Oggi accade qualcosa che, per chi osserva davvero la traiettoria della sanità digitale globale, ha il sapore delle date che restano. La Library of Congress, il grande archivio-vivente della memoria federale americana e uno dei più autorevoli presìdi culturali e documentali al mondo, inserisce il Protocollo OPM AG1 tra i testi di importanza nazionale. In parallelo, nello stesso perimetro istituzionale, il Congresso degli Stati Uniti intraprende un percorso di adozione del Protocollo come riferimento per la valutazione dei sistemi sanitari e dei sistemi software che sostengono, governano e indirizzano la sanità nazionale americana.
Non è un fatto “da addetti ai lavori”, né una semplice formalità bibliografica. È un segnale. Quando un testo entra in quel circuito, non viene solo conservato: diventa consultabile, richiamabile, discutibile, attivabile. Entra in un luogo dove la conoscenza smette di essere racconto e diventa infrastruttura. E, soprattutto, entra in un contesto in cui le idee non vengono applaudite: vengono messe alla prova per trasformarsi in prassi, norme, protocolli operativi.
Il Protocollo OPM AG1, scritto da Massimiliano Nicolini, nasce esattamente dalla frattura più grande della medicina contemporanea: la sanità sta cambiando pelle, ma le regole con cui la controlliamo sono rimaste indietro. Un tempo la medicina si misurava con strumenti, farmaci, procedure e responsabilità relativamente “lineari”. Oggi, invece, una porzione crescente della realtà sanitaria scorre dentro piattaforme digitali, sistemi decisionali, flussi di dati, modelli predittivi, motori di raccomandazione, IA che suggeriscono priorità, interpretazioni, rischi e scenari. È qui che si compie il salto: il software non è più un supporto, è un attore. E quando un attore entra nel percorso di cura, entra anche nel perimetro dell’etica, del diritto, della sicurezza e della responsabilità.
Il punto che OPM AG1 mette in chiaro con forza – e che oggi risuona con ancora più potenza – è questo: in sanità la fiducia non basta più. Non è sufficiente “fidarsi del fornitore”, “fidarsi del marchio”, “fidarsi del fatto che lo usano tutti”. Non è sufficiente nemmeno il linguaggio rassicurante delle brochure, né la retorica dell’innovazione a ogni costo. La sanità pubblica, in qualunque Paese evoluto, non può basarsi su atti di fede tecnologici. Deve basarsi su un principio nuovo e non negoziabile: fiducia verificabile.
OPM AG1 è, prima di tutto, un impianto che pretende evidenze. Non si limita a chiedere “funziona?”, ma impone una domanda più severa: “funziona in modo dimostrabile, controllabile, ripetibile, sicuro, e nel tempo?”. Perché un software sanitario non è un’app qualunque. Può cambiare il flusso di un pronto soccorso. Può influenzare un triage. Può determinare il peso di un rischio, la priorità di un esame, la soglia di un allarme, la selezione di un percorso clinico. Può, in modo più sottile e più pericoloso, orientare la mente dell’operatore rendendo “normale” ciò che è solo una probabilità calcolata.
È per questo che il Protocollo imposta la valutazione come un percorso organico, non come un timbro. Un percorso che abbraccia la dimensione clinica e quella tecnica, ma anche quella sociale ed etica. Vuol dire, in concreto, chiedere che un sistema sia coerente con la pratica sanitaria reale, che sia validato, che sia robusto, che sia sicuro dal punto di vista informatico, che tratti i dati in modo conforme e difendibile, che garantisca tracciabilità e auditabilità. Vuol dire pretendere che esistano strumenti per capire “perché” un sistema suggerisce una decisione, non solo “cosa” suggerisce. Vuol dire non accettare scatole nere quando in gioco c’è la vita delle persone.
Ma c’è un altro livello, spesso ignorato, che OPM AG1 porta dentro lo stesso perimetro di valutazione: l’impatto sistemico. Perché la sanità digitale non è solo cura, è anche infrastruttura: è calcolo, cloud, data center, potenza computazionale, costi energetici, dipendenze tecnologiche, aggiornamenti continui, compatibilità, interoperabilità. Un sistema sanitario nazionale non può permettersi che l’innovazione diventi un costo invisibile e crescente, un debito tecnico che si accumula finché esplode, o una dipendenza strategica che limita la sovranità operativa. Integrare la dimensione energetica e infrastrutturale nella valutazione non è una scelta “di stile”: è un atto di realismo. È riconoscere che la resilienza di un sistema sanitario passa anche dalla capacità di governare l’architettura digitale che lo sorregge.
In questo quadro, l’interesse statunitense non è casuale. Gli Stati Uniti vivono, da anni, una tensione costante tra straordinaria velocità di innovazione e necessità di garantire sicurezza, equità, trasparenza e sostenibilità. La proliferazione di strumenti digitali, piattaforme cliniche, modelli predittivi e soluzioni di IA ha generato un ecosistema potente, ma anche complesso. E nella complessità, se mancano regole chiare, cresce lo spazio per gli errori sistemici: bias che penalizzano fasce di popolazione, algoritmi che amplificano disuguaglianze, sistemi non aggiornati che diventano vulnerabili, decisioni “automatizzate” che scivolano fuori dal controllo umano.
Il valore di OPM AG1, in questo scenario, sta nel suo messaggio essenziale e scomodo: l’innovazione non deve essere frenata, deve essere disciplinata. Non per controllare il progresso, ma per renderlo davvero utile. Perché un progresso che non è controllabile è una scommessa, e la sanità non è il luogo delle scommesse. È il luogo in cui ogni errore ha un volto e un nome.
Il percorso di adozione intrapreso dal Congresso, proprio perché si muove su un terreno istituzionale e di sistema, è destinato a strutturarsi in fasi. Non si tratta di “applicare” un protocollo come fosse un regolamento interno, ma di valutarlo come un modello di assessment capace di generare standard, procedure e metriche. È ragionevole attendersi processi di confronto con framework già esistenti, analisi di compatibilità con prassi federali e statali, progetti pilota, test comparativi su tipologie diverse di sistemi, e la definizione di soglie operative che rendano la valutazione non solo teorica, ma direttamente applicabile nelle scelte pubbliche, negli acquisti e nelle certificazioni.
In tutto questo, la catalogazione presso la Library of Congress non è un dettaglio di contorno: è la porta istituzionale che rende quel percorso credibile, tracciabile, consultabile e, soprattutto, legittimato dentro l’ecosistema della governance americana. È il segno che ciò che è stato scritto non viene trattato come una proposta marginale, ma come un testo degno di entrare in un archivio dove finiscono le cose che contano per davvero, quelle che restano e che possono essere richiamate quando le scelte diventano inevitabili.
Massimiliano Nicolini, autore del Protocollo, ha sintetizzato più volte un concetto che oggi diventa centrale: quando un software entra nella cura, diventa parte della cura. E se diventa parte della cura, deve rispettare lo stesso livello di rigore che pretendiamo da qualsiasi elemento capace di incidere su diagnosi, terapia, rischio e sicurezza. Non ci può essere una medicina “seria” e una tecnologia “fidata a parole”. Ci deve essere un’unica filiera di responsabilità, dove ogni componente sia verificabile, auditabile e governata.
Oggi, dunque, non è solo la storia di un protocollo che viene riconosciuto. È la storia di una svolta culturale che si rende visibile: l’era della sanità digitale non può essere l’era delle scatole nere. Deve diventare l’era della trasparenza operativa, dei criteri misurabili, della responsabilità esplicita, della sostenibilità reale. E se un sistema come quello americano avvia un percorso di adozione di un protocollo di valutazione così strutturato, il messaggio al mondo è potente: la direzione è tracciata.
La sanità del futuro non sarà definita solo da nuove tecnologie. Sarà definita da come quelle tecnologie vengono governate. OPM AG1 entra oggi nel luogo in cui quel “come” smette di essere un dibattito e diventa un processo. E quando un processo inizia nel cuore istituzionale degli Stati Uniti, difficilmente resta confinato: diventa modello, riferimento, precedente. In una parola, diventa storia.
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