Governare l’innovazione oltre la tecnologia in Sanità

Di Alex Dell’Era

Nel dibattito sull’innovazione, soprattutto quando si parla di bioinformatica, realtà immersiva e intelligenza artificiale, la tecnologia tende a occupare l’intero spazio narrativo. In molti settori, dalla sanità alla formazione, dalla ricerca all’organizzazione del lavoro, le tecnologie BRIA stanno accelerando trasformazioni già in atto, ridefinendo processi decisionali, ruoli professionali e relazioni tra le persone. Algoritmi più potenti, sistemi più rapidi, capacità predittive sempre più sofisticate vengono spesso presentati come sinonimo di progresso. Eppure, questa narrazione è fuorviante. La tecnologia abilita il cambiamento, ma non lo governa. 

Nel mio lavoro mi occupo di comunicazione, innovazione e governance tecnologica, a stretto contatto con professionisti della salute, istituzioni e organizzazioni complesse chiamate a integrare queste tecnologie nei loro processi quotidiani. Osservo queste dinamiche dall’interno del settore MedTech e delle LifeScience, dove l’innovazione tecnologica incide direttamente su processi decisionali, responsabilità professionali e sulla relazione di fiducia tra persone e istituzioni. È da questo osservatorio che emerge con chiarezza che governare l’innovazione è un atto culturale prima ancora che tecnico. 

È qui che l’innovation management torna ad assumere il suo significato più autentico, non come funzione di accelerazione, ma di orientamento. Non come celebrazione della novità da bloomer della prima ora, ma come capacità di tenere insieme complessità e responsabilità. In sanità più che altrove, il modo in cui una tecnologia viene introdotta, spiegata e governata è parte integrante del suo valore.

Il cambiamento in atto

Ogni tecnologia non è mai neutra, ma incorpora visioni implicite del mondo, modelli organizzativi e assunzioni su chi decide, chi controlla e chi beneficia dell’innovazione. In ambiti ad alta sensibilità come la sanità, questo aspetto è amplificato. Un algoritmo diagnostico, una piattaforma di gestione dei dati, un ambiente immersivo per la formazione non modificano solo i processi, ma ridefiniscono il rapporto tra professionisti, pazienti e istituzioni. Innovare, quindi, non equivale solo a “fare meglio le stesse cose”, ma a cambiare il modo in cui le cose vengono decise, comprese o accettate. Per questo l’innovazione non può essere letta come una semplice accelerazione tecnica. Serve una capacità che tenga insieme opportunità, resistenze e impatti, soprattutto in contesti ad alta sensibilità sociale.

Vedere oltre la compliance

Il quadro europeo ed italiano hanno introdotto requisiti fondamentali di trasparenza, tracciabilità e supervisione umana. Tuttavia, ridurre l’innovazione responsabile al solo rispetto delle norme è un errore. La legge stabilisce ciò che è consentito, ma è l’etica che ci spinge ad interrogarci su ciò che è opportuno. Infatti, tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è regolato esiste uno spazio fatto di scelte e compromessi quotidiani. Lo sforzo che dobbiamo fare è ovviamente quello di andare oltre l’entusiasmo tecnologico, senza diventare doomer a prescindere, ma valutando conseguenze, ascoltando resistenze e cercando di prevenire derive difficili da correggere.

Il paradigma Umanologico

Pensiamo ad un nuovo paradigma che parte da una domanda semplice: che tipo di esperienza umana stiamo costruendo attraverso l’innovazione? Non è rifiuto tecnologico e non si tratta di contrapporre efficienza ed empatia, automazione e relazioni, o velocità a discapito della cura. Si tratta di comprendere che ogni l’innovazione tecnologica produce effetti sul modo in cui le persone lavorano, decidono, si fidano, si sentono parte a un processo. L’Umanologico invita a progettare l’innovazione considerando la persona non come variabile residuale, ma come parametro strutturale.

Questo approccio è particolarmente rilevante nelle tecnologie BRIA, dove la potenza delle stesse rischia di superare la capacità di comprensione. Quando i sistemi diventano opachi, la fiducia viene a mancare. Quando i benefici non sono facilmente spiegabili, l’adozione rallenta. Quando le decisioni sembrano “delegate alla macchina”, la responsabilità può venire meno. La domanda non è solo cosa una tecnologia permette di fare, ma che tipo di esperienza costruisce per chi la utilizza, la subisce o ne è influenzato. Un approccio Umanologico invita invece a progettare l’innovazione considerando la persona non come variabile residuale, ma come parametro strutturale.

Comunicazione e fiducia nell’innovazione

Se l’etica è la sostanza dell’innovazione, la comunicazione è l’architettura visibile. Comunicare l’innovazione non significa semplificare né promuovere, ma spiegare perché una tecnologia dovrebbe essere adottata, quali problemi risolve, quali limiti ha, quali rischi riduce e quali non potrà mai eliminare del tutto. In sanità la trasparenza non è una formalità ma una strategia di sostenibilità. Un’innovazione percepita come una black box, anche se tecnicamente valida, genera resistenza. Al contrario, un percorso narrato con onestà costruisce consenso informato e fiducia duratura.

Quale futuro stiamo scegliendo di costruire?

La sfida dei prossimi anni non sarà rallentare l’innovazione, ma indirizzarla. Comunicare in modo trasparente, spiegare limiti e benefici, costruire consenso condividendo informazioni, diventerà parte integrante del successo delle tecnologie BRIA. La domanda decisiva non è quindi quanto una tecnologia sia avanzata, ma quale futuro contribuisca a costruire. Se rafforza o indebolisce le relazioni, se semplifica la vita delle persone o la complica, se aumenta la fiducia nei sistemi complessi o la consuma.

Innovare significa assumersi la responsabilità delle scelte. Specialmente quando sono scomode.


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