La sfida della rigenerazione dei borghi montani, OLITEC apre un dialogo nel reatino

Redazione

C’è un modo sbrigativo di raccontare l’Appennino reatino: spopolamento, servizi che arretrano, strade difficili, economia fragile. È un racconto che contiene verità evidenti, ma che diventa sterile quando si trasforma in destino. Perché le Aree Interne non sono soltanto una distanza dalla città: sono un sistema complesso in cui la geografia condiziona i tempi della vita e dell’economia, e in cui la demografia pesa come una gravità costante. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento dell’indice di dipendenza e la rarefazione progressiva delle fasce attive producono conseguenze immediate: si riduce la base imprenditoriale potenziale, si indebolisce la capacità di mantenere e innovare i servizi essenziali, si interrompe la trasmissione del know-how locale legato alla gestione dei boschi, alla cura dei pascoli, alla manutenzione dei sentieri, alla memoria stessa dei luoghi. Eppure, limitarsi alla retorica della perdita sarebbe un errore metodologico: dentro lo stesso scenario si stanno affermando strategie di resistenza, rigenerazione e “restanza” che sfidano il determinismo geografico e aprono spazi reali di progetto.

In questa prospettiva, Vallecupola — frazione montana del comune di Rocca Sinibalda, alle pendici del Monte Navegna e nel cuore di un paesaggio che conserva ancora un carattere di integrità rara — diventa un microcosmo di eccezionale interesse. È un luogo piccolo, ma ad alta densità di segnali: presenza di capitale naturale, istituzioni comunitarie ancora riconoscibili, patrimonio culturale vivo, economie pastorali capaci di trasformarsi senza perdere autenticità. Qui la rigenerazione non coincide semplicemente con il recupero dell’hardware edilizio, per quanto necessario; coincide, soprattutto, con la riattivazione del “software comunitario”, cioè delle funzioni vitali, delle reti sociali, delle filiere economiche e simboliche che rendono un borgo abitabile e non soltanto visitabile.

L’ultima stagione di politiche pubbliche, con il PNRR e con i bandi regionali collegati, ha introdotto risorse e dispositivi che per magnitudo non hanno precedenti recenti. L’idea di fondo è stata quella di usare turismo e cultura non come ornamento, ma come leva di rigenerazione, con progetti locali chiamati a produrre impatto e risultati entro scadenze stringenti. In questo impianto, l’attrattività dei borghi non è più solo promozione: diventa infrastrutturazione, creazione di servizi, riattivazione di spazi, sostegno all’imprenditoria locale, costruzione di destinazioni diffuse. La logica dell’aggregazione tra comuni, incentivata dalla complessità progettuale e dalla necessità di fare massa critica, ha spinto territori amministrativamente piccoli a ragionare come sistemi: magneti turistici consolidati e borghi minori, aree lacustri e aree montane, monumenti e sentieri, eventi e residenzialità. È una strategia intelligente, perché prova a superare la polverizzazione amministrativa e la fragilità degli uffici tecnici locali, spesso sottodimensionati rispetto alla velocità richiesta dalla macchina attuativa.

Tuttavia, proprio qui nasce la domanda che decide tutto: la rigenerazione produce vita o produce vetrina? Il rischio, quando le risorse arrivano in tempi concentrati e con scadenze ravvicinate, è quello di un “ingorgo attuativo” o, peggio, di una spesa che privilegia opere facilmente cantierabili ma incapaci di generare residenzialità e lavoro dopo la fine dei finanziamenti. In altre parole, si può ottenere un borgo più bello e più “comunicato”, ma non necessariamente più abitato. E se non si modifica la struttura demografica, la rigenerazione resta un ciclo di picchi: fine settimana accesi e lunedì spenti, eventi riusciti e quotidianità fragile, stagioni di presenze e anni di silenzio.

Vallecupola mostra, invece, una trama più interessante perché intreccia cultura, beni comuni, natura e identità produttiva. La Biblioteca Casa Museo Angelo Di Mario, in un contesto in cui spesso i servizi essenziali arretrano, funziona come presidio di civiltà: non è un deposito di libri, ma un motore intellettuale che produce narrazione identitaria, attività formative, iniziative culturali, occasioni di incontro. Questo è un dato strutturale, perché nei borghi la cultura non è “tempo libero”: è infrastruttura sociale. La ricerca, la cura della memoria, la risemantizzazione del territorio attraverso studi, archivi e pratiche di comunità trasformano lo spazio da periferia a centro di una storia lunga, e rendono l’esperienza del luogo profonda e “giustificata” per chi arriva da fuori. Allo stesso modo, le tradizioni non vengono semplicemente ripetute: vengono riattivate come tecnologia sociale. Il canto a braccio, la poesia estemporanea, le pratiche comunitarie legate alla cultura pastorale funzionano come strumenti di coesione intergenerazionale, come linguaggi capaci di tenere insieme anziani e giovani, come attrattori di un turismo culturale di nicchia ma fedele, spesso destagionalizzato.

Accanto alla cultura, la governance dei beni comuni rappresenta un’altra leva decisiva. Nelle aree interne, dove la frammentazione fondiaria e l’abbandono rischiano di trasformare boschi e pascoli in zone di rischio idrogeologico e incendi, le istituzioni comunitarie legate alla gestione collettiva della terra assumono un ruolo che non è nostalgico, ma modernissimo: proteggono il paesaggio dall’erosione, mantengono la continuità d’uso, consentono interventi programmati sulla manutenzione del territorio, rendono possibile un equilibrio tra economia e tutela. In un’epoca di crisi climatica, la gestione attiva del bosco e delle risorse idriche non è un dettaglio amministrativo: è il primo presidio contro il dissesto e contro la perdita di biodiversità. Ed è proprio qui che il capitale naturale smette di essere cartolina e diventa capitale, cioè base materiale di sopravvivenza e sviluppo.

La pastorizia, in questo quadro, non scompare: cambia. Il pastore non è più soltanto produttore di derrate alimentari; diventa custode del paesaggio, attore di un’economia dell’esperienza, portatore di autenticità. Il valore del pecorino, del latte, delle lavorazioni tradizionali cresce quando viene inserito in una narrazione coerente e verificabile, quando l’enogastronomia si integra con l’escursionismo, quando il visitatore viene accompagnato a capire perché quel prodotto esiste e quale paesaggio lo rende possibile. Eventi comunitari come il Presepe dei Pastori, se letti con attenzione, sono indicatori: non sono recite, ma dispositivi identitari che sacralizzano la fatica quotidiana, trasformandola in valore culturale e in attrattività non artificiale. Nel mercato contemporaneo, l’autenticità è una valuta; ma resta autentica solo se la comunità la vive per sé prima che per gli altri.

Su questo tessuto già vivo si innesta la risorsa ambientale più ampia: la Riserva dei Monti Navegna e Cervia, con la rete sentieristica, i percorsi tematici, la mobilità lenta come infrastruttura leggera. La montagna diventa “teatro” senza costruire palchi, e l’arte diventa un modo per educare alla fruizione rispettosa: per raggiungere certi luoghi bisogna camminare, e chi cammina tende a restare più a lungo, a consumare meno territorio, a cercare accoglienza semplice e non consumo massivo. A questo si sommano i cammini spirituali e culturali, che in tutta Italia stanno funzionando come antidoto al turismo mordi e fuggi: portano persone lente, con bisogni essenziali e continui, che sostano, che chiedono ospitalità, che comprano locale, che generano micro-economie ripetute. In questo senso, la connessione tra borghi e reti di cammini non è un accessorio: è un moltiplicatore di permanenza, e la permanenza è la vera moneta della rigenerazione.

Resta, però, un nodo concreto: la connettività, materiale e immateriale. Senza strade mantenute, il sistema lago–montagna resta monco; senza connessioni digitali affidabili, la residenzialità contemporanea non decolla; senza servizi minimi, la scelta di restare diventa eroica e quindi non replicabile. È qui che la rigenerazione rischia di spezzarsi: se manca la capacità di trasformare investimenti in processi, e processi in vita quotidiana, i borghi diventano splendidi e fragili.

Ed è esattamente in questo punto che si colloca l’integrazione del progetto della Fondazione: portare a Vallecupola otto cadetti in una residenza operativa di studio e lavoro sulle tematiche BRIA — Bioinformatica, Realtà Immersiva, Intelligenza Artificiale — per trasformare la rigenerazione da somma di interventi a sistema governabile. Non è un dettaglio aggiuntivo: è la differenza tra un territorio che “ospita” iniziative e un territorio che acquisisce strumenti.

BRIA, in un borgo montano, non significa tecnologia astratta. Significa, prima di tutto, metodo. L’Intelligenza Artificiale può diventare supporto alla decisione, perché un borgo non può permettersi scelte a tentativi: deve sapere quali eventi producono davvero permanenza, quali flussi sono sostenibili, quali servizi sono prioritari, quale impatto hanno le iniziative sulla comunità residente. Significa costruire un osservatorio territoriale basato su indicatori semplici ma continui: stagionalità, presenze, ricaduta economica locale, criticità infrastrutturali, bisogni sociali, vulnerabilità. In una realtà piccola, un cruscotto di dati non è burocrazia: è sopravvivenza intelligente, perché riduce sprechi e migliora la capacità di usare ogni euro e ogni energia in modo mirato.

La Realtà Immersiva, a sua volta, non è soltanto promozione turistica: è una forma di didattica territoriale e di accessibilità culturale. Vallecupola e il suo contesto possono diventare un “gemello” narrativo e documentale, con rilievi digitali, archivi immersivi, percorsi esperienziali che connettono biblioteca, memorie, sentieri, tradizioni e paesaggio. Questo produce un effetto duplice: crea contenuti replicabili (utili per scuole, università, reti culturali) e, soprattutto, costruisce permanenza, perché l’esperienza immersiva ben progettata non esaurisce il luogo, lo invoglia a essere vissuto. In altre parole, non sostituisce la visita: la rende più lunga e più consapevole.

La Bioinformatica, infine, può fungere da ponte tra ambiente, salute, biodiversità e filiere locali. In territori in cui il capitale naturale è la risorsa principale, leggere dati su biodiversità, micro-ecosistemi, equilibrio idrico, interazioni tra attività umane e habitat non è materia per pochi addetti ai lavori: è base per progetti “One Health”, per educazione ambientale avanzata, per costruire una narrazione scientifica credibile che rafforzi l’attrattività senza scivolare nel marketing vuoto. Anche lavorando con fonti open e dataset già disponibili, si può produrre una mappa interpretativa del territorio che aiuti a proteggerlo e valorizzarlo.

Il valore del progetto dei cadetti sta poi nell’effetto comunitario: non si tratta solo di produrre deliverable tecnici, ma di diffondere competenze. Una rigenerazione che non forma persone locali, che non coinvolge giovani del territorio, che non crea occasioni di apprendimento e micro-professionalità rischia di restare dipendente da consulenze esterne e quindi di spegnersi con i finanziamenti. Al contrario, un programma che prevede laboratori, affiancamenti, micro-corsi, produzione condivisa di contenuti e strumenti può diventare un acceleratore di “cittadinanza tecnologica” delle aree interne: non tecnologia calata dall’alto, ma tecnologia come alfabetizzazione civica e come opportunità di lavoro.

In questo scenario, la presenza di otto giovani in formazione avanzata e in attività quotidiana può funzionare come un presidio leggero ma continuo: una piccola comunità operativa capace di tenere insieme dati e narrazione, misurazione e promozione, tutela e fruizione, cultura e servizi. La continuità, nei borghi, vale più della spettacolarità. Perché la rigenerazione reale non si vede soltanto nei weekend: si vede quando restano aperti luoghi e relazioni, quando le iniziative producono lavoro, quando una famiglia può immaginare di rimanere o arrivare, quando l’infrastruttura culturale e naturale non viene consumata ma curata.

Vallecupola, per la sua storia recente e per la sua capacità di ibridare tradizione e innovazione, mostra già un modello possibile: il pastore che diventa custode e narratore, la biblioteca che diventa regia culturale, il sentiero che diventa infrastruttura economica, la comunità che diventa soggetto e non comparsa. L’integrazione BRIA aggiunge la parte che spesso manca: capacità di gestione e di trasformazione dei segnali in processi. E un processo, quando è ben costruito, produce ciò che oggi serve più di tutto all’Appennino reatino: restanza non come nostalgia, ma come scelta praticabile, dignitosa, lavorabile, misurabile. Una restanza che non chiede eroismi, ma che offre strumenti. Una rigenerazione che non vive di annunci, ma di continuità. E che proprio per questo può diventare, davvero, un laboratorio replicabile di sviluppo locale.


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