicazione, nuove architetture di potere. Chi non si organizza oggi, chi non costruisce oggi, rischia di trovarsi domani in una posizione marginale, ridotto a semplice manodopera in un sistema controllato da altri.

Un esempio concreto riguarda la connettività. L’evoluzione verso sistemi satellitari, con modelli “direct to device”, potrebbe ridefinire completamente il mercato del lavoro e delle infrastrutture. Grandi multinazionali potrebbero delocalizzare interi comparti operativi in aree a basso costo, mantenendo il controllo tecnologico e decisionale altrove. In questo scenario, senza una strategia nazionale, il rischio è la perdita di occupazione qualificata e di controllo sulle reti.

Ma la questione è ancora più ampia. Non riguarda solo le telecomunicazioni, ma l’intero sistema delle infrastrutture critiche: digitali, energetiche, informative. La sovranità non è più un concetto astratto legato ai confini geografici. È una dimensione concreta che si gioca nei data center, nei modelli di intelligenza artificiale, nei flussi informativi che attraversano quotidianamente il Paese.

E proprio l’intelligenza artificiale rappresenta uno dei punti più delicati. L’utilizzo massivo di sistemi esterni comporta una continua cessione di dati, informazioni, modelli comportamentali. Ogni interazione alimenta ecosistemi che non controlliamo, rafforzando dinamiche che possono diventare critiche anche per la sicurezza nazionale.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di comprenderne la portata strategica. E di decidere se esserne utilizzatori passivi o costruttori consapevoli.

In questo contesto, la competizione globale assume sempre più le caratteristiche di un conflitto permanente. Non un conflitto tradizionale, fatto di eserciti e territori, ma una guerra invisibile che si combatte sulle infrastrutture, sui dati, sui modelli economici. Una guerra quotidiana, spesso silenziosa, ma non per questo meno reale.

Per affrontarla non bastano le iniziative individuali. Serve un approccio sistemico. Serve costruire alleanze, creare reti, integrare competenze. Le esperienze già avviate – dalle collaborazioni con fondazioni scientifiche internazionali ai percorsi formativi avanzati con ITS e centri di ricerca – dimostrano che questa strada è percorribile. Ma deve essere ampliata, strutturata, sostenuta.

Più soggetti partecipano, più il sistema diventa resiliente. Più competenze si integrano, più aumenta la capacità di risposta. Più visioni si confrontano, più si rafforza la strategia complessiva.

Alla base di tutto, però, resta una scelta culturale: smettere di considerarsi inferiori. Smettere di delegare per abitudine. Smettere di essere spettatori di un progresso costruito altrove.

L’Italia ha dimostrato, nel corso della sua storia, di saper innovare, creare, guidare. Ha saputo farlo per duemila anni. Può farlo ancora. Ma solo se ritrova il coraggio di essere ciò che è sempre stata: una nazione capace di pensare in grande e di realizzare ciò che immagina.

La sovranità digitale non è un’utopia. È una scelta. E come tutte le scelte richiede responsabilità, visione e, soprattutto, coraggio.


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