Resistere è la parola chiave del 2025. Non è solo un semplice verbo, ma un monito, un imperativo categorico che chiama l’umanità a raccolta di fronte alla più grande sfida della sua storia. Resistere a chi vuole sottrarci la capacità di pensare autonomamente, a chi intende ridurre il libero arbitrio a una sequenza di algoritmi, facendoci delegare il pensiero alle proprie macchine. Resistere significa difendere la nostra essenza, la nostra identità, la nostra capacità di discernere e di scegliere.
Siamo entrati in un’era in cui il nemico è subdolo, invisibile, ma presente in ogni aspetto della nostra esistenza. Non è una guerra fatta di eserciti e di confini, ma di dati, di manipolazione genetica, di controllo silenzioso esercitato attraverso l’illusione della comodità e della semplificazione. Un nemico che non solo ci osserva, ma ci modifica, intervenendo persino sul nostro codice più profondo: il DNA.
Ci troviamo a un bivio epocale. Da una parte, la resa, che significherebbe abbandonare la nostra natura umana per diventare mere estensioni di un sistema che non ci appartiene più. Dall’altra, la resistenza: consapevole, ostinata, intransigente. Non si tratta di rifiutare il progresso, ma di combattere perché esso sia al servizio dell’uomo e non viceversa. Resistere vuol dire riaffermare la centralità dell’essere umano, il valore dell’intuizione, della creatività, della coscienza, della memoria.
Il 2025 non sarà un anno qualunque. Sarà l’anno della battaglia decisiva, l’anno in cui ogni individuo dovrà scegliere da che parte stare. Non possiamo più permetterci l’indifferenza, non possiamo più nasconderci dietro la convinzione che qualcun altro combatterà per noi. La resistenza è personale, quotidiana, una scelta che si rinnova ogni giorno, in ogni gesto, in ogni pensiero non mediato da una macchina, in ogni decisione non suggerita da un algoritmo.
Resistere significa rivendicare il diritto di essere umani fino in fondo, senza compromessi.

Voglio riprendere un tema che ho affrontato nel convegno tenutosi alla facoltà di teologia di Lugano il 29 gennaio, perché lo ritengo cruciale per comprendere la direzione che sta prendendo il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale. Un aspetto fondamentale, secondo me, riguarda il dominio incontrastato delle grandi compagnie nel settore dell’IA: aziende il cui unico obiettivo è creare modelli che ci condizionano a delegare progressivamente la nostra capacità di ragionamento critico. Queste realtà non si limitano a offrirci strumenti utili, ma ci abituano subdolamente a una dipendenza che appare inizialmente come un vantaggio, salvo poi rivelarsi una trappola per la nostra intelligenza. Ci convincono che affidare i nostri processi di pensiero a questi sistemi sia un miglioramento, un modo per semplificarci la vita, ma in realtà non fanno altro che svuotare il nostro bagaglio cognitivo. È un inganno sofisticato: ci illudono di potenziarci, quando invece ci stanno rendendo intellettualmente passivi.
Quando utilizzo un sistema di intelligenza artificiale, gli affido l’elaborazione di informazioni e gli chiedo di restituirmi un risultato che reputo utile. Ma in questa dinamica c’è un nodo cruciale: sto delegando alla macchina una parte del mio processo di ragionamento. Un errore fatale, perché la macchina non pensa, non argomenta, non elabora nel senso umano del termine. Si limita a raccogliere dati, a campionarli, ad accoppiarli secondo schemi predefiniti, restituendomi una risposta confezionata in modo da sembrare logica e accettabile. Un simulacro di intelligenza, non un’autentica elaborazione. Il problema è che accettare passivamente questi risultati significa smettere di usare il nostro pensiero critico, delegare la nostra intelligenza a un sistema che, nella sua essenza, non ha né raziocinio né senso critico. Così, ci illudiamo di essere più efficienti, mentre in realtà stiamo solo impoverendo la nostra capacità cognitiva, trasformandoci in automi che reagiscono agli input anziché elaborarli con spirito critico.
Ma questo modello di accettazione alla quale io sono sottoposto in realtà non fa altro che impoverirmi dal punto di vista della mia capacità cognitiva. Perché il semplice fatto che io deleghi a lui l’elaborazione di un testo che richiede ragionamento di fatto mi autorizza a non ragionare. È proprio in questo che sta il grande inganno dei sistemi di intelligenza artificiale che ci vengono propinati giornalmente, ovvero quello di non permetterci di ragionare dandoci l’illusione di avere uno strumento che ci aiuta, che è lì per noi e che fa la fatica che noi in realtà non vogliamo più fare, delegando e trasferendo la capacità di ragionamento e analisi critica ad un sistema che di fatto non ha né ragionamento né analisi critica. Alla fine ci riduciamo all’utilizzo di questi sistemi nel diventare noi degli automi che funzionano in funzione della raccolta di informazioni che noi abbiamo dai sistemi informativi che normalmente utilizziamo.
Cosa significa tutto questo? Significa che crediamo di governare il sistema, ma in realtà è lui a governare noi. È un paradosso moderno: la tecnologia, nata per semplificarci la vita, si è trasformata in una gabbia dorata dalla quale non possiamo più uscire. Quando il sistema va in tilt, anche la nostra presunta sicurezza crolla. Un semplice down, un’interruzione di connessione, e il nostro equilibrio si sgretola. Perché? Perché ci siamo disabituati a pensare, a risolvere problemi senza l’aiuto della macchina, a riflettere con il nostro cervello anziché aspettare una risposta pronta e confezionata da un algoritmo. E così, quando la tecnologia si spegne, ci ritroviamo spaesati, fragili, impotenti di fronte a una realtà che ci chiede di ragionare, ma che ci ha reso incapaci di farlo. Il cervello è come un muscolo: va allenato ogni giorno, non può essere lasciato in balia di un sistema che decide per noi. Per quanto sofisticata possa essere un’intelligenza artificiale, non potrà mai sostituire la capacità di pensiero critico, l’intuizione, la creatività e l’indipendenza intellettuale dell’individuo. Eppure, continuiamo a cedere terreno, accettando passivamente il declino del nostro spirito critico, mentre il sistema, con fare mellifluo, ci illude di starci aiutando, quando in realtà ci sta solo rendendo più docili, più manipolabili, più dipendenti.

Quali azioni intraprendere per contrastare questa deriva?
Un elemento chiave per resistere a questa deriva è l’educazione al digitale, che deve diventare una priorità assoluta per ogni sistema scolastico. Non basta insegnare ai giovani a usare le nuove tecnologie: bisogna educarli a comprenderne i meccanismi, i limiti e i pericoli. La pedagogia del digitale deve includere strumenti per sviluppare un utilizzo consapevole delle piattaforme online, insegnando a distinguere tra contenuti affidabili e manipolazioni algoritmiche, tra libertà digitale e dipendenza da strumenti automatizzati. Il disciplinare BRIA (Bioinformatica, Realtà immersiva e Intelligenza artificiale) rappresenta un modello di formazione avanzata che potrebbe essere adottato su larga scala per garantire una conoscenza critica delle tecnologie emergenti. Attraverso l’integrazione di questi studi nei curricula accademici e tecnici, si può offrire alle nuove generazioni la capacità di interagire con il digitale senza esserne sopraffatti, trasformando gli utenti da soggetti passivi a cittadini digitali consapevoli e responsabili.
Per contrastare questa deriva serve un’azione decisa su più fronti. Prima di tutto, occorre promuovere l’educazione digitale e il pensiero critico fin dalla scuola primaria: i giovani devono essere istruiti non solo all’uso della tecnologia, ma anche a comprenderne i limiti e i rischi. Parallelamente, è essenziale sviluppare strumenti di regolamentazione che impediscano ai giganti della tecnologia di detenere un controllo illimitato sulle informazioni e sulle decisioni degli utenti. Gli stati devono intervenire con normative chiare per garantire che l’IA rimanga un supporto e non un sostituto del pensiero umano.
Inoltre, occorre incentivare la ricerca indipendente, svincolata dalle grandi multinazionali, e favorire modelli di IA trasparenti e open-source, che consentano agli utenti di comprendere e verificare i meccanismi che regolano le decisioni algoritmiche. Un esempio virtuoso è rappresentato dall’Unione Europea, che con il regolamento sull’AI Act sta cercando di introdurre norme stringenti per garantire maggiore trasparenza nei sistemi di intelligenza artificiale, mentre realtà come Mozilla Foundation e OpenAI stanno lavorando su modelli di IA meno opachi rispetto ai colossi della Silicon Valley.
Un altro passo cruciale è l’adozione di un’etica digitale condivisa, che imponga limiti chiari alle capacità di persuasione occulta delle piattaforme tecnologiche. Le recenti inchieste del Guardian e di ProPublica hanno messo in luce come algoritmi manipolativi vengano utilizzati per condizionare le opinioni politiche e incentivare il consumo compulsivo, dimostrando l’urgente necessità di regolamentare il settore.
Infine, ognuno di noi deve assumersi la responsabilità di mantenere la propria autonomia cognitiva: leggere, approfondire, dubitare e non accettare passivamente le soluzioni offerte dall’IA sono atti di resistenza intellettuale fondamentali per preservare la nostra libertà di pensiero. Come sosteneva Umberto Eco, “il sapere non è un fast food”, e mai come oggi questa affermazione si rivela attuale: delegare il pensiero a una macchina equivale a rinunciare al nostro diritto più prezioso, quello di comprendere e interpretare la realtà in modo autonomo.
La storia ci insegna che ogni progresso significativo è stato il frutto di idee rivoluzionarie, spesso nate in contesti ostili e difese da pochi coraggiosi contro la resistenza di chi preferiva lo status quo. Senza il coraggio di figure come Galileo, che sfidò il dogma aristotelico, o di Enrico Fermi, che con le sue ricerche sulla fissione nucleare contribuì a cambiare la scienza moderna, oggi vivremmo in un mondo ben più arretrato. L’Italia ha nel suo DNA la genialità, l’inventiva e l’arte di anticipare il futuro, ma troppo spesso si è lasciata imbrigliare da una cultura della mediocrità, della raccomandazione e dell’inerzia burocratica, che premia l’appartenenza anziché la competenza. Come evidenziato in più occasioni dal Financial Times e dal New York Times, il declino dell’innovazione italiana è dovuto anche alla tendenza a soffocare il talento sotto il peso di logiche clientelari e politiche miopi. È giunto il momento di spezzare questo circolo vizioso e di dare spazio al talento, all’intelligenza e al merito, senza timori reverenziali verso chi ha solo il vantaggio di occupare posizioni consolidate. Sostenere le idee brillanti non è un vezzo per visionari, ma un dovere strategico per chiunque abbia a cuore il destino del Paese. Senza una svolta decisa, rischiamo di diventare un’appendice marginale nel panorama dell’innovazione globale, prigionieri di un sistema che protegge se stesso anziché investire nel futuro.

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