La sicurezza nazionale è in grave pericolo ed è minacciata dall’interno

Da troppi anni, i giovani rappresentano una componente molto vulnerabile della popolazione italiana a causa delle difficoltà collegate al delicato passaggio dal mondo dell’istruzione e della formazione professionale a quello del lavoro. Tali difficoltà si sono amplificate a causa della pandemia che ha avuto ripercussioni importanti sulle dimensioni del disagio giovanile, dell’insicurezza nello studio e nel lavoro e, persino, della salute mentale come emerge dalla recente Relazione tecnica elaborata in seno al Tavolo interministeriale ‘Pandemia, disagio giovanile e NEET.

Siamo di fronte ad un problema non di poco conto, i NEET potrebbero realmente mettere in ginocchio il paese per il semplice fatto che non sono in condizione di decidere o di operare in alcun modo, ecco perchè va immediatamente sviluppato un piano per reintegrarli e recuperarli reimmettendoli nel mondo attivo del lavoro e facendo emergere le loro capacità e competenze.

In Italia la popolazione attiva oggi, ovvero quella che lavora è pari circa a 25 milioni, se calcoliamo che di questi, la fascia 18-35 ha nelle sue fila quasi 5 milioni di NEET, viene da se che nel crescere dell’età dei lavori attivi che vedono persone prossime alla pensione in un numero (come indicato dalla tabella sottoriportata) pari a circa 10 milioni di addetti, ci ritroveremo nel decennio 2030/2040 con un deficit di lavoratori attivi di meno 5 milioni che saranno sostituiti con NEET, la popolazione non solo avrà una seria difficoltà nel gestire processi complessi ma sarà anche portata a dover sopperire alle mancanze dei NEET con conseguente aumento dello stress e delle responsabilità sui lavoratori attivi che si vedranno quindi aumentare il carico di lavoro per sopperire al deficit lavorativo portato proprio dai NEET.

Si è ampliato il divario generazionale ed è aumentata l’incertezza verso il futuro. Le analisi Eurostat hanno messo in luce come i soggetti più colpiti dall’emergenza pandemica in corso siano i lavoratori autonomi e coloro che hanno un contratto a tempo determinato, in gran parte giovani. Anche l’OCSE ha pubblicato un report che ha evidenziato come l’impatto economico e sociale della pandemia sia caratterizzato da una particolare “asimmetria generazionale” che ha frenato fortemente i percorsi di emancipazione giovanile.

Chi era alla ricerca di un primo impiego, soprattutto se con un basso titolo di studio, è stato ancora più penalizzato. Le stesse categorie di giovani con maggiori opportunità di inserimento nel mondo del lavoro hanno avuto difficoltà a trovare un’occupazione e, quando vi sono riusciti, spesso sono stati impiegati in mansioni meno qualificate rispetto alla loro formazione per il cd. fenomeno della sovraistruzione.

Ancora oggi la pandemia sta avendo un effetto di blocco sulle progettualità dei giovani che sospendono scelte importanti di autonomia ed emancipazione a causa della generale situazione di precarietà. Si stanno, ancora di più, frenando i processi verso l’autonomia di vita e professionale dei giovani.

A ciò si aggiunge il dato che l’Italia presenta tra le percentuali maggiori in Europa di giovani NEET, ovvero di giovani non occupati e non inseriti in percorsi di istruzione o formazione.

Secondo l’acronimo derivato dall’espressione ‘Not in Employment, Education or Training’, i NEET rappresentano i giovani che non studiano, non lavorano e non fanno formazione. Le fonti ufficiali dei dati sono rappresentate in Italia dalle rilevazioni Istat sulle Forze lavoro e in Unione europea dalle rilevazioni Eurostat. A queste si aggiungono alcuni report statistici di INAPP e ANPAL in materia di politiche attive del lavoro.

Dal 2010 l’Unione Europea ha scelto di utilizzare il tasso dei NEET come indicatore principale per rappresentare all’interno di un territorio lo “spreco” delle energie e intelligenze delle nuove generazioni. Da oltre un decennio, ricerche e report su questo target sono state numerose, lasciando in eredità un patrimonio di dati utili a inquadrare il fenomeno sul nostro territorio e a rapportarlo con quanto accade negli altri principali Paesi europei.

A caratterizzare il fenomeno nazionale dei NEET vi sono due aspetti principali: il primo è la presenza sul territorio di meno giovani rispetto agli altri Stati europei, come conseguenza del basso tasso di natalità; il secondo riguarda le difficoltà di accesso al mercato del lavoro e la scarsa valorizzazione del capitale umano nel sistema produttivo italiano (Rosina, 2020). Una duplice criticità, dunque, che ha indotto nel 2016 l’allora presidente della BCE, Mario Draghi, a parlare di “lost generation” per definire un fenomeno socio-economico che richiede un forte intervento politico.

I NEET in Italia nella fascia d’età 15-34 anni sono complessivamente più di 3 milioni, con una prevalenza femminile pari a 1,7 milioni. Dopo la Turchia (33,6%), il Montenegro (28,6%) e la Macedonia (27,6%), nel 2020 l’Italia è il Paese con il maggior tasso di NEET in Europa (figura 1). I dati mostrano come il 25,1% dei giovani italiani tra i 15 e i 34 anni (1 su 4) non lavora, né studia, né è coinvolto in un percorso formativo. Osservando l’andamento dei dati degli ultimi dieci anni, è possibile osservare che la percentuale di NEET nel nostro Paese, dopo essere cresciuta notevolmente con l’impatto della Grande recessione (arrivando a 27,4% nel 2014), non è poi tornata sui livelli precedenti e si è inoltre ampliato il divario con la media europea (cfr anche più avanti par. 1.3).

Figura 1 – NEET in Europa – dati 2020 (fonte: EUROSTAT)

Disaggregando il dato anagrafico per classi d’età più ridotte, emerge che 1 giovane su 3 fra i 20 e i 24 anni rientra nella definizione di NEET, mentre tra i giovanissimi (15-19 anni) 1 su 10 è fuori dal mondo della scuola e del lavoro (figura 2).

Figura 2 – andamento giovani NEET in Italia (fonte: INAPP)

Osservando i dati per fasce d’età è possibile osservare che nella fascia di età scolare (15-19 anni) i NEET italiani sono il 75% in più della media europea; nella fascia di età universitaria (20-24 anni) i NEET italiani sono il 70% in più della media europea; la percentuale non muta per la fascia di età post-universitaria (25-34 anni).

Con riferimento alla dimensione di genere, come avviene in altri Paesi europei, anche in Italia si registra una marcata differenza a scapito delle donne. Con il crescere dell’età si osserva un progressivo sbilanciamento della quota femminile tra i NEET, che passa dal 45% della fascia d’età più giovane (15-19 anni) al 66% di quella più matura (30-34 anni).

  Figura 3 – NEET in Italia per fasce d’età e genere (fonte: INAPP)

Osservati per condizione di inoperatività, tra i 3 milioni di NEET nella fascia di età 15-34 i disoccupati, ovvero chi non ha un lavoro ma lo sta attivamente cercando, sono circa 1 milione, mentre gli inattivi, ovvero chi non ha un lavoro e non lo sta cercando o non è subito disponibile ad accettarlo, sono i restanti 2 milioni. All’interno del gruppo delle persone inattive, è possibile riscontrare una prevalenza femminile più accentuata rispetto ai disoccupati, pari al 75% (tabella 1).

Tabella 1 – Andamento trimestrale NEET in Italia per condizione professionale, anni 2019-20 (Fonte Istat3)

Per quanto concerne il titolo di studio, l’incidenza dei NEET italiani nella fascia di età 15-24 è pari a circa il 21% nei diplomati, mentre cresce a circa il 27% negli italiani con età 15-34 anni senza titolo di studio o diplomati.

 Disaggregati per ruolo in famiglia e cittadinanza, i NEET in Italia nella fascia d’età 15-29 anni nel 2020 sono principalmente “figli” (1.488mila), mentre tra i “genitori” (178mila) le madri sono la netta maggioranza (161mila).

In merito al genere, proporzioni del tutto simili si registrano anche tra i NEET di pari età stranieri (tabella 3).

Tabella 3 – NEET in Italia per ruolo in famiglia, cittadinanza e genere, anni 2019- 20 (Fonte Istat)

Circa la dislocazione territoriale, il nostro Paese presenta sostanziali differenze a livello regionale. L’Italia risulta divisa in due macro-blocchi: la zona centro-settentrionale, che è in linea o al di sotto della media europea (15%), e la zona del Mezzogiorno, in cui si evidenziano le maggiori criticità (figura 4).

Figura 4 – NEET per area geografica (fonte INAPP)

Come anticipato, i dati presentati hanno subito negli ultimi mesi brusche variazioni dovute all’impatto della pandemia da Covid-19. A livello internazionale Eurostat e OCSE delineano un quadro allarmante. Il primo dato preoccupante riguarda l’occupazione femminile: in Italia una donna su due non lavora e il 25% delle ragazze con meno di 30 anni non lavora, non studia e non cerca un’occupazione (delle 8,6 milioni di donne in questa condizione in Europea, un terzo appartiene all’Italia).

Alta è la quota di giovani che escono prematuramente dal sistema di istruzione e formazione dopo aver conseguito al più il titolo di scuola secondaria di primo grado. Nel secondo trimestre 2020, in Italia, il percorso formativo si è interrotto molto presto per il 13,5% dei giovani tra 18 e 24 anni.

Il fenomeno dell’uscita anticipata dal sistema di istruzione e formazione preoccupa, soprattutto, in termini di disuguaglianze. Attraverso l’esame dei dati del 2019, con i quali è possibile avere una fotografia delle caratteristiche di chi lascia la scuola prematuramente, emerge come la prosecuzione nel percorso formativo, le competenze apprese e le scelte successive sono determinate ancora in maniera elevata dal contesto socio-economico di provenienza.

Per esempio, il titolo di studio dei genitori condiziona fortemente la riuscita scolastica e la permanenza nel sistema di istruzione e formazione. I figli di genitori con al massimo il diploma di scuola secondaria inferiore hanno un tasso d’uscita dai percorsi di istruzione e formazione del 24%, che si riduce al 5,5% tra i figli di genitori con il diploma di scuola secondaria superiore e all’1,9% tra i figli di genitori con almeno la laurea.

Da questa panoramica sulle caratteristiche dei NEET, si evince che la condizione di questi giovani non è omogenea e ciò richiede la progettazione di politiche differenti. L’eterogeneità interna al concetto di NEET emerge in tutta la sua forza se si analizzano le ragioni che tengono fuori i giovani dal sistema formativo e dal mercato del lavoro. I motivi di inattività si riconducono a una molteplicità di condizioni, fra loro profondamente diverse. Si pensi al dato della dimensione di genere che crea una forte polarizzazione proprio perché i motivi di inattività riconducibili alla dimensione di cura, tra cui la maternità (nel 2020 in Italia il 26% delle donne NEET è madre, a fronte del ben più esiguo 2% dei padri, cfr. Tabella 3), rappresentano un fattore determinante dello stato di NEET per le donne nel nostro Paese.

Pur essendo molteplici i fattori che possono determinare la permanenza dei giovani nella condizione di NEET, quelli che, generalmente, vengono indicati come i principali fattori di rischio sono:

–  avere un livello basso di rendimento scolastico;

–  vivere in una famiglia con basso reddito;

–     provenire da una famiglia in cui un genitore ha sperimentato periodi di disoccupazione;

–     crescere con un solo genitore;

–  essere nato in un Paese fuori dell’UE;

–  vivere in una zona rurale;

–  avere una disabilità.

Si tratta di fattori importanti che dovrebbero essere attentamente analizzati, anche facendo leva sulle potenzialità espresse dalle nuove tecnologie attualmente disponibili; a esempio, l’utilizzo di sistemi di AI potrebbe consentire di costruire una mappa del rischio in Italia che permetta la progettazione di adeguate politiche di prevenzione della condizione NEET.

Il problema principale è rappresentato proprio dalla mancata attivazione di politiche di prevenzione volte alla gestione del rischio e dalle conseguenze sociali ed economiche che ne derivano; solo un intervento tempestivo può aiutare a mitigare tale condizione, rompendo un circolo vizioso il cui esito è rappresentato dalla povertà e dall’esclusione sociale dei giovani.

Considerate queste premesse è evidente come debba esserci una decisa azione di contrasto a questo fenomeno che vada oltre i programmi già attivi – come Garanzia giovani – che pure devono essere migliorati e rafforzati, al fine di costruire un intervento organico e integrato sul territorio.

I neet quindi rappresentano un grave problema per la sicurezza del paese, in particolar modo le generazioni 18/35 che si preparano a prendere posti di direzione e comando sono deficitarie, l’essere cresciuti in una modalità di questo tipo non ha permesso di formare il loro carattere e quindi potremmo essere di fronte a dirigenti del paese che non sono in grado di prendere decisioni e che non vogliono assumersi responsabilità di alcun genere.

Gli individui NEET sono più propensi a vivere in condizioni di povertà e esclusione sociale. Questo può portare a tensioni sociali e potenzialmente a disordini civili. Inoltre, la mancanza di opportunità di lavoro e formazione può spingere alcuni NEET verso attività illegali come mezzo di sostentamento. Questo può aumentare i tassi di criminalità e mettere a rischio la sicurezza pubblica

Hanno maggiori probabilità di soffrire di problemi di salute, come la depressione. Questo può mettere a dura prova i sistemi sanitari nazionali e creare ulteriori problemi sociali. Un alto numero di NEET può influire negativamente sull’economia di una nazione, riducendo la forza lavoro disponibile e aumentando il carico sul sistema di welfare.

I NEET rappresentano una generazione perduta di lavoratori, leader e innovatori. Questo può avere ripercussioni a lungo termine sulla sicurezza e stabilità di una nazione. Per queste ragioni, è fondamentale affrontare il problema dei NEET con politiche efficaci di istruzione, formazione e inserimento lavorativo.

I NEET rappresentano un vero e proprio spreco di potenziale. Non solo per le energie di cui ragazze e ragazzi sono naturalmente portatori, ma anche per il punto di vista nuovo che sono in grado di offrire nelle attività di tutti i giorni, nello studio e nel lavoro. In un paese come l’Italia, dove la popolazione invecchia e i giovani diminuiscono, il fenomeno dei NEET rappresenta un enorme spreco di potenziale.

Il contrasto al fenomeno dei NEET assume un duplice valore. Da un lato, permette di ridurre la marginalità e l’esclusione sociale, attraverso l’investimento sulla crescita educativa e personale di chi vi è coinvolto. Dall’altro, consente di valorizzare il contributo e le competenze delle nuove generazioni nello sviluppo del paese. Queste necessità non sono più rinviabili nel periodo post-pandemico: il ruolo crescente delle tecnologie rende l’investimento sulle competenze improrogabile.

In Italia, il fenomeno dei NEET è particolarmente rilevante tra le donne, con il 20,5% delle donne classificabili come NEET, il secondo numero più alto dell’UE, dietro solo alla Romania.

Le cause di questa disuguaglianza di genere sono molteplici. Spesso c’è un retaggio patriarcale che porta le ragazze a scelte educative meno favorevoli, rendendo più difficile trovare un lavoro. Inoltre, le donne spesso svolgono ruoli di cura non retribuiti, come l’assistenza ai membri della famiglia o il supporto nella comunità, il che può limitare ulteriormente le loro opportunità educative e professionali.

Per affrontare il fenomeno dei NEET, in particolare tra le donne, sono necessarie diverse strategie:

  1. Implementare programmi di formazione professionale e orientamento al lavoro: Questi programmi possono fornire ai giovani le competenze necessarie per entrare nel mercato del lavoro.
  2. Promuovere l’accesso all’istruzione e all’occupazione tramite politiche attive del lavoro: Queste politiche possono includere incentivi per le aziende che assumono giovani NEET.
  3. Creare opportunità di stage e tirocini per acquisire esperienza lavorativa: Queste opportunità possono aiutare i giovani a sviluppare competenze pratiche e a costruire un curriculum vitae.
  4. Sviluppare reti di supporto e counseling per i giovani a rischio di diventare NEET: Questi servizi possono fornire ai giovani il supporto emotivo e pratico di cui hanno bisogno per affrontare le sfide associate alla condizione di NEET.

È fondamentale affrontare le sfide specifiche legate al genere per ridurre il numero di giovani donne NEET. Questo richiede un impegno congiunto da parte di istituzioni, scuole, famiglie e giovani stessi per affrontare questa sfida e sfruttare appieno il potenziale delle nuove generazioni.


Scopri di più da

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere