San Marino guarda al futuro: agli Stati Generali dell’Economia il confronto su intelligenza artificiale, sovranità del dato e nuovi modelli di sviluppo con fondazione olitec

La Repubblica di San Marino ha ospitato un importante momento di riflessione strategica in occasione degli Stati Generali dell’Economia, appuntamento che ha riunito istituzioni, rappresentanti del mondo produttivo, professionisti e protagonisti dell’innovazione per interrogarsi sulle traiettorie future dello sviluppo economico in un tempo segnato da trasformazioni profonde e rapidissime.

In questo contesto si è inserito l’intervento di Massimiliano Nicolini, direttore della ricerca della Fondazione Olitec, che ha proposto una lettura ampia e sistemica del rapporto tra intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, formazione delle competenze, innovazione sanitaria e sovranità del dato, collocando il dibattito sammarinese all’interno delle grandi sfide che stanno ridefinendo gli equilibri economici e tecnologici globali.

L’incontro ha mostrato con chiarezza come il tema dell’innovazione non possa più essere affrontato come una questione settoriale o marginale. L’intelligenza artificiale, infatti, non rappresenta più soltanto una materia riservata agli specialisti dell’informatica, ma una dimensione che investe direttamente il mondo dell’impresa, la pubblica amministrazione, la sanità, la formazione, la gestione dei servizi, la competitività territoriale e la capacità stessa delle istituzioni di governare il cambiamento. È proprio questo uno dei messaggi centrali emersi durante l’evento: l’AI non va considerata un semplice strumento tecnologico, ma una leva destinata a incidere sul modo in cui le economie si organizzano, producono valore, prendono decisioni e costruiscono il proprio futuro.

Nel corso del suo intervento, Nicolini ha sottolineato come la fase che stiamo vivendo imponga una scelta di fondo: limitarsi a utilizzare tecnologie progettate altrove oppure costruire modelli capaci di coniugare innovazione, autonomia strategica e governo consapevole delle infrastrutture critiche. Il tema non riguarda soltanto l’efficienza dei processi, ma la qualità stessa della libertà economica e istituzionale di un Paese. In questa prospettiva, uno dei concetti che ha assunto maggiore rilievo è stato quello della sovranità del dato, indicata come uno dei veri cardini della nuova economia della conoscenza.

Secondo la visione proposta, il dato non può più essere considerato un semplice sottoprodotto delle attività economiche o amministrative. Esso è diventato materia prima, patrimonio informativo, proiezione della persona, dell’impresa, delle istituzioni e del territorio. Governare il dato significa allora governare una parte essenziale del potere economico contemporaneo. Significa sapere dove il dato viene custodito, chi può accedervi, con quali regole, con quali garanzie, con quali possibilità di audit, con quali limiti nell’utilizzo secondario e con quali criteri di protezione rispetto agli interessi strategici della collettività. In tal senso, la riflessione sviluppata agli Stati Generali ha collocato San Marino dentro una domanda cruciale per i piccoli Stati europei: come trasformare la propria dimensione in un vantaggio competitivo fondato sulla qualità istituzionale, sulla rapidità del dialogo e sulla possibilità di sperimentare modelli avanzati di innovazione affidabile.

Uno dei passaggi più significativi dell’intervento ha riguardato gli sviluppi futuri dell’intelligenza artificiale e la sua progressiva integrazione con le infrastrutture di nuova generazione. Nicolini ha richiamato l’attenzione sul rapporto tra tecnologia satellitare e 6G, descritto non come semplice evoluzione della connettività, ma come nuovo paradigma della distribuzione cognitiva. Le reti del futuro, infatti, non si limiteranno a trasportare informazioni: esse saranno sempre più chiamate a sostenere servizi intelligenti, dispositivi interconnessi, applicazioni immersive, sistemi di monitoraggio e processi decisionali diffusi. In questa prospettiva la componente satellitare acquista un significato strategico, poiché introduce nuovi margini di resilienza, continuità e copertura per servizi che riguardano non soltanto l’economia, ma anche la sanità, la sicurezza, la protezione civile e la capacità di garantire operatività in scenari complessi.

Un altro tema di particolare interesse affrontato durante l’evento è stato quello dei data center, letti non come semplici infrastrutture tecniche, ma come veri e propri presidi di sovranità e di attrattività economica. L’idea che ospitare capacità di calcolo, di conservazione e di gestione sicura dei dati possa rappresentare una leva di politica industriale è emersa con forza nel ragionamento proposto. In un’economia in cui la produzione del valore si sposta sempre più verso la gestione intelligente delle informazioni, poter contare su ambienti affidabili per dati sensibili, servizi regolati, modelli predittivi e piattaforme sanitarie significa diventare un territorio credibile per imprese innovative, ricerca applicata, servizi avanzati e nuovi investimenti. Per San Marino, questo tema è stato presentato come una possibile direttrice di posizionamento, non nella logica del gigantismo, ma in quella della specializzazione, della sicurezza, della qualità normativa e della costruzione di un ecosistema di fiducia.

Nel cuore dell’intervento si è inserita anche la presentazione delle tecnologie ADT, descritte come modelli evoluti di rappresentazione, simulazione e supporto alla decisione. L’ADT, nella visione illustrata, supera la logica tradizionale del gemello digitale statico e si configura come una piattaforma dinamica capace di osservare, correlare, anticipare e simulare. Non si tratta semplicemente di copiare il reale in una forma virtuale, ma di costruire un’infrastruttura di consapevolezza operativa, utile a leggere processi complessi, prevedere criticità, supportare la programmazione e aumentare la capacità di governo dei sistemi. Le applicazioni di questa impostazione possono riguardare il territorio, la manifattura, l’organizzazione sanitaria, la logistica, i servizi pubblici e i modelli formativi, offrendo una nuova grammatica della decisione fondata sull’integrazione dei dati e sulla capacità di simulare scenari prima di intervenire sulla realtà.

Accanto a questo, Nicolini ha introdotto anche il tema del surrogato cognitivo, concetto con il quale ha indicato quelle architetture intelligenti che non devono mai essere pensate come sostituti dell’essere umano, ma come estensioni organizzate delle sue capacità analitiche, previsionali e decisionali. In un mondo economico caratterizzato da una crescente complessità, dalla moltiplicazione dei flussi informativi e dalla difficoltà di presidiare simultaneamente norme, procedure, dati e scenari, il surrogato cognitivo può diventare una risposta strutturale per migliorare la qualità del lavoro intellettuale. Esso consente di supportare professionisti, imprese e organizzazioni nella lettura delle informazioni, nel confronto tra variabili, nella gestione documentale, nella simulazione di alternative e nel monitoraggio di elementi critici. Ma la sua efficacia, è stato sottolineato, dipende da precise condizioni: trasparenza delle fonti, auditabilità, pertinenza del dominio applicativo, formazione adeguata di chi lo utilizza e permanenza della responsabilità finale in capo all’essere umano.

Tra i punti più forti emersi nel corso dell’evento vi è stato poi il richiamo alla formazione come prerequisito di ogni reale trasformazione. Il tema non è stato affrontato in modo generico, ma come questione profondamente economica e strategica. Non esiste infatti sovranità tecnologica senza competenze. Non esiste innovazione durevole senza la capacità di formare i giovani e di accompagnare i professionisti adulti nell’adeguamento delle proprie capacità operative. In questo senso, il ragionamento sviluppato agli Stati Generali ha evidenziato la necessità di superare l’idea che l’alfabetizzazione digitale coincida con il semplice uso degli strumenti. Il futuro, è stato osservato, apparterrà a coloro che sapranno comprendere la logica dei sistemi, integrarli con le competenze di settore, collocarli in cornici etiche e giuridiche corrette e trasformarli in strumenti di lavoro intelligente. Per i giovani questo significa costruire percorsi formativi transdisciplinari, nei quali AI, realtà immersiva, dati, bioinformatica, cybersecurity e cultura generale si intreccino con il mondo delle professioni e della ricerca. Per i professionisti già attivi, significa invece predisporre programmi di aggiornamento seri, verticali, concreti, capaci di evitare che il cambiamento produca nuove forme di esclusione o marginalità.

Particolare attenzione è stata infine riservata al comparto sanitario, indicato come uno dei terreni più promettenti per l’incontro tra innovazione tecnologica, interesse pubblico e sviluppo economico. In questo quadro è stata prospettata la possibilità di future collaborazioni tra Fondazione Olitec e San Marino Innovation per lo sviluppo e la sperimentazione di progetti ad alto contenuto innovativo in ambito sanitario. Il tema è stato collocato correttamente come scenario di lavoro possibile e strategicamente interessante, capace di aprire prospettive rilevanti nel campo della telemedicina avanzata, della simulazione immersiva per la formazione sanitaria, del telemonitoraggio, della sensoristica intelligente, della governance del dato clinico e dell’applicazione dei modelli ADT ai flussi di cura e all’organizzazione dei servizi. Un’eventuale convergenza di questo tipo potrebbe rappresentare, per il sistema sammarinese, un’occasione importante per consolidare un posizionamento di qualità in un settore ad altissima intensità scientifica, civile ed economica.

L’evento ha dunque offerto molto più di una semplice riflessione teorica sulle tecnologie emergenti. Ha mostrato come la questione dell’innovazione sia ormai indissolubilmente legata alla visione di sviluppo di un territorio e alla sua capacità di organizzare il futuro. San Marino è apparso, in questo quadro, come un contesto particolarmente interessante, capace di unire dimensione istituzionale, vocazione al dialogo, apertura all’innovazione e possibilità di costruire modelli sperimentali credibili. La piccola dimensione, lungi dall’essere soltanto un limite, può diventare in questo senso una straordinaria opportunità: quella di creare ambienti agili, coerenti, interoperabili, in cui ricerca, impresa, istituzioni e formazione riescano a convergere con maggiore rapidità rispetto a sistemi più vasti ma spesso più lenti.

Il messaggio conclusivo emerso dall’incontro è stato chiaro e di forte respiro: il futuro non si subisce. Si comprende, si organizza e si governa. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, delle reti distribuite, dei dati strategici e delle nuove forme di infrastruttura cognitiva, la vera differenza tra i sistemi economici non sarà fatta soltanto dalla ricchezza posseduta, ma dalla qualità delle visioni costruite, dalla serietà delle competenze formate e dalla capacità di coniugare innovazione e responsabilità.

In questo senso, gli Stati Generali dell’Economia della Repubblica di San Marino si sono confermati un luogo di confronto di grande rilievo, nel quale non si è parlato soltanto di tecnologia, ma del modo in cui la tecnologia ridefinisce il significato stesso della libertà economica, della competitività e della sovranità nel nostro tempo.

Il discorso integrale di Nicolini Massimiliano

Discorso per gli Stati Generali dell’Economia della Repubblica di San Marino

Intelligenza artificiale, sovranità del dato e nuova economia della conoscenza: una traiettoria possibile per San Marino

Eccellentissimi Capitani Reggenti,
Egregi Segretari di Stato,
Autorità civili, istituzionali, economiche e accademiche,
Gentili imprenditori, professionisti, docenti, studenti e ospiti tutti,

è per me un onore prendere la parola in un contesto tanto autorevole quanto strategico per il futuro della Repubblica di San Marino.

Gli Stati Generali dell’Economia non sono semplicemente un luogo di confronto. Sono il punto nel quale una comunità sceglie se limitarsi a descrivere il proprio tempo oppure assumersi la responsabilità di orientarlo. Ed è proprio questa responsabilità che oggi sentiamo addosso con particolare intensità, perché viviamo dentro una trasformazione che non riguarda un singolo comparto industriale, non interessa soltanto il settore informatico, non coinvolge solo le grandi piattaforme tecnologiche o i grandi colossi internazionali. Riguarda invece il modo stesso in cui produrremo valore, governeremo i processi, formeremo le persone, proteggeremo i diritti, preserveremo la competitività delle nostre imprese e definiremo la libertà economica e civile delle nostre istituzioni.

Il cuore del mio intervento di oggi è dunque questo: la relazione profonda tra intelligenza artificiale, sviluppo economico, tecnologia satellitare e 6G, infrastrutture di calcolo, formazione delle competenze, modelli avanzati come l’ADT, surrogato cognitivo e sovranità del dato.

A uno sguardo superficiale, questi sembrano temi appartenenti a tavoli differenti. L’intelligenza artificiale sembrerebbe riguardare il digitale, la formazione riguardare la scuola, la sovranità del dato il diritto, il 6G e i satelliti le telecomunicazioni, i data center la tecnica infrastrutturale, la sanità un comparto a parte, l’economia un altro ancora. Ma non è così. Tutti questi temi sono ormai parti di un’unica architettura.

La vera domanda che abbiamo davanti non è semplicemente come usare l’intelligenza artificiale. La domanda vera è un’altra: quale modello di economia, quale modello di Stato, quale modello di formazione, quale modello di libertà vogliamo costruire nell’epoca dell’intelligenza artificiale?

Vogliamo essere soltanto consumatori di strumenti prodotti altrove, utenti di piattaforme che non governano i nostri dati, affittuari di capacità cognitive progettate da altri? Oppure vogliamo diventare una comunità capace di usare queste tecnologie per rafforzare la propria autonomia, il proprio sistema produttivo, la propria credibilità istituzionale, la propria capacità di scelta e il proprio orizzonte umano?

Io credo che la seconda strada sia l’unica degna di una Repubblica che vuole guardare al futuro con intelligenza e dignità. Ed è questa la strada che vorrei provare a tracciare insieme a voi.

Il tempo storico che stiamo attraversando

Per comprendere il passaggio che stiamo vivendo dobbiamo compiere anzitutto un atto di chiarezza. L’intelligenza artificiale, oggi, viene raccontata quasi sempre in due modi opposti e ugualmente insufficienti.

Da una parte, viene presentata come una specie di miracolo tecnologico, una macchina salvifica capace di risolvere da sola i problemi della produttività, della burocrazia, della sanità, della ricerca, della scuola, della competitività. Dall’altra, viene descritta come una minaccia indistinta, un pericolo permanente, un sostituto dell’umano, una forza destinata a produrre disoccupazione, caos sociale e perdita di controllo.

Entrambe queste narrazioni sono inadeguate. Entrambe impediscono di capire.

L’intelligenza artificiale non è né un miracolo né una maledizione. È una infrastruttura di capacità. È un insieme di modelli, algoritmi, sistemi di calcolo, architetture di dati e interfacce in grado di amplificare alcune funzioni cognitive, predittive, analitiche e generative. Il punto decisivo non è dunque la tecnologia in astratto, ma la qualità del contesto nel quale essa viene inserita.

La stessa intelligenza artificiale, introdotta in un’organizzazione confusa, povera di dati affidabili, priva di competenze e senza governance, non produce automaticamente valore. Può anzi produrre caos più rapidamente. Se invece viene introdotta in un ecosistema maturo, nel quale i dati sono ordinati, le funzioni sono chiare, le responsabilità sono definite e le persone sono formate, allora essa genera vantaggio competitivo, precisione, tempestività, capacità di previsione, riduzione degli attriti e miglioramento della qualità delle decisioni.

Siamo entrati in una fase storica in cui l’AI non è più confinata nei laboratori di ricerca o nelle sperimentazioni di nicchia. È diventata materia economica generale. Questo significa che non riguarda più soltanto ingegneri, data scientist o grandi aziende tecnologiche. Riguarda il commercialista, il medico, l’avvocato, il dirigente pubblico, il manifatturiero, il consulente, l’imprenditore turistico, il ricercatore, l’insegnante, il formatore, il tecnico delle infrastrutture.

In altre parole, l’intelligenza artificiale è già economia.

E proprio per questo non possiamo permetterci di affrontarla con categorie vecchie. Per molto tempo il vantaggio competitivo si è misurato soprattutto sulla disponibilità di capitale fisico, sulla forza industriale, sull’energia, sulla prossimità alle filiere, sul lavoro, sul credito. Tutto questo continua a contare. Ma oggi si aggiunge una variabile nuova, e in molti casi decisiva: la capacità di acquisire, strutturare, proteggere, interpretare e valorizzare i dati, trasformandoli in conoscenza operativa.

Il dato non è più un sottoprodotto dei processi. È materia prima. E l’intelligenza artificiale è uno dei motori principali che possono trasformare quella materia prima in vantaggio competitivo, in previsione, in automazione, in personalizzazione dei servizi, in ricerca, in policy pubblica più intelligente.

Chi pensa dunque che il tema dell’AI riguardi solo il settore tecnologico sta semplicemente sottovalutando il fenomeno.

Dove siamo oggi davvero: l’AI nel mondo economico

Se vogliamo essere realistici, dobbiamo dire che oggi il mondo economico si trova in una situazione di transizione avanzata ma ancora profondamente irregolare.

Non tutte le imprese sono allo stesso punto. Non tutti i settori adottano l’AI con la stessa intensità. Non tutte le organizzazioni hanno capito che adottare intelligenza artificiale non significa comprare un software o aprire un abbonamento a una piattaforma generativa. Molti hanno iniziato. Pochi hanno strutturato davvero. Ancora meno hanno costruito una vera governance interna.

Possiamo distinguere almeno cinque livelli di adozione.

Il primo è il livello della curiosità operativa. È il livello di chi utilizza strumenti generativi per scrivere testi, riassumere, tradurre, preparare presentazioni, generare bozze commerciali, ordinare appunti. È il livello più diffuso perché ha una soglia d’ingresso bassa e mostra benefici immediati.

Il secondo livello è quello dell’automazione dei processi ripetitivi. Qui l’AI entra nei flussi aziendali per classificare documenti, rispondere a richieste standard, gestire ticket, supportare il customer care, leggere dati destrutturati, fare matching tra informazioni e ridurre tempi di back office.

Il terzo livello è quello dell’intelligenza aumentata per i professionisti. In questa fase l’AI non sostituisce il lavoro, ma accompagna la decisione: il medico riceve supporto nell’analisi di dati clinici, il legale esplora rapidamente grandi corpus documentali, il commercialista individua incongruenze, il consulente simula scenari, il ricercatore accelera l’accesso alla letteratura.

Il quarto livello è quello dell’intelligenza predittiva e simulativa. Qui i dati storici e i flussi in tempo reale servono per prevedere guasti, stimare comportamenti, ottimizzare magazzini, anticipare manutenzioni, prevenire anomalie, ridurre costi di inefficienza.

Il quinto livello, il più avanzato, è quello della trasformazione del modello di business. In questa fase l’impresa non usa l’AI per fare meglio ciò che faceva già. Usa l’AI per ripensare il proprio modo di generare ricavi, di strutturare i servizi, di dialogare con il cliente, di organizzare i costi, di posizionarsi sul mercato.

Questo punto è essenziale, soprattutto per i Paesi di piccola dimensione. I piccoli Stati non sono affatto condannati all’irrilevanza nell’economia dell’intelligenza artificiale. Al contrario, se sanno costruire un quadro normativo chiaro, una formazione forte, un ambiente regolatorio affidabile e una capacità di sperimentazione rapida, possono diventare laboratori avanzati molto più dinamici di grandi sistemi appesantiti dalla complessità.

San Marino, proprio per la propria scala, può fare di questa apparente fragilità un vantaggio. Dove altri vedono piccola dimensione, io vedo possibilità di coerenza. E la coerenza, nell’economia digitale, è un asset potentissimo.

I settori nei quali l’AI genera valore reale

Per evitare che il discorso resti astratto, è utile osservare alcuni settori nei quali l’intelligenza artificiale cambia davvero la qualità economica dei processi.

Il primo è la manifattura. L’integrazione tra AI, sensoristica, visione artificiale e controllo di processo consente manutenzione predittiva, riduzione degli scarti, ottimizzazione energetica, monitoraggio qualità, pianificazione adattiva della produzione. In una manifattura avanzata il vantaggio non è solo produrre di più, ma produrre meglio, con meno errori e più tracciabilità.

Il secondo è la sanità, che non è solo un settore sociale ma anche un settore economico e scientifico ad altissimo impatto. I sistemi sanitari del futuro saranno sempre più basati su telemonitoraggio, analisi predittiva del rischio clinico, triage assistito, organizzazione intelligente dei percorsi, continuità assistenziale digitale e formazione immersiva. Qui il valore economico e il valore umano coincidono.

Il terzo è il settore finanziario e assicurativo. L’AI consente analisi del rischio più sofisticate, antifrode, supporto alla compliance, personalizzazione del servizio, gestione documentale avanzata, rilevazione di pattern anomali, supporto alle decisioni.

Il quarto è il turismo e l’esperienza territoriale. Qui l’AI può supportare gestione dei flussi, strumenti immersivi di valorizzazione del patrimonio, servizi multilingue, itinerari personalizzati, analisi della reputazione, previsione delle domande, esperienze culturali integrate.

Il quinto è la pubblica amministrazione. Una PA che non si trasforma digitalmente rallenta l’economia più di quanto una cattiva impresa rallenti se stessa. L’AI può aiutare a classificare istanze, semplificare processi, aumentare trasparenza, migliorare la relazione con cittadini e imprese, prevedere colli di bottiglia, ridurre tempi di risposta.

Il sesto è la formazione. Oggi il sapere non può più essere trasmesso soltanto nei modi del passato. L’AI permette percorsi personalizzati, tutoring adattivo, simulazioni, analisi delle lacune, costruzione dinamica dei contenuti. Questo non riduce il ruolo del docente: lo eleva.

Gli sviluppi futuri: verso economie cognitive, simulate, distribuite

Se guardiamo al futuro, vediamo chiaramente almeno sette direttrici.

La prima è la multimodalità. I sistemi non lavoreranno più solo sul testo ma su immagini, audio, video, sensori, dati ambientali, segnali biometrici, flussi geospaziali, serie temporali.

La seconda è l’agency. Avremo sistemi capaci non solo di rispondere ma di orchestrare compiti, attivare procedure, coordinare flussi controllati, dialogare con altri sistemi.

La terza è l’integrazione con il mondo fisico. Robotica, dispositivi intelligenti, infrastrutture sensorizzate, monitoraggio strutturale, sanità remota, agricoltura di precisione, mobilità connessa.

La quarta è la personalizzazione profonda. I servizi non saranno solo digitali ma adattati a profili, contesti, comportamenti, rischi, abitudini e bisogni.

La quinta è la simulazione. Le economie avanzate useranno sempre di più modelli digitali per testare scenari, prevedere criticità, progettare cambiamenti prima di introdurli nella realtà.

La sesta è la distribuzione del calcolo. Non tutto starà in cloud. Cresceranno architetture ibride tra cloud, edge, device e infrastrutture verticali.

La settima è la convergenza tra intelligenza artificiale e sovranità. Chi controllerà infrastrutture cognitive, dati, capacità di esecuzione, audit e addestramento dei modelli controllerà una parte sempre più ampia del valore economico.

Tecnologia satellitare e 6G: la nuova dorsale invisibile dell’economia

Quando si parla di AI, troppo spesso si dimentica l’infrastruttura. Ma senza infrastruttura non esiste sovranità tecnologica.

Il 6G non sarà semplicemente una rete un po’ più veloce del 5G. Ridurlo a una questione di banda sarebbe un errore concettuale. Il 6G rappresenta la traiettoria verso una connettività ubiqua, integrata, intelligente, capace di unire reti terrestri e non terrestri, edge computing, supporto a servizi immersivi, rilevazione ambientale, sincronizzazione avanzata e comunicazione distribuita tra dispositivi, persone e sistemi.

La componente satellitare, in questo scenario, non è secondaria. È centrale.

Perché è centrale? Per almeno quattro ragioni.

La prima è economica. Le imprese del futuro avranno bisogno di servizi distribuiti, continui, resilienti. Pensiamo alla logistica, al monitoraggio di infrastrutture, alla telemedicina, alla gestione di siti remoti, alla sensoristica ambientale, alla protezione civile, ai servizi territoriali.

La seconda è strategica. Le economie che dipendono interamente da reti e piattaforme di altri sono economie solo apparentemente libere. La sovranità oggi riguarda anche la dipendenza infrastrutturale.

La terza è cognitiva. Le reti del futuro non trasporteranno soltanto dati: trasporteranno capacità decisionali distribuite. Connettività e intelligenza si fonderanno sempre di più.

La quarta è civile. In caso di crisi, emergenza sanitaria, disastro naturale o interruzione di infrastrutture terrestri, una componente non terrestre garantisce continuità operativa e continuità istituzionale.

Per un Paese come San Marino, la riflessione è particolarmente interessante. Una piccola Repubblica può scegliere se restare semplice utilizzatrice di servizi prodotti altrove oppure diventare un nodo intelligente di sperimentazione, regolazione e integrazione di nuovi modelli di rete e di casi d’uso ad alto valore.

La domanda non è se un piccolo Stato possa fare tutto da solo. La domanda vera è: quali segmenti della catena del valore deve necessariamente comprendere e presidiare per non diventare dipendente in modo irreversibile?

Io credo che questi segmenti siano almeno i seguenti: capacità di ospitare dati sensibili in ambienti affidabili, capacità di integrare reti terrestri e non terrestri in logica di servizio, capacità di formare tecnici e professionisti che comprendano architetture ibride, capacità di sviluppare casi d’uso verticali, capacità di definire norme e criteri di sicurezza, capacità di connettere l’Agenda Digitale a una visione di sovranità.

ADT: il gemello digitale evoluto come infrastruttura di consapevolezza

Desidero ora introdurre uno dei concetti che considero più importanti della nuova economia della conoscenza: l’ADT.

Quando parliamo di digital twin, il gemello digitale, immaginiamo spesso un modello virtuale di una macchina, di un edificio, di una linea produttiva, di un processo. È corretto, ma non basta più.

Nel mondo che si sta aprendo, il gemello digitale non sarà più solo una rappresentazione. Diventerà una piattaforma dinamica di osservazione, correlazione, simulazione, previsione e supporto decisionale.

È in questa prospettiva che si colloca l’ADT, l’Auto Digital Twin, il gemello digitale evoluto e autoevolutivo. L’ADT non si limita a copiare il reale. Lo accompagna. Lo interpreta. Lo mette in relazione con dati eterogenei. Costruisce scenari. Anticipa comportamenti. Integra segnali provenienti da fonti differenti e restituisce una capacità di lettura superiore rispetto a quella ottenibile con una dashboard tradizionale.

Che cosa significa questo in termini economici?

Significa che un’impresa può non limitarsi a sapere ciò che è accaduto ma può ragionare su ciò che sta per accadere. Significa che una struttura sanitaria può integrare informazioni cliniche, organizzative, ambientali e comportamentali per migliorare la continuità assistenziale. Significa che una pubblica amministrazione può simulare l’impatto di una decisione prima di adottarla. Significa che un territorio può essere letto come sistema vivente, osservato nel suo comportamento logistico, energetico, turistico, sociale e infrastrutturale.

L’ADT è dunque molto più di una tecnologia grafica. È una infrastruttura di consapevolezza operativa. Permette di passare dalla reazione alla previsione, dalla frammentazione alla correlazione, dalla fotografia statica alla cognizione dinamica.

Ma va chiarito un punto essenziale: l’ADT non deve mai essere pensato come oracolo automatico. Deve essere pensato come strumento al servizio della responsabilità umana. Più il sistema simula e anticipa, più cresce il dovere del decisore di conoscere i limiti, le fonti, i margini di errore, i bias, gli effetti secondari. L’intelligenza non si delega. Si organizza.

Ora immaginiamo che cosa potrebbe significare per San Marino.

Un ADT territoriale potrebbe integrare mobilità, turismo, eventi, energia, servizi, cultura, flussi infrastrutturali e parametri ambientali. Un ADT industriale potrebbe supportare manifattura, logistica, manutenzione, efficienza energetica e pianificazione. Un ADT sanitario potrebbe aiutare a connettere prevenzione, fragilità, telemonitoraggio e percorsi di cura. Un ADT formativo potrebbe tracciare e personalizzare lo sviluppo delle competenze.

Il Paese che saprà usare questa logica non solo adotterà strumenti più avanzati. Costruirà una nuova grammatica della decisione.

Il surrogato cognitivo: estensione, non sostituzione dell’umano

Arrivo ora a un tema delicato ma centrale: il surrogato cognitivo.

Questa espressione può suscitare impressione, e proprio per questo merita rigore. Quando parlo di surrogato cognitivo non intendo un sostituto della coscienza umana, né una delega integrale del giudizio alla macchina. Intendo una struttura artificiale in grado di replicare, assistere, distribuire o potenziare alcune funzioni cognitive operative in contesti specifici.

In termini semplici, il surrogato cognitivo è una estensione organizzata della capacità di analizzare, confrontare, ricordare, correlare, simulare e supportare decisioni. È un alleato cognitivo, non un padrone. È un moltiplicatore di lavoro intellettuale, non una legittimazione della pigrizia mentale.

Perché questo concetto è importante per l’economia?

Perché il problema delle economie contemporanee non è solo la scarsità di capitale. È anche la scarsità di attenzione, di tempo, di precisione, di memoria organizzativa, di coordinamento tra saperi. Le imprese soffrono perché i dati sono dispersi, le informazioni arrivano tardi, i documenti non dialogano, le norme cambiano rapidamente, le persone qualificate sono poche e il contesto corre più veloce delle strutture.

In questo scenario, il surrogato cognitivo può diventare una soluzione strutturale che consente anche a organizzazioni non gigantesche di operare con una qualità analitica altrimenti irraggiungibile.

Pensiamo a uno studio professionale che debba monitorare normative, scadenze, rischi, contratti e bilanci. Pensiamo a un’impresa che debba correlare ordini, stock, manutenzione, consumi e difettosità. Pensiamo a una struttura sanitaria che debba tenere insieme protocolli, dati clinici, tempi di accesso, follow-up e segnali di fragilità. Pensiamo a una pubblica amministrazione con personale limitato ma chiamata a offrire servizi di alta qualità.

In tutti questi casi il surrogato cognitivo non elimina il professionista: gli restituisce profondità, velocità, continuità e capacità di controllo.

Naturalmente questo vantaggio esiste solo se vengono rispettate alcune condizioni.

La prima è la trasparenza delle fonti e della funzione. Il sistema non può diventare una scatola nera cui obbedire per inerzia.

La seconda è la pertinenza del dominio. Un surrogato cognitivo generico, non calibrato sul contesto, può produrre solo un’apparenza di intelligenza.

La terza è l’auditabilità. Deve essere possibile ricostruire, verificare, contestare, correggere.

La quarta è la competenza di chi lo usa. Senza alfabetizzazione avanzata, il surrogato cognitivo diventa una scorciatoia che impoverisce invece di potenziare.

La quinta è il principio di responsabilità finale umana. L’ultima parola, specialmente nei settori sensibili, deve restare a soggetti consapevoli e identificabili.

Se queste condizioni vengono rispettate, allora il surrogato cognitivo non è un rischio da temere ma una nuova forma di capitale organizzativo.

Ospitare data center: opportunità economica e presidio strategico

Vengo ora a un capitolo che considero decisivo: l’opportunità di ospitare data center.

Nel nuovo paradigma economico, il data center non è soltanto un edificio pieno di server. È una infrastruttura critica. È un presidio di sovranità. È una fabbrica invisibile del XXI secolo. Dove risiedono i dati, dove si trovano le capacità di calcolo, dove si ospitano sistemi di backup, ambienti di esecuzione, funzioni di continuità operativa e modelli intelligenti, lì si colloca una parte crescente del potere economico.

Per anni molte economie di piccola o media dimensione hanno vissuto una contraddizione: produrre localmente valore digitale ma appoggiarsi quasi interamente a infrastrutture esterne, spesso extraeuropee, per conservare, processare e analizzare i dati. Finché usiamo il cloud solo per archiviare file il problema sembra astratto. Ma quando su quelle infrastrutture passano processi amministrativi, sistemi sanitari, dati industriali, proprietà intellettuale, funzioni decisionali e modelli di AI, la questione diventa economica, giuridica e politica.

Ospitare data center, o comunque concorrere a ospitare infrastrutture di calcolo e conservazione in forma diretta o consorziata, significa allora molte cose insieme.

Significa attrarre investimenti e filiere ad alto contenuto tecnologico. Significa generare domanda di competenze tecniche, impiantistiche, energetiche, manutentive, di cybersecurity e compliance. Significa diventare più interessanti per startup, imprese innovative, piattaforme sanitarie, soggetti regolamentati, servizi finanziari e operatori che cercano ambienti affidabili per dati sensibili. Significa costruire servizi a valore aggiunto, non solo concedere spazio fisico.

Naturalmente un data center non si improvvisa. Servono energia, continuità di rete, sicurezza fisica, sicurezza logica, ridondanza, piani di disaster recovery, criteri ambientali, capacità di gestione del rischio, normativa chiara e competenze serie. Ma proprio per questo chi inizia per tempo non costruisce solo un’infrastruttura: costruisce credibilità.

San Marino, in una logica di posizionamento intelligente, potrebbe valutare questo tema non inseguendo il gigantismo, ma puntando su infrastrutture specializzate, sicure, interoperabili, orientate ai servizi regolati, alla sanità digitale, ai casi d’uso sensibili, alla sperimentazione di AI affidabile e alla gestione di dati ad alto valore.

Il punto non è diventare un deposito di server. Il punto è diventare un ambiente di fiducia tecnologica.

E qui si apre una relazione fortissima con il tema del 6G, della rete satellitare, dell’edge computing e dell’intelligenza artificiale. I data center del futuro non saranno solo luoghi di archiviazione. Saranno nodi di una rete cognitiva distribuita. Riceveranno dati da dispositivi, sensori, sistemi clinici, satelliti, servizi pubblici e imprese. Alimenteranno modelli analitici e predittivi. Restituiranno capacità decisionali quasi in tempo reale.

C’è poi un ulteriore aspetto economico. Il data center può diventare leva di politica industriale indiretta. Dove esiste capacità di calcolo affidabile, prossimità ai dati e certezza giuridica, lì si insediano più facilmente imprese innovative. In altre parole, il data center non è solo un’infrastruttura che segue lo sviluppo. Può diventare un’infrastruttura che lo genera.

Fondazione Olitec e San Marino Innovation: una possibile collaborazione strategica in ambito sanitario

Desidero ora inserire un capitolo specifico su un’opportunità che ritengo di grande interesse per il contesto sammarinese: la possibilità di sviluppare collaborazioni tra la Fondazione Olitec e San Marino Innovation per la progettazione, la sperimentazione e la validazione di iniziative in ambito sanitario.

È importante chiarire con correttezza che questo ragionamento va inteso come proposta strategica, come scenario di lavoro possibile e ad alto potenziale, non come riferimento a un accordo già formalizzato.

Perché la sanità?

Perché la sanità è uno dei luoghi in cui si incontrano in modo più evidente il bisogno umano, l’interesse pubblico, la ricerca scientifica, la complessità tecnologica e il potenziale economico. In sanità non basta innovare: bisogna innovare con rigore. Bisogna saper integrare scienza, etica, normativa, interoperabilità, sicurezza, formazione e sostenibilità.

Una collaborazione tra un soggetto orientato alla ricerca applicata, alle tecnologie BRIA, alla simulazione immersiva, ai modelli ADT e alla costruzione di nuove metodologie operative, e un ecosistema sammarinese dedicato all’innovazione, alla certificazione e all’attrazione di progetti ad alto contenuto tecnologico, potrebbe generare un laboratorio di assoluto interesse.

Questa collaborazione potrebbe articolarsi almeno su sei assi.

Il primo asse è la telemedicina avanzata e la continuità assistenziale. Non una telemedicina ridotta alla sola televisita, ma una piattaforma capace di integrare telemonitoraggio, triage intelligente, sistemi di alert, supporti immersivi per l’educazione terapeutica, comunicazione medico-paziente, supporto ai percorsi di cura.

Il secondo asse è l’applicazione dei gemelli digitali evoluti e degli ADT ai flussi sanitari. Pensiamo alla modellazione dei percorsi di accesso, alla gestione delle cronicità, ai sistemi di prevenzione, al monitoraggio delle fragilità, alla simulazione dell’impatto organizzativo di nuove scelte di servizio.

Il terzo asse è la formazione immersiva di medici, infermieri, tecnici e operatori. La realtà immersiva, se progettata seriamente, non è spettacolo: è addestramento cognitivo ad alta intensità. Consente di simulare procedure, ambienti, emergenze, interazioni critiche e decisioni complesse.

Il quarto asse è la sensoristica intelligente, il monitoraggio remoto e i sistemi di assistenza domiciliare. In una società che invecchia, il tema della permanenza sicura a domicilio, del rilevamento precoce di anomalie e della gestione non invasiva dei fattori di rischio diventa centrale.

Il quinto asse è la governance del dato clinico e para-clinico. Una collaborazione seria in sanità deve affrontare il tema fondamentale del dato: raccolta, custodia, accesso, anonimizzazione o pseudonimizzazione, uso per l’addestramento di sistemi intelligenti, tutela dei diritti e gestione del consenso.

Il sesto asse è la validazione e la certificazione. Molte innovazioni falliscono non perché siano inutili, ma perché non trovano un ambiente in cui essere testate con metodo, misurate nei risultati, confrontate con standard e progressivamente tradotte in prassi.

Che cosa genererebbe una simile collaborazione, se ben costruita? Genererebbe ricerca applicata, occupazione qualificata, formazione specialistica, attrazione di progetti, produzione di know-how, possibilità di startup e spin-off, visibilità internazionale, nuovi servizi per il sistema sanitario e una reputazione di serietà tecnologica.

In altri termini, non solo spesa per innovare, ma filiera economica.

C’è anche un altro aspetto importante. Un piccolo Stato che sceglie alcuni verticali ad alta qualità, invece di disperdersi in molte promesse generiche, aumenta la propria riconoscibilità internazionale. La sanità digitale avanzata, unita a sovranità del dato, simulazione immersiva, AI affidabile, telemonitoraggio e modellazione predittiva, potrebbe essere uno di questi verticali.

Formare i giovani: il primo investimento di ogni sovranità tecnologica

Vengo ora a uno dei nodi più profondi del discorso: la formazione dei giovani.

Ogni volta che una società attraversa una rivoluzione tecnologica, emerge una tentazione ricorrente: investire negli strumenti e troppo poco nelle persone. È un errore gravissimo. Le tecnologie si comprano. Le competenze si costruiscono. E una volta costruite, diventano il patrimonio più importante di una nazione.

Noi dobbiamo dire con chiarezza ai giovani che il futuro non appartiene genericamente a chi usa l’AI. Appartiene a chi la comprende, la governa, la integra con altri saperi e la mette al servizio di problemi reali. L’utente passivo di piattaforme non è il protagonista della nuova economia. Il protagonista è colui che sa unire disciplina, metodo, cultura generale, competenza verticale e alfabetizzazione tecnologica.

Questo implica una trasformazione dell’orientamento formativo. Non basta introdurre un piccolo modulo di AI in qualche corso. Occorre ripensare l’intero ecosistema educativo in chiave transdisciplinare.

Chi si avvia alla medicina deve conoscere dati sanitari, AI clinica, telemonitoraggio, etica degli algoritmi, simulazione immersiva. Chi si avvia al diritto deve comprendere governance algoritmica, prova digitale, responsabilità dei sistemi automatizzati, protezione del dato. Chi si avvia all’impresa deve saper leggere processi, automazione, business intelligence, proprietà intellettuale, cybersecurity. Chi si avvia alla pubblica amministrazione deve capire interoperabilità, servizi intelligenti, identità digitale, audit e responsabilità.

Non esistono più professioni isolate dalla trasformazione digitale. Esistono professioni elevate dalla competenza e professioni impoverite dall’ignoranza.

Per questo io credo che la formazione dei giovani debba poggiare su quattro pilastri.

Il primo pilastro è la base culturale ampia. Chi non possiede lingua, logica, storia, etica, capacità argomentativa e comprensione del contesto non saprà governare nessuna macchina intelligente.

Il secondo pilastro è la competenza tecnica applicata. I giovani devono toccare i sistemi, costruire casi d’uso, usare ambienti simulativi, progettare, testare, sbagliare, correggere.

Il terzo pilastro è la dimensione laboratoriale e immersiva. Le nuove generazioni apprendono meglio quando vedono, simulano, interagiscono, manipolano scenari complessi.

Il quarto pilastro è il collegamento con il lavoro reale. Nessun percorso formativo sarà credibile se non dialoga con imprese, istituzioni, ricerca, sanità e professioni.

Un Paese che forma così i giovani non compie solo una scelta educativa. Compie una scelta di politica economica di lungo periodo.

Adeguare le competenze di tutti i professionisti

Ma sarebbe sbagliato fermarsi ai giovani. La rivoluzione dell’AI attraversa il presente, e il presente è abitato da professionisti adulti, dirigenti, funzionari, medici, tecnici, avvocati, commercialisti, imprenditori, operatori pubblici e privati.

La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto formare chi comincia. Sarà riqualificare chi è già in cammino.

Molti professionisti oggi avvertono due sentimenti insieme: capiscono che il cambiamento è decisivo, ma temono di non avere tempo o strumenti per starvi dentro. Questa paura va compresa, ma va anche affrontata con una risposta seria.

Nessuna professionalità potrà restare identica a se stessa. Questo non significa che tutte le professioni spariranno. Significa che tutte dovranno ridefinire il proprio nucleo di valore.

Il medico non sarà meno medico se userà strumenti intelligenti: lo sarà di più, se saprà interpretarli con umanità e competenza. Il commercialista non sarà meno necessario se alcuni processi saranno automatizzati: sarà più strategico se saprà trasformare il proprio ruolo da compilatore a interprete di scenari. L’avvocato diventerà ancora più importante se saprà presidiare le zone nelle quali diritto, automazione, rischio e diritti della persona si incontrano.

Questa transizione richiede almeno tre livelli di aggiornamento.

Il primo è l’alfabetizzazione diffusa. Tutti devono sapere che cosa può fare l’AI, che cosa non può fare, quali limiti ha e quali responsabilità comporta.

Il secondo è la verticalizzazione professionale. Ogni categoria deve avere percorsi dedicati, casi d’uso pertinenti, strumenti realmente legati al proprio mestiere.

Il terzo è la governance. Vertici pubblici e privati, ordini professionali, associazioni e amministrazioni devono sapere definire policy, criteri d’acquisto, regole interne, modelli di audit e di responsabilità.

Chi non organizzerà questo aggiornamento rischia una frattura pericolosa: pochi molto avanti da una parte e una grande massa di professionisti o impauriti o improvvisati dall’altra. Nessuna economia matura può permetterselo.

Sovranità del dato: il cuore politico della nuova economia

Vengo ora a quello che considero il cuore dell’intero ragionamento: la sovranità del dato.

Vorrei essere molto chiaro. Nel XXI secolo non esiste vera sovranità economica senza sovranità del dato.

La sovranità del dato non significa autarchia. Non significa chiudersi o rifiutare la cooperazione internazionale. Significa avere la capacità di decidere le regole del gioco: dove stanno i dati sensibili, chi può accedervi, a quali condizioni, con quali livelli di sicurezza, con quale portabilità, con quali limiti di uso secondario, con quale tracciabilità, con quali diritti per i soggetti che quei dati li generano.

Il dato non è un semplice elemento informativo. È una proiezione della persona, dell’impresa, dell’istituzione, del territorio. Contiene salute, comportamenti, preferenze, proprietà intellettuale, vulnerabilità, capacità operative, memoria storica.

Quando un sistema economico perde il controllo del proprio dato, perde progressivamente il controllo della propria rappresentazione e, dunque, della propria capacità decisionale.

La sovranità del dato si articola su almeno sei livelli.

Il primo è la titolarità. Bisogna sapere con chiarezza chi è titolare di che cosa.

Il secondo è la custodia. Non tutti i dati hanno lo stesso valore né lo stesso grado di sensibilità.

Il terzo è l’accesso. Ogni accesso deve essere giustificato, tracciato, proporzionato.

Il quarto è la trasformazione. I dati vengono puliti, aggregati, correlati, anonimizzati, arricchiti. In questa fase si genera molto valore ma anche molto rischio.

Il quinto è l’uso algoritmico. Addestrare o eseguire modelli sui dati significa compiere un salto ulteriore di potere.

Il sesto è la restituzione del valore. Una buona economia del dato non si limita a proteggere. Sa redistribuire benefici, efficienza, servizi e competitività a chi quel dato lo ha generato.

San Marino può giocare qui una partita molto interessante. Può scegliere di essere un luogo in cui innovazione e garanzia non si contrappongono. Può costruire un modello in cui il dato non venga trattato né come merce predatoria né come tabù inutilizzabile, ma come bene strategico governato con equilibrio, rigore e finalità di sviluppo.

Perché San Marino può fare una scelta grande

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: tutto questo è realistico per una piccola Repubblica?

La mia risposta è sì, a condizione di non imitare i grandi Paesi nella loro scala, ma di superarli nella coerenza.

San Marino ha caratteristiche che possono diventare forza. Ha una dimensione che consente dialogo istituzionale rapido. Ha una forte identità statuale. Ha già mostrato attenzione all’innovazione. Ha la possibilità di ragionare in termini di qualità normativa, attrattività selettiva, sperimentazione mirata, filiere verticali e integrazione tra pubblico, ricerca e impresa.

Un piccolo Stato può essere molto più agile nella costruzione di ambienti di test regolati, tavoli intersettoriali, protocolli condivisi, sandbox, percorsi formativi coordinati. Può diventare credibile più rapidamente se sceglie pochi campi e li presidia bene.

Io vedo almeno cinque direttrici sulle quali San Marino potrebbe costruire un posizionamento forte.

La prima è la sanità digitale affidabile, con governance rigorosa del dato.

La seconda è la formazione avanzata delle competenze BRIA, cioè l’integrazione tra bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale.

La terza è la sperimentazione di ADT territoriali, organizzativi e sanitari.

La quarta è l’infrastruttura di fiducia: data center, cybersecurity, identità digitale, continuità operativa, ambienti certificati.

La quinta è la costruzione di un modello regolatorio che renda la Repubblica attrattiva non perché permissiva, ma perché seria.

L’attrattività fondata sullo sconto dura poco. L’attrattività fondata sulla credibilità dura molto di più.

Una possibile agenda operativa

Consentitemi, a questo punto, di avanzare anche una agenda di lavoro.

Primo: costruire una cabina di regia permanente su AI, dati, infrastrutture cognitive, formazione e casi d’uso strategici.

Secondo: mappare i casi d’uso reali nei quali San Marino può diventare eccellenza sperimentale, evitando dispersioni decorative.

Terzo: definire una strategia nazionale per il dato, con criteri di classificazione, custodia, accesso, interoperabilità, audit e sovranità.

Quarto: avviare programmi di formazione diffusa e differenziata per giovani, professionisti, dirigenti pubblici e privati.

Quinto: studiare con serietà la fattibilità di infrastrutture di calcolo e data center specializzati, integrati con rete, energia, sicurezza e sostenibilità.

Sesto: creare ambienti di sperimentazione in sanità digitale, simulazione immersiva e ADT, con criteri scientifici, etici e regolatori chiari.

Settimo: promuovere partnership mirate con soggetti capaci di portare vera ricerca applicata e non soltanto parole d’ordine.

Ottavo: costruire un modello di attrazione internazionale fondato su qualità, trasparenza e affidabilità istituzionale.

Questa agenda non richiede un futuro lontano. Richiede decisioni presenti.

Conclusione: il futuro non si subisce, si organizza

Consentitemi di concludere tornando al punto di partenza.

L’intelligenza artificiale non è soltanto una tecnologia nuova. È uno specchio. Rivela la qualità dei sistemi nei quali viene introdotta. Dove incontra disordine, amplifica il disordine. Dove incontra superficialità, amplifica l’errore. Dove incontra dipendenza, approfondisce la dipendenza. Ma dove incontra visione, formazione, responsabilità, infrastruttura e coscienza istituzionale, allora diventa una leva straordinaria di emancipazione.

Il futuro economico non apparterrà semplicemente a chi possiede più software. Apparterrà a chi saprà tenere insieme cinque elementi: capacità di calcolo, qualità del dato, formazione delle persone, chiarezza normativa e finalità etica.

Per questo io credo che il tema dell’AI vada sottratto tanto all’entusiasmo ingenuo quanto alla paura sterile. Va riportato dentro una politica della responsabilità.

E qui San Marino può davvero offrire qualcosa di originale. Può dimostrare che una Repubblica di dimensioni contenute può pensare in grande senza perdere misura. Può dimostrare che innovare non significa rinunciare alla sovranità, ma ridefinirla. Può dimostrare che il dato, se governato bene, non impoverisce la libertà: la rende più consapevole. Può dimostrare che la formazione non è una spesa ancillare, ma il vero motore di ogni modernizzazione durevole. Può dimostrare che sanità, impresa, ricerca e istituzioni non devono muoversi in parallelo, ma in convergenza.

Noi stiamo entrando in un’epoca in cui il potere non risiederà solo in ciò che un Paese possiede, ma in ciò che un Paese comprende. Comprendere significa leggere i cambiamenti prima che diventino imposizioni. Significa preparare le persone prima che il mercato le renda obsolete. Significa costruire infrastrutture prima che la dipendenza diventi irreversibile. Significa scegliere il proprio posto nel mondo prima che altri lo scelgano per noi.

La domanda finale non è se l’intelligenza artificiale cambierà l’economia. Questo è già accaduto. La vera domanda è se saremo noi a orientare quel cambiamento oppure se ci limiteremo a rincorrerlo.

Io credo che la Repubblica di San Marino abbia le condizioni per orientarlo. Ha storia, identità, capacità istituzionale e la possibilità concreta di diventare un laboratorio serio di innovazione affidabile.

Ma ogni possibilità diventa realtà solo quando una comunità sceglie di assumersi la disciplina del futuro.

Il futuro, infatti, non si subisce. Si organizza.

E organizzarlo, oggi, significa mettere al centro intelligenza artificiale, sovranità del dato, infrastruttura di fiducia, formazione delle persone, capacità di sperimentazione e coraggio istituzionale.

Se sapremo farlo, non avremo semplicemente adottato una tecnologia. Avremo costruito una visione.

Vi ringrazio.


Scopri di più da

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere